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Intervista al Superiore generale dei Padri Bianchi

Abbiamo incontrato padre Richard Kuuia Baawobr prima del Capitolo generale della Congregazione, che è iniziato a Roma il 13 maggio e si concluderà il 13 giugno,  il quale affermava «Ormai siamo chiamati alla testimonianza anche in zone tradizionalmente cristiane, in collaborazione con altre congregazioni e con le Chiese locali».

Richard Kuuia BaawobrQuali sono le sfide più importanti affrontate nel corso del suo mandato?
In sei anni – spiega Richard Kuuia Baawobr, Superiore generale dei Padri Bianchi, Missionari d’Africa – abbiamo dovuto affrontare anzitutto l’invecchiamento e la diminuzione del numero dei confratelli in Europa e Nord America. Piùdella metà dei membri della Società sono anziani a riposo. Questo pone limiti agli impegni che possiamo prendere. Si dovranno fare scelte tra noi e le Chiese locali in cui operiamo.

Vi sono poi i problemi finanziari. I nostri benefattori ci hanno aiutato molto; anch’essi peròsono invecchiati. In più, altri progetti umanitari chiedono aiuti e ci “fanno concorrenza”. Questo ci obbliga a ricorrere sempre piùai fondi di riserva oppure a trovare finanziamenti attraverso il nostro lavoro. Dobbiamo diventare creativi e, allo stesso tempo, non essere presi totalmente dalle preoccupazioni economiche e distrarci dal lavoro missionario.

Infine, non siamo indifferenti all’instabilita politica che caratterizza alcuni Paesi in cui operiamo: Mali, Niger, Nigeria, Burundi, Rd Congo, ecc. Nonostante la buona volontà, talvolta abbiamo dovuto sospendere la nostra presenza in alcuni luoghi. Soffriamo con la gente e ci piacerebbe che le cose andassero meglio, ma non possiamo fare molto da soli.

Quali sono gli impegni più importanti che dovrà affrontare il suo successore?
Ne segnalo quattro:
1) Bisogna accettare un nuovo concetto di missione, che non sarà più qualcosa che vivono solo alcune persone dotate di spirito eroico in Paesi lontani, ma qualcosa che si vive ovunque, anche nei nostri Paesi.
2) Nel 2018-19, la nostra famiglia missionaria celebrerà i 150 anni. Vogliamo che questa sia l’occasione per guardare al passato con gratitudine, chiedere guarigione se ci siamo fatti del male gli uni gli altri, imparare a vivere con passione il nostro carisma.
3) Di fronte alla radicalizzazione di un certo tipo di islam, dobbiamo continuare a dare una visione positiva dell’islam e insistere sul fatto che il dialogo è possibile.
4) La maggioranza dei confratelli africani o asiatici è giovane, ma anch’essi invecchieranno. Perciò dobbiamo pensare a strutture per accoglierli al momento del ritiro dalla missione attiva.

Quale collaborazione con altre congregazioni?
Stiamo collaborando con altri istituti nel campo della formazione. Una collaborazione più stretta è necessaria nell’accoglienza di migranti e rifugiati. E’ necessario infine riflettere sul come cercare insieme fondi per la nostra missione comune, invece di operare spesso in competizione.

Lei è stato ordinato vescovo e si insedierà nella diocesi di Wa (Ghana): che cosa si porterà dall’esperienza dei Padri Bianchi?
Porterò l’attaccamento alla Parola di Dio, il mio amore per la vita, il lavoro in comune e la missione come discepolo di Gesù e di Lavigerie (che ha amato l’Africa).

4 -13 ottobre: il vescovo del Sahara in Italia

Claude Rault, vescovo di Laghouat-Ghardaïa (Algeria), sarà in Italia nei prossimi giorni per una serie di incontri a partire dal suo nuovo libro, Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta.

Missionario dei Padri Bianchi, francese, 75 anni, nel suo testo mons. Rault racconta decenni di missione in terra islamica in una delle diocesi più grandi del mondo (2,5 milioni di km quadrati), dove «una manciata di cristiani sono dispersi tra tre milioni e mezzo di musulmani». Il vescovo d’Algeria racconterà l’esperienza di questa Chiesa di frontiera, impegnata in un dialogo costante con i fratelli musulmani e nella creazione di una cultura dell’incontro, culminata nel Ribât Essalâm o «Legame della pace», un gruppo di condivisione spirituale interreligioso che continuò ad operare anche durante i sanguinosi anni della guerra civile algerina. Nel suo libro dà ampio spazio al racconto della sua amicizia con i monaci trappisti di Tibhirine e, in modo particolare, con padre padre Christian de Chergé, rapito e assassinato insieme ai suoi confratelli nel 1996.

Rault porterà inoltre la sua testimonianza di vescovo in una diocesi che si trova al centro delle rotte di migranti che dall’Africa subsahariana attraversano l’Algeria per raggiungere la Libia e l’Europa. Riprendendo il mnito di papa Francesco, il vescovo è convinto che la Chiesa «non può rimanere con le mani in mano» di fronte a questa tragica vicenda umana, nonostante le difficoltà nell’affrontare «un problema più grande di noi».

Il ciclo di conferenze di mons. Rault in Italia avrà inizio a Castelfranco Veneto (Tv) domenica 4 ottobre, dove verrà presentato il libro Il deserto è la mia cattedrale, in un incontro promosso dall’Editrice Missionaria Italiana in collaborazione con la comunità dei Missionari d’Africa Padri Bianchi, le Discepole del Vangelo, la Collaborazione Pastorale di Castelfranco e la Famiglia Spirituale Charles de Foucauld. L’appuntamento è per le ore 17.00 al Centro parrocchiale don E. Bordignon (Via Bassano 16). Sempre domenica 4 ottobre, mons. Rault concelebrerà la S. Messa delle ore 11.15 nel Duomo di Castelfranco. Qui la locandina.

Lunedì 5 ottobre il vescovo del Sahara sarà alla Parrocchia di Baggiovara (Stradello Fossa Burracchione 54) a Modena per un incontro pubblico alle ore 21.00. Introduce la serata Pier Maria Mazzola, giornalista e direttore responsabile del bimestrale Africa dei Padri Bianchi. L’evento è organizzato in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano di Modena e sarà preceduto da una S. Messa alle ore 19.00 nella medesima parrocchia. Qui tutti i dettagli.

A seguire, martedì 6 ottobre mons. Rault porterà la sua testimonianza nella Parrocchia Ss. Bartolomeo e Gaetano (Strada Maggiore 4) a Bologna. L’evento, dal titolo «“Il deserto è la mia cattedrale”. La fecondità del Vangelo in condizioni di minoranza», si terrà presso l’Oratorio dei Teatini alle ore 21.00. L’incontro è promosso dal Centro Missionario Diocesano di Bologna, il Centro Missionario Diocesano di Faenza, la Parrocchia di Ss. Bartolomeo e Gaetano e l’Editrice Missionaria Italiana. Interverrà Pier Maria Mazzola, giornalista e direttore responsabile del bimestrale Africa dei Padri Bianchi.

Mercoledì 7 ottobre il vescovo d’Algeria interverrà nel contesto della rassegna dell’Ottobre Missionario del Centro PIME di Milano dedicata al tema «Sorella terra, per la cura della nostra casa comune». La sua relazione, «Dal deserto, i semi di una fraternità universale», si terrà alle ore 21.00 al Centro Pime (Via Mosè Bianchi 94) a Milano. Modera Anna Pozzi, giornalista di Mondo e Missione. Scarica il programma completo della rassegna.

Successivamente, giovedì 8 ottobre, mons. Rault sarà a Torino, ospite del Centro Missionario Diocesano. L’evento, che si terrà alle ore 20.45 nel Teatro della Parrocchia S. Rita da Cascia (P.za S. Rita), si inserisce nella ciclo di incontri dell’Ottobre Missionario «Testimonianze da una Chiesa dalla parte dei poveri». Titolo della conferenza «Testimoni in dialogo. Cristiani e musulmani insieme per la pace». Introduce e modera Federica Bello, giornalista de La voce del popolo. Qui tutte le informazioni.

Gli incontri con mons. Rault continueranno a Riva del Garda (Tn) venerdì 9 ottobre, quando, alle ore 20.30, il vescovo terrà un incontro sul tema «Cristiani e musulmani: insieme si può. Una testimonianza dall’Algeria» nella casa dei Missionari Verbiti (Via Venezia 475). Introduce e modera Diego Andreatta, direttore di Vita Trentina. L’evento promosso in collaborazione con i Missionari Verbiti.

