fbpx

Autore: CLAUDIO ZUCCALA (page 2 of 14)

SUDAFRICA. UN SEMINARIO INTERCONGREGAZIONALE

A Merrivale, i Padri Bianchi portano avanti un’esperienza formativa interessante insieme ad altre congregazioni religiose

Da diversi anni mi trovo in Sudafrica. L’attività principale di cui mi occupo è la formazione di giovani che si preparano a diventare Padri Bianchi. Sono impegnato a Merrivale, una cittadina nella provincia del KwaZulu-Natal, dove abbiamo aperto una casa di formazione (un seminario), che può ospitare una quarantina di giovani. Qui affrontano gli ultimi quattro anni della formazione alla vita missionaria e sacerdotale. La casa è piena di seminaristi in maggioranza africani e da qualcuno indiano (quest’anno non ci sono studenti europei e americani).

I padri incaricati di seguire questa struttura sono quattro: il rettore, che è zambiano, un tanzaniano, un indiano e il sottoscritto, il più anziano. Questo è uno dei seminari di teologia della Società dei Padri Bianchi in Africa. Simili case esistono a Nairobi in Kenya, ad Abidjan in Costa d’Avorio, a Kinshasa nella Rd Congo. Una piccola comunità si trova anche a Gerusalemme. Ogni anno contiamo una quindicina di ordinazioni e giuramenti (entrata ufficiale e definitiva) di alcuni confratelli: persone che, finita la formazione, vengono mandate a esercitare il ministero missionario in Africa o in Europa dove esistono comunità di africani, per esempio a Marsiglia in Francia, Liverpool in Inghilterra, Bruxelles in Belgio e Berlino in Germania.

La particolarità di questa comunità è che teniamo un corso comune di teologia insieme agli Oblati di Maria Immacolata, i missionari che hanno evangelizzato questa regione. Non siamo gli unici, altre congregazioni religiose e missionarie convergono qui: Comboniani, Padri della Consolata, Francescani. È quindi una struttura che unisce studenti di diverse provenienze. Ciò permette di avere numeri sufficienti di studenti e professori per offrire corsi validi e mettere in atto scambi di esperienze tra i diversi carismi. Inoltre il mettere insieme le risorse ci permette di ottenere il riconoscimento civile degli studi.

Padre Luigi con membri dello staff e giovani in formazione

Il Sudafrica è una nazione a maggioranza cristiana (il 70% dei 55 milioni di abitanti), ma i cattolici rappresentano non più del 10% dei fedeli. È necessario quindi unire gli sforzi di tutte le realtà cattoliche sul territorio. È un modo tutto particolare di svolgere la missione, molto diverso da quello che immaginavo quando mi preparavo all’ordinazione e quando, nel settembre 1972, arrivai per la prima volta in Uganda. Allora non mi sarei mai sognato di fare quello che faccio da diversi anni ormai. Tuttavia, se all’inizio mi sembrava una cosa strana questa situazione, dopo averla vissuta in Kenya e Sudafrica mi sento soddisfatto e contento di queste opportunità, delle persone e istituzioni incontrate come anche delle opportunità di annunciare la Parola di Dio e celebrare la vita della Chiesa che si rinnova sempre.

CERCAVA IL LEGNO, HA TROVATO L’AFRICA

Ci sono tante occasioni diverse di entrare in contatto con l’Africa, e poi tanti modi diversi di esprimere le tracce che tale incontro hanno lasciato nel cuore. Uno di questi è la poesia.

Carletto Bianchi, imprenditore brianzolo del legno nonché cofondatore del marchio «Vero Legno», ha frequentato a lungo il continente anzitutto per ragioni professionali. Ma le persone e il paesaggio lo hanno catturato. E un bel giorno ha tirato fuori dal cassetto i componimenti che era andato creando, e ne ha fatto un volume di memorie liriche, cui fanno da contrappunto fotografie che aveva scattato – alcune senza tempo, altre più nettamente vintage. Non per niente il libro s’intitola Album africano (Aletti, 2019, pp. 176, euro 15).

Ne offriamo un assaggio (lo spunto viene da una sosta presso il castello di El-Mina, in Ghana, uno dei grandi “schiavifìci” dell’epoca della tratta):

«… a testa eretta viaggiano cariche

 verso il mercato imperturbabili,

 nei loro passi virtuosi ancillari

si stagliano sul porto ingombro

 fitto di vele (… in altre ore vibranti

 d’albe e tramonti, e di colori)».

