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I primi 150 anni dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi)

Con una Messa solenne domenica 25 novembre  alle 18.30  nella basilica di San Martino presieduta dal vescovo Richard Baawobr, ghanese,  la comunità dei Padri Bianchi di Treviglio aprirà  le celebrazioni dei 150 anni di fondazione del loro istituto, nato in terra africana, in Algeria. Alcune intuizioni e iniziative del fondatore, Charles Lavigerie, come il dialogo con l’Islam e la campagna contro la tratta degli esseri umani in Africa, conservano intatta  la propria attualità a 150 anni di distanza.

di Claudio Zuccala

Quest’anno i Missionari d’Africa, insieme al ramo femminile delle Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa (Suore Bianche) celebrano una tappa importante della loro storia. Infatti il 18 ottobre del 1868 si apriva ad Algeri il primo noviziato della Società dei Missionari di Nostra Signora d’Africa. Una decina di aspiranti vennero affidati a un padre gesuita, coadiuvato da un altro religioso. Le suore saranno fondate l’anno successivo.

Cardinale Charles Lavigerie

Le direttive del fondatore, il francese Charles  Lavigerie (1825-1892), arcivescovo di Algeri da poco più di un anno,  sono precise e rivelano già lo spirito che egli intende dare alla nascente istituzione: i futuri missionari devono ad ogni costo parlare l’arabo; adottare il vestito bianco della regione — di qui il soprannome di «Padri Bianchi»  —, un copricapo rosso e un rosario al collo; avere frequenti contatti con la gente del posto; alternare lo studio e la preghiera al lavoro manuale. Un programma impegnativo ma proprio per questo affascinante per la gioventù che, allora come oggi, è attratta da grandi ideali e dall’eroismo necessario a  realizzarli.

Lavigerie non intende creare una spiritualità originale: vuole formare degli apostoli e fa riferimento alle grandi linee dello spirito, eminentemente apostolico, di sant’lgnazio di Loyola, memore anche degli insegnamenti del suo direttore spirituale, un altro gesuita.

Le prime Costituzioni verranno riviste, corrette, rifatte ripetutamente. Con il contributo dei primi missionari saranno abbandonati alcuni aspetti più tipici degli istituti religiosi per accentuare, invece, il carattere missionario della Società, corrispondente alla sua natura di «Istituto missionario di sacerdoti secolari e fratelli [laici consacrati], viventi in comunità e dedicati alla missione in Africa da un giuramento a vita ». La missione e la comunità saranno i due elementi fondamentali della famiglia apostolica di Lavigerie che ancora oggi ne rappresentano l’essenza.

Gli inizi

Carovana in partenza per i Grandi Laghi. 1887

La Società dei missionari d’Africa è creata per rispondere a delle emergenze presenti in terra algerina e le prime opere sono orfanatrofi, dispensari e scuole rurali. L’arcivescovo di Algeri però vede più in grande. Sono gli anni in cui gli esploratori europei “scoprono” il cuore dell’Africa rimasto fino allora praticamente chiuso a qualsiasi tipo di penetrazione e Lavigerie è sempre più convinto che l’Algeria è una grande finestra che si affaccia su un enorme continente di 200 milioni di anime che non conoscono il Vangelo di Cristo

A soli otto anni dalla fondazione, una prima carovana di tre missionari si addentra nel Sahara per raggiungere Timbuctù (Mali). Non arriveranno mai alla meta perché saranno massacrati dalle loro guide tuareg. Due anni più tardi, nel 1888, una carovana ben più numerosa arriva a Bagamoyo, nell’attuale Tanzania. Da qui partono per i laghi Tanganica e Vittoria. Giungeranno a destinazione dopo mesi di marce estenuanti e getteranno le due teste di ponte da cui si svilupperanno cristianità fiorenti.

Caratteristiche

Per il tipo di attività che si prefiggeva e per la sua indole particolare, Lavigerie aveva bisogno di un gruppo di uomini ben addestrato, gerarchicamente strutturato e costantemente pronto all’azione. Lo zelo apostolico, l’obbedienza e un forte spirito di appartenenza e solidarietà col gruppo (esprit de corps) sono i perni su cui ruota l’organizzazione della nuova società missionaria. In missione è richiesta una stretta aderenza alla vita comunitaria (almeno tre confratelli in ogni fondazione), garanzia di sostegno umano e spirituale e di lavoro di gruppo. L’evangelizzazione deve partire dalla preghiera e dall’esempio dato con la propria vita e avvalersi dello studio e conoscenza della storia, della lingua e degli usi e costumi locali. È imperativo fondare la chiesa locale e la risposta in certi casi sarà così rapida che in pochi anni si penserà a costruire seminari e alla formazione del futuro clero africano.

