 |
|
| |
|
|
 |
|
|
| Il blog della sfida elettorale in Senegal (la Redazione) |
Si chiama Tongante 2012, “la sfida” in lingua wolof. È un blog che sta seguendo appunto la sfida tra i candidati alla presidenza del Paese africano che sarà decisa dal voto degli elettori il prossimo 26 febbraio. Il blog, coordinato dal giornalista Lorenzo Bagnoli, segue quotidianamente tutta la campagna elettorale in corso, grazie all’inviata Luciana de Michele, già collaboratrice di Africa, e diversi corrispondenti sul posto. Tongante 2012 si propone come piattaforma informativa per tutte le testate interessate, le istituzioni e le associazioni di migranti, con articoli e altro materiale multimediale sia in francese che in italiano. Inoltre, dal 17 febbraio al 3 marzo, quando la campagna elettorale entrerà nel vivo, l’Associazione Assaman, promotrice del blog Tongante 2012, seguirà tutta l’evoluzione della campagna elettorale, grazie a un workshop sul territorio, organizzato in collaborazione con la rivista Le Temoin e la Scuola di giornalismo di Dakar. Una quindicina di giornalisti senegalesi ed europei seguiranno momento per momento la sfida tra i candidati. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Zambia, campioni d'Africa (di Claudio Zuccala) |
E' fatta! Lo Zambia è campione d'Africa dopo una finale non bella dal punto di vista tecnico ma estremamente interessante da quello agonistico. La storia si è ripetuta come nella semifinale contro il Ghana: rigore sbagliato dalla squadra favorita (questa volta era la Costa d'Avorio) e la compagine zambiana che ci crede fino alla fine. Questa volta hanno deciso i rigori dopo 120 minuti di gioco. I Chipolopolo (questo il nome della squadra che significa proiettili) hanno abbattuto gli Elefanti ivoriani. Molti zambiani se la sentivano che sarebbe andata così. Il fatto che sulla spiaggia vicino a Libreville, la capitale del Gabon dove si è disputata al finale, fosse precipitato nel 1993 l'aereo che trasportava la nazionale di quei tempi (quella che rifilò 4 gol all'Italia nel 1988!) che perì interamente nel disastro, era stato interpretato come un segno del destino. Gli spiriti dei morti di 20 anni fa, dicevano in vari, avrebbero senz'altro aiutato i piccoli Davide di oggi a sconfiggere i Golia dell'Africa dell'ovest. Qualsiasi cosa ne pensiate, il risultato è lì davanti agli occhi e vi posso garantire che anche gli scettici si uniranno alla festa che questa notte terrà sveglia tutta la Zambia! tratto dal blog di Claudio Zuccala |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Abayudaya, comunita' ebraica in Uganda (la Redazione) |
Intervista a Marco Trovato e Marco Garofalo su Radio Pace La terra promessa assomiglia al seno di una donna. «Prosperoso e fertile», ha precisato l’uomo che ci ha indicato la strada. Una profezia azzeccata. Il colle verdeggiante a forma di mammella troneggia sulla savana a pochi chilometri dalla città di Mbale. Sulle mappe viene segnalato col nome di Nabugoye Hill, ma per la gente del posto è semplicemente “la collina degli ebrei”. «Le Sacre Scritture non ne fanno menzione», ha ammesso la nostra guida. «Ma le vie del Signore sono infinite… Specie quando penetrano nel ventre molle dell’Africa», ha aggiunto con una risata. Su questa piccola altura ugandese - collegata al resto del mondo da una fragile pista piena di buche - ha trovato rifugio una sperduta tribù ebraica composta da uomini e donne dalla pelle nera come l’ebano. Si chiamano Abayudaya. Non hanno legami di sangue con Abramo e Giacobbe, né rivendicano alcuna lontana ascendenza giudaica risalente al re Davide. ASCOLTA L'INTERVISTA RADIO >>> Ogni primo martedì del mese in onda sulle frequanze di RadioPace il programma radio "Africando". |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Una mini-latteria solare (di Anna Pozzi) |
Nei villaggi più poveri e isolati del Burkina Faso un Padre Bianco francese installa frigoriferi a pannelli solari. E insegna alle donne locali a gestirli con profitto. Ci sono voluti diversi anni per una cosa apparentemente molto semplice: creare una piccola latteria con un frigo a energia solare in un remoto villaggio peul nel cuore del Burkina Faso. Ma niente è come sembra quando si vanno a toccare equilibri culturali, tradizionali ed economici che sembrano fissati nel tempo. Eppure, grazie alla sua determinazione e a una rete straordinaria di relazioni a livello di base, il padre Maurizio Oudet, Padre Bianco francese, è riuscito in questa piccola-grande impresa. Fiducia nelle donne Lo scorso agosto, insieme alla presidente dell’Unione delle mini latterie del Burkina e a un tecnico dell’allevamento dell’associazione “Accord”, è partito, con un camioncino alla volta del villaggio di Mu, nei pressi di Boromo, più di duecento chilometri dalla capitale. Nel cassone c’era di tutto. Il grande frigorifero, soprattutto, con il pannello solare e tutto l’occorrente per creare la piccola latteria che sarà gestita dalla donne peul. «È una scommessa!», dice padre Maurice che con i suoi due collaboratori incontra i capi-villaggio e le donne sotto un’ampia tettoia, al riparo dal sole cocente. Tutti prendono la parola. Si confrontano su questioni tecniche ed organizzative. «Siamo d’accordo che saranno le donne a occuparsene - dice il missionario - hanno seguito una formazione per poter gestire al meglio la produzione e la commercializzazione dei prodotti. Lavoreranno bene». Yogurt e latte Lui di esperienza ne ha già moltissima: di minilatterie, ma non solo. Da molti anni lavora per la promozione del mondo rurale ed è un esperto dei processi agricoli e dell’allevamento in Burkina Faso. Non distante dalla sua missione, una minilatteria che ha contribuito a creare rifornisce formaggio fresco e ottimo yogurt. «Ora vogliamo fare un esperimento anche in questa zona più remota - dice -. Abbiamo valutato che nel villaggio vicino ci sono potenzialità di acquisto di questi generi alimentari e dunque, se ben organizzate e rifornite di latte, nell’arco di tutto l’anno, la latteria può funzionare facilmente e dare dei benefici». Il frigo con pannello solare, fatto arrivare appositamente dalla Francia, è il primo nel suo genere in Burkina. Garantisce energia pulita e gratuita. Qui il sole non manca e il frigo ha una tecnologia tale che non necessita di batterie. Con una durata prevista di 25 anni. Padre Oudet è entusiasta. «Se funziona, potremmo distribuire questi frigo in molti altre comunità isolate, dove non arriva la rete elettrica del Paese. Questo permetterebbe di creare piccole attività produttive per il bene di tutta la comunità». Il primo passo è stato fatto. Ora padre Maurice rilancia la sfida ad altri. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| A Dakar i disabili danno spettacolo (Luciana De Michele) |
Il corpo di ballo Handy-Rhythm è nato in un povero quartiere nella periferia della capitale senegalese. E ora si esibisce anche in Europa Si chiama Handy-Rhythm ed è un corpo di ballo nato nel 2007 a Guediawaye, periferia di Dakar. Conta una quindicina di ballerini, di cui la metà donne: tutti affetti da malformazioni fisiche. Omar Laye, il fondatore della troupe, spiega il significato dell'iniziativa: «Vogliamo sfidare i pregiudizi e mostrare che le persone disabili non sono un peso per la società ma, al contrario, possono fare cose belle e utili! Anche nel mondo dello spettacolo». Yoro Niang, 32 anni, un diploma di animatore sociale nel cassetto, è il direttore artistico del gruppo: «In Africa si dà per scontato che se sei disabile devi tendere la mano a chiedere l’elemosina - dice -. Ma noi combattiamo questo atteggiamento. E lo facciamo danzando, davanti al mondo, cercando di superare i nostri limiti: non ci sentiamo handicappati». Al ritmo delle percussioni i ballerini di Handy-Rhythm si esibiscono in salti, acrobazie e coreografie create da loro stessi. Tengono le prove tutti i giorni nella decadente struttura della loro associazione, o nelle strade sabbiose della banlieue «per integrarsi con il territorio e creare momenti di aggregazione». E quando si esibiscono sul palcoscenico uniscono spettacolo e denuncia sociale, entrando in scena con cartelli che sensibilizzano sulle problematiche che i disabili sono costretti ad affrontare. Una delle ballerine è Coumba Deme: «Non è stato facile iniziare», confessa mentre si cambia d’abito prima di esibirsi. «Qualcuno ci ha incoraggiati, ma molti ci hanno deriso o criticato». Loro non si sono sconfortati e ora… si godono il successo. «Siamo stati invitati a tenere spettacoli in Svezia e Germania… All'inizio Handy-Rhythm era solo un sogno, oggi diventato è un lavoro». |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Intervista a Radio Vaticana (la Redazione) |
Il direttore della rivista, padre Paolo Costantini, ai microfoni di Radio Vaticana. Per presentare il numero di gennaio-febbraio 2012 di AFRICA, parlando di Città del Capo in Sudafrica, delle ultime elezioni in RDCongo e di farmaci contraffatti nel continente. Ascolta l'audio in MP3. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Nuova rubrica: in Italia (di Michela Offredi) |
L'onorevole. Faccia a faccia col deputato Jean-Léonard Touadi È approdato in Italia dal Congo Brazzaville trent'anni fa. Ha fatto lo studente, il giornalista, il professore. Oggi è il primo ed unico nero africano a sedere tra i banchi del Parlamento Originario del Congo, cattolico, sposato, quattro figli, plurilaureato, già assessore del Comune di Roma, nel 2008 è stato eletto deputato come indipendente nelle fila dell'Italia dei Valori. Oggi siede in Parlamento - primo e unico africano subsahariano - tra i banchi del Partito democratico. Di strada ne ha fatta molta, si ricorda del suo arrivo in Italia? Arrivai nell'estate del 1981 e trovai una Roma accaldata. Conoscevo l'Italia solo attraverso i libri di storia. Non parlavo la lingua. Per me Roma era la città del Papa, il cuore della cristianità: il luogo ideale per approfondire gli studi classici e religiosi. Ogni strada trasudava di storia: era tutto fantastico… Trovai alloggio in un collegio di Piazza del Gesù, a due passi dalla sede della potentissima Democrazia cristiana. Un segno precursore della sua avventura nella politica italiana… A quel tempo non pensavo alla politica. Volevo solo studiare, imparare una professione e tornare in Africa per aiutare la mia gente. Ma le cose andarono diversamente: nel 1992 in Congo scoppiò la guerra civile. Il mio ritorno fu compromesso, decisi di restare in Italia. Difficile aiutare l'Africa restando a Roma… Ho cercato di fare delle scelte che mi permettessero di mantenere l'attenzione all'Africa. Volevo essere utile allo sviluppo del continente. All'università privilegiai gli studi politici ed economici perché pensavo che il mio Paese ne avesse bisogno. Cominciai a fare il giornalista e il docente avendo sempre a cuore temi legati