Tag: migranti

Comunicato del mondo missionario sul caso Aquarius

Sulla vicenda dei migranti a bordo della nave Aquarius si sono pronunciati la Conferenza degli istituti missionari italiani (CIMI), il Segretariato unitario di animazione missionaria (SUAM) e la Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della CIMI.

Clicca il link qui sotto per leggere il comunicato.

Aquarius: comunicato missionari

L’odissea dei migranti dell’Aquarius

In merito alla vicenda dei migranti a bordo della nave Aquarius segnaliamo questa posizione dei missionari Comboniani che ci sentiamo di condividere pienamente.

http://www.nigrizia.it/notizia/litalia-accolga-i-migranti-e-incalzi-leuropa/notizie

 

La vergogna libica

È di oggi l’articolo di Claudio Monici sul quotidiano Avvenire sullo scandalo di ciò che sta avvenendo in Libia. https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/occhi-chiusi-sui-migranti-in-libia-il-vero-scandalo  Malgrado l’evidenza di molteplici “pistole fumanti” segnalate più volte e la pubblicazione dei nomi dei “pistoleros”, poco, troppo poco, è stato fatto. Padre Pino Locati, completando la serie di articoli sul lungo e pericoloso viaggio compiuto dai migranti subsahariani per raggiungere le coste libiche, offre un visione d’insieme su questa situazione scandalosa

Libia, l’inferno dei migranti

di Pino Locati

Proseguendo il viaggio da Dirkou e venendo dal Niger, dopo aver superato il fortino di Madama, si prosegue la strada verso Sebha in Libia (Dirkou – Sebha, 1.141 km) che richiede alcuni giorni di percorso prima di essere raggiunta. Si attraversa la frontiera, si continua per Tajarthi e Taraghin (oasi nel deserto) e infine si giunge a Sebha da dove poi si riprenderà il viaggio verso Tripoli e la costa libica, a meno di essere incappati in bande di miliziani e guardie libiche. Le soste per dormire e mangiare da Dirkou a Sebha non sono frequenti. A Sebha (100.000 abitanti) sono disponibili delle case di transito. Questa è un’importante città della Libia centro-meridionale, capoluogo dell’omonimo distretto. Era la capitale della storica regione del Fezzan dove è nato Gheddafi. Data la sua posizione al centro del deserto libico, Sebha è stata fino al secolo scorso un importante centro di sosta e smistamento delle carovane che attraversavano il Sahara. Dagli anni Novanta è invece punto di transito per decine di migliaia di migranti sub-sahariani dell’Africa occidentale che attraversano clandestinamente il deserto del Sahara. Nel deserto sahariano dal Niger alla Libia non ci sono autostrade asfaltate, autogrill, alberghi: solo sabbia, polvere negli occhi, caldo rovente, arsura e fame. Questo è ciò che i migranti sub-sahariani devono affrontare pur di fuggire dalla miseria. Le ragazze, arrivate in Libia, cominciano a rendersi conto dei motivi per i quali sono state richieste.

Un paese nel caos

La Libia oggi è solo un paese apparentemente stabile. Il governo sostenuto dalle Nazioni Unite guidato da Fayez al-Serraj non regge l’urto del caos nazionale e di conseguenza non esistono istituzioni credibili, a livello nazionale come a livello locale, con cui dialogare. Unione Europea e Italia inondano la Libia di fondi per la cooperazione internazionale coprendo il vuoto politico e diplomatico che c’è nel paese, nella speranza che i soldi accelerino la fine della crisi ma il piano di cooperazione Italia-Libia procede con difficoltà e l’effetto potrebbe essere l’esatto contrario. La possibilità di indire elezioni a Tripoli passa da Khalifa Haftar, il generale ribelle che governa Bengasi a est della Libia, e dall’esecutivo appoggiato dalle Nazioni Unite guidato da Fayez al-Serraj che sono i due governi reali del paese. Se in Cirenaica, la Libia orientale, comanda Haftar, in Tripolitania, a ovest non ci sono padroni. Qui gli aiuti economici hanno accentuato situazioni di crisi e innescato conflitti a non finire. La caduta di Gheddafi ha aperto un vuoto di potere  incolmabile. L’effetto di richiamo che ha spinto negli ultimi due anni quasi 400 mila persone a prendere un barcone per raggiungere l’Italia è proprio l’anarchia che regna in Libia.

