Verso la moneta unica (IFGonline, 26/11/2008)
Una nuova unione monetaria nascerà dal 1 dicembre 2009. E in aperta sfida ai patti di stabilità, unirà Paesi le cui economie non sono propriamente floride. Si tratta infatti dei paesi membri dell' ECOWAS, la Comunità Monetaria degli Stati dell'Africa Occidentale, che riunisce 16 ex colonie anglofone della regione. Lo ha annunciato questa mattina Chukwuma Soludo, governatore della Banca Centrale della Nigeria e direttore dell'Agenzia Monetaria dell'Africa Occidentale (WAMA). I Paesi anglofoni si avviano così sulla strada già tracciata da dodici ex colonie francesi – divise però in due comunità economiche distinte, le cui rispettive valute non sono intercambiabili – che hanno adottato il Franco CFA come valuta comune già dai tempi della decolonizzazione. Alcuni Stati membri dell'ECOWAS - come il Senegal e la Guinea Bissau - già utilizzano il Franco CFA; in tali Paesi la nuova moneta, l'Eco, affiancherà quella esistente. L'obiettivo è favorire la crescita degli scambi a livello regionale, ottenere una maggiore integrazione economica ed attrarre gli investitori stranieri: i flussi di investimento dall'estero stanno infatti diminuendo a causa della crisi finanziaria. (…)(IFGonline, 26/11/2008)
Allarme droga (La Stampa, 26/11/2008)
L'Africa occidentale sta diventando sempre più zona di transito del traffico di droga a livello mondiale. E rischia per questo, anche e sopratutto politicamente, di trasformarsi in un'area di grande instabilità. L'allarme arriva dall'Ufficio per le Nazioni Unite contro la droga e il crimine(UNODC),il quale ha pubblicato ufficialmente un rapporto dal titolo:"Il traffico di droga come minaccia alla sicurezza nell'Africa occidentale". Secondo lo studio degli esperti dell'ONU la maggior parte della cocaina viaggia sulle navi dall'America Latina alle coste dei Paesi africani, e di lì vola in Europa. La droga arriva sopratutto in Guinea Bissau e in Ghana, per poi essere smistata. Le rotte aeree più frequenti partono dalla Guinea Conakry, dal Mali, dalla Nigeria e dal Senegal e raggiungono non solo Spagna e Regno Unito(i due più grandi mercati europei di cocaina) ma anche Francia e Portogallo. Il fenomeno è cresciuto negli ultimi anni, probabilmente a causa del declino del mercato negli Stati Uniti e del contemporaneo aumento del consumo nei Paesi europei: se fino al 2004 veniva confiscata circa una tonnellata di cocaina all'anno nei Paesi dell'Africa occidentale, dal 2005 ad oggi- si legge sempre nel Rapporto- ne sono stati sequestrate 46 tonnellate. Cifra decisamente non irrilevante. "I proventi del traffico di droga stanno alterando le fragili economie dei Paesi dell' Africa occidentale - osserva il direttore dell' UNODC- perchè in alcuni casi essi sono addirittura più alti del prodotto interno lordo(PIL) del Paese stesso.Inoltre la droga sta corrompendo la gioventù , perchè i servizi di questo commercio vengono remunerati con la cocaina". E non basta. I fiumi di denaro, che scaturiscono appunto da questi traffici illeciti, possono fortemente influenzare le eventuali campagne elettorali di questi Paesi(che poi è quel che si verifica), allontanando sempre più anche la più fievole speranza d'intraprendere in loco un autentico cammino verso la democrazia. * Marianna Micheluzzi/Ukundimana (La Stampa, 26/11/2008)
Un vertice per non svendere le ricchezze del sottosuolo (Misna, 20/11/2008)
“A cosa serve stare seduti su pozzi di petrolio e miniere ricche di materie prime, se non si è capaci di trasformare queste fonti in ricchezza per lo sviluppo e combattere così la povertà?” è la provocatoria domanda che il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha posto agli oltre 250 partecipanti a un vertice su miniere ed energia organizzato dai paesi della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao). Riuniti per quattro giorni a Yamoussoukro, capitale politica della Costa d’Avorio, esponenti politici, imprenditori ed esperti discutono, per la prima volta insieme, di come sfruttare le ricchezze del sottosuolo regionale al fine di promuovere lo sviluppo socio-economico delle popolazioni. Intervenendo ieri nella cerimonia di apertura, il presidente Gbagbo ha riproposto l’idea di un fondo comune tra i paesi dell’Africa, alimentato da parte dei profitti ottenuti dalla vendita di materie prime e risorse naturali: “Finché – ha continuato Gbagbo – l’Africa non creerà un simile strumento, tutti i discorsi sullo sviluppo sono vani; vogliamo evitarci l’umiliazione quotidiana di fare l’elemosina ai paesi sviluppati e contemporaneamente regalare le nostre ricchezze”. Tra le proposte fatte finora, il primo ministro della Guinea, Ahmed Tidiane Souaré, ha sollecitato la creazione di un centro di studi strategico sulle risorse naturali “per – ha detto – conoscere ciò che possediamo e sapere come usarlo”. Secondo il ministro ivoriano dell’Energia, Léon Monet, “la sfida è mettere in comune le risorse a beneficio dei popoli: la nostra visione è consentire a tutti i cittadini, prima dell’Africa occidentale, poi se riusciremo dell’Africa intera, di accedere facilmente all’energia, in vista di una maggiore integrazione nel prossimo futuro”. Tra le questioni previste nell’agenda di lavoro, i nuovi progetti per raffinazione, stoccaggio e distribuzione dei prodotti petroliferi, lo sviluppo dell’interconnessione tra le reti regionali, l’uso di energie rinnovabili come fonti alternative e i metodi con cui assegnare in futuro le nuove licenze di estrazione. [MV][CO] (Misna,
20/11/2008)
Cooperazione: accordo Fao-Slow Food (Agi, 29/10/08)
Valorizzare la produzione locale nei Paesi in via di sviluppo non solo aiuta a promuovere il mercato interno e d’esportazione, ma puo’ dare un contributo importante al raggiungimento della sicurezza alimentare per milioni di persone che dipendono dall’agricoltura per la propria sopravvivenza. Con questo intento e’ stato avviato l’accordo di collaborazione tra Fondazione Slow Food per la biodiversita’ e Fao nell’ambito di un programma di sicurezza alimentare in Africa Occidentale finanziato dalla Cooperazione italiana che coinvolge Mali, Senegal, Guinea Bissau e Sierra Leone. L’intesa e’ stata presentata a ‘Terra Madre’, la grande kermesse di quattro giorni a Torino organizzata da Slow Food, cui hanno partecipato oltre 7.000 piccoli produTori e operatori del seTore agroalimentare provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati su come promuovere una produzione alimentare sostