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Via crucis infinita dall’Africa all’Italia

In questo articolo padre Pino Locati ritorna sulle cause  e i fattori vicini e lontani che aiutano a capire ciò che sta dietro alla tratta delle giovani donne (in particolare le africane) costrette a prostituirsi sulle nostre strade

In questi giorni ho potuto incontrare sulle strade una ragazza del Ghana e un’altra del Togo: mi pare chiaro allora che il traffico delle donne africane da qualche tempo in qua non riguarda più solamente la Nigeria ma anche diversi Stati dell’Africa Occidentale e probabilmente anche del Corno d’Africa. Tutte queste ragazze sono comunque prima trattenute in Libia, nei centri di detenzione o più facilmente nei bordelli libici dove sono avviate alla prostituzione che poi eserciteranno sulle strade o nei motel europei. Non restano meno di un mese in libia, talvolta anche diversi mesi e perfino di più secondo le circostanze dei pagamenti per essere liberate e mandate in Italia.

Quanto le ragazze sperimentano in Libia, stranamente è reperibile anche nei centri italiani di accoglienza dello Stato (i CARA: centri di accoglienza per richiedenti asilo) o delle cooperative privare (i CAS: centri di accoglienza straordinaria). Figure losche si aggirano in questi centri per convogliare le ragazze a prostituirsi e a scappare via dai centri. Il racket è in contatto con queste ragazze attraverso una rete di mediatori corrotti, fornendo numeri telefonici e telefonini. Sono ragazze impaurite, traumatizzate da decine di violenze sessuali, percosse e minacce subite dai loro torturatori e carnefici durante i viaggi nei deserti per raggiunger la libia e nella Libia stessa. Spesso sono anche analfabete, balbettano appena l’inglese, non conoscono nessuna parola in italiano, sono completamente disorientate e spaesate in Italia ed è proprio in quelle situazioni di panico estremo che il racket getta le sue reti ingannatrici.

Una possibile categoria di ragazze trafficate: le ragazze provengono quasi tutte dal sud della Nigeria, più specialmente dalla regione di Benin-City e dal Delta del fiume Niger.

  1. ragazze orfane;
  2. ragazze vittime di violenza (anche sessuale) all’interno della famiglia tribale;
  3. ragazze che scappano da matrimoni forzati con uomini che hanno tre e quattro volte di più la loro età;
  4. ragazze che fuggono dalle mutilazioni genitali femminili e dalle infibulazioni
  5. ragazze senza alcuna lavoro specifico come sostentamento e con desiderio di essere autonome nella vita con proprie risorse economiche;

In questi contesti di estremo degrado sociale (non dimentichiamo che in Nigeria 150 milioni di persone vivono con 2 dollari al giorno!), le ragazze guardano all’Europa e all’Italia come all’eldorado, il paese dell’oro e del guadagno facile! È molto facile per i reclutatori ingannare queste giovani e indurle, pagando loro il viaggio, a lasciare i villaggi e partire in Europa a rischio della loro vita attraversando il deserto del Sahara e il Mediterraneo (il 10% delle ragazze muore durante il viaggio). Arrivate poi nell’eldorado, le ragazze saranno costrette a  prostituirsi per restituire il debito corrispondente all’equivalente di una somma dieci o venti volte maggiore di quanto è costato realmente il viaggio. Anche nei campi profughi dovuti alla guerra con Boko Haram (nord della Nigeria), possono essere reclutate ragazze che disperate per le loro condizioni di vita, accettano il rischio di partire per l’estero.

Le madame stabilmente residenti in Italia si recano periodicamente in Nigeria per adescare le ragazze. Prendono contatti con i trafficanti e tra questi, qualcuno accompagnerà le ragazze fino in Libia. L’ uomo fa da mediatore con la polizia di frontiera (nei territori a prevalenza musulmana non possono essere le donne a svolgere questa funzione). Le madame pagano il trafficante nigeriano per portare le ragazze fino a Tripoli e farle imbarcare alla volta dell’Italia. Trovati gli accordi, la madame torna in Italia in aereo mentre il trafficante intraprende il viaggio verso le coste libiche.