A Tripoli non è possibile siglare un accordo fra lo Stato e l’Unione europea sul modello di quello che Bruxelles ha firmato con la Turchia per chiudere la rotta balcanica. A Tripoli lo Stato non esiste. Però l’Europa in Libia ha già messo oltre 300 milioni di euro. Eunavfor Med, nota come Operazione Sophia, è la missione militare che l’Alto commissario agli Affari esteri della Commissione europea Federica Mogherini ha lanciato per fermare i trafficanti di esseri umani che dalla Libia portano i migranti sulle coste italiane. Nata nel 2015, la missione è stata prorogata fino alla fine del 2018. In questi tre anni, però, non è riuscita a interrompere la filiera che alimenta la tratta.

In Libia si continua a morire: soprattutto nei centri di detenzione e nel deserto. La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra del 1951 e quindi ogni migrante che entra in Libia è considerato un clandestino e messo in un centro di detenzione o in prigione, secondo il denaro che può pagare per uscirne. Chi ne approfitta davvero sono i padroni dei traffici della Libia.  Alcuni Centri di detenzione in libia: Gharyan, Sabratha, Zwara, Khoms, Garabulli, Tarek al Sika, Tarek al Matar e Tajoura, a Tripoli. Non tutte le ONG presenti in Libia partecipano ai bandi di concorso proposti dall’Italia per visitare e aiutare questi centri. I fondi italiani e europei concessi alla Libia sono molto criticati perché privilegiano progetti incentrati sulla sicurezza o sulla repressione, piuttosto che sullo sviluppo. A beneficiare del denaro europeo è soprattutto la Guardia costiera libica, la stessa che non è in grado di gestire la zona Sar (sorveglianza del mare) e che Amnesty International accusa di collusione con i trafficanti di uomini.

Vedi anche l’articolo pubblicato dal giornale Avvenire il 20 marzo scorso: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/torture-e-stupri-in-libia-lultima-accusa-dellonu

I signori del traffico di esseri umani

L’Italia sta investendo centinaia di milioni di euro senza riuscire nemmeno a scalfire la “cupola” dei trafficanti.  Colpire questa rete solo in mare è inutile, visto che parte dal Sud della Libia, il vero centro nevralgico del traffico. Da quelli che erano semplici gruppi isolati, ora le “cellule a conduzione familiare” del traffico di esseri umani si sono organizzate in assetti e strutture gerarchiche come le organizzazioni criminali. Ecco qualche nome:

  1. Esmail Aburazak, eritreo, è il trafficante più longevo. Da più di un decennio ha una rete di collaboratori tra Libia e Sudan. Ha agganci in tutto l’apparato di sicurezza libico. È “il re” dei trafficanti.
  2. Sabratha, città famosa come porto di partenza di molti migranti e a 74 km a ovest di Tripoli, è gestita dal clan dei Dabbashi che hanno ricevuto denaro dall’Italia per fermare i flussi migratori. Un altro pezzo grosso del traffico di esseri umani è Ahmed al Dabbashi. Sabratha è cosa sua. Secondo il Consiglio di sicurezza dell’Onu, fino al 2016 la sua brigata ha combattuto a fianco dell’Isis, ma ora è rivale dello Stato Islamico. In questa fase di anarchia, la famiglia Dabbashi è tra le più in vista del paese.
  3. Altro personaggio del gotha dei trafficanti è Mussab Abu Ghrein. Si tratta di un ricco uomo d’affari libico che si è dato al traffico di esseri umani, in particolare di chi viene dal Sudan, mentre la rotta dal Niger è appannaggio del suo “collega” al Dabbashi. Tutti questi personaggi sono liberi di lasciare il paese per viaggiare soprattutto nei paesi del Golfo (in particolare Dubai), dove depositano il loro denaro.
  4. Il capo della Guardia Costiera di Zawyia è Abd al-Rahman Milad, un trafficante di uomini. Altri Corpi di guardia costiera si trovano a Sabratha e Tripoli. Nessuna ha una “giurisdizione nazionale” e soprattutto ognuna di queste è legata a una preesistente milizia. È ufficialmente riconosciuto come capo della Guardia costiera cittadina, e per questo “degno” della formazione Ue. Eppure, lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo indica come trafficante di esseri umani.

