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Mozambico. Progetto ricostruzione.

A metà marzo, il ciclone ha spazzato la regione centrale, causando mille morti. Molti donatori stanno gradualmente abbandonando il Paese, ma non i Padri Bianchi

Il ciclone Idai è passato e ha distrutto tutto. Ha provocato forti venti e gravi inondazioni in Malawi, Zimbabwe e Mozambico e ha ucciso più di mille persone (602 in Mozambico, 344 nello Zimbabwe, 60 in Malawi). La città più colpita è stata Beira. Lo straripamento dei fiumi Buzi e Pungue hanno sommerso interi villaggi che sono rimasti isolati per giorni. Da allora la vita è lentamente ripresa, ma l’emergenza umanitaria non è cessata.

John Itaru, economo dei Padri Bianchi in Mozambico, ha visitato le zone di Beira, Dombe, Sussundenga e Tete. «Beira è stata gravemente colpita – racconta -. La città è stata messa in ginocchio . Ora la vita sembra lentamente tornare alla normalità. Fortunatamente le nostre comunità sono state solo leggermente danneggiate. A parte Nazarè dove sorge il nostro centro catechistico. In quella zona, nei giorni del ciclone, i forti venti e le piogge torrenziali hanno fattoi saltare i tetti».

Nei primi giorni dopo il ciclone, sono arrivati in Mozambico molti aiuti provenienti da altri Paesi africani, dall’Europa e dall’America del Nord. Una mano tesa che ha permesso ai mozambicani di risollevarsi, ma ora, trascorsi alcuni mesi, molti donatori stanno gradualmente abbandonando il Paese. «La maggior parte delle persone – continua padre John -, specialmente quelle che vivono nei campi, hanno ancora bisogno di aiuto. I raccolti sono andati perduti, le infrastrutture sono state distrutte. Alla maggior parte di queste persone, che ora vivono in campi profughi, non è permesso tornare alle loro case semidistrutte e pericolanti. Alcuni campi di Dombe, Tete e Beira sono disastrati e non ci sono le condizioni di base per vivere una vita dignitosa».

I Padri Bianchi si sono mossi per aiutare le popolazioni nei campi di Dombe, Beira e Tete. «A Tete la situazione è molto difficile – conclude padre John -. Qui sono arrivati solo in parte gli aiuti necessari. Stiamo lavorando alacremente per riuscire a portare cibo, vestiario e, soprattutto, acqua pulita. C’è il rischio che si diffondano malattie. Lanciamo un appello: non spegnete i riflettori sul Mozambico. Continuate a sostenere gli aiuti. La popolazione ne ha veramente bisogno!». I Padri Bianchi italiani si sono attivati per raccogliere fondi. Chi volesse sostenere il loro sforzo può effettuare un versamento agli Amici dei Padri Bianchi Onlus indicando come causale: Mozambico. Progetto ricostruzione post ciclone

Da vedere anche l’interessante reportage prodotto a luglio dal canale franco-tedesco ARTE

Bianco Natale? Anche l’Africa celebra (a modo suo) la nascita di Gesù

In Egitto si digiuna per quaranta giorni, in Sudafrica ci si abbuffa attorno al barbecue, in Ghana si fa festa in spiaggia, in Nigeria si celebra come Halloween… Dall’Africa, una rassegna di curiose usanze natalizie, fra tradizioni e follie moderne

L’Africa non rinuncia al Natale. Occasione propizia per pregare, per ritrovarsi in famiglia, e per far festa assieme agli amici. Ogni Paese celebra la ricorrenza a suo modo. Attingendo a piene mani dalla tradizione cristiana, importando mode consumistiche dall’Occidente, mischiando liturgie solenni, rituali animisti, credenze pagane… Ecco una carrellata di curiose usanze natalizie, da Città del Capo al Cairo.

Pic-nic sudafricani

In Sudafrica, nell’emisfero australe, il Natale cade in piena estate. In quel periodo le scuole sono chiuse per le vacanze e i bambini hanno tutto il tempo per adornare alberi e presepi artigianali. I festeggiamenti ruotano attorno al pranzo natalizio, che in genere viene consumato all’aperto, attorno a un barbecue scoppiettante su cui sfrigolano carni di tacchino, manzo o selvaggina. Il menu prevede anche un maialino guarnito con riso giallo e uva passa. E un’abbuffata di dolci: budini speziati, fagotti ripieno di frutta e l’immancabile dessert speciale chiamato Lekker Pudding (la cui ricetta è top-secret).

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale, chiamata Boxing Day (il nome deriva dalla vecchia usanza di distribuire in quel giorno i regali – boxes): le famiglie ne approfittano per affollare le spiagge o per andare a trovare amici e parenti fuori città.