all'Africa e all'immigrazione. Mi impegnai per mantenere vivo un legame culturale e spirituale con la mia terra. È poi entrato in politica grazie a Walter Veltroni. Com'è andata? Con Walter ci conoscevamo dai tempi della Fgci, la Federazione giovani comunisti italiani. Quando nel 2006 divenne sindaco di Roma, mi chiese di diventare assessore alle Politiche giovanili. Fui sorpreso ed emozionato: ero felice di poter fare qualcosa di utile per la città che mi aveva accolto. Il Parlamento poi è stata la cosa più inaspettata. Varcare la soglia del portone di Montecitorio, entrare in questo tempio laico della democrazia italiana era veramente oltre ogni pensiero e sogno. Molti italiani hanno un'idea pessima della politica e considerano il Parlamento come un luogo di malaffare e inattività. Sono opinioni fondate? In Parlamento ci sono molte persone, sia nella maggioranza che nell'opposizione, che si dedicano al lavoro con passione e dedizione. Altri deputati, invece, lavorano poco e si presentano solo per le votazioni importanti. Basterebbe qualche aggiustamento nel regolamento della Camera per migliorare la situazione nelle commissioni o nei gruppi di lavoro, che spesso nascono per morire di inedia dopo qualche mese. Ci sono sicuramente molti tagli da fare alle spese superflue, però esiste una politica sana e proficua. Che rapporti ha coi suoi colleghi deputati? Ho fatto amicizia con diversi colleghi, anche di orientamento politico diverso dal mio. Le persone ragionevoli e belle ci sono in tutti i partiti. Quando riesco a condividere un tratto di strada con persone che la pensano diversamente da me, ne sono sempre felice: è una vittoria del dialogo, della moderazione, in una politica che non ha più pacatezza e contenuti. Ci racconti la sua giornata di lavoro. Alcune giornate sono banali: accompagno i figli a scuola, vado in ufficio, presiedo gli impegni in aula. Altre invece sono molto intense: volo in altre città, magari mi trovo di fronte migranti appena sbarcati in Italia che mi raccontano la loro disperazione… In generale mi piace incontrare la gente e credo sia necessario fare politica sul territorio. Ha intenzione di restare in politica quando si concluderà questo mandato? Non lo so ancora. Dipenderà da come evolverà la situazione politica e dal mio partito. Se dovessi lasciare, penso che continuerò a insegnare all'università. Spero un giorno di potermi dedicare ai giovani: non so immaginare la mia vita senza un contatto vitale con loro. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Africando, programma radio (la Redazione) |
Presentazione del nuovo numero di Africa sulle onde di Radio Pace Ogni primo martedì del mese in onda sulle frequanze di RadioPace il programma radio "Africando". Un appuntamento per raccontare il continente africano attraverso le pagine della rivista, gli eventi del mese e il racconto in prima persona dei giornalisti e fotografi che collaborano con la rivista. Dalla sede di Cerna (VR), il giornalista Lucio intervisterà ogni mese gli autori degli articoli, i redattori e i collaboratori di Africa per andare a conoscere in profondità i cambiamenti in atto nel continente. Presentazione di Africa di gennaio-febbraio 2012 (Matteo Merletto) Vita a Dakar e balli in stampella in Senegal (Luciana De Michele) |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| La fine di UN mondo! (la Redazione) |
In anteprima sul nostro sito internet, l'editoriale del prossimo numero di Africa (gennaio-febbraio 2012) Sarà stato il troppo cibo di queste feste natalizie e di fine anno! Sta di fatto che ho proprio fatto un sogno strano. Mi trovavo circondato da persone di colore verde, blu e arancio, in una sorta di manifestazione. Di fronte a me, polizia e manganelli. E donne vestite in modo strano che distribuivano ottimo couscous. Le persone parlavano una lingua incomprensibile e leggevano i giornali da destra a sinistra. Mi sono guardato intorno e mi sono scoperto in una piazza piena di gente che manifestava. Il sogno proseguiva e sono arrivato presso una capanna dalla quale chi mi precedeva usciva felice mostrando un pollice di colore nero. Tutti avevano in mano un foglio con tanti simboli ma ancora non capivo dove ero finito e… sbang! Mi sono risvegliato tutto sudato e perso nel mio solito letto, nella mia solita stanza. Il sogno mi fa riflettere... E’ finito un anno fatto di rivoluzioni in gran parte nell’Africa mediterranea, ma anche di importanti manifestazioni nei centri del potere finanziario. Si sono tenute votazioni in molti Stati africani ma ancora molti immigrati si ritrovano a lavorare per pochi euro nell’Europa in crisi. Dei capi di Stato si sono succeduti ed altri sono finiti sotto processo... E pensare che i Maya hanno predetto che questo nuovo anno, il 2012, sarà l’ultimo del mondo così come lo conosciamo: la fine del mondo! Mah! La mia impressione, invece, è che ci stiamo piuttosto avvicinando alla fine di UN mondo. Il sogno che ho fatto mi ha scosso, ma non mi ha tolto la speranza che anche in questo tempo di crisi non ci siano prospettive. Forse è solo un tipo di mondo che sta cambiando. E mi piacerebbe dare il mio contributo per rendere il nuovo che sta nascendo migliore e più equo. Un mondo in cui un bambino resti un bambino e non un soldato o un minatore. Un mondo in cui i giovani che manifestano per riappropriarsi del proprio futuro siano ascoltati dai governanti e non manganellati e incarcerati. Un mondo in cui i poteri forti della finanza non siano più i soli padroni dell’economia. Un mondo in cui le ricchezze dei Paesi siano usate con equità per promuovere lo sviluppo delle popolazioni. Un mondo in cui i politici lavorino al servizio della gente, dei più bisognosi e non per difendere ricchezze e privilegi di pochi. Un mondo in cui per una volta l’Africa possa dare il buon esempio al nostro caro Occidente. Ma un mondo vero, reale, concreto e non un mondo di sogno... |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Benguela Express (di Edoardo Pinto Ferrera) |
Riparte dopo decenni di oblio la più importante ferrovia dell'Angola Collegherà i porti commerciali sull'Atlantico alle ricche piantagioni e miniere dell'entroterra La locomotiva angolana corre a tempo di record. Dopo il ripristino della storica ferrovia Luanda-Malanje, devastata da 27 anni di guerra civile (1975-2022), e l'inaugurazione della linea di Mocamedes, che ha rotto l'isolamento della provincia di Namibe, è giunto il momento di riattivare la più importante strada ferrata del Paese: il mitico Caminho de Ferro de Benguela. Coi suoi 1344 chilometri di binari, attraversa da ovest a est l'intera nazione, collega lo strategico porto commerciale di Lobito sull'Atlantico alle fertili terre dell'interno e raggiunge la remota regione del Moxico, spingendosi fino alle ricche miniere di rame dello Zambia e della Repubblica Democratica del Congo. Via strategica Lo scorso agosto i treni hanno raggiunto la città di Huambo, 800 chilometri nell'entroterra; entro il 2012 arriveranno fino alla frontiera orientale. L'opera - costata 1,8 miliardi di dollari - è il simbolo del riscatto dell'ex colonia portoghese, una delle nazioni più vivaci e promettenti del continente, la cui economia è cresciuta negli ultimi dieci anni dell'11%, complice il boom delle esportazioni petrolifere e dei diamanti. Malgrado la crisi internazionale, il governo di Luanda (che si attende per quest'anno una crescita del Prodotto interno lordo del 7,8%) ha investito una marea di soldi, 16 miliardi di dollari, per costruire grandi opere di interesse pubblico, con l'obiettivo di ancorare le province più povere e arretrate al boom economico che ha rianimato l'antica capitale. L'aiuto cinese La ferrovia del Benguela - la cui ricostruzione era cominciata nel 2006 - è uno snodo cruciale per il rilancio dei commerci e dell'agricoltura del Paese, ma riveste anche un'importanza strategica internazionale (è l'ultimo tronco di un sistema ferroviario transcontinentale che si congiunge a Beira in Mozambico e a Dar es Salaam in Tanzania). Il tragitto ricalca le antiche piste tracciate dai trafficanti di schiavi e dai commercianti di avorio. La sua costruzione iniziò nel 1899 per volere del governo coloniale con lo scopo di collegare la costa atlantica con le miniere del Congo Belga. Entrata in attività nel 1928, per decenni trasportò materie preziose, bestiame, grano, cotone, caffè, zucchero. La circolazione dei convogli fu interrotta dalla guerra civile. I ribelli dell'Unita smantellarono decine di chilometri di binari, assaltarono i treni, fecero saltare in aria viadotti e gallerie. Dieci anni fa, finita la guerra, pareva impossibile resuscitare la ferrovia. E invece è successo. Il lavoro più impegnativo è stato lo sminamento dei terreni lungo il percorso. La rapida riattivazione dei collegamenti è stata possibile solo grazie al contribuito della Cina, primo partner commerciale di Luanda, che ha fornito fiumi di soldi e di operai per accelerare i lavori nei cantieri. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Un nonno a scuola (la Redazione) |
In Kenya un uomo di 84 anni ha deciso di tornare tra i banchi assieme ai bambini per imparare a leggere e a scrivere. Ora la sua storia diventa un film Quando nel 2004 Kimani N'gan'ga Maruge, un vecchio keniano analfabeta di etnia kikuyu, decise di iscriversi alla prima classe della scuola elementare, la notizia fece il giro del mondo in poche ore. Cameraman e giornalisti di ogni nazionalità volarono nella città di Eldoret per raccontare la storia di questo alunno di 84 anni («il più anziano di sempre», certificò il Guinness dei primati) seduto tra i banchi assieme a torme di bambini. Oggi questa vicenda, incredibile ma vera, è diventata un film ambientato nel nord del Kenya: The First Grader (Il primo alunno), prodotto dalla Bbc e diretto dal britannico Justin Chadwick. L'uomo che ha ispirato la pellicola non potrà vederselo, essendo morto due anni fa, a novant'anni suonati, al termine di una vita intensa ed emozionante, proprio come il lungometraggio che gli rende omaggio. Nato nel 1920 in un povero villaggio di montagna, Kimani Maruge partecipò alla rivolta dei Mau Mau che si opposero ai coloni inglesi e che furono sconfitti nel 1956, pur ottenendo l’indipendenza del Kenya pochi anni dopo. All'età di 84 anni, dopo aver passato la vita a sfamare la sua famiglia, l’anziano veterano decise che era giunto il momento di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto. Si presentò alla scuola primaria del suo paese e chiese di essere ammesso alle lezioni. All'inizio la direttrice e gli insegnanti pensarono ad uno scherzo. Ma in breve tempo il vecchio finì in una classe di bambini di 6 anni, che lo adottarono come un nonno. Il resto della storia lo potrete scoprire vedendo The First Grader, uscito ora anche in Italia (anteprima su http://www.thefirstgrader-themovie.com). Il protagonista è interpretato dall'attore keniano Oliver Litondo, mentre la direttrice della scuola prende le sembianze di Naomie Harris (la sacerdotessa vodù di Pirati dei Caraibi e nuova bond girl del prossimo 007). I numerosi flashback rievocano alcune pagine dolorose della guerra di liberazione, con i colonialisti britannici impegnati a torturare i prigionieri Mau Mau. Un coraggioso atto di verità portato avanti dalla Bbc, proprio mentre nella vita reale centinaia di vecchi keniani veterani della guerra, ex guerriglieri sopravvissuti alle violenze coloniali, chiedono a Londra un risarcimento per i soprusi subiti. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Intervista a Radio Vaticana (la Redazione) |