La tratta degli esseri umani dall’Africa. Le prime tre tappe

Il passaggio della  frontiera tra Nigeria e Niger

Sono le stesse ragazze nigeriane a raccontare il viaggio nelle sue tappe attraverso la Nigeria e poi il Niger e più tardi il loro soggiorno in Libia. Le testimonianze sono raccolte dagli attivisti delle ONG antitratta. Qui ne faccio liberamente il riassunto e allargo gli orizzonti geografici  e culturali.

Pino Locati

 

  1. Kano: da Benin-City a Kano (si va dal sud al nord della Nigeria), vi sono 851 km, due giorni di viaggio o più secondo le condizioni della strada statale A2. Kano è la prima destinazione delle ragazze che sono state reclutate ed è la capitale amministrativa dell’omonimo stato e la maggiore città della Nigeria settentrionale, con una popolazione di 4 milioni di abitanti. La città si compone di diversi quartieri nuovi mentre la città vecchia è completamente cintata con edifici in creta. Le ragazze si fermano per brevi periodi, ospiti in case affittate dai loro adescatori. Può succedere che già a Kano il trolley (colui che accompagna le ragazze – anni addietro fino in aeroporto; talvolta può essere lo sponsor, colui che le ha adescate per primo) le ceda a un altro trolley che condurrà le ragazze alla destinazione seguente o fino in Libia.

 

In questa prima fase del viaggio le ragazze non sono ancora state costrette alla prostituzione e molte non sono consapevoli di quello che sarà il loro destino. L’accompagnatore (un criminale mafioso) è chiamato ingenuamente dalle ragazze con il nome di brother (fratello) conservando quel tipico linguaggio culturale africano che include nella propria famiglia di sangue anche gli sconosciuti. Le madame sono spesso chiamate con il nome di maman, sempre con quella colorazione familiare che in realtà nella vita reale non avrà alcun significato affettivo ma servirà solo a definire chi siano i nuovi padroni di quelle ragazze.

 

  1. Sokoto: da Kano (est) a Sokoto (ovest) sono 529 km sulla strada A126, almeno una giornata di viaggio (o più). Sokoto è una città molto più a nord in Nigeria, capoluogo dell’omonimo stato nigeriano, e quasi frontaliera con il Niger. La città, con più di 580.000 abitanti, è posizionata sul fiume Sokoto ed è un importante mercato agricolo e zootecnico. Oltre ad industrie alimentari vi sono rilevanti industrie conciarie e del cemento. È la seconda tappa del viaggio. Come mai questa lunga deviazione? Ci sono due possibili risposte:

La prima che mi sembra aleatoria è questa: nel tragitto sulla strada che va direttamente da Kano a Zinder in Niger ci sono appena 247 km sulla N11 (quindi circa un quarto dell’intero percorso per andare fino a Sokoto e poi da lì proseguire per Zinder). Probabilmente ci sono più controlli e potrebbe essere difficile e rischioso corrompere le guardie di frontiera. Può succedere anche il contrario: che i trafficanti passino direttamente da Kano a Zinder per fare più in fretta! Il tempo del viaggio non è lunghissimo e alla frontiera sono i trafficanti stessi a pagare denaro contante in dollari per poter passare illegalmente senza passaporti né visti.

Il 20 gennaio del 2012 Boko Haram (la denominazione significa «l’istruzione occidentale è proibita» e indica un’organizzazione terroristica jihadista sunnita, diffusa nel nord della Nigeria) ha fatto degli attentati a Kano. È probabile che il territorio dei dintorni non presenti abbastanza garanzie di sicurezza e quindi i trafficanti di esseri umani, compresi i trolley, preferiscano spostarsi di più verso ovest per viaggiare su strade più sicure.