RD CONGO

IN ATTESA DEI GRANDI CAMBIAMENTI

Da Lubumbashi, padre Giovanni Marchetti, cremasco, ci racconta i timori e le speranze di una comunità per il nuovo anno tra delusioni passate ed enormi potenzialità

Il 2020 è un numero che balza agli occhi per la sua simmetria e pienezza. L’anno caratterizzato da questa cifra sarà sicuramente un anno che resterà nella memoria collettiva, non fosse che per l’inizio del decennio di cui è il capostipite. Evidentemente tutti noi ci aspettiamo che sarà significativo per gli avvenimenti, speriamo positivi, che ci riserverà.

Padre Marchetti con un gruppo di parrocchiani

Qui nella Rd Congo e, specialmente, a Lubumbashi, una delle più grandi città di questo immenso Paese, capoluogo del Katanga, la gente ha festeggiato il capodanno con una certa tranquillità. Quando si parla di tranquillità in Congo non è come parlarne in Italia. Ma va detto che da qualche tempo qui ci si sente un po’più sereni rispetto agli anni appena trascorsi. In questo periodo, due anni fa, tutti eravamo alquanto inquieti: si erano tenute le elezioni presidenziali e si attendevano i risultati. Com’è abbastanza comune nei Paesi «poco democratici», il rischio di gravi disordini durante gli scrutini era però enorme.

Alla fine, è stato annunciato il nome del nuovo presidente: Félix Tshisekedi, da anni oppositore, prima di Laurent-Désiré Kabila e poi di suo figlio Joseph. Nel 2019 ci si aspettava quindi un cambiamento, ma dopo un anno non abbiamo assistito ad alcuna grande svolta.

Quest’anno si dovrebbero tenere le elezioni per scegliere i sindaci e i consigli comunali. Considerato il modo in cui si sono tenute le presidenziali, caratterizzate da brogli e irregolarità, è difficile sperare in elezioni libere, democratiche e trasparenti. Anche se la speranza è l’ultima a morire e noi continuiamo a sognare un Congo migliore. Nel frattempo, però, ci si accontenta  delle piccole gioie del presente: guai a lasciarsele scappare! Non sono poi così frequenti. Per festeggiare il 2020, chi è riuscito ad avere un pollo, accompagnato da una birretta, si può ritenere fortunato e può dire di essere entrato nel nuovo anno con un cenone ricco. Alla messa mattutina di capodanno, la chiesa era gremita.

Ciò che conta è cominciare con la benedizione di Dio: le cose possono andare per il verso sbagliato, ma la grazia divina aiuta a tener duro!

Bianco Natale? Anche l’Africa celebra (a modo suo) la nascita di Gesù

In Egitto si digiuna per quaranta giorni, in Sudafrica ci si abbuffa attorno al barbecue, in Ghana si fa festa in spiaggia, in Nigeria si celebra come Halloween… Dall’Africa, una rassegna di curiose usanze natalizie, fra tradizioni e follie moderne

L’Africa non rinuncia al Natale. Occasione propizia per pregare, per ritrovarsi in famiglia, e per far festa assieme agli amici. Ogni Paese celebra la ricorrenza a suo modo. Attingendo a piene mani dalla tradizione cristiana, importando mode consumistiche dall’Occidente, mischiando liturgie solenni, rituali animisti, credenze pagane… Ecco una carrellata di curiose usanze natalizie, da Città del Capo al Cairo.

Pic-nic sudafricani

In Sudafrica, nell’emisfero australe, il Natale cade in piena estate. In quel periodo le scuole sono chiuse per le vacanze e i bambini hanno tutto il tempo per adornare alberi e presepi artigianali. I festeggiamenti ruotano attorno al pranzo natalizio, che in genere viene consumato all’aperto, attorno a un barbecue scoppiettante su cui sfrigolano carni di tacchino, manzo o selvaggina. Il menu prevede anche un maialino guarnito con riso giallo e uva passa. E un’abbuffata di dolci: budini speziati, fagotti ripieno di frutta e l’immancabile dessert speciale chiamato Lekker Pudding (la cui ricetta è top-secret).

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale, chiamata Boxing Day (il nome deriva dalla vecchia usanza di distribuire in quel giorno i regali – boxes): le famiglie ne approfittano per affollare le spiagge o per andare a trovare amici e parenti fuori città.

Spese folli

In Camerun i bambini si presentano alla messa natalizia indossando abiti nuovi acquistati per l’occasione. La famiglie danno fondo ai propri risparmi pur di vestire i pargoli come principi. E le donne spendono ogni anno una fortuna per rinnovare le acconciature (il business delle parrucche e delle extension ha un’impennata a dicembre). Arrivare all’appuntamento natalizio senza un minimo di disponibilità economica viene considerato una vergognosa sciagura. Secondo il giornale locale Le Messager, le spese natalizie sono motivi di frequenti litigi coniugali e rappresentano le prime cause di divorzio.