Il direttore della rivista, padre Paolo Costantini, ai microfoni di Radio Vaticana per presentare il numero di novembre-dicembre 2011 di AFRICA. Ascolta l'audio in MP3. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Un monaco sull'Atlante (di Anna Pozzi) |
Un religioso francese ha trascorso la vita sulle montagne del Maghreb. Per dialogare con Dio... e coi fedeli musulmani Il vecchio Jean Pierre Schumacher ha vissuto trentadue anni nel monastero di Tibhirine, in Algeria, dove è scampato miracolosamente alla ferocia dei terroristi. Oggi continua a pregare sulle vette del Marocco. «È stato terribile. Ma, in qualche modo, ce lo aspettavamo ed eravamo pronti perché sapevamo che una cosa del genere poteva succedere. Erano tre anni che vivevamo in quel clima di violenza. Non eravamo lì per il martirio, ma eravamo pronti nel caso fosse successo». Frère Jean Pierre Schumacher è l’ultimo sopravvissuto della strage di Tibhirine. Era nel monastero, sulle pendici dell’Atlante algerino, quando i suoi sette confratelli vennero rapiti, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996. Furono tutti uccisi due mesi dopo. Lui si salvò per miracolo. Oggi vive in un altro monastero, a Midelt, appena al di là del confine marocchino. Una fede incrollabile Ottantasette anni e un’ottima memoria, frère Jean Pierre continua, oggi come ieri, ad aprire la porta del monastero. È lui il monaco portinaio, quello che accoglie con un sorriso dolce qualsiasi visitatore in questa piccola comunità di quattro religiosi cattolici, inserita in un contesto esclusivamente musulmano, esattamente come in Algeria. Lo faceva anche a Tibhirine prima del massacro di quindici anni fa. Frère Jean Pierre non ha dimenticato quei giorni drammatici, ma non fa trasparire alcuna angoscia. Il film “Uomini di Dio”, del regista francese Xavier Beauvois, che racconta la vita dei monaci di Tibhirine, lo ha in un certo senso aiutato a rileggere la sua vicenda umana e quella della comunità e a elaborare il lutto. Oggi, ammette, è molto più sereno. Grazie anche alla profonda fede che non ha mai vacillato. Frère Jean Pierre è rimasto a Tibhirine 32 anni, dal 1964 al 1996. Poi, subito dopo il rapimento dei confratelli, si è trasferito nel monastero di Midelt, sul Medio Atlante marocchino. Qui c’era già una comunità di trappisti, che oggi resta l’unica presenza monastica maschile in tutto il Nordafrica. È tornato in Algeria una sola volta. Per i funerali dei suoi confratelli uccisi. Una porta sempre aperta «Il giorno della sepoltura - ricorda il vecchio monaco - se le strade verso Tibhirine non fossero state chiuse, ci sarebbe stata tantissima gente. Ma le autorità avevano proibito a tutti di avvicinarsi. Al monastero c’erano solo loro e i militari, oltre agli esponenti della Chiesa. E alcuni vicini, amici algerini. Sono stati loro che hanno sepolto i fratelli. La gente del posto ha voluto prendere a turno la pala e mettere la terra. Era un onore per loro. Poi ci siamo tutti abbracciati come in una vera famiglia». Oggi quello stesso clima di legami amichevoli, di rispetto e di vicinanza, li ha ricreati qui, insieme ai suoi confratelli. Midelt, come Tibhirine: anche qui stupisce l’apertura, in tutti i sensi. Non solo perché la porta del monastero è sempre aperta, tranne durante le preghiere, ma perché i monaci sono riusciti a intrecciare rapporti di fratellanza coi vicini musulmani. Che rispettano profondamente quella piccola comunità cattolica, in cui riconoscono degli “uomini di preghiera”. Piccoli gesti quotidiani «Attraverso la nostra vita cerchiamo essere testimoni di Cristo», precisa il priore del monastero. «Ci sono ancora dei musulmani che continuano a pensare alle crociate e o che noi siamo qui per convertire. Ma non è per niente l’immagine che vogliamo dare: quello che vogliamo è mostrare che è possibile vivere insieme... Per me l’eredità di Tibhirine è veramente il comandamento di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri, sino a donare le vostre vite per coloro che amate”. Gesù ci ha detto che non c’è amore più grande che donare la propria vita per coloro che amiamo. Dunque, si tratta di testimoniare, attraverso tutta la nostra esistenza, questo amore anche ai nostri fratelli dell’islam». Jean Pierre, il vecchio, il sopravvissuto di Tibhirine, si dirige verso una baracca di legno nel mezzo della corte del monastero. Gli operai che lavorano al restauro di un’ala hanno preparato il caffè che condividono con i monaci. Un gesto semplice e spontaneo. Ma può passare anche da qui, da un caffè condiviso, la possibilità di un incontro e di un’amicizia. Anche tra persone di religioni diverse. Foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Giornata contro l'AIDS (fonte Misna) |
“L’aids esiste da quattro decenni ma finalmente siamo nella condizione di poter porre fine all’epidemia”: si apre con una nota di ottimismo il messaggio del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, per la Giornata internazionale di lotta contro questa malattia celebrata oggi sul tema “Zero nuove infezioni da Hiv, zero discriminazione e zero morti di aids”. In base ai dati diffusi a fine novembre dall’agenzia dell’Onu per la lotta all’aids (Unaids), dal 1997 i contagi annui sono diminuiti del 20% e il numero di nuove infezioni continua a calare ovunque, anche in 22 paesi dell’Africa sub-sahariana, l’area del mondo più colpita. Quasi la metà delle persone bisognose di assistenza ricevono medicinali antiretrovirali e dal 1995 questo tipo di cura ha salvato almeno due milioni e mezzo di vite. “La sinergia tra la prevenzione e la cura sta dando progressi rapidi - scrive ancora Ki-moon nel suo messaggio - ma per vincere la battaglia contro l’aids dobbiamo ottenere risultati ancora migliori”. In Africa sub-sahariana, dove vive il 75% dei 34 milioni di persone affette dal virus Hiv, diversi paesi hanno visto il numero di nuovi contagi stabilizzarsi o addirittura diminuire, con in media un calo a livello regionale del 26% rispetto al 1997. Tra i paesi dove il tasso di contagio è in calo ci sono Burkina Faso, Togo, Ghana, Repubblica del Congo e Nigeria. Rimane invece molto critica la situazione in Sudafrica, dove la popolazione ha una percentuale di contagio da Hiv tra le più elevate al mondo: ogni giorno questo paese registra 1500 nuovi contagi e le fasce di popolazione più giovani sono gravemente a rischio. Le ragazze tra i 15 e i 24 anni sono esposte al virus in misura cinque volte maggiore rispetto ai coetanei maschi e la maggior parte dei casi di contagio si registra nelle baraccopoli. Oltre alla volontà politica, la disponibilità di finanziamenti “è cruciale per il successo delle nostre attività” insiste il segretario generale dell’Onu, invitando tutte le parti a contribuire a un piano di investimenti da 24 miliardi di dollari l’anno definito da Unaids. Tra gli obiettivi che il piano si prefigge di raggiungere entro il 2015 ci sono l’eliminazione dei casi di trasmissione dalla madre al feto e l’aumento di 15 milioni del numero delle persone sottoposte a cure antiretrovirali. La scelta del 1° dicembre come data per celebrare la Giornata internazionale di lotta all’aids fu adottata nel 1988 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Alla fine del 2010 ancora 34 milioni di persone erano malate di aids e negli ultimi 30 anni l’epidemia ha fatto almeno 30 milioni di vittime in tutto il mondo. (fonte Misna) Mappa a lato: i Paesi sono colorati a seconda della percentuale di persone adulte (15-49 anni) affette da HIV/AIDS. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Dialoghi sull'Africa (la Redazione) |
Un weekend di incontri per capire, conoscere e confrontarsi Workshop a cura della rivista Africa, in collaborazione con la Onlus Amici dei Padri Bianchi Treviglio (Bergamo) 10 - 11 dicembre 2011 Presentazione Chi va in Africa per un mese, torna e scrive un libro. Chi vi passa qualche anno, scrive un articolo. Chi vi passa una vita intera, preferisce star zitto davanti alla sua complessità. La rivista Africa, missione e cultura da 90 anni cerca di raccontare usi, costumi, mentalità e diversità del continente africano. Da qui l’idea di un fine settimana residenziale, aperto a giovani, studenti, viaggiatori, giornalisti e appassionati del mondo nero, senza la presunzione di capire l’Africa, piuttosto come stimolo ad approfondirne la conoscenza. Vogliamo raccontare il volto meno conosciuto e meno scontato dell'Africa, aiutati in questa sorta di viaggio da antropologi, giornalisti e reporter. Un weekend di incontri per capire, conoscere e confrontarsi. Relatori Marco Aime – Antropologo e viaggiatore Giorgio Fornoni – Giornalista di Report Raffaele Masto – Reporter e saggista Andrea Semplici – Giornalista e scrittore Marco Trovato – Coordinatore di Africa Programma Sabato 10 dicembre 2011 Ore 9.00 Registrazione partecipanti Ore 9.30-10.00 Benvenuto e introduzione al Workshop A cura di Paolo Costantini e Marco Trovato Ore 10.00-11.30 Raccontare le bellezze dell’Africa A cura di Andrea Semplici Ore 12.00-13.00 Tavola Rotonda con Andrea Semplici Lo sguardo (distratto) dei bianchi: perché ci ostiniamo a vedere e a raccontare la solita Africa? Ore 14.30-16.00 Cuore Nero: l’Africa che fa (poco) notizia A cura di Raffaele Masto Ore 16.30-18.00 Raccontare l’Africa: un mestiere straordinario. E terribilmente complicato: Raffaele Masto - Giorgio Fornoni - Andrea Semplici Ore 18.00-19.00 Tavola rotonda con Raffaele Masto, Giorgio Fornoni e Andrea Semplici Professione Reporter: si può vivere raccontando l’Africa? Ore 21.00-22.30 Reportage: l’Africa che brucia (facoltativo) Videoproiezione di filmati a cura di Giorgio Fornoni Domenica 11 dicembre 2011 Ore 8.45 S. Messa celebrata da p. Paolo Costantini (facoltativa) Ore 9.30-11.00 Come risponde l’Africa alla globalizzazione? A cura di Marco Aime Ore 11.30-13.00 Tavola rotonda con Marco Aime Il nostro incontro/scontro con l’Africa: opportunità, insidie, difficoltà. Riflessioni su e tra viaggiatori, cronisti e studiosi. Ore 13.00-14.30 Buffet africano offerto dall’organizzazione Ore 14.30-15.00 Missione Africa A cura di Paolo Costantini Cosa significa oggi fare il missionario in Africa. Nuove sfide, vecchi ideali Ore 15.00-16.30 Mal d’Africa? Il continente nero come non l’avete mai visto A cura di Marco Trovato Ore 16.30 Rinfresco e saluti - Scarica la scheda di iscrizione in PDF >>> Modalità d’iscrizione La partecipazione è a numero chiuso, per un massimo di 25 iscritti. Il workshop si terrà con almeno 15 iscritti. Data ultima di iscrizione: 20 novembre 2011 Si accettano iscrizioni in base alla data di arrivo e tramite l’invio della scheda compilata in tutte le sue parti: • via fax al numero 0363.48198 unitamente a copia della ricevuta del pagamento della caparra (50,00 €) • via mail: animazione@padribianchi.it unitamente a copia della ricevuta del pagamento della caparra (50,00 €) Quota di partecipazione La quota è fissata a 200,00 € e prevede: partecipazione al Workshop, pranzo a buffet della domenica. Non sono inclusi il pranzo e la cena del sabato né il pernottamento del sabato notte. Tutti i partecipanti riceveranno un abbonamento annuale in omaggio alla rivista Africa. Segreteria organizzativa Rivista AFRICA: Viale Merisio, 17 - 24047 Treviglio (BG) - tel. 0363.44726 - fax 0363.48198 - e-mail: animazione@padribianchi.it Referente: Matteo Merletto - cell.: 334.2440655 |
