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GIORNATA MONDIALE CONTRO LA TRATTA DELLE PERSONE

Tratta: suor Bonetti su “Vita Pastorale”, serve “una forte presa di coscienza”

Il 90% dei “clienti” sono cattolici

Giuseppina Bakhita 1869-1947

“Purtroppo, ci sono ancora troppe comunità diocesane, parrocchiali e congregazione religiose che non si sono lasciate coinvolgere in questa iniziativa”.  Questo l’allarme lanciato  sul numero di febbraio di “Vita Pastorale”, da suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, responsabile Usmi dell’Ufficio tratta di persone, in occasione della terza Giornata mondiale contro la tratta delle persone, che si celebra oggi, 8 febbraio, memoria di santa Giuseppina Bakhita, schiava sudanese liberata e divenuta religiosa canossiana, canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Riferendosi al tema della Giornata di quest’anno – “Migrazione senza tratta. Sì alla libertà! No alla tratta!” – suor Bonetti fa notare come “si considerano i due fenomeni della tratta e delle migrazioni, con un’attenzione particolare alla sorte dei bambini, che sono la preda più ambita”. E conclude esprimendo un desiderio: “Possa la Giornata ecclesiale e mondiale contro la tratta di persone coinvolgere tutte le diocesi, parrocchie, congregazioni, scuole, associazioni e mass media, affinché ne scaturisca una forte presa di coscienza nel combattere e richiedere l’abolizione di tutte le forme di schiavitù odierne, con un accento sulla schiavitù sessuale molto visibile sulle nostre strade piene di giovani, donne immigrate e sfruttate. Terribile vergogna per un Paese che si dice civile e cristiano”.

La vita in fondo alla strada

Le chiamano “Suore Bianche” perché fondate dal card. Lavigerie, come i Padri Bianchi: sono le Suore missionarie di Nostra Signora d’Africa. Una di esse lavora a Nouadhibou (Mauritania) con i ragazzi di strada restituendo loro voglia di vivere.

Nouadhibou è la capitale economica della Mauritania. Molti giovani vivono in strada. Un mondo che alcuni hanno scelto, ma che altri hanno subito. Sono partiti dalle loro case in cerca di cibo o di soldi facili. Nessuno li ha trattenuti. Nessuno ha detto loro: «Torna». I genitori se ne vanno all’alba: il padre a pesca- re (quando rientrerà?), la madre al mercato, nella speranza di vendere qualche ortaggio o a mendicare o, se non trova nulla, a prostituirsi. Così i ragazzi lasciano il villaggio per andare in città. La loro casa diventa una carcassa d’auto o una piroga nel porto. È lì che li incontriamo, nelle nostre “ronde” notturne.

Nel mio lavoro presso l’Associazione dei bambini di strada ho affiancato e aiutato gli educatori. Questa esperienza ci ha insegnato che la scolarizzazione non serve senza un lavoro preliminare di ascolto. È in- dispensabile aiutarli prima a ritrova- re la fiducia in se stessi. Solo dopo possono tornare a scuola. Il cammino è lungo prima che ritrovino il gusto della vita sociale. Un cammino pie- no di difficoltà, ma di soddisfazioni. Penso al concerto di musica pop che
abbiamo organizzato grazie alla collaborazione di un cantante canadese. Che emozione vedere 18 ragazzi e 12 ragazze su un palco a suonare e ballare in abiti tradizionali. A sentirli è accorsa tutta la città, con il sindaco in testa. Alcuni ragazzi hanno reincontrato i genitori.

Gli educatori li hanno visti anche volteggiare senza complessi con gli acrobati di una scuola francese. E poi hanno dato loro fiducia prestando loro macchine fotografiche per realizzare un breve documentario. Alcuni l’hanno venduta o rotta, ma altri hanno scattato belle immagini. Uno di loro, scelto per essere il foto- grafo della troupe, ha fatto miracoli! Penso che ciò che conti veramente sia credere nella loro capacità di fare qualcosa di buono. Ma dobbiamo lasciarli venire a noi, accettando la loro violenza, le loro lacrime, le loro preoccupazioni. Dobbiamo mantenere le distanze, ma anche imparare a perdere tempo per stare loro vicini. E imparare a chiedere perdono, quando hai fatto o detto qualcosa che li ha feriti.

a cura di Laurence Huard e A. Goffinet

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