Anche in Uganda il Natale è una festa molto “cara” (in ogni senso). Nelle campagne la gente comincia a prepararsi alla ricorrenza con parecchi mesi d’anticipo. Ogni villaggio ha un comitato organizzativo che, ogni mese a partire da gennaio, raccoglie dalle famiglie i soldi per l’acquisto di un toro o di una vacca. La spesa viene effettuata in estate poiché da settembre i prezzi lievitano. Alla vigilia, la bestia viene macellata e la carne suddivisa in parti uguali tra gli abitanti del villaggio, che avranno modo di sbafarsi con avidità e soddisfazione la tanto agognata pietanza.

Abbuffate a Lagos

In Nigeria, la più popolosa nazione africana (130 milioni di abitanti, per metà musulmani), i bambini hanno l’abitudine di andare di casa in casa, spesso agghindati con maschere di legno, improvvisando danze e concerti natalizi accompagnati dai tamburi. Un modo per racimolare dolci e piccoli regali, un po’ come avviene negli Usa la notte di Halloween. Le case vengono decorate con rami di palma, nastri colorati e fiori selvatici. Chi se lo può permettere, addobba un abete artificiale. Il pranzo di Natale raduna le famiglie attorno a tavole imbandite con agnelli, capre o almeno un pollo. Il tutto viene accompagnato con riso, patatine fritte e sugo di cipolle. Nelle case più povere si ripiega su un piatto di polenta (chiamata fufu), patate, fagioli neri… E fiumi di birra artigianale che scorrono, incontenibili, fino a Capodanno.

Preghiere e processioni

L’Etiopia festeggia il Natale il 7 di gennaio, anziché il 25 dicembre. Una particolarità dovuta al vecchio calendario giuliano (costituito da 12 mesi di 30 giorni ciascuno) in uso nella Chiesa copta. La ricorrenza, chiamata Ganna, viene celebrata all’insegna della fede e delle tradizioni. In ogni parte del Paese si tengono processioni, veglie di preghiere e messe solenni. Le liturgie, che durano anche sette ore, sono accompagnate dai cori e dal suono di percussioni, flauti e tipici strumenti a corda. I credenti affollano le chiese e accendono candele votive. Le donne indossano il tradizionale shamma, uno scialle di cotone bianco impreziosito da bordi di stoffa colorata e brillante. I preti ostentano turbanti e mantelli sfavillanti.

I pellegrini non usano scambiarsi regali. Dopo le cerimonie, le famiglie si radunano attorno alla tavola per gustare il tipico zighinì, un pane spugnoso condito con verdura e carne speziata. Senza esagerare. Dodici giorni dopo il Natale, il 19 gennaio, si festeggia il Timkat, la commemorazione del battesimo di Cristo, l’appuntamento più atteso e partecipato dai fedeli etiopi: una ricorrenza grandiosa che dura tre giorni.

Concerti a Kinshasa

Nella Repubblica Democratica del Congo il Natale viene celebrato all’insegna della musica. I festeggiamenti iniziano la sera della vigilia, quando cori e orchestre danno vita a vivaci concerti – con tanto di batterie e chitarre elettriche – che durano parecchie ore e che trasformano le chiese cattoliche e i capannoni delle sette evangeliche in bolge roventi. Le famiglie acquistano o noleggiano per l’occasione gli abiti più costosi e appariscenti. Persino i bambini sono agghindati come manichini. Le processioni paiono sfilate di moda.

Gli unici a trascurare i festeggiamenti natalizi sono i 5 milioni di seguaci della Chiesa kimbanghista (fondata nel 1921 da Simon Kimbangu, un coltivatore di tabacco autoproclamatosi «Redentore dei Neri»), la più diffusa Chiesa indipendente del Congo. I fedeli kimbanghisti festeggiano il Natale con cinque mesi di ritardo: il 25 di maggio! Secondo la loro interpretazione, quello sarebbe l’esatto giorno in cui nacque Gesù Cristo. La data coincide curiosamente con il compleanno di uno dei leader kimbanghisti, Salomon Kiangani Dialungana. Poco importa: per l’occasione i credenti indossano eleganti tuniche bianche bordate di verde (emblemi di purezza e speranza) e trascorrono la giornata tra preghiere rituali, abbuffate di cibo e danze scatenate.

Sacrifici al Cairo

In Egitto solo il 15 per cento della popolazione è cristiana (il resto è musulmana), ma le celebrazioni natalizie sono molto sentite.