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Senegal, l'orgoglio inossidabile delle taglie forti (Daniele Tamagni) |
Le drianké sono donne robuste, sfacciatamente imponenti, icone tradizionali di una bellezza generosa e fiera. Un mito di seduzione ed eleganza d'altri tempi Le drianké (o diongoma) sono donne "in carne" che hanno fatto dell'arte della seduzione una filosofia di vita. Amano mettersi in mostra coi loro corpi esuberanti, le acconciature voluminose, gli abiti vistosi, il make-up sempre di moda. La loro cura dell'aspetto esteriore è maniacale, ma non scivola mai nella volgarità ed è prevalentemente finalizzata a compiacere al proprio marito. Qualcuno si spinge a paragonarle alle geishe giapponesi. Di certo si tratta di donne che hanno un'istruzione e un savoir-faire ben al di sopra della media: nella società senegalese godono di un prestigio proporzionale alla loro stazza. Matrone d'Africa Il guardaroba di una drianké bandisce l'utilizzo di jeans a vita bassa, minigonne e scollature. Le lunghe tuniche tradizionali rivelano con pudore la generosità dei corpi. Senza svelarli né ostentarli. L'incedere elegante di una drianké sulla strada è inconfondibile. E la scia del suo profumo è una sorta di firma, un autografo lasciato evaporare tra gli ammiratori. Il portamento ieratico e civettuolo fa parte dell'arte della seduzione che viene tramandata da madre a figlia. Servono anni per apprenderne i segreti. Soprattutto servono enormi sacrifici economici. «Non tutti gli uomini possono permettersi di sposare una drianké», mi spiegano degli amici di Dakar. «Queste donne sono molto costose: vogliono sempre indossare abiti e accessori lussuosi e amano presenziare alle serate di gala che si svolgono nei locali più esclusivi della città». Passerelle proibite A Dakar incontro Ambroise Gomis, un signore corpulento che nel 1992 ha inventato un concorso di bellezza ed eleganza riservato alle drianké: Miss Diongoma. «Era una manifestazione che celebrava, senza malizia né volgarità, i canoni estetici della tradizione», racconta l'uomo. La partecipazione era riservata alle taglie extralarge. Il successo fu enorme. Ma durò poco. «Alcuni dignitari religiosi mi accusarono di blasfemia perché mettevo in mostra il corpo femminile», rivela con amarezza monsieur Gomis. È curioso, oggi in Senegal si tengono concorsi di bellezza - trasmessi regolarmente dalla televisione - dove file di ragazzine in bikini o abiti succinti sfilano in passerella senza procurare alcuna polemica. «È il paradosso e il declino della società moderna: oggi vanno di moda i corpi asciutti e slanciati. Possibilmente denudati. E nessuno grida allo scandalo». Vere leonesse A ben guardare, le drianké sono monumenti viventi di un ideale di femminilità d'altri tempi. Nella città di Saint-Louis si trovano le ultime vere matrone del Senegal. I loro armadi debordano di vestiti e scarpe firmate, simboli vistosi di un'eleganza nobile e cortigiana. Famarama Mbaye ha 35 anni, lavora in un salone di bellezza: «Vado fiera dei miei "chili di troppo"», confessa. «Sono un simbolo di prosperità ed eleganza. Quando esco di casa non passo mai inosservata». Per catturare l'attenzione non esita ad utilizzare profumi dai poteri afrodisiaci. «Impasto dieci essenze diverse per ottenere l'effetto desiderato». Doraba, 31 anni, è una delle drianké più invidiate - e temute - di Saint-Louis. «Gli uomini hanno paura di avvicinarsi a noi perché sanno che abbiamo una personalità molto forte», dice. «Sono attratti dalla nostra impareggiabile eleganza, ma allo stesso tempo sono intimoriti dai nostri fisici imponenti e dalla sicurezza che ostentiamo in pubblico». Se oggi il mito delle drianké è appannato dai corpi androgini e filiformi imposti dalla moda e dalla tivù, Mame Mbacke, 40 anni, novanta chili di bellezza, non teme rivali: «La classe e l'eleganza non dipendono dal peso… Se una donna nasce gallina non può trasformarsi in leonessa». E con fare civettuolo scuote la sua lunga criniera. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Ma quale crisi? (Nicholas Minney) |
Mentre in Europa e Stati Uniti cresce l’inquietudine per l’incerto futuro delle finanze statali e dei mercati azionari, l’economia africana corre a ritmi impressionanti Borse in fibrillazione, mercati azionari in rosso, produzione industriale ferma, finanze statali sull’orlo del baratro. Accade in Europa e negli Stati Uniti. Non certo in Cina, India o Brasile. E nemmeno in Africa. Mentre l’economia dell’Occidente è vicina alla stagnazione (l’Ocse stima nell’ultimo bimestre dell’anno un incremento del Pil di appena lo 0,1%) e le ombre di una nuova recessione si fanno sempre più minacciose, dal continente nero arriva una ventata di ottimismo. Ricchi e poveri Il Pil africano quest’anno migliorerà del 3,7% e nel 2012 - prevede sempre l’Ocse - la crescita sarà del 5,8%. Numeri impressionanti, che pure hanno risentito dei recenti sconvolgimenti politici in Nord Africa. In alcuni Paesi produttori di petrolio, come l’Angola e la Nigeria, il boom economico sfiora le due cifre. Ma fanno ancora più impressione le ottime performance (specie nell’export) ottenute da Mozambico e Ruanda, nazioni povere di materie prime ma ricche di capacità imprenditoriali. Le autorità devono ora colmare l’impressionante divario economico e sociale che accomuna molti Paesi (il campanello d’allarme l’hanno lanciato le violente manifestazioni popolari contro disoccupazione e caro-vita che si sono svolte a Dakar, Kampala, Lilongwe…) affinché le fasce più deboli della popolazione possano godere di questa fase di sviluppo. Boom di banche Già oggi 300 milioni di africani - che fino a cinque anni fa vivevano in povertà - riescono a risparmiare, investire, spendere. I consumi a sud del Sahara crescono tre volte più in fretta della media europea, con tante opportunità di business per le aziende, nei trasporti, nell’edilizia, nella grande distribuzione (a novembre verrà inaugurato a Lagos, in Nigeria, l’Ikeja Mall, il più grande shopping center dell’Africa nera). Da Casablanca a Città del Capo, le banche fanno a gara nell’aprire nuove filiali, offrendo conti gratuiti e servizi telefonici di cashtransfer. Obiettivo: rastrellare la ricchezza della classe media emergente. Se i caveau in Occidente sono vuoti, non resta che riempirli coi soldi degli ex poveri. Il mercato bancario è ancora dominato dagli istituti sudafricani, egiziani e nigeriani: assieme raccolgono 834 miliardi di dollari: il 70% dei risparmi depositati nell’intero continente. Ma - secondo l’annuale classifica stilata da The Africa Report - le banche che sono cresciute maggiormente nel 2011 si trovano in Kenya (Investment & Mortgages Bank), Repubblica Democratica del Congo (BGFI Bank Congo), Togo (Financial BC), Mozambico (Banco Comercial) e Ghana (Agricultural Development Bank). Segno che l’economia corre da una parte all’altra dell’Africa. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Vincitori Concorso fotografico (la Redazione) |
GLI SCATTI DEL NOSTRO CONCORSO "UN CONTINENTE CHE PULSA DI VITA" In concorso oltre quattrocento immagini catturate da fotografi e viaggiatori, che hanno ritratto la vitalità dell'Africa, in bilico tra tradizione e modernità E' stato un successo! Il primo concorso fotografico lanciato dalla nostra rivista Africa ha ottenuto un risultato straordinario. E questo grazie a voi che avete accolto la nostra proposta e avete partecipato con tanta energia. Lo dimostrano i numeri: in poche settimane la nostra redazione è stata sommersa da centinaia di immagini scattate da fotografi e viaggiatori. In migliaia, poi, avete espresso il vostro giudizio sugli scatti in concorso, cliccando "mi piace" sul nostro profilo Facebook. Ed ecco ora i VINCITORI delle singole sezioni e le menzioni speciali della Giuria che ha giudicato gli scatti: |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Concorso: "Un continente che pulsa di vita" (la Redazione) |
SEZIONE TRADIZIONE PRIMO CLASSIFICATO Salto del toro. Foto di Salvatore Valente. Valle dell'Omo, Etiopia, novembre 2009. Il "jumping" è il più importante rito iniziatico del popolo Hamer: consiste nel saltare sulla groppa di cinque bovini adulti, senza mai cadere. In palio c'è il passaggio allo stato di adulto. SECONDO CLASSIFICATO La mia Africa. Foto di Andrea Materni. Costa Swahili, Kenya, marzo 2010. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Concorso: "Un continente che pulsa di vita" (la Redazione) |
SEZIONE MODERNITA' PRIMO CLASSIFICATO La voglia del nuovo, con il gusto della tradizione. Foto di Paolo Patruno. Lilongwe, Malawi, aprile 2011. Si scattano foto coi cellulari al concerto dei “Makhirikhiri” un gruppo tradizionale del Botswana, durante una loro esibizione a Lilongwe, Malawi. SECONDO CLASSIFICATO Scuola primaria di Agbonou. Foto di: Raffaella Mantegazza. Atakpamè, Togo, 2010 |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Concorso: "Un continente che pulsa di vita" (la Redazione) |
PREMIO DEL PUBBLICO Ecco le tre foto che hanno ricevuto più voti dal pubblico tramite la pagina Facebook di Africa. PRIMO CLASSIFICATO L’odeur de l’horizon. Foto di Nicola Grisa. Togo, agosto 2010 (249 voti) SECONDO CLASSIFICATO Donna himba. Foto di Marco Narizzano. Namibia, giugno 2010 (181 voti) TERZO CLASSIFICATO Bimba ruandese. Foto di Stefania Robledo. Ruanda, agosto 2009 (142 voti) |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Concorso: "Un continente che pulsa di vita" (la Redazione) |
MENZIONE SPECIALE GIURIA Vi segnaliamo alcune immagini che, a giudizio della Giuria del Concorso, meritano una menzione speciale. Matrimonio malgascio. Foto di Irene Dresda. Madagascar, aprile 2010. La gioia di appartenersi. Foto di Paolo Patruno. Malawi, agosto 2011. Angelo di smeraldo. Foto di Sonia Maggioni. Etiopia, dicembre 2010. Giochi a scuola. Foto di Francesco Cosentini. Tanzania, aprile 2009. Raccolta d'acqua. Foto di Giuseppe Scandiffio. Mozambico, marzo 2011. "Per caso mi avete notato?". Foto di Lorenzo Galitto. Togo, 2009. Vietato entrare con la cuffia. Foto di Enrico Fioroni. Senegal, luglio 2010. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Nairobi, una Giornata Missionaria Mondiale "speciale" (la Redazione) |
Un missionario denuncia l'emergenza dei poveri sfrattati da una baraccopoli della capitale del Kenya, il giorno stesso in cui si celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Tutto è cominciato la notte tra venerdì e sabato. Il telefonino squilla dopo la mezzanotte e Ruth, una mamma che abita nella baraccopoli di Kyangombe, vicino all’aeroporto internazionale di Nairobi, mi dice che gli abitanti del quartiere sono in strada perché è arrivata la polizia antisommossa per proteggere le ruspe che stanno abbattendo ogni tipo di costruzione. Tutta la baraccopoli è in allerta. Verso le cinque del mattino mi telefona di nuovo per dirmi che lei e i vicini stanno facendo i bagagli. Ha fatto alzare i suoi tre bambini mentre la figlia maggiore e il marito portano fuori i pochi oggetti che possiedono. Alle otto mi dice che la sua casa non c’è più: sono passate le ruspe. Con il parroco, un sacerdote del Kenya, mi reco sul posto. Qui incontriamo migliaia di persone che stanno trasportando le loro cose. Molti hanno tolto le lamiere dai tetti e dalle pareti per portarle in salvo. I negozianti svuotano le botteghe da tutta la merce. Vedo due ruspe che lavorano alacremente per tagliare le lamiere dei tetti che rimangono e per abbattere le case in muratura. Nel frattempo è anche caduta un po’ di pioggia e il fango si appiccica dappertutto. Telefono ad altre famiglie: anche loro hanno passato la notte fuori casa. Vedo scuole abbattute così come alcune chiese protestanti. La nostra chiesa, invece, è un po’ più lontana e non viene toccata. Carico le valigie di un giovane che lavora nella parrocchia come cuoco. La moglie aspetta presso le rovine della casa con i due bambini. Qualcuno che mi incrocia in quella confusione di gente che si muove carica di ogni cosa, esclama: “Padre, questa è l’Africa”. Noto la dignità e la pazienza che la gente mostra in questa disgrazia. Noto anche le espressioni di fede che sgorgano dalle labbra di persone povere e umiliate. Oggi, domenica, celebro Messa nella chiesa della baraccopoli di Kyangombe. L’assemblea è meno della metà del solito, mancano i chierichetti, il coro è composto da qualche persona soltanto. Tanti sono andati altrove, altri sono ancora sul posto a curare i loro averi e hanno passato la seconda notte all’aperto. Ruth mi dice che Juliet, la figlia maggiore, vuole andare a Messa ma i vestiti puliti sono chiusi in qualcuna delle valigie ammassate al bordo della strada. Dopo la Messa mi reco nei pressi della baraccopoli distrutta. Il luogo è una grande piazza piena di lamiere contorte e di scheletri di case. Diverse persone sono indaffarate a ripulire e salvare quello che possono. Altri stanno ricostruendo le baracche. Non c’è il rumore della musica che in tempi normali sgorga dai negozi e non c’è il viavai continuo di tutti i giorni. La ragione di tutto questo è che le autorità vogliono salvaguardare la fascia di sicurezza dell’aeroporto, quindi hanno mandato in giro l’avviso che le abitazioni sarebbero state distrutte, perché illegali. Il problema è che tutte le abitazioni della zona sono tecnicamente illegali. Il governo non concede licenze, se non alle industrie. Chi siano i proprietari è un mistero che si perde nei meandri del ministero e della corruzione di cui quegli uffici sono impregnati. La zona in questione non è parte della fascia di sicurezza dell’aeroporto. Nel pomeriggio circola voce che c’è stato uno sbaglio e che la polizia è andata oltre il suo compito. Altre voci dicono che un imprenditore, un non meglio definito “asiatico”, vuole quell’area per costruire abitazioni e avrebbe corrotto la polizia perché, in occasione dell’intervento per garantire la sicurezza dell’aeroporto, ripulisse un’area contigua a quella designata. È difficile dire quale sia la vera ragione dell’intervento. Anche se la gente potesse tornare - e dato che diverse case non sono state toccate, sono sicuro che presto tanti ritorneranno - ci rendiamo conto che un’azione del genere ha reso più poveri quelli che già lo sono. Ha separato famiglie e amici. Ha interrotto la costruzione di uno spirito di comunità che in città si sta sviluppando con fatica. E nonostante questo ennesimo dramma, vedo tra la gente il coraggio, la speranza e la pazienza di ricominciare. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Missionari nel Maghreb (la Redazione) |
Se altrove la Missione è annuncio e predicazione, nel Maghreb essa è anche luogo di incontro e di dialogo con il mondo musulmano Nel continente africano i Padri Bianchi si sono sempre consacrati alla Missione costruendo chiese, scuole, dispensari, realizzando anche dei progetti di sviluppo ambiziosi. Nel Maghreb, la presenza dei Padri Bianchi è più modesta e discreta. Il motivo? Per non urtare la sensibilità di una certa parte del mondo musulmano che non vede di buon occhio le opere della Chiesa cattolica a favore delle popolazioni islamiche. Malgrado queste difficoltà, si sono creati dei profondi legami con persone che hanno fiducia nei missionari, soprattutto negli ambienti delle ONG locali, nei quartieri e nelle famiglie che i missionari frequentano. Questi legami vanno mantenuti e rinforzati, perché l’avvenire della coabitazione - cristiani e musulmani - dipende da questi “spazi di incontro” dell’azione socio-umanitaria. Oggi, nel Maghreb lavorano 36 Padri Bianchi, di cui 9 africani, suddivisi in 10 comunità: 5 in Algeria e 5 Tunisia. Il loro lavoro di dialogo, di promozione sociale e di incontro è purtroppo ostacolato tra l’altro da gravi difficoltà finanziarie. Le comunità cristiane locali, assai ridotte, hanno ben poche possibilità materiali di sostegno. Inoltre, essendo stranieri, i padri non hanno diritto a salari o risarcimenti finanziari per le loro iniziative. Tutte le spese sono dunque a carico dei padri... che non hanno entrate perché lavorano gratuitamente. Questo pesa sulla formazione dei giovani padri che arrivano sul terreno. Il carisma del missionario esige una conoscenza approfondita delle lingue parlate là dove si è chiamati ad operare. Una volta, i confratelli più esperti iniziavano i più giovani padri alla lingua e alla comprensione delle culture locali. Oggi il giovane missionario deve frequentare dei corsi di lingua locale tenuti da professori locali. Un impegno costoso ma necessario per dialogare con le popolazioni del Maghreb. Attività Per capire meglio le molteplici attività sociali e umanitarie svolte dai Padri Bianchi in questa regione, citiamo tre missioni: Sfax, nel sud Tunisino; Ghardaïa, sede dei Mozabiti, nel Sahara algerino; e infine Tizi- Ouzou, nella Grande Cabilia algerina. Cominciamo da Sfax, città industriale del sud tunisino aperta sul mare. Seconda città della Tunisia per importanza economica e per popolazione (città 265.000 ab., area metropolitana 500mila abitanti), ha un grande ruolo nell’esportazione d’olio d’oliva e di pesce fresco o congelato. Qui, quattro giovani Padri Bianchi tutti africani, si occupano di due parrocchie (Gabès e Sfax) distanti più di 200 chilometri una dall’altra, ciascuna con circa 60 cattolici praticanti. I confratelli sono inseriti in associazioni assistenziali tunisine per persone menomate fisicamente e mentalmente. L’auto in dotazione alla comunità dei padri si trasforma spesso in ambulanza per trasportare gli ammalati al Centro di rieducazione. Sono inoltre impegnati in un gruppo biblico, un cine-forum per bambini, incontri con gli universitari cristiani del Sud-Sahara, un ufficio di accoglienza sociale, ecc. Da Sfax passiamo più a nord-ovest, a Tizi- Ouzu (letteralmente: “Colle delle ginestre”), in Algeria. Capitale culturale della cosiddetta “Grande Cabilia” (la parte occidentale, che comprende i monti più alti), vi si parla prevalentemente la lingua berbera, come lingua materna e l’arabo come lingua ufficiale. La sua università - creata nel 1977 - è stata la prima ad aprire una facoltà di lingua e cultura amazigh - la lingua berbera - e nel 2003 vi è stata discussa la prima tesi di dottorato in linguistica berbera. Fin dal 1888 i Padri Bianchi hanno aiutato i giovani di questa regione e nel 1998 hanno fondato una centro chiamato Le Figuier (il fico: albero della vita in Kabilia). Con la sua biblioteca, Le Figuier offre a 500 iscritti - studenti, medici, professori - un ambiente tranquillo di lavoro, di consultazione e di ricerca su libri e sul web. La biblioteca mette a disposizione libri e riviste di medicina, di inglese e di cultura amazigh. Per gli studenti - la maggior parte degli iscritti sono delle ragazze - è certamente uno strumento indispensabile in questa zona con pochissime possibilità. Più a sud, nel Sahara, troviamo Ghardaïa, una grande oasi popolata dai “Mozabiti”, una minoranza linguistica, etnica e religiosa in seno all’islam. I Mozabiti chiamano se stessi At Yighersan (“quelli dell’ordito”, allusione agli abiti tradizionali tessuti in casa). A Ghardaïa, una delle quattro diocesi della Chiesa algerina, risiede anche il vescovo, Mons. R.Claude, Padre Bianco, assieme ad altri quattro confratelli. Questi cinque missionari hanno al loro attivo varie iniziative di incontro, dialogo e servizio sociale: una biblioteca per gli alunni del liceo, un centro di documentazione sul Sahara, corsi di lingue, conferenze e tavole rotonde, accoglienza dei migranti: tutto è buono per incontrarsi, dialogare ed aiutarsi. Un’ultima riflessione. La geografia e gli avvenimenti hanno fatto del Maghreb un luogo di passaggio per migliaia di subsahariani che arrivano nella speranza di raggiungere l’Europa. Queste “migrazioni” pongono oggi la Chiesa nordafricana come cerniera con le Chiese sub sahariane, europee e del Medio Oriente. Se ieri la missione qui era soprattutto dialogo ed incontro, oggi essa diventa anche accoglienza ed assistenza per queste folle di migranti. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Programma radio: Africando (la Redazione) |
Nuovo appuntamento con la redazione di Africa. Ogni primo martedì del mese in onda sulle frequanze di RadioPace il programma radio "Africando". Un appuntamento per raccontare il continente africano attraverso le pagine della rivista, gli eventi del mese e il racconto in prima persona dei giornalisti e fotografi che collaborano con la rivista. Dalla sede di Cerna (VR), il giornalista Lucio intervisterà ogni mese gli autori degli articoli, i redattori e i collaboratori di Africa per andare a conoscere in profondità i cambiamenti in atto nel continente. Ascolta le interviste in podcast >>> |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Il papa' (adottivo) di Dumbo (di Paola Marelli) |
A Nairobi il dottor Aldo Giovannella accudisce decine di cuccioli di elefante rimasti senza genitori a causa dei bracconieri per salvarli e rimetterli in libertà Ho sempre avuto un’attrazione speciale per gli elefanti. Quando ero piccolo giocavo con un pupazzo di stoffa dalla lunga proboscide. Poi è stato il tempo degli elefanti della Walt Disney… Oggi, all’età di 48 anni, non mi stanco di giocare coi veri “Dumbo”: teneri pachidermi africani che hanno bisogno di cure e di affetto». Dedizione assoluta Aldo Giovannella è un veterinario che vive e lavora in Veneto. Due anni fa si è recato in Kenya per osservare da vicino i grandi animali della savana. «Al termine del mio primo safari, ho voluto visitare il David Sheldrick Wildlife Trust, nei pressi di Nairobi, che dal 1997 si occupa di curare, svezzare e ri mettere in libertà piccoli di elefante rimasti orfani per lo più a causa dei bracconieri». È stato un amore a prima vista. «Nel centro ho conosciuto persone straordinarie che vivono a stretto contatto coi cuccioli di elefante. Li nutrono, li coccolano, li curano con amorosa abnegazione. Giorno e notte. Una missione che mi ha affascinato». Ben presto il dottor Giovannella è diventato un collaboratore dell’omonima fondazione (creata dalla dottoressa Dame Daphne Sheldrick, in memoria del marito David) che gestisce il centro all’interno del Nairobi National Park. In Italia ha lanciato un progetto no profit, il Pengo Life Project, che ha la finalità di far conoscere anche le molteplici attività di protezione degli animali selvatici (elefanti ma anche rinoceronti neri) portate avanti nel cuore del Kenya. «Quando un elefantino arriva al centro - spiega il veterinario -, le prime ore sono cruciali per il suo processo di adattamento alla nuova realtà. Dovrà lottare contro la disidratazione, la polmonite che è la causa più frequente di morte degli ospiti, e contro l’alienazione sociale dal branco». Come nuovi genitori Gli operatori del centro sono fondamentali per l’integrazione dei nuovi arrivati, spesso cuccioli di appena qualche giorno. «Devono supplire al ruolo dei genitori e istaurare un rapporto esclusivo di intimità e fiducia coi piccoli animali». Devono imparare in fretta a capire i loro bisogni e le loro richieste. «I cuccioli selvatici hanno bisogno di essere accuditi in un ambiente sicuro e amorevole. La vita in cattività frustra gli istinti, soffoca gli stimoli, produce noia e psicosi. Per questo, dopo un circa anno di vita, gli orfani vengono trasferiti dalla nursery di Nairobi allo Tsavo East National Park. Qui inizia il graduale processo di reintegrazione nella comunità di elefanti allo stato brado. I giovani animali, sempre affiancati dai loro custodi, imparano a esplorare la savana, a familiarizzare con gli odori del branco, a tenersi alla larga dei predatori… Imparano, poco alla volta, a riacquistare la libertà e l’indipendenza perduta. Il tutto, grazie alla fondamentale vicinanza dei genitori adottivi che rafforzano la fiducia del cucciolo e lo preparano al ritorno alla vita selvaggia». Giorno dopo giorno tra gli elefantini e i loro custodi si crea un rapporto speciale: storie di commoventi amicizie che restano nel tempo. «Ricordo ancora come fosse ieri il giorno in cui è arrivata al centro la piccola Shukuro», racconta Giovannella. «Aveva solo tre giorni di vita ed era caduta accidentalmente nel fondo del pozzo di un gasdotto. I componenti del branco non erano riusciti a salvarla. Per fortuna un pastore aveva sentito le urla del suo disperato pianto. Il cucciolo era ferito, terrorizzato. Portato al centro, dopo due ore di volo, si mostrò subito affettuoso e giocoso. Oggi fa parte della nostra famiglia, ha superato con successo le fasi di adattamento e si prepara a tornare in libertà nella savana. Quando lascerà il centro sarà un giorno fantastico, ma anche molto triste». |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Salviamo il polmone del Madagascar (G. Falsi - I. Dresda) |
La battaglia di un volontario italiano contro il disboscamento selvaggio Nicola Gandolfi è impegnato da oltre dieci anni a difendere la foresta di Zafimaniry minacciata dallo sfruttamento dell’uomo. Una sfida contro il tempo e contro l’indifferenza Le foreste del Madagascar racchiudono un immenso patrimonio di biodiversità animale e vegetale. Un tesoro naturale che rischia di sparire per colpa dell'uomo. Studiosi ed ecologisti lanciano l'allarme sugli effetti devastanti del taglio illegale di legname pregiato, dell'urbanizzazione incontrollata, dello sfruttamento selvaggio delle ricchezze minerarie, dall'incursione dell'agricoltura e dell'allevamento nei fragili santuari della natura. Senza legge né controlli Le azioni per la tutela dell’ambiente promosse dal governo di Antananarivo fin dagli anni Novanta hanno ottenuto risultati insufficienti. Nel 2002 l'allora presidente Marc Ravalomanana annunciò un piano di salvaguardia della biodiversità impegnandosi a triplicare le aree protette dell’isola. I suoi proclami furono elogiati a livello internazionale. Ma alle parole seguirono pochi fatti e molti scandali. Nel marzo 2009 il colpo di Stato che portò al potere il trentaquattrenne Andry Rajoelina peggiorò la situazione: l'anarchia che seguì alla guerra civile permise a speculatori e affaristi di depredare le foreste non più protette. Decine di migliaia di ettari furono saccheggiati in diversi parchi nazionali da oltre 4000 taglialegna clandestini. Oggi il governo, sotto la pressione dalla comunità internazionale, ha reintrodotto il divieto di taglio ed esportazione di legnami preziosi (ebano, palissandro, ecc.). Ma le associazioni ambientaliste denunciano l'incapacità delle autorità di salvaguardare le risorse forestali. A difesa della foresta È in questo difficile contesto, aggravato ancora oggi dall’instabilità politica ed economica del Paese, che si inserisce un progetto di riforestazione promosso dall'associazione italiana Rtm (Reggio Terzo Mondo). Il progetto si sviluppa nella foresta di Zafimaniry, a circa 250 chilometri a sud–est della capitale. Qui vive e lavora Nicola Gandolfi, un parmigiano 36enne laureato in Scienze naturali e forestali. Undici anni fa, terminati gli studi, Nicola ha deciso di lasciare l'Italia per dedicarsi alla salvaguardia ambientale del Madagascar: da quel momento, il giovane volontario italiano trascorre le sue giornate a studiare lo stato di salute della foresta e a coltivare - in collaborazione con tecnici malgasci - migliaia di piante autoctone (i cui semi sono prelevati dalla foresta), destinate poi a rimboscare le zone ferite del territorio. La comunità locale è coinvolta nelle attività di piantumazione, ma anche in corsi di formazione che promuovono lo sviluppo di un'agricoltura biologica, rispettosa della natura, finalizzata anche alla commercializzazione di prodotti del commercio equo. L'obiettivo? «Tenere vivo quel sottile filo che lega la salvaguardia dell’ambiente e la cultura di un popolo». Una sfida difficile, contro il tempo e contro l'indifferenza. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Serata di racconti e proiezioni (a Torino) |
Serata di racconti e proiezioni della Taurinorum Travel Team che racconterà l'Africa Rally, viaggio-spedizione con scopi umanitari in Africa Occidentale realizzato con una vecchia Fiat Panda del 1987. Sarà anche l'occasione per presentare in anteprima la prossima avventura in Ecuador e Perù: in Ape, da Quito a Machu Picchu. Nel corso della serata, saranno proiettate le immagini e il video di questa indimenticabile viaggio. Il Team racconterà le avventure e gli incontri vissuti, spiegherà l'organizzazione necessaria e gli inconvenienti incontrati negli oltre 9000 km percorsi da Dakar (Senegal) a Limbe (Camerun). Nel corso della serata sarà presentato il libro "Tre uomini in panda. Storie d'africa" di Ludovico de Maistre, che potrà essere acquistato dai partecipanti e il cui ricavato verrà devoluto a favore del Progetto Humanitas Onlus. Verrà regalata a tutti gli ospiti una copia della rivista Africa che ha parlato con passione dell'avventura della Taurinorum Travel Team. Inoltre, Il Tucano Viaggi Ricerca metterà in palio 10 abbonamenti alla rivista da omaggiare ai più fortunati. Organizza: Il Tucano Viaggi Ricerca, la Taurinorum Travel Team ed il Progetto Humanitas Onlus Segui le avventure su www.taurinorumtravelteam.com |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| 9 luglio: 191 anni di lotta per la liberta'? (padre Daniele Moschetti da Juba) |
Qualche settimana fa, il Consiglio dei Ministri del governo del Sud Sudan, presieduto dal suo presidente Salva Kiir Mayardit, ha approvato date significative e storiche per il popolo sud sudanese. Il governo ha voluto mandare un messaggio alle varie etnie che compongono il Sud Sudan, al governo del Nord e soprattutto all’opinione pubblica mondiale, che la loro lotta viene da lontano. E con essa vuole andare lontano. 