Altre volte invece sono i trafficanti stessi (mafia nigeriana) che reclutano le ragazze scortandole poi fino in Libia  dove le costringono a prostituirsi  per pagare il “debito” del trasporto, accumulato negli spostamenti. Talvolta sono i trafficanti nigeriani a gestire le case di prostituzione a Tripoli. Quindi contattano le madame in Italia per proporre l’affare. Così dopo un periodo di sfruttamento in Libia, se le madame vogliono le ragazze ed inviano il denaro concordato tramite Western Union (l’80% del denaro mandato in Africa tramite la Western viene dai trafficanti degli esseri umani). Ricevuto il denaro, i trafficanti  imbarcano  le ragazze  alla volta dell’Italia

Categoria di trafficanti nigeriani:

  1. Gestori delle case di passaggio, in cui le donne sono alloggiate nelle varie tappe del viaggio attraverso Nigeria, Niger, Libia (bordelli).
  2. Autisti assoldati dai trafficanti alla guida dei veicoli: camion stracarichi di taniche con acqua, grossi sacchi riempiti di tutto al massimo, viaggiatori appesi come frutti ai rami degli alberi; pik-up debordanti di persone. Le ragazze i migranti, stipati sempre all’inverosimile e spesso soggetti a stupri, percosse, umiliazioni, o perfino abbandonati nel deserto, percorrono la distanza che li separa dalla Libia (3.700 km dalla Nigeria alle coste libiche). Il numero delle persone che muoiono nel deserto per svariati motivi (inedia, disidratazione, fame, malattie, abbandoni, incidenti di vario genere) è maggiore di quelle che muoiono nelle acque del Mediterraneo. Le ONG stimano a più di 100.000 le persone che lasciano la vita nel deserto.
  3. Sfruttatori delle case chiuse di Tripoli e dintorni, che costringono per mesi le ragazze alla prostituzione, usando violenze fisiche (con catene e oggetti contundenti: bastoni, canne di ferro, cinture), psicologiche, sessuali, sequestri e torture, nel caso in cui le donne si ribellino.
  4. Intermediari nei passaggi alla frontiera e per i contatti con le reti nigeriane presenti stabilmente in Italia.

Durante tutto il viaggio si alternano tratti percorsi nei veicoli e tratti percorsi a piedi. Spesso accade nel deserto libico che le ragazze vengano catturate dalla polizia o da bande di terroristi-beduini: le ragazze allora sono rinchiuse nei centri di detenzione per immigrati illegali o negli accampamenti dei beduini da dove, dopo pagamento di elevate somme di denaro in dollari per essere liberate, sono rimandate nelle mani dei trafficanti.

I centri libici di detenzione sono stanzoni sovraffollati e fatiscenti in cui le donne dormono per terra, ricevono come pasto pane secco, fagioli e acqua per due volte al giorno, e sono tenute sotto controllo da poliziotte che le picchiano con manganelli (il nazismo insegna!). Gli stupri sono pratica comune. Le donne nelle prigioni sono sottoposte a maltrattamenti da parte delle guardie penitenziarie e chiuse a chiave nelle celle: sono considerate migranti illegali o clandestine perché la Libia non riconosce la convenzione di Ginevra del 1951 che tratta e riconosce i diritti dei rifugiati.

 

Pino Locati m. afr.

News dal Sudafrica

Padre Luigi Morell si trova da anni nella regione del KwaZulu-Natal nella repubblica sudafricana. Tra i suoi compiti principali la formazione dei nostri candidati e l’insegnamento. 

Il 15 dicembre c’é stato il giuramento di 18 candidati. Il nostro confratello vescovo, Jan de Groef, era presente con padre Didier Sawadogo, membro del Consiglio generale. Il giorno seguente la cerimonia del diaconato nella parrocchia di St Vincent’s KwaMpumuza, gestita dai confratelli.

Ha presenziato il cardinal Napier,  vescovo di Durban, la diocesi in cui abbiamo la nostra casa di formazione e la comunità che lavora in parrocchia. Insieme ai nostri confratelli sono stati ordinati diaconi anche due domenicani. La sera grigliata a casa!

Al giuramento era presente una giovane, Pearl Nzuza, studente di teologia e che verrà ordinata sacerdote nella chiesa anglicana. La foto a fianco la ritrae con me e Sila Nsabimana, nativo del Burundi, uno dei nuovi padri bianchi.

Nella zona gestiamo due parrocchie nelle zone rurali di  Pietermaritzburg, capoluogo della provincia del KwaZulu-Natal. I nostri confratelli lavorano nelle townships dove lo Zulu è la lingua veicolare.

Un giovane confratello, p. Konrad Millanzi, (foto sopra il titolo), tanzaniano, ordinato l’anno scorso, fa parte della equipe in queste due parrocchie.

 

Aspettando la Pasqua a Kinshasa

Padre Alberto Rovelli è a Kinshasa, la capitale della R.D.Congo, da qualche settimana.  Avrebbe voluto mandare questo suo contributo prima della Quaresima ma , come scrive testualmente, “siamo (senza internet) da due settimane a causa di un fulmine che ci ha messo fuori gioco il modem … tra il tempo di scoprire il danno e il tempo di trovare un altro modem ci sono voluti quindici giorni!” 