I festeggiamenti iniziano il 25 di novembre all’insegna del sacrificio. L’Avvento, il tempo liturgico che precede il Natale, prevede quaranta giorni di digiuno, durante i quali è fatto divieto al credente di mangiare carne e verdure fresche (consentiti, in moderate quantità, cuscus e poco altro). Questo periodo di sacrificio viene chiamato Kiahk e ricorda il Ramadan, il mese di digiuno dell’islam. Anche la Chiesa copta egiziana celebra il Natale il 7 gennaio (come in Etiopia e in alcune comunità ortodosse della Russia e della Serbia). Alla messa natalizia è obbligatorio indossare un abito nuovo. La sera della vigilia i fedeli condividono il fata, piatto della tradizione, un miscuglio di pane, riso, aglio e carne bollita. Mentre il giorno di Natale, conclusa la liturgia solenne, è usanza fare visita ai parenti portando in regalo un dolce di pasta frolla e una bevanda dolciastra.

 Festival di curiosità

Nelle città del Kenya, alla vigilia di Natale, i bambini passano di casa in casa cantando inni natalizi e raccogliendo dolcetti e frittelle. In Madagascar, conclusa la messa solenne, i fedeli banchettano fuori dalle chiese con bevande e biscotti offerti dai parroci, mentre i bimbi attendono trepidanti l’arrivo di Dadabe Noely (l’equivalente locale di Santa Claus). In Liberia si usano decorare i manghi e le palme, anziché gli abeti, e per riprodurre le tipiche campanelle si avvolgono i recipienti di yogurt in fogli di alluminio. In Mali, nel periodo natalizio, i cristiani passano in chiesa una media di trenta ore, una scorpacciata di canti e litanie. Sulla costa del Ghana, dopo il tradizionale pranzo a base di pollo, patate, manioca, riso o polenta, la gente si riversa in spiaggia a prendere il sole e a nuotare. In Zimbabwe il Natale, chiamato Kisimusi, conserva la tradizione dei regali ai più piccoli e dei cenoni attorno ai quali si riuniscono le famiglie. Ma la grave crisi economica degli ultimi anni ha imposto digiuno e sacrifici per un Natale all’insegna dell’austerità.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della rivista Africa

Ultimo saluto a padre Pino (Bologna)

Ieri, giovedì 24 ottobre, si sono celebrate le esequie di padre Giuseppe (Pino) Bologna. La chiesa della parrocchia di San Vincenzo era gremita di fedeli, segno dell’affetto verso il defunto.

Ha presieduto il vescovo di Asti, attorniato da altri due vescovi e da una quarantina di sacerdoti e diaconi.

All’inizio della santa messa sono stati letti vari tributi a padre Bologna. Pubblichiamo qui di seguito quello dei giovani del coro che ha animato la liturgia funebre.

Caro Padre Bologna,

Ti abbiamo conosciuto come il missionario che ha dedicato la sua vita al Congo, vivendo tra la povertà e la guerra, e che se avesse potuto sarebbe rimasto fino alla morte nella sua amata Africa...

Sei arrivato tra di noi semplicemente come “il nuovo prete che avrebbe detto Messa” e te ne sei andato come parte integrante del Torrazzo. Ti sei sempre definito il Parroco della Santa Croce e il Torrazzo ne è onorato. In questi anni abbiamo avuto l’onore di conoscerti come l’uomo di infinita cultura, mai stanco di apprendere, come l’uomo semplice in grado di apprezzare ogni piccolo gesto, come l’uomo amante della cucina e della compagnia, come l’uomo pieno di fede e come il pastore sapiente della sua comunità.

Il Torrazzo non può che ringraziarti di tutto l’amore che hai seminato, di tutto il lavoro che hai svolto, di tutta la pazienza che hai avuto e di tutta la fiducia che hai riposto in noi.

In questi anni con la tua semplicità ci hai insegnato il valore dell’amicizia, della collaborazione e della preghiera dimostrandoci che ogni comunità, piccola o grande che sia, ha un valore intrinseco che deve custodire e coltivare.

In ogni parte della Santa Croce c’è un segno tangibile del tuo passaggio, nei chierichetti, in ogni giovane che tu hai chiamato affettuosamente “canaglione”, nel coro, nella comunità che si è formata e in ogni borghigiano che oggi è qui con le lacrime agli occhi per darti un ultimo saluto. Siamo certi che continuerai ad accompagnare la nostra comunità e vivere in ogni nostro pensiero, ricordo, festa e preghiera.

Caro padre Bologna oggi il Torrazzo ti porge il suo saluto con un groppo alla gola, con un’infinita tristezza nel cuore e la consapevolezza che hai lasciato un vuoto incolmabile, ma con la felicità degli anni condivisi, con gli insegnamenti che ci hai donato e un’eterna riconoscenza.

GRAZIE E BUON VIAGGIO  

« Older posts Newer posts »

© 2020 Missionari d'Africa

Theme by Anders NorenUp ↑