Sabato 10 e domenica 11 ottobre mons. Rault sarà ospite dei Padri Bianchi di Treviglio (Bg). Sabato 10 il presule d’Algeria incontrerà i fedeli di Treviglio nella Chiesa di S. Pietro alle ore 21.00, domenica 11 ottobre parteciperà alla Festa dei Popoli di Canonica (Bg) dove, alle ore 16.00, terrà un incontro pubblico sul tema della convivenza tra cristiani e musulmani. Entrambi gli eventi sono promossi dall’Editrice Missionaria Italiana in collaborazione con la Comunità Pastorale «Madonna delle lacrime», i Missionari d’Africa Padri Bianchi, i Gruppi Missionari del decanato di Treviglio, il gruppo Giovani di Treviglio «Missione Giovani 2015» e la Comunità Pastorale Giovanni XXIII. Qui la locandina di Treviglio e qui di Canonica.

Il ciclo di conferenze si chiuderà martedì 13 ottobre a Roma alle ore 17.00 con una lezione pubblica al Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI) (Viale di Trastevere 89), dal titolo «Cristiani e musulmani: insieme si può. Una testimonianza dall’Algeria». Presenta e modera l’incontro p. Diego Sarrió Cucarella, Direttore degli Studi dell’Istituto. L’incontro è organizzato in collaborazione con i Missionari d’Africa Padri Bianchi e il PISAI. Scarica la locandina.

Tutti gli incontri sono a ingresso libero.

Servire i Musulmani nel nome di Gesù

a cura di Padre Maurice Borrmans, in pensione attiva a Sainte Foy lès Lyon, Francia

Quando il vescovo Charles Lavigerie nel 1868 ha voluto che dei testimoni del Vangelo si mettessero al servizio dei musulmani d’Algeria e d’altrove, testimoniando loro l’amore di Gesù, ha chiesto ai suoi primi padri di assicurare loro la salute (con i dispensari), il sapere (con le scuole) e la condivisone delle verità religiose di uno stesso monoteismo di base. Come vescovo, nutriva sicuramente dei desideri nel suo cuore, ma sapeva pure essere paziente nella realizzazione del suo progetto evangelico, infatti aveva una profonda conoscenza della Storia della Salvezza. Ha fatto ciò che credeva possibile fare nel suo tempo, condividendo idee e giudizi dei suoi contemporanei, come pure i loro pregiudizi ed errori.

Una cosa gli stava a cuore : che i musulmani potessero scoprire di essere amati « a fatti e in verità » (1Gv. 3, 18) dai cristiani: è questo il messaggio che ha affidato ai Padri Bianchi e alle Suore Bianche, messaggio che ognuno di noi si sforza di vivere là dove il disegno di Dio lo chiama a vivere oggi. Da parte mia, sapendo che i musulmani sono sensibili ai valori del Vangelo e contestano l’autenticità dei nostri testi evangelici, ho sempre pensato che si tratta per noi cristiani di essere “un vangelo vivente”, un quinto vangelo, « una lettera di Cristo, come dice san Paolo, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivo, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne, sui nostri cuori » (1Co. 3,3).

In primo luogo questo suppone che tramite il nostro essere e la nostra discrezione, noi possiamo rivelare loro il Padre e il Figlio tramite il mistero delle nostre vite nascoste in Dio e offerte a Lui come un’offerta unica e definitiva. Da questo poi ne nasce una conseguenza : lasciare indovinare da loro la nostra disponibilità totale nell’accoglienza e l’obbedienza senza limiti del Figlio che si è fatto prossimo e servo dei più umili. Infine si arriva alla conclusione di far loro intravvedere che la volontà di Dio consiste nell’edificazione del suo « Regno di giustizia e di pace » fra noi e gli chiediamo di aiutarci con il dono del suo Spirito. E’ attraverso questa visuale che il cristiano può allora, umilmente e con prudenza, agire sulle strutture e gli attitudini con un dialogo semplicemente culturale o esplicitamente religioso. Ed è ancora in questa visuale che si può accompagnare discretamente la ricerca personale dei musulmani che desiderano convertirsi ai valori del Regno de Dio, poi a Dio, Padre di questo Regno, poi a Gesù Cristo che ne è la presenza e la promessa, e infine alla Chiesa che ne è l’inizio e il sacramento.