1820 – 2011 Gli anni dal 1820 al 2011 sono stati identificati come un importante periodo durante il quale i popoli dell’intera regione hanno lottato per la loro libertà contro la schiavitù e la colonizzazione portata da europei e arabi agli inizi del 19° secolo. A questo periodo si aggiunge anche il tempo nel quale i sudisti hanno sentito fortemente la dominazione e l’oppressione dei regimi di Khartoum. La schiavitù verso le Americhe fu ufficialmente proibita nel 1838 ma non in Africa. La mentalità di sfiducia nei confronti degli africani della capacità di gestire il proprio continente giungeva al punto che in molte parti dell’America, gli africani erano considerati senz’anima. Questo è solo uno dei tanti esempi del lungo cammino riconosciuto da molti intellettuali e politici come dominio esterno che ha portato dopo lunga lotta, sofferenza, fame, dolori, morti e divisioni alla autodeterminazione che culminerà nella dichiarazione d’indipendenza del 9 luglio 2011 di questo nuovo Stato. Nascerà quindi il 54° Paese africano: la Repubblica del Sud Sudan. La gente del Sud Sudan ha votato all’unanimità per l’indipendenza dal resto del Sudan nel referendum di secessione del 9 gennaio che è stato monitorato da osservatori internazionali. Questa data passerà sicuramente alla storia perché marcherà un passaggio storico fondamentale per l’intero Sudan ma anche per l’intera Africa. Il voto referendario era uno dei passi fondamentali dell’Accordo di Pace del 2005 che prevedeva la firma tra i ribelli del SPLA, Sudan People’s Liberation Army, e il governo del Sudan cioè il partito al potere NCP, National Congress Party, di Omar El Bashir dopo quasi 40 anni di guerra e oltre 2 milioni di morti. Le due guerre civili si sono combattute a partire dalla data d’indipendenza 1956 fino al 2005 con solo un’interruzione dal 1973 al 1983. Il periodo precedente l’indipendenza cioè dal 1820 al1956, ha visto la resistenza nella lotta contro gli invasori schiavisti del territorio del Sud Sudan ma anche quello dei colonizzatori come i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi e altri europei. Ma anche il periodo dal 1955 al 2011 ha marcato un numero notevole di lotte per la libertà e autonomia contro i governi arabi di Khartoum che si sono susseguiti dall’indipendenza del Sudan dal 1956 in poi. LE INCOGNITE DELLA REGIONE DI ABYEI È notizia di questi giorni che si è raggiunto un accordo per la smilitarizzazione di Abyei, la zona ricca di petrolio e cuscinetto tra Nord e Sud Sudan. Il Nord Sudan ha giurato di non riconoscere l’indipendenza del Sud Sudan se l’area di Abyei rimane nelle mani del Sud. Infatti, in queste ultime settimane l’esercito SAF (Sudan Armed Forces) ha invaso completamente la città e la zona mettendo in fuga migliaia di sud sudanesi dell’etnia Dinka Ngok. Il tutto per confondere e tenere sotto scacco il governo del sud ed evitare di perdere la zona produttiva di petrolio. Nel momento in cui scrivo, il Nord e il Sud hanno raggiunto un accordo sulla regione contesa di Abyei occupata dai militari di Khartoum il 21 maggio. L'intesa stipulata tramite il mediatore dell’Unione Africana ed ex presidente sudafricano, Thabo Mbeki, prevede l'invio ad Abyei di 4.000 Caschi Blu etiopici, il ritiro dei soldati di Khartoum e la smilitarizzazione della zona. I 4.000 Caschi Blu verranno dispiegati in un'area estesa circa 10.000 kmq mentre la missione ONU in Sudan conta 10.000 uomini su un territorio di 2 milioni e mezzo di kmq. La crisi di Abyei ha costretto alla fuga circa 60.000 persone, che si trovano in condizioni precarie, aggravate dalle piogge che in questa stagione cominciano a cadere sulla regione. Il SUD KORDOFAN Rimane aperta anche l'altra crisi ancora più difficile in questo momento, che ancora oppone nord e sud Sudan, quella del sud Kordofan, in pieno territorio del Nord Sudan. Il 5 giugno, le truppe del nord hanno occupato il capoluogo dello stato, Kadugli, e altre aree bruciando chiese e uccidendo chi incontravano per strada. Continuano i bombardamenti delle aree circostanti, in particolare i Monti Nuba. Testimonianze di persone sul posto e fuggite riportano di gravi abusi dei diritti umani e uccisioni disumane che ci riportano ad un conflitto che sta diventando sempre più etnico contro il popolo Nuba. Secondo le Nazioni Unite, più di 360.000 persone sono fuggite in Sudan negli ultimi 6 mesi e più di metà nell’ultimo mese di maggio e giugno. Soltanto in Sud Kordofan probabilmente 75.000 persone. Molte ONG internazionali stanno facendo evacuare il loro staff dal territorio e una crisi umanitaria di enormi proporzioni si sta aprendo di nuovo. LE ULTIME STRATEGIE DI BASHIR A Juba e in altri posti del Sud Sudan i lavori per la preparazione della grande festa per l’indipendenza del 9 Luglio vanno avanti senza sosta. La gente del Sud sente importante e storico questo momento e non vogliono farselo sfuggire. El Bashir può continuare a ostacolare in maniera sempre più sofisticata e brutale l’avvicinarsi alla data storica del 9 luglio, ma la gente è sempre più determinata ad arrivare fino in fondo. In questi giorni nella capitale e in tantissime parti del Sud Sudan non si trova più diesel e carburante, ma anche cibo e altri prodotti che arrivavano da sempre da Khartoum su decine e decine di lunghi camion. Il regime di Khartoum ha deciso di imporre una chiusura del mercato e delle vie di comunicazione verso il sud. Un ultimo tentativo di mettere in ginocchio l’economia, i cittadini e il nuovo paese che sta per nascere. Una strategia di chi non ha altra via se non quella della violenza. Dell’eliminazione del nemico per continuare ad intimorire, controllare e accusare la controparte per screditare e umiliare. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Molto, molto forti! (Matteo Merletto) |
Masina, Kintambo, Njili, Limete: sono questi i nomi di alcuni quartieri di Kinshasa, la capitale del Congo, che per una sera si sono “trasferiti” a Milano. Da qui arrivano Ricky Likabu, Coco, Theo, Roger e gli altri membri della band “Staff Benda Bilili” che si sono esibiti al Festival di Villa Arconati di Bollate, giovedì 23 giugno. Si tratta di otto congolesi, quattro di loro costretti sulle carrozzelle a causa della poliomielite, uno con le stampelle e tre ex ragazzi di strada che ora cantano e portano la loro musica nei maggiori festival di tutto il mondo. Sì, perché da Kinshasa ormai partono per delle tournée che li portano in Francia, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra, Giappone e nei prossimi mesi anche Stati Uniti. La loro storia è più che un eccezionale. Vivevano in alcuni quartieri della periferia di Kinshasa, megalopoli con più di 8 milioni di abitanti, 40mila ragazzi di strada, altrettanti portatori di handicap costretti a spostarsi su tricicli improvvisati. Si ritrovavano allo zoo della capitale per suonare i loro pezzi che parlano della loro vita: la malattia, l’amore, i volti incontrati, le difficoltà di una vita “diversamente abile”. Nel 2005 compongono una canzone, “Andiamo a votare”, per invitare i propri connazionali a prendere parte alle elezioni presidenziali di quell’anno. Un impegno per la democrazia ritrovata, dopo tanti anni di dittatura sotto Mobutu. La canzone viene ripresa da Radio Okapi, la radio della missione ONU in Congo, e da qui la strada è tutta in salita per questa band originale nella composizione ma anche professionalmente molto preparata e versatile. Nel 2009 esce il loro primo album intitolato “Très, très fort” che esprime tutta la forza e l’energia di questi musicisti. “Polio ebebisi ngai” (la poliomielite mi ha rovinato) o “Nalingi yo” (ti amo), diventano brani di successo che li portano sui palchi di mezza Europa. A coronare le capacità musicali di questi cantanti e suonatori, che alternano la rumba congolese al reggae e al funk, il film documentario realizzato dai francesi Renaud Barret e Florent de La Tullaye, “Benda Bilili!”, presentato al Festival di Cannes 2010. Con il loro umorismo conquistano la simpatia del pubblico e dei giornalisti tanto che grazie alla loro presenza il Festival si tramuta in “Festival des cannes”, ossia il Festival delle stampelle. Incontrandoli nelle splendide sale di Villa Arconati abbiamo scambiato con loro alcune battute sulla situazione di Kinshasa. “La situazione in città è molto migliorata, stanno sistemando le strade” – ci hanno detto – “anche l’elettricità non manca più come prima e si vede che qualcosa sta cambiando, anche nello spirito dei Kinois”. Però alla domanda sulla situazione politica in vista delle elezioni presidenziali di novembre ci hanno confermato che: “Noi non ci occupiamo di politica, siamo musicisti. Il nostro lavoro è cantare e raccontare il cambiamento in atto. Se possiamo, con le nostre canzoni, cerchiamo di invitare i nostri ascoltatori ad abbattere le differenze tra chi è normodotato e chi non lo è”. E chi ha assistito alla loro performance milanese si è reso conto di quanto sia vera questa affermazione. Se all’inizio sul palco si notano delle persone portatrici di handicap e costrette su sedie a rotelle, già a metà del concerto le differenze spariscono, si ascolta dell’ottima musica africana, si muovono anche e spalle, e ci si ritrova davanti a musicisti eccezionali. E il miracolo della musica si ripete: le barriere si abbattono e i muri delle differenze sono abbattuti. Questo riesce a fare “Staff Benda Bilili”. Ricordate questo nome perché percorreranno ancora molta strada sulla via della Musica. ASCOLTA L'INTERVISTA AI MEMBRI DEL GRUPPO (in lingala) |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Giornata mondiale per il Darfur (la Redazione) |
Anche quest’anno si celebra in tutto il mondo il ‘Global Day for Darfur’, dedicato alla crisi umanitaria in atto nella regione sudanese dal febbraio 2003 e che dal 2006 viene ricordata anche in Italia, grazie all'impegno di ‘Italians for Darfur’, associazione Onlus di cui fanno parte giornalisti, operatori sociali ed esponenti della società civile. Questo conflitto, nell’arco di sei anni, ha provocato (stime Onu) tra i 200 e i 300.000 morti e ha costretto almeno due milioni e mezzo di persone alla fuga, destinandole ad una vita da sfollati sia all'interno del Sudan, sia nei campi profughi in Ciad, circostanza che di fatto ha allargato il conflitto anche a questo paese confinante. Siamo onorati di aver ricevuto già in passato messaggi di sostegno dal mondo della società civile e dalle istituzioni, innanzitutto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha conferito anche la medaglia di Rappresentanza per la mostra "Volti e colori del Darfur", che forniscono un importante contributo alla causa da noi promossa e che quest'anno hanno una valenza ancor più importante essendo il Sudan ad una svolta. Quest'anno, in occasione dell'iniziativa che vorremo promuovere domenica 19 giugno, ci rivolgiamo soprattutto a ciascuno di voi, nostri sostenitori e simpatizzanti, affinchè, con il vostro aiuto rendiate possibile la nuova giornata di memoria e denuncia in Italia, al fianco dei rifugiati scampati all'eccidio del Darfur. Cerchiamo volontari che, a Roma, vogliano contribuire direttamente all'organizzazione dell'evento, come con il volantinaggio e la raccolta firme, o proponendoci soluzioni, idee e contributi, ma anche, per chi non potrà esserci, con il sostegno morale e l'informazione sull'evento. La giornata del 19 giugno rientra tra le iniziative di livello internazionale dirette a sostenere la forza di pace autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ancora stenta ad entrare nel pieno delle sue funzioni, e a ribadire la richiesta di un forte intervento della cooperazione internazionale per ricostruire un paese distrutto. Mentre l'attenzione internazionale è diretta altrove, il Sudan accusa uno dei momenti peggiori, nuovi reiterati scontri in molte parti del Paese. Oltre 100 mila persone fuggono dalla città di Abyei che galleggia sull'oro nero, al confine tra Nord e Sud Sudan, sotto il bombardamento dei tank governativi, mentre dalle zone vicine a El Fasher, Nyala e Jebel Marra, in Darfur, continuano i bombardamenti aerei che aggiungono nuovi sfollati agli altri oltre 70 mila civili che hanno già tentato di salvarsi rifugiandosi nei campi profughi quasi al collasso, negli ultimi sei mesi. L'aviazione sudanese nelle ultime settimane ha bombardato i villaggi di Esheraya, di Sukamir e di Labado nell’area meridionale della regione mentre le milizie alleate dell'esercito sudanese hanno incendiato cinque villaggi - Karko, Linda, Abu Mara, Jurab Bray e Asilowa - situati a 50 km a sud della capitale provinciale El Fasher (Darfur settentrionale). Tutto questo mentre al Sud continua il flusso di rientro dei profughi dai campi verso i luoghi di origine, ormai privi di ogni bene primario. Violenze e scontri tra forze governative e ribelli del Sud Sudan People Liberation Movement stanno esplodendo anche nelle montagne del Sud Kordofan, stato ai confini con la regione del Blu Nilo, proprio in questi giorni. Il governo sudanese, contemporaneamente, dichiara con fermezza di voler riconoscere il nuovo Stato del Sud Sudan, e di voler completare il cammino verso la risoluzione del conflitto in Darfur intrapreso a Doha, in Qatar. Volontà che si scontrano con interessi nazionali e sovranazionali, ma anche con il perdurare delle attività criminali di molte e diverse milizie armate in tutto il Darfur, le quali, molto spesso, imbracciano le armi per ottenere visibilità e ritagliarsi un ruolo politico e militare, al pari delle storiche Sudan Liberation Movement e Justice and Equality Movement. Per maggiori informazioni, e per comunicarci la tua adesione all'iniziativa del 19 Giugno 2011, a Roma, scrivete a Italians for Darfur ONlus, info@italiansfordarur.it. ITALIANS FOR DARFUR ONLUS |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Intervista al vescovo di Kindu (la Redazione) |
