La comunità dei Padri Bianchi di Treviglio annuncia la triste notizia della morte del confratello Vittorio, avvenuta all’alba di domenica 5 giugno nella RSA Matri di Urgnano (BG) dove si trovava da alcuni mesi.

Padre Bonfanti ha prestato giuramento nella società dei Padri Bianchi nel 1977 e da allora ha svolto il suo ministero missionario in Mali e in Italia.

Cliccare qui per l’articolo pubblicato su Prima Treviglio

Un uomo per tutte le stagioni: padre Vittorio Bonfanti

(19.09-1950 – 05.07-2026)

Vittorio bambino 

“Mio fratello Vittorio fin da bambino aveva il sorriso stampato sulle labbra. Qualunque fosse stata la sua situazione, anche di imprevisti con papà e mamma, lui era sempre sorridente. Abitavamo in un grande cortile. Eravamo cinque sorelle e un fratello e lui era il penultimo in famiglia. È chiaro allora che per noi tutti era il principino, consolato e coccolato dai genitori e dalle sorelle, il cuore della casa al quale tutto era permesso mentre a noi ragazze era richiesta una maggiore disciplina su noi stesse. Ne è un esempio la bicicletta che era il solo tra noi ad averla mentre noi le sorelle dovevamo sempre spostarci a piedi. Aveva cinque anni quando si è inoltrato nella sacrestia della chiesa parrocchiale e da quel giorno non ha mai rinunciato a vedere e frequentare i sacerdoti che celebravano le varie funzioni religiose. Quando il papà ottenne la pensione, allora accompagnò Vittorio (6 anni) e me a vedere il Duomo di Milano: là vide dalla piazza la statua della Madonnina sulla guglia maggiore del Duomo. Qualcuno gli aveva detto poi che dal campanile della chiesa parrocchiale del nostro paese (Vaprio d’Adda) si poteva vedere la Madonnina del Duomo di Milano). Spinto a soddisfare la propria curiosità, un giorno, di nascosto, salì tutte le scale del campanile e arrivò in cima ma la Madonnina era sparita dalla vista… Tornò giù ancora per le scale e nell’ultimo tratto volle aggrapparsi alla fune di una campana e si trovò quasi subito caduto sul pavimento. Tornò a casa quel giorno senza dire niente a nessuno ma il sacrestano passò dalla nonna che aveva il bar proprio all’entrata del cortile dove noi abitavamo, chiedendo notizie di Vittorio caduto dalla corda e con male alla schiena. Nostra mamma lo venne a sapere, strabuzzò gli occhi, si rimboccò le maniche e lasciò partire qualche buona sculacciata”. (Marilena, la sorella maggiore).

Giovane sacerdote

Entrò nel seminario dei Padri Bianchi a Treviglio nel 1961 e poi a Gargagnago (VR) dove ottenne la maturità magistrale. Fu il confratello Mattedi Giuseppe a scoprirlo e “pescarlo”. Vittorio proseguì i suoi studi di filosofia a Milano (Università del Sacro Cuore), fece il noviziato in Svizzera e la teologia in Canada e a Totteridge  (Londra), imparando correttamente le due lingue della nostra Società Apostolica. Fu ordinato sacerdote  a Treviglio il 17.09.1977. Partì lo stesso anno in Mali dove avrebbe vissuto venti anni di apostolato e servizio nelle comunità cristiane, alternando la presenza nel Mali con vari periodi in Italia: a Verona come formatore del primo ciclo dei nostri candidati (1985-1989), come direttore della rivista Africa (1989-1990), Delegato del Settore Italia (2011-2015) e in Sicilia per occuparsi dei migranti (2015-2021).