 

  1. Zinder (Niger): da Sokoto (Nigeria) a Zinder (Niger), altri 580 km passando prima sulla A1 e in territorio nigerino sulla N1. È la seconda città del Niger, facente parte del dipartimento di Mirriah e capoluogo della regione omonima. È situata a circa 650 chilometri ad est della capitale Niamey. A Zinder spesso i trafficanti devono attendere per qualche giorno l’arrivo dei camion che li condurranno poi alla volta della Libia. In questa fase il trafficking (traffico di esseri umani) si incrocia con il circuito dello smuggling (contrabbando). È il trafficante che ha i contatti con gli autisti contrabbandieri e paga il trasporto per le ragazze nigeriane. Questa parte del viaggio fino a Duruku o Dirkou (Niger settentrionale) può durare circa cinque giorni attraverso il deserto in cui spesso vengono fatte più soste per mangiare e dormire. Durante le varie soste solitamente si è soliti cambiare il mezzo di trasporto.

Giornata del migrante e del rifugiato

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”. È il cuore del messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del Migrante e del rifugiato, che ricorre domenica 14 gennaio. Il Pontefice definisce “un segno dei tempi” la “triste situazione di tanti migranti che fuggono dalla guerra” e dalla povertà. Ricorda dunque il suo viaggio a Lampedusa all’inizio del Pontificato e l’istituzione di una Sezione speciale dedicata ai migranti da lui stessa diretta. “Ogni forestiero che bussa alla nostra porta – evidenzia riprendendo il capitolo 25 del Vangelo di Matteo – è un’occasione di incontro con Gesù Cristo”. Francesco parla di una “grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti” per esprimere sollecitudine verso i migranti.

Il Messaggio si articola dunque in 4 punti, quattro verbi “fondati sui principi della Dottrina della Chiesa”. Innanzitutto “accogliere”. Il Papa sottolinea che è urgente “offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei Paesi di destinazione”. Francesco chiede di semplificare la concessione dei “visti umanitari” e favorire i ricongiungimenti familiari. Ancora, ribadisce la necessità di aprire “corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili”. Quindi, critica “le espulsioni collettive di migranti e rifugiati, soprattutto quando vengono eseguite verso Paesi” che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali. Ribadisce così che il principio della centralità della persona umana “obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale”. Di qui, si legge nel Messaggio, il bisogno di “sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione” dei migranti.

Francesco volge l’attenzione poi al verbo “proteggere”. Tale protezione, osserva, comincia “in patria” e andrebbe continuata “in terra d’immigrazione”. Dal Papa l’invito a valorizzare le capacità e competenze dei migranti che devono perciò avere libertà di movimento nel Paese d’accoglienza e la possibilità di lavorare. Né dimentica di mettere l’accento sulla protezione dei minori migranti che hanno diritto a studiare e a vivere con le loro famiglie evitando “ogni forma di detenzione”. “Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità – soggiunge – questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita”. E, riferendosi alla apolidia di non pochi migranti, scrive che può essere superata con “una legislazione sulla cittadinanza” conforme al diritto internazionale.

E’ dunque la volta del verbo “promuovere” che, si legge nel Messaggio, vuol dire che tutti i migranti devono essere messi in condizioni di realizzarsi come persone. Francesco incoraggia l’inserimento socio-lavorativo dei migranti. Ed elogia gli sforzi di molti Paesi in termini di cooperazione internazionale. Auspica però che “nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni dei Paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti”.

L’ultimo verbo, scrive Francesco è “integrare”. Il Papa rimarca subito che integrazione “non è un’assimilazione, che induce a sopprime o a dimenticare la propria identità culturale”. Si tratta di un processo prolungato che, esorta il Papa, “può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici”. Ancora una volta chiede di “favorire” la “cultura dell’incontro” e assicura che la Chiesa “è disponibile ad impegnarsi in prima persona” in questo campo. Per ottenere i risultati sperati, avverte, è  tuttavia “indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile”. Di qui l’appello ai leader politici a concretizzare i patti globali approvati recentemente in sede Onu (Global compacts) uno dedicato ai rifugiati e uno ai migranti. I prossimi mesi, conclude il Messaggio, “rappresentano un’opportunità privilegiata” per sostenere “con azioni concrete” i quattro punti declinati nel Messaggio: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

Alessandro Grisotti

© 2018 Missionari d'Africa

Theme by Anders NorenUp ↑