 

Padre Alberto a Bukavu alcuni giorni prima della sua partenza per Kinshasa

Dal 14 gennaio mi trovo a Kinshasa nel Centro di formazione per aspiranti missionari d’Africa: ci sono 33 giovani pieni di entusiasmo, basta vederli sul campo di calcio o quando innaffiano l’orto.

I miei confratelli, affidandomi l’incarico di coordinare il lavoro manuale, mi hanno fatto un bel regalo: senza voler strafare cerco di tenere l’orto pulito dalle erbacce e soprattutto dai rifiuti plastici; cerco di comunicare ai giovani questa attenzione ecologica spiegando che se non ci difendiamo da questi rifiuti li avremo come veleni nel piatto.

La mia giornata è suddivisa così: al mattino presto sono in cappella con i confratelli e i giovani; dopo colazione i  giovani sono all’Università; io vado nell’orto fino a mezzogiorno e certi giorni si suda! Sono felice di dare una mano per rinnovare la piantagione di manioca, a pulire le gabbie dei conigli o riempire le concimaie con rifiuti organici e erbe di ogni tipo. Dopo pranzo, e dopo la siesta sono in ufficio.

Oggi abbiamo iniziato la quaresima e mi sono chiesto: “Che tipo di Quaresima sarà la mia quest’anno? La croce, tracciata sulla  mia fronte con l’imposizione delle ceneri, mi invita a non barare con la vita,  con gli impegni di ogni giorno, soprattutto a non abbassare il livello di guardia, a non dare ascolto allo scoraggiamento di fronte alle lentezze nel processo di pace per il Congo e per altre guerre ma ad essere un piccolo segno di speranza, perché la croce è solo una  tappa, obbligatoria, che ci prepara a vivere con Gesù la sua vittoria di Pasqua.

L’altro giorno ho ricevuto un incoraggiamento dai seminaristi. In comunità ci siamo chiesti cosa vogliamo togliere alla nostra mensa per fare della Quaresima una piccola condivisione con i più poveri. Abbiamo un menu semplice, però buono: un piatto unico che fa da primo e da secondo e di tanto in tanto un frutto, eppure siamo riusciti a togliere dalla nostra tavola il valore di quasi 500 euro.

Non è molto, non risolveremo il problema della fame, ma questi giovani erano felici di privarsi di qualche cosa.

I giovani esperimentano un’allegria profonda  quando fanno scelte belle, condivise dal Signore; questo è un anticipo piccolo e non ancora definitivo, della gioia di Pasqua: la vittoria di Gesù sul male e la morte.

Con questo auguro a tutti buona  Quaresima per fare buona Pasqua e risorgere con Gesù. Vi auguro di incontrarlo nei sacramenti e nella comunità  cristiana dove viviamo. Avremo la conferma che vivere una vita buona, sobria, attenta agli altri più che a noi stessi è un’ottima alternativa al vivere sempre in ansia per non riuscire a consumare/possedere le ultime novità dei centri commerciali.

Tantissimi auguri. Alberto

Padre Gaetano Scremin (1942-2018) R.I.P.

Sabato 24 settembre, dopo lunga malattia, ci ha lasciato padre Gaetano Scremin. Era da tempo residente nella casa  per anziani della Fondazione Marzotto a Valdagno (VI), paese che gli aveva dato i natali il 13 marzo 1942.

Dopo gli anni di formazione con i Padri Bianchi (medie e ginnasio a Treviglio, liceo a Parella, noviziato a Gap, in Francia, e teologia a Héverlé, in Belgio), padre  Gaetano venne ordinato sacerdote a Cornedo (VI) nel 1969.

Ha svolto il suo impegno missionario, a parte alcuni brevi soggiorni in Ruanda, Tunisia e Algeria, soprattutto in Italia.

Da sempre interessato all’Islam e al dialogo tra Cristiani e Musulmani si è impegnato a fondo in questo ambito nelle varie realtà parrocchiali e nei gruppi con cui ha lavorato.

Le esequie saranno celebrate a Novale (VI) mercoledì 28 alle 15.30

Padre Mattedi 92 anni oggi, prega e digiuna per Congo e Sud Sudan

Bolzanino di nascita, torinese di adozione, dopo la formazione in Italia e Tunisia, padre Giuseppe Mattedi lavora al seminario minore di Treviglio e poi è inviato in Ruanda. Lì rimane 25 anni e, dopo un breve rientro in Italia, vi ritorna nel 1991. Nel 1994, anno del genocidio, è costretto a lasciare il Paese, ma va ad assistere i rifugiati in Tanzania e Burundi. Nel 1997 torna però in Ruanda dove rimane fino al 2006 quando rientra definitivamente in Italia.

Oggi, come richiesto dal Santo Padre Papa Francesco, aderisce alla giornata di preghiera e digiuno per la pace nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan.

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