Nel Mali

Nella sua missione in Mali, “Vittorio era un uomo discreto, non mettendosi mai al centro dell’attenzione. Il suo essere missionario era più un fatto più di presenza che di parole, più di ascolto che di protagonismo”. Nella parrocchia di Notre-Dame de l’Épiphanie a Kolokani, dove ha prestato servizio dal 1997 al 2002, più che costruire opere, Vittorio costruiva legami. “Da parroco aveva promosso iniziative per i giovani, sostenuto vedove e orfani, accompagnato gruppi femminili nell’avvio di piccole attività economiche e incoraggiato progetti di sviluppo locale. Dava il suo tempo per “stare” con la gente.  Insegnava il bambara ai nuovi missionari, alle religiose e ai laici destinati al Sahel, con la convinzione che la missione inizi anzitutto dalla conoscenza della lingua locale” (Marco Trovato)

In Sicilia

Dopo l’amato Mali, l’esperienza a Modica – nella diocesi di Noto – con la comunità missionaria inter-congregazionale con cui si era fatto compagno di viaggio di tanti ragazzi migranti e disabili, e poi gli ultimi anni a Treviglio accanto ai confratelli anziani e sempre itinerante per il ministero e l’approccio dei migranti, quando fosse possibile. Ci ha così insegnato a stare vicino alle persone senza pensare a priori alla strutturazione di attività. Ci ha raccontato il tesoro che aveva trovato scegliendo di fare il missionario. Non aveva perso la speranza anche quando la salute ha vacillato e ci confidava, a un certo momento, che non ce la faceva proprio più e voleva solo andare incontro a Dio. Arrivato a Treviglio voleva prendersi cura dei confratelli anziani, anteponendo spesso la loro assistenza alla cura per se stesso. Nella scorsa primavera, era dispiaciuto proprio perché era costretto ad essere un assistito anziché poter aiutare i confratelli anziani e ammalati” (Salvo Garofalo).

L’uomo aperto all’universalità

Ho vissuto una decina di giorni con Vittorio a Modica in Sicilia per seguire una sessione di una settimana sulle migrazioni. Vittorio vi è rimasto cinque anni a servizio dei migranti provenienti dal Medio-Oriente, dal Nord-Africa, dall’Africa-Subsahariana, dall’Asia. Mi diceva che aveva nel suo cellulare il numero di ben 250 migranti. Vuol dire che aveva una relazione personale con tutti quei giovanotti, li conosceva uno ad uno, era disponibile ad ascoltarli e aiutarli nella ricerca di lavoro e nell’integrazione sociale. È stata la sua un’apertura ad extra, ovvero alle persone che non erano italiane. Ma c’è un altro aspetto non meno importante. Quando Vittorio venne a Treviglio nel 2021, dopo il Covid, si mise subito in contatto con la maggior parte dei sacerdoti del decanato di Treviglio, di Trezzo e parzialmente di Melzo, e con altri parroci in zone lontane per predicare ritiri spirituali o dare sessioni di formazione. È stata la sua un’apertura ad intra, ovvero all’interno della Chiesa italiana. È stato un uomo con vera capacità di accoglienza universale verso le persone, osando andare oltre la cultura, la religione, la nazionalità, il livello sociale delle singole persone.

L’uomo del sorriso

Il giovedì 7 agosto del 2025 è stato accompagnato per la prima volta all’ospedale Niguarda di Milano da un amico, in seguito alla terribile malattia che lo aveva colpito . Da allora le sorelle, alcuni suoi amici, il suo grande compagno di viaggio  nella vita, il siciliano Salvo, noi come confratelli, lo abbiamo accompagnato regolarmente ogni settimana al Niguarda prima e alla RSA Magri di Urgnano poi, per controlli, visite, trasfusioni di sangue, colloqui. Era rispettoso e signorile nel suo modo di entrare in relazione con le persone, con la voce sempre pacata, non invadente e autoritario, con lo sguardo che trafiggeva gli occhi del suo interlocutore, e sempre con il sorriso sulle labbra come affermava la sorella maggiore Marilena. È in questo senso che rileggendo le parole tratte da un testo di sant’Agostino e stampate dietro la sua immagine-ricordo, leggo: Non piangere se mi ami. Il tuo sorriso sia la mia pace, vorrei proprio riproporre quelle parole a tutti gli amici e i lettori/lettrici di questo mio scritto ma capovolgendo l’affermazione di sant’Agostino: Non piangete su di me, se mi amate; il mio sorriso nell’eternità di Dio in cielo sia ora per voi la vostra pace sulla terra! 

Giuseppe Locati M. Afr.