Internazionalità

Quando Charles Lavigerie muore nel 1892 i Padri Bianchi sono 278 di 5 nazionalità e lavorano in 6 Stati africani. Oggi i membri della Società sono 1210 di 36 nazionalità e presenti in 42 Paesi diversi. Così l’internazionalità del nostro istituto missionario, caratteristica fortemente voluta dal fondatore fin dall’inizio per mostrare l’universalità della Chiesa in un periodo in cui gli stati europei erano profondamente divisi e sospettosi gli uni degli altri, non solo si è mantenuta e sviluppata ma è diventata una vera e propria testimonianza e scelta di vita, soprattutto in tempi in cui i nazionalismi e i muri sembrano tornati di moda.

I Padri Bianchi in Italia

Le visite del Lavigerie ai vescovi e ai seminari della Sicilia alla ricerca di personale per la sua diocesi suscitano nel 1888 l’adesione del primo padre bianco italiano,  il catanese Santo Tomaselli. Il secondo, Angelo Gramaglia, proveniva dalla parte opposta d’Italia, il Piemonte. Il seme aveva cominciato a germogliare e negli anni seguenti vennero aperte case a Parella (TO) nel 1921 e a Catania nel 1927.

Con l’apertura della casa provinciale a Milano nel 1948 inizia l’opera di consolidamento delle opere dei Padri Bianchi nell’Italia settentrionale. Nel 1953 il seminario di Treviglio apriva le sue porte agli studenti delle medie e del ginnasio. È da quella data che i Padri Bianchi si insediano a Treviglio e la loro presenza e testimonianza si incrociano con quella della Chiesa e della comunità locale e gettano le basi per un fecondo  scambio reciproco.

Il gruppo dei Padri Bianchi italiani rimane sempre abbastanza modesto in termini numerici, forse per la presenza sul territorio nazionale di Istituti che a differenza del nostro, qui sono nati e cresciuti (Comboniani, Saveriani, Consolata e PIME). Inoltre le ordinazioni diminuiscono fino a cessare agli inizi degli anni ’90.  Le comunità si riducono a due (l’altra a Castelfranco Veneto -TV) e l’età media si alza vistosamente. Forse il ramo italiano è destinato a seccare ma il tronco non sembra aver perso vigore: l’anno scorso una quarantina di nuovi Missionari d’Africa hanno prestato giuramento. Quasi tutti provengono dall’Africa.

Sguardo sul futuro

A un secolo e mezzo di  distanza dagli inizi viviamo nell’epoca del cambiamento. Completamente diversa è la situazione dell’Africa, trasformata la Chiesa dopo il Concilio, la stabilità dell’epoca coloniale soppiantata dalla società liquida, una nuova teologia della missione viene costantemente rielaborata…

Dentro questi nuovi orizzonti, che senso ha il nostro ruolo oggi? Rispondendo a questa domanda i Padri Bianchi del terzo millennio hanno individuato alcuni punti fondamentali per la loro esistenza e missione che affondano le loro radici nel carisma e nella storia della Società. Tra essi menzioniamo l’insistenza sulla vita di comunità come segno immediato e a volte scomodo, il servizio alle Chiese africane, l’impegno mai cessato nel dialogo sincero e profondo con l’Islam e con le religioni tradizionali dell’Africa, la collaborazione con le Chiese orientali, l’impegno per la giustizia e la pace, soprattutto nella lotta contro le moderne forme di sfruttamento e schiavitù, l’apertura al mondo africano che ormai ha travalicato le frontiere geografiche.

Molto è stato fatto; ancor di più resta da fare. Una cosa è certa: la missione continua!

 

Chi è il vescovo Richard Baawobr

Monsignor Richard Kuuia Baawobr è nato il 21 giugno 1959 in Ghana, nella diocesi di Wa ed ha prestato giuramento Padri Bianchi nel 1986. Ordinato sacerdote un anno dopo, è stato scelto come Superiore generale dei Missionari d’Africa nel 2010. A lui è toccato l’onore di essere il primo Africano a ricoprire questo incarico,

Nel 2016 papa Francesco lo ha nominato come vescovo della sua diocesi natia.

Appuntamenti a Treviglio

Sabato 24, ore 20,30, conferenza nella chiesa del Conventino.

Tema: Guardando al passato con gratitudine e pensando una missione senza confini

Domenica 25, ore 18,30 celebrazione eucaristica in basilica.

Lunedì 26: incontro con il clero, personale missionario e religioso presso i Padri Bianchi

INCONTRO EX ALLIEVI

Caos in Libia

Caos in Libia: a Salvini non ne va una dritta


Ho visto e non posso tacere

È questo il titolo dell’ultima fatica (letteraria) di padre Giuseppe (Pino) Locati. Nelle 408 pagine di questo libro racconta i quattro anni vissuti con 170mila profughi interni nel Congo orientale, sconvolto da una lunga guerra  causata paradossalmente dalle enormi ricchezze minerarie di quell’angolo dell’ex colonia belga, dall’avidità dei regimi congolesi (da Mobutu a Kabila), dalla cupidigia degli Stati vicini, dall’avidità di potenze e Stati sovrani esteri. Non ha confine politico né limite geografico lo sfruttamento dei preziosi “minerali di sangue”. Sette milioni i morti dovuti a questa guerra. Un’immane tragedia che il missionario ha vissuto di persona negli accampamenti degli sfollati attorno alla città di Goma.