Spese folli

In Camerun i bambini si presentano alla messa natalizia indossando abiti nuovi acquistati per l’occasione. La famiglie danno fondo ai propri risparmi pur di vestire i pargoli come principi. E le donne spendono ogni anno una fortuna per rinnovare le acconciature (il business delle parrucche e delle extension ha un’impennata a dicembre). Arrivare all’appuntamento natalizio senza un minimo di disponibilità economica viene considerato una vergognosa sciagura. Secondo il giornale locale Le Messager, le spese natalizie sono motivi di frequenti litigi coniugali e rappresentano le prime cause di divorzio.

Anche in Uganda il Natale è una festa molto “cara” (in ogni senso). Nelle campagne la gente comincia a prepararsi alla ricorrenza con parecchi mesi d’anticipo. Ogni villaggio ha un comitato organizzativo che, ogni mese a partire da gennaio, raccoglie dalle famiglie i soldi per l’acquisto di un toro o di una vacca. La spesa viene effettuata in estate poiché da settembre i prezzi lievitano. Alla vigilia, la bestia viene macellata e la carne suddivisa in parti uguali tra gli abitanti del villaggio, che avranno modo di sbafarsi con avidità e soddisfazione la tanto agognata pietanza.

Abbuffate a Lagos

In Nigeria, la più popolosa nazione africana (130 milioni di abitanti, per metà musulmani), i bambini hanno l’abitudine di andare di casa in casa, spesso agghindati con maschere di legno, improvvisando danze e concerti natalizi accompagnati dai tamburi. Un modo per racimolare dolci e piccoli regali, un po’ come avviene negli Usa la notte di Halloween. Le case vengono decorate con rami di palma, nastri colorati e fiori selvatici. Chi se lo può permettere, addobba un abete artificiale. Il pranzo di Natale raduna le famiglie attorno a tavole imbandite con agnelli, capre o almeno un pollo. Il tutto viene accompagnato con riso, patatine fritte e sugo di cipolle. Nelle case più povere si ripiega su un piatto di polenta (chiamata fufu), patate, fagioli neri… E fiumi di birra artigianale che scorrono, incontenibili, fino a Capodanno.

Preghiere e processioni

L’Etiopia festeggia il Natale il 7 di gennaio, anziché il 25 dicembre. Una particolarità dovuta al vecchio calendario giuliano (costituito da 12 mesi di 30 giorni ciascuno) in uso nella Chiesa copta. La ricorrenza, chiamata Ganna, viene celebrata all’insegna della fede e delle tradizioni. In ogni parte del Paese si tengono processioni, veglie di preghiere e messe solenni. Le liturgie, che durano anche sette ore, sono accompagnate dai cori e dal suono di percussioni, flauti e tipici strumenti a corda. I credenti affollano le chiese e accendono candele votive. Le donne indossano il tradizionale shamma, uno scialle di cotone bianco impreziosito da bordi di stoffa colorata e brillante. I preti ostentano turbanti e mantelli sfavillanti.

I pellegrini non usano scambiarsi regali. Dopo le cerimonie, le famiglie si radunano attorno alla tavola per gustare il tipico zighinì, un pane spugnoso condito con verdura e carne speziata. Senza esagerare. Dodici giorni dopo il Natale, il 19 gennaio, si festeggia il Timkat, la commemorazione del battesimo di Cristo, l’appuntamento più atteso e partecipato dai fedeli etiopi: una ricorrenza grandiosa che dura tre giorni.

Concerti a Kinshasa

Nella Repubblica Democratica del Congo il Natale viene celebrato all’insegna della musica. I festeggiamenti iniziano la sera della vigilia, quando cori e orchestre danno vita a vivaci concerti – con tanto di batterie e chitarre elettriche – che durano parecchie ore e che trasformano le chiese cattoliche e i capannoni delle sette evangeliche in bolge roventi. Le famiglie acquistano o noleggiano per l’occasione gli abiti più costosi e appariscenti. Persino i bambini sono agghindati come manichini. Le processioni paiono sfilate di moda.

Gli unici a trascurare i festeggiamenti natalizi sono i 5 milioni di seguaci della Chiesa kimbanghista (fondata nel 1921 da Simon Kimbangu, un coltivatore di tabacco autoproclamatosi «Redentore dei Neri»), la più diffusa Chiesa indipendente del Congo. I fedeli kimbanghisti festeggiano il Natale con cinque mesi di ritardo: il 25 di maggio! Secondo la loro interpretazione, quello sarebbe l’esatto giorno in cui nacque Gesù Cristo. La data coincide curiosamente con il compleanno di uno dei leader kimbanghisti, Salomon Kiangani Dialungana. Poco importa: per l’occasione i credenti indossano eleganti tuniche bianche bordate di verde (emblemi di purezza e speranza) e trascorrono la giornata tra preghiere rituali, abbuffate di cibo e danze scatenate.

Sacrifici al Cairo

In Egitto solo il 15 per cento della popolazione è cristiana (il resto è musulmana), ma le celebrazioni natalizie sono molto sentite.

I festeggiamenti iniziano il 25 di novembre all’insegna del sacrificio. L’Avvento, il tempo liturgico che precede il Natale, prevede quaranta giorni di digiuno, durante i quali è fatto divieto al credente di mangiare carne e verdure fresche (consentiti, in moderate quantità, cuscus e poco altro). Questo periodo di sacrificio viene chiamato Kiahk e ricorda il Ramadan, il mese di digiuno dell’islam. Anche la Chiesa copta egiziana celebra il Natale il 7 gennaio (come in Etiopia e in alcune comunità ortodosse della Russia e della Serbia). Alla messa natalizia è obbligatorio indossare un abito nuovo. La sera della vigilia i fedeli condividono il fata, piatto della tradizione, un miscuglio di pane, riso, aglio e carne bollita. Mentre il giorno di Natale, conclusa la liturgia solenne, è usanza fare visita ai parenti portando in regalo un dolce di pasta frolla e una bevanda dolciastra.

 Festival di curiosità

Nelle città del Kenya, alla vigilia di Natale, i bambini passano di casa in casa cantando inni natalizi e raccogliendo dolcetti e frittelle. In Madagascar, conclusa la messa solenne, i fedeli banchettano fuori dalle chiese con bevande e biscotti offerti dai parroci, mentre i bimbi attendono trepidanti l’arrivo di Dadabe Noely (l’equivalente locale di Santa Claus). In Liberia si usano decorare i manghi e le palme, anziché gli abeti, e per riprodurre le tipiche campanelle si avvolgono i recipienti di yogurt in fogli di alluminio. In Mali, nel periodo natalizio, i cristiani passano in chiesa una media di trenta ore, una scorpacciata di canti e litanie. Sulla costa del Ghana, dopo il tradizionale pranzo a base di pollo, patate, manioca, riso o polenta, la gente si riversa in spiaggia a prendere il sole e a nuotare. In Zimbabwe il Natale, chiamato Kisimusi, conserva la tradizione dei regali ai più piccoli e dei cenoni attorno ai quali si riuniscono le famiglie. Ma la grave crisi economica degli ultimi anni ha imposto digiuno e sacrifici per un Natale all’insegna dell’austerità.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della rivista Africa

Ultimo saluto a padre Pino (Bologna)

Ieri, giovedì 24 ottobre, si sono celebrate le esequie di padre Giuseppe (Pino) Bologna. La chiesa della parrocchia di San Vincenzo era gremita di fedeli, segno dell’affetto verso il defunto.

Ha presieduto il vescovo di Asti, attorniato da altri due vescovi e da una quarantina di sacerdoti e diaconi.

All’inizio della santa messa sono stati letti vari tributi a padre Bologna. Pubblichiamo qui di seguito quello dei giovani del coro che ha animato la liturgia funebre.

Caro Padre Bologna,

Ti abbiamo conosciuto come il missionario che ha dedicato la sua vita al Congo, vivendo tra la povertà e la guerra, e che se avesse potuto sarebbe rimasto fino alla morte nella sua amata Africa...

Sei arrivato tra di noi semplicemente come “il nuovo prete che avrebbe detto Messa” e te ne sei andato come parte integrante del Torrazzo. Ti sei sempre definito il Parroco della Santa Croce e il Torrazzo ne è onorato. In questi anni abbiamo avuto l’onore di conoscerti come l’uomo di infinita cultura, mai stanco di apprendere, come l’uomo semplice in grado di apprezzare ogni piccolo gesto, come l’uomo amante della cucina e della compagnia, come l’uomo pieno di fede e come il pastore sapiente della sua comunità.

Il Torrazzo non può che ringraziarti di tutto l’amore che hai seminato, di tutto il lavoro che hai svolto, di tutta la pazienza che hai avuto e di tutta la fiducia che hai riposto in noi.

In questi anni con la tua semplicità ci hai insegnato il valore dell’amicizia, della collaborazione e della preghiera dimostrandoci che ogni comunità, piccola o grande che sia, ha un valore intrinseco che deve custodire e coltivare.

In ogni parte della Santa Croce c’è un segno tangibile del tuo passaggio, nei chierichetti, in ogni giovane che tu hai chiamato affettuosamente “canaglione”, nel coro, nella comunità che si è formata e in ogni borghigiano che oggi è qui con le lacrime agli occhi per darti un ultimo saluto. Siamo certi che continuerai ad accompagnare la nostra comunità e vivere in ogni nostro pensiero, ricordo, festa e preghiera.

Caro padre Bologna oggi il Torrazzo ti porge il suo saluto con un groppo alla gola, con un’infinita tristezza nel cuore e la consapevolezza che hai lasciato un vuoto incolmabile, ma con la felicità degli anni condivisi, con gli insegnamenti che ci hai donato e un’eterna riconoscenza.

GRAZIE E BUON VIAGGIO  

Padre Giuseppe Bologna R.I.P.

1931-2019

Si è spento stamattina, 22 ottobre, all’età di 88 anni, padre Giuseppe Bologna, Missionario d’Africa

Nato ad Agliano, in provincia di Asti, fu ordinato sacerdote diocesano nel 1955. Dopo alcuni anni come professore e vicerettore in seminario e un’esperienza pastorale a San Damiano d’Asti e Villanova, nel 1964 entra nel noviziato dei Padri Bianchi a Gap, in Francia e l’anno dopo parte per Bukavu, in quello che era allora chiamato Zaire. Nel 1967 pronuncia il suo giuramento perpetuo che lo lega ai Padri Bianchi e all’Africa per il resto della sua vita.

Grazie anche alla sua previa esperienza in diocesi, qualche anno dopo, nel 1970, è scelto come parroco della cattedrale di Kasongo e un anno più tardi diventa il segretario del vescovo. Anni più tardi verrà eletto come vice-regionale della zona di Kasongo. Nel giugno del 91 rientra in Italia per dare una mano alle attività dei Padri bianchi in patria e si trasferisce nella comunità di Treviglio dove è scelto come superiore. Negli anni della sua permanenza trevigliese ha modo di farsi conoscere ed amare da tante persone che lo stimano. Un anno gli viene chiesto di predicare la novena delle Madonne delle lacrime e nel 1994, per qualche mese, si occupa della parrocchia del Conventino nei mesi in cui la presidenza della comunità è sguarnita, in attesa del nuovo parroco.

Nel giugno del 1995 padre Giuseppe ritorna nella zona sud-orientale dello Zaire dove rimarrà fino al 2004, quando il Paese avrà di nuovo cambiato nome diventando la Repubblica democratica del Congo. Una volta rientrato in Italia padre Giuseppe chiede e ottiene di tornare nei suoi luoghi di origine ed è attivo nelle parrocchie di Costigliole e San Damiano d’Asti.

Dopo una breve malattia che lo vede ricoverato nell’ospedale e poi nell’hospice di Nizza Monferrato (AT) il Signore lo chiama a sé nelle prime ore del 22 ottobre. Il funerale sarà celebrato a San Damiano d’Asti giovedì 24.

41° raduno Ex Allievi dei Padri Bianchi

Il nostro raduno annuale è già arrivato alla sua quarantunesima edizione! Sembra ieri, eppure di anni ne sono passati tanti. Come sempre la data è quella dell’ultima domenica di settembre e così ieri, domenica 29,  cii siamo ritrovati noi tutti ex seminaristi dello “zoccolo duro”, quelli che credono nell’amicizia e amano incontrare i Padri loro ex insegnati che sono stati loro maestri di vita. Il gruppo si è assottigliato negli anni ma non è ancora scomparso.

Una svista tecnica non ci ha fatto incontrare a Castelfranco come programmato bensì a Treviglio. È stato però deciso che per i prossimi 2 anni, per pareggiare i conti, sarà proprio la cittadina trevigiana ad ospitare il raduno.

L’inizio dell’incontro è stato preceduto dalle dimissioni dell’attuale presidente che ben volentieri, dopo tanti anni al timone, cede l’incarico a Leopoldo Bottero con l’approvazione unanime dell’assemblea .

Il nuovo presidente Leopoldo Bottero , in piedi e padre Luigi Lazzarato primo a destra

La riflessione del giorno introdotta da padre Luigi Lazzarato e tenuta da Leopoldo Bottero, dal titolo Riflessioni sui Migranti dall’Africa all’Italia era in sintonia con la giornata della Chiesa dedicata appunto migranti .

Sono state snocciolate statistiche, fatte considerazioni pro e contro il flusso migratorio, (forse un po’, per chi è attento all’argomento , ripetitive) che hanno coinvolto tutti i presenti che hanno mostrato molto interesse  anche perché hanno riassunto in poco tempo quello che viene diluito in trasmissioni fiume.

La S. Messa concelebrata dai padri Luigi Lazzarato e Giovanni Castagna secondo le intenzioni del Papa ha contribuito ulteriormente ad approfondire il tema della giornata che si è conclusa con un  pranzo conviviale.

Agostino Rizzi

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