Gli sviluppi storici del mondo musulmano nella sua triplice interpretazione, poiché c’è un “islam della Legge”, un “islam della Sapienza” e un “islam della Mistica” e l’onnipresenza delle istituzioni islamiche di oggi, arricchite dalla vendita del petrolio, costituiscono una sfida spirituale per i cristiani di oggi che « devono rendere conto della speranza che è in loro » (1P. 3.16).Senza dover elaborare una teologia dell’esperienza religiosa dei musulmani, costoro sono invitati a distinguere bene tra gli aspetti culturali, giuridici, economici e politici di un islam istituzionale e tra gli aspetti spirituali e devozionali di un “islam della sottomissione fiduciosa a Dio”. I testi del Concilio Vaticano II° possono illuminarli in questo campo. Ma rimane pur sempre una domanda: che ne è dell’islam nella Storia della Salvezza? L’islam ha permesso a milioni di uomini e donne di aver accesso al mistero della trascendenza del Dio vivente servendolo con la preghiera, l’elemosina, il digiuno, appagando i desideri della loro coscienza naturalmente religiosa. L’islam ha anche proibito di entrare in questo stesso mistero rifiutando loro ogni comunicazione e comunione tra il Creatore e la sua creatura e negando a Gesù Cristo il suo ruolo di mediatore e di redentore. Il grande islamologo cattolico, Louis Massignon parlava di « una religione naturale ravvivata da una rivelazione profetica » in termini abbastanza ambigui. Infatti, come lo dicono i teologi musulmani, si tratta sicuramente di una « religione di natura conforme alla ragione » che usa una grande parte del patrimonio biblico, reinterpretandolo a suo modo; da qui nasce la sensazione che provano i cristiani : essi trovano i musulmani molto vicini a loro, ma anche molto lontani.

Per questo, nei miei scritti, invito cristiani e musulmani, alle « collaborazioni umane necessarie ». Anche se le rispettive scritture e visioni teologiche sono differenti e a volte opposte, cristiani e musulmani sanno che devono partecipare, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, « al compimento del mondo » per la gloria di Dio. Questo si avvera mettendosi in atto al servizio di tutti gli uomini, beneficiari di una stessa dignità, ancor più rispettabili quando sono deboli, senza difese e umiliati. Già da 40 anni gli incontri per il dialogo hanno messo in luce che la strada per « costruire la città degli uomini » esige da tutti la promozione della dignità del matrimonio e della famiglia, lo sviluppo delle arti e della cultura nel rispetto delle identità specifiche, l’equilibrio economico e sociale in nome del bene comune, l’armonia delle comunità politiche in nome di un ordine internazionale che garantisca la pace e la giustizia nel rispetto integrale di tutte le libertà. Ciò facendo, i credenti sanno benissimo che imitano, ognuno a suo modo, i “bei nomi di Dio” veri modelli e vere sfide per la loro vita.

Ma questi stessi credenti non dovrebbero accontentarsi di un simile servizio dei loro fratelli in umanità. Musulmani e cristiani vivono anche, ognuno a suo modo, un’esperienza spirituale singolare. Per questo devono interrogarsi sulle « loro convergenze religiose possibili », in nome di una « spiritualità aperta ». I miei libri e articoli hanno voluto sempre ricordare questo. Hanno molte cose da dirsi sul « mistero di Dio » : senza contrapporre il Dio Onnipotente degli uni al Dio Amore degli altri, sanno che uno « scambio degli attributi divini » è possibile. Il « dono della Parola », il « ruolo dei Profeti », la « presenza della Comunità », sono per loro mezzi importanti e essenziali per realizzare « un culto in spirito e verità ». Quanto ai « segreti della preghiera » appartengono agli uni e agli altri e trovano nei Salmi la più bella espressione prolungata nei libri devozionali degli uni e degli altri secondo le molteplici e diverse spiritualità. Queste spiritualità, inoltre, considerano i mistici e i santi testimoni privilegiati e modelli esigenti per accedere alla pienezza dell’ « uomo perfetto » o del « giusto tra i giusti ». Sulla strada di un dialogo spirituale tra cristiani e musulmani, i punti di orientamento non mancano e facilitano per di più una gara di « emulazione nelle opere di bene », raccomandata dalle due religioni.

Ho sempre coltivato le mie amicizie con numerosi musulmani e ho scritto i miei articoli indirizzati ai miei fratelli cristiani tenendo sempre presente ciò che facilita questo duplice dialogo, umano e spirituale. E’ evidente che gli uni e gli altri sono presenti nella mia preghiera quotidiana e soprattutto all’Eucaristia quando Gesù riunisce tutti come suoi « fratelli in umanità ». Seguendo l’esempio di Louis Massignon, cerco di accogliere gli uni e gli altri come ospiti riprendendo la « triplice preghiera di Abramo » soprattutto quando recito la triplice preghiera dell’Angelus della mia tradizione cattolica; il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo diventa così per me una meditazione prolungata come un’ardente supplica di intercessione in favore di Sodoma e Gomorra e dei suoi abitanti all’Angelus del mattino, in favore d’Ismaele e dei musulmani, all’Angelus di mezzogiorno, e in favore di Isacco e degli ebrei, all’Angelus della sera. Louis Massignon diceva che recitava questi tre Angelus « in un clima di intercessione nella quale, senza stancarci, noi chiediamo a Dio la riconciliazione con queste anime care per le quali noi ci sostituiamo, (in arabo “fi l badalia”) pagando il riscatto al loro posto e a nostre spese ». Senza arrivare fino là, non si può escludere che un aumento di preghiera, di digiuno e di elemosina dalla parte dei cristiani, non ottenga infine che « un grande numero appartenga all’anima alla Chiesa, e possa vivere e morire in grazia di Dio ».

Dalla mia esperienza, ho imparato da Giovanni-Mohamed Abd-el-Jalil, da Paolo Mehmet Mulla-Zadé e da ‘Afîf ‘Usayrân che il loro atto di fede in Gesù Cristo che li fece diventare “figli del Padre in verità”, non era che il superamento e il compimento di quanto « l’islam della loro infanzia » aveva dato loro . Considerando dunque che il Corano dei musulmani costituisce per loro un viatico spirituale nella loro esperienza religiosa, non posso fare a meno di augurare loro di essere capaci di attingervi il meglio di ciò che li avvicina a questo Gesù, figlio di Maria, di cui essi sanno che non è senza relazione con la « Parola di Dio » e che lui, come l’ha affermato, è capace di offrire « una tavola imbandita ché sia una festa per tutti » (Corano 5, 114). Il mio triplice Angelus quotidiano integra pure ciò che il Corano ci dice di Maria, « prescelta, purificata, prescelta tra tutte le donne dell’universo » (Corano 3, 42), alla quale « la buona novella è stata annunciata di una Parola uscita da Dio che porta il nome di Messia, Gesù, figlio di Maria » (Corano3, 45). Presenza misteriosa della madre vergine e del suo figlio, profeta eccezionale, autore di miracoli incomparabili, che augura «a se stesso la pace nel giorno della sua nascita, della sua morte e della sua risurrezione » (Corano 19,33). Come non vedere in tutto questo una certa « preparazione evangelica » che solo lo Spirito è capace di portare alla pienezza? Questa è la domanda che mi persegue e si impone a tante mie sorelle e tanti miei fratelli in Gesù Cristo.

Auguri di Buona Pasqua da Algeri

padre Aldo Giannasi da Algeri, 24 marzo 2015

Carissimi, Carissime.

Il tempo passa veloce, E’ l’ultima lettera di Pasqua che vi spedisco da Nostra Signora. I tre anni per i quali mi ero impegnato di occuparmi del santuario, aspettando forze nuove, spirano all’inizio di settembre. L’anno prossimo, se Dio mi da salute, vi scriverò da un’altra missione.

Visita di scout tunisini

Martedì 19 Marzo, nel pomeriggio, mi trovavo nella Basilica di Nostra Signora d’Africa per l’accoglienza dei visitatori, quando si è presentato un giovane algerino, un conoscente. Mi ha chiesto se un gruppo di scout tunisini potevano entrare: “Nessun problema, entrino, sono i benvenuti”. Erano una quarantina, guidati dai loro capi e accompagnati da “rover scout” algerini. “Siamo in visita in Algeria e gli amici di qui ci hanno suggerito di venire a questo santuario, vorremmo conoscerlo”. Durante un buon quarto d’ora ho fatto loro la storia della Basilica, aperta a tutti gli uomini e donne di buona volontà, luogo di incontro e di dialogo tra credenti di tradizioni religiose differenti. I loro capi prima di chiedere una fotografia ricordo insieme, mi hanno regalato un foulard scout con i colori della Tunisia.

Non potevo immaginare che il giorno seguente la Tunisia, nostra vicina, la sola fra i paesi arabi, approdata dopo un lungo travaglio alle libertà democratiche, sarebbe stata colpita al cuore, con il massacro perpetrato da islamisti contro i turisti che visitavano il Bardo, il museo più celebre di Tunisi. E fra gli oltre venti morti, anche degli italiani. Con la loro ferocia senza limiti contro persone inermi e innocenti, i terroristi hanno voluto colpire un paese per il quale il turismo rappresenta una fonte sicura per la salute dell’economia.

Chi sono e che cosa vogliono gli islamisti? Definirli non è facile. Si tratta di una nebulosa di estremisti, apparentati ad Al Qaida, già conosciuta, all’Aqmi nel Sahara del Mali, allo Stato Islamico in Medio Oriente, a Boko Haram in Nigeria… Ciò che li unisce è la volontà intransigente di istaurare nei paesi musulmani la “Sharia”, la legge islamica, attraverso un solo mezzo, la violenza. Sono minoranze, nel vasto panorama dell’Islam mondiale, che conta un miliardo e mezzo di adepti, ma minoranze agguerrite e decise a tutto.

“Non passeranno!”

Nella lettera di Natale, vi dicevo che il mondo musulmano in Africa del Nord si interroga di fronte agli eccessi e alle crudeltà degli islamisti. Le efferatezze di cui si rendono colpevoli non scoraggiano però le buone volontà. Ho dato un’occhiata al web in questi giorni per conoscere le reazioni su face book, su tweet… Accanto ad espressioni di vicinanza e di compassione per le vittime dell’attentato e per la Tunisia, ho trovato espressioni che fanno appello alla resistenza: “Non passeranno” diceva un giovane. E un altro: “La Tunisia resterà in piedi!”.

La riflessione sull’Islam continua e direi che progredisce, in quanto i media ne parlano più spesso e toccano argomenti un tempo tabù. E quel che sembra più importante, è costatare che sono i responsabili religiosi stessi che parlano. Il Rettore della prestigiosa università egiziana “El Azhar”, considerata la prima autorità morale dell’Islam, ha suggerito di cominciare dalle scuole per dare una visione nuova, più conviviale e tollerante della religione islamica. Cosa impensabile anche nel recente passato. Ricordo quando alla notizia dell’eccidio dei sette monaci di Tibhirine in Algeria, nel 1996, il Cardinale Lustiger di Parigi, gridò nella sua Cattedrale: “Responsabili musulmani uscite allo scoperto e parlate”. Tacevano ancora tutti.

Ci vorrà tempo, senza dubbio. L’influenza della propaganda integralista, in particolare dell’Arabia Saudita, è presente e influente nelle masse cittadine e oltre, anche oggi. Ma il processo di riflessione è in atto e credo che non si fermerà. La Chiesa dell’Algeria, minoritaria come sapete, cerca di accompagnare questa riflessione, senza volersi imporre, convinta che è soprattutto con la vicinaza e l’ascolto che può portare il proprio contributo alla vita e alla crescita della società. L’impegno dei cristiani in questo momento è di essere artigiani della speranza.

Vigilare

Salutando la comunità cristiana, alla fine del mese di febbraio, passato in Italia per motivi si salute, suggerivo ai parrocchiani di far prova di vigilanza davanti ai media. Non demonizzare tutti i mussulmani, non fare di ogni erba un fascio. Ascoltando le notizie, ci si può lasciare andare a questa conclusione negativa e sbagliata. Nel mondo esiste una maggioranza silenziosa di musulmani che non manca di moderazione e che fa prova di buon senso. E questo è vero anche per l’Italia. Tocca a noi cristiani, evitare e reagire agli atteggiamenti di disprezzo e di odio che colpiscono indistintamente tutto il mondo islamico. Senza ingenuità, ma anche con un cuore grande. E’ l’incontro semplice e vero che aiuta a demolire le barriere dei pregiudizi e a costruire lentamente un avvenire migliore. Ne sono testimone tutti i giorni.

Ed è Pasqua, festa della Speranza perché festa della Risurrezione di Cristo. Né il male, né la morte hanno avuto l’ultima parola, ma solo e unicamente la Vita. Cordialissimi auguri a tutti.

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