Intervista a Padre Willy Ngumbi, Missionario d’Africa e Vescovo da 4 anni della diocesi di Kindu, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo. Mons. Ngumbi, ci potete raccontare qual è la situazione della vostra diocesi e della Chiesa della RDC in generale? La diocesi di Kindu è situata lungo il fiume Congo, nella foresta equatoriale, vicino a Bukavu e Goma. È una diocesi molto vasta, misura infatti 82mila chilometri quadrati (quasi come l’Austria, ndr), divisa in 19 parrocchie, di cui 5 nella città di Kindu. Non ci sono molti preti e ci sono ancora 7 parrocchie senza un sacerdote. Siamo nella Provincia amministrativa di Maniema, che è divisa in due diocesi, Kindu e Kasongo. Attualmente, nella provincia la situazione è calma, non ci sono molti problemi e tutto procede bene. La Chiesa in Congo è presente su tutti i fronti e in modo particolare sul fronte sociale. La Chiesa possiede delle grandi scuole, primarie e secondarie, abbiamo un ospedale e dei centri di sanità su tutto il territorio della diocesi. Siamo anche impegnati nella pastorale femminile con le donne che sono state vittime di violenze sessuali durante la guerra. Come sapete, il Congo è uno Stato che sta ancora sistemando i danni e di ricostruire quello che la guerra aveva distrutto, come le infrastrutture ma anche le persone, e in maniera particolare le donne che hanno pagato un alto tributo così come la gioventù a causa di tanti bambini che sono stati utilizzati nella guerra come soldati. Quei bambini-soldato sono cresciuti, ora sono dei giovani che hanno bisogno di essere reintegrati nella società. La Chiesa è molto impegnata in questo lavoro per aiutare le persone traumatizzate dalla guerra a ritornare nella società, offrendo un accompagnamento psicologico, un lavoro, borse di studio e altro. Dal 2003, data della fine della guerra, a oggi ci sono state diverse tensioni nella Regione dei Grandi Laghi. Giacché la vostra Diocesi si trova vicino a Burundi, Rwanda e Uganda, qual è la situazione nella regione? Che cosa sentono le persone? Si accorgono che è avvenuto un cambiamento o hanno ancora paura che si possa ricadere nella tentazione della guerra? Penso che tra le persone ci siano entrambe queste sensazioni: la popolazione ha bisogno di un cambiamento e hanno il desiderio di vivere in pace. Questo è il sentimento che ritrovo tra la mia gente. Tuttavia si vive ancora nella paura perché ancora oggi ci sono delle zone di conflitto, di tensione, lungo le frontiere con gli altri Paesi. Nel nord, l’LRA (Lord’s Resistence Army) continua ancora ad attaccare le persone, a violentare le donne, a prendere gli abitanti dei villaggi per portarli nella foresta. Nel Kivu, lungo la frontiera, l’FDLR (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda) che dal Rwanda continuano ad attaccare, a distruggere i villaggi e violentare le donne. Ecco, questa situazione fa paura alle persone che si chiedono quando arriverà la pace definitiva in Congo. Le persone sono stanche della guerra. Abbiamo bisogno che ogni sorta di attacco finisca perché vogliamo ricostruire il Paese e desideriamo che le persone finalmente possano vivere in pace. Il 28 novembre di quest’anno si terranno le elezioni presidenziali. Qual è la situazione politica attuale del Paese e cosa sta facendo la Chiesa per formare la popolazione ad una coscienza politica? Nel mese di febbraio, la Conferenza Episcopale ha pubblicato una lettera, un messaggio rivolto ai cristiani (Anno elettorale: che cosa dobbiamo fare?) sull’anno elettorale. In primo luogo, in questa lettera, si chiede ai governanti di organizzare delle elezioni libere, trasparenti e democratiche. Purtroppo però fino ad oggi non sappiamo bene come saranno organizzate, dato che solo due personalità, l’attuale presidente Kabila e il politico Etienne Tshisekedi, si sono ufficialmente candidati. Altri si candideranno nei prossimi mesi . Il sentimento generale è quello di poter avere delle elezioni libere dopo 5 anni dall’ultima tornata elettorale. Sarebbe molto grave arrivare alla fine di quest’anno con un vuoto politico. Tutti vogliono andare alle elezioni per esprimere il proprio parere su questo Governo e avere un Paese normale con uno Stato che funziona normalmente. Il Congo è un Paese molto ricco di minerali e materie prime. I Paesi stranieri sono interessati a queste ricchezze e in modo particolare la Cina, negli ultimi anni, ha stretto accordi commerciali importanti col Governo. Si vede a Kinshasa e in altre città del Congo: i cinesi arrivano, costruiscono ponti, strade, infrastrutture. Questo in cambio di materie prime di cui è ricco il sottosuolo congolese. La Cina sta letteralmente prendendo e dando in Congo. Qual è il vostro punto di vista su questa presenza nel Paese? Quello che avete appena detto è vero: la Cina è molto presente in Congo. Si vedono cinesi in molte parti del Paese e anche da noi a Kindu, dove hanno iniziato a costruire le strade. Sono arrivati con grandi macchine e molti uomini e stanno lavorando. Quali sono invece gli accordi economici di scambio tra i due Paesi, noi non siamo ben informati a questo proposito. Quello che vediamo è che sono presenti, si danno da fare, costruiscono strade e infrastrutture e il paesaggio cambia. Questo è un aspetto positivo per noi. Mentre è difficile sapere quali sono gli accordi con la Cina. Almeno qualcosa inizia a cambiare e anche i congolesi hanno ben accolto questa presenza. Ascolta l'intervista originale in francese |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| Comunicato stampa FESMI (la Redazione) |
Due SÌ per dire NO alla privatizzazione dell’acqua. Per l’acqua “bene comune” vota sì ai referendum del 12-13 giugno. Da sempre impegnati per la promozione del bene comune, le riviste missionarie raggruppate nella Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana) e i Missionari/e in Italia e nel mondo invitano tutti gli italiani a partecipare al referendum del 12-13 giugno 2011, esprimendo la propria preferenza per il SI ad entrambi i quesiti riguardanti l’ACQUA. Siamo infatti convinti che la strada della privatizzazione di un bene essenziale e profondamente legato alla sacralità della vita non sia corretta dal punto di vista etico, oltre che inefficace dal punto di vista della sua gestione. I nostri occhi possono vedere e documentare nei molti paesi del Sud e del Nord in cui operiamo, che la gestione privata della risorsa idrica non ha mai migliorato il servizio, ma, anzi, l’ha spesso peggiorato, arrivando addirittura a negarlo alle fasce povere della popolazione. L’acqua è vita, l’acqua è simbolo di rinnovamento e di rigenerazione ed è un diritto fondamentale per la sopravvivenza e la salute. C’è bisogno di raggiungere il quorum portando alle urne circa 25 milioni di persone per una partecipazione democratica, anche in Italia, volta al bene di tutti, al “bene comune”. Per maggiori informazioni riguardo ai quesiti ed il percorso dei movimenti per l’acqua bene comune, ma anche per capire il perché e il come partecipare visita il sito www.referendumacqua.it |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
 |
|
|
| AFRICA: corsa atomica (Tesfaie Gebremariam) |
Mentre in Italia si deve tenere un referendum contro il ritorno al nucleare e in tutta Europa i governi frenano la corsa all'atomo, l'Africa assetata di energia vuole nuovi reattori L’incidente al reattore giapponese di Fukushima riuscirà a convincere i politici africani a rinunciare ai progetti di costruzione di centrali nucleari? Difficile dirlo. Il boom demografico e l’impetuosa crescita economica registrata in questi ultimi dieci anni hanno fatto aumentare la domanda di energia elettrica nel continente. Così molti Paesi hanno pensato di ricorrere al nucleare per rispondere alle necessità crescenti, anche perché l’Africa possiede il 20% delle riserve di uranio mondiali. Attualmente nel continente è in funzione un solo reattore, quello di Koeberg, in Sudafrica. Nato negli anni Settanta, fornisce il 5% del fabbisogno energetico nazionale. Il governo di Pretoria però intende sviluppare nuovi impianti e, secondo i progetti governativi, entro 20 anni almeno il 23% del fabbisogno nazionale dovrà essere soddisfatto dal nucleare (in collaborazione con società francesi, statunitensi, sudcoreani e cinesi). Ma il Sudafrica non è l’unico a progettare uno sviluppo del nucleare. L’Algeria possiede già due piccoli reattori sperimentali che servono per ricerche scientifiche. L’Egitto, prima della rivolta di gennaio, aveva annunciato l’intenzione di costruire un sito nucleare sulla costa mediterranea. Il Sudan ha in programma di sviluppare il nucleare entro una decina di anni. Il Ministro dell'energia del Senegal, Samuel Saar, ha dichiarato che il suo Paese intende iniziare ad arricchire l'uranio per uso civile. La Nigeria ha già sottoscritto un accordo con l’Iran per ricevere tecnologia e assistenza nucleare (le cancellerie occidentali sono in allarme). Ma la voglia di nucleare contagia anche Ghana, Kenya, Marocco, Tunisia e Uganda. Solo intenzioni o c’è qualcosa di più? Vedremo. Nel frattempo lo scorso dicembre in Niger (dove si produce buona parte dell'uranio che alimenta i reattori francesi) oltre 200.000 litri di fanghi radioattivi sono fuoriusciti da tre piscine lesionate di una miniera riversandosi nell'ambiente. Un episodio inquietante che nessun politico africano ha voluto commentare. |
|
| |
  |
condividi |
|
|
|
|
|
|
| |
| | |