Per maggiori informazioni: https://www.mondadoristore.it/Ho-visto-e-non-posso-tacere-Giuseppe-Locati/eai978889921951/

Ricordiamo per inciso l’impegno di padre Pino contro la tratta delle donne africane nel nostro Paese,  in particolare il suo ministero sulle strade della Lombardia.

Chi fosse interessato può seguirlo sulla sua pagina facebook : https://www.facebook.com/giuseppe.locati.3

scoprire le finalità della Onlus Alleperiferie :

https://www.facebook.com/giuseppe.locati.3/posts/284000068830358

e leggere gli articoli sulla tratta pubblicati sul sito della Onlus https://sites.google.com/view/alleperiferie

 

 

Tanzania, mon amour

Padre Guido Fabbri, classe 1931, si recherà in Tanzania da luglio a ottobre e, come ogni anno, si trasformerà in architetto, ingegnere e capo cantiere per le costruzioni necessarie per ingrandire l’ospedale e costruire una casetta per i futuri volontari.

Bukondamoyo, Tanzania  settentrionale. È  qui che padre Guido Fabbri, missionario d’Africa classe 1931, da cinque anni dirige la costruzione dell’ospedale “Matumaini”(Speranza). È stata Salome, suora tanzaniana , medico chirurgo, che anni fa gli rivolse questo appello: “Padre costruiscimi un piccolo ospedale perché vi possa curare gli ammalati con professionalità, onestà e amore”. E lui di rimando: “A una condizione: che tu preghi perché al momento non ho un soldo”.
Oggi i padiglioni ultimati sono cinque. Il personale curante è locale: medici e infermieri curano ammalati, assistono le partorienti, vaccinano i bambini, e in pediatria si cerca di far crescere i bimbi sani e robusti.

Ecco nelle parole di padre Guazzati il racconto della sua storia d’amore con la Tanzania:

“Vi arrivai la prima volta a metà ottobre del 1998 dopo essere stato  in Burundi e in Congo-Zaire.
Iboja è il nome della missione che mi fu assegnata. Da Iboja transitarono i primi missionari  che raggiunsero i Grandi Laghi africani. Qui fecero sosta  venendo, a piedi, dall’oceano indiano, per poi continuare fino al lago Mwanza, e quindi in piroga raggiungere l’Uganda dopo un mese di navigazione.

Appena arrivato inizio ad esplorare i dintorni e mi infilo in un sentiero che va al pozzo dove una bambina sta attingendo acqua pulita. “Voglio vedere- gli dissi, come riuscirai a portare con due mani i tre bidoni che stai riempiendo”. “Guarda!- mi dice”. Il primo bidone se lo mette sulla testa. Uno lo afferra con la destra e l’altro con la sinistra, poi mi guarda e sorridendo aggiunge: “Però se tu ne prendi uno e mi accompagni fino a casa, farò meno fatica”.

La missione è un vasto territorio posto sull’altopiano centrale del Tanzania. Si presenta come un susseguirsi di crateri di vulcani spenti.  Al margine dei crateri sorgono i paesini e nei bassifondi vi sono  le risaie. I paesi sono più di un centinaio. Non c’è traccia di strada per raggiungerli, solo piste non sempre percorribili. Gli abitanti sono circa 200 mila di cui  20 mila battezzati. 
Due chiese sono costruite in mattoni e le altre 105 sono in legno con tetto in paglia. Molti paesi non hanno la scuola  elementare e non vi è nessuna scuola superiore.

C’è grande entusiasmo ogni qualvolta abbiamo deciso di iniziare la costruzione di una chiesa o di una scuola. Grande gioia e riconoscenza quando vedono i loro sogni realizzati, le nuove chiese riempirsi e le scuole aumentare. Al momento abbiamo in cantiere due chiese, una scuola e l’ospedale.

A metà luglio andrò a sedermi sotto il grande mango. È qui che si riunisce la comunità. Chiederò: “Con le vostre forze che cosa potete fare per i vostri bimbi”?E vedrò se posso intervenire per realizzare il loro progetto: un posto a scuola a per tutti i bimbi.

Oggi nella aule già costruite con il nostro finanziamento sono circa 3 mila i bimbi che le frequentano o nella scuola materna o nella elementare o nel liceo. È molto bello ma è ancora poco. Al Buon Dio ho detto: “Fammi morire quando tutti i bimbi andranno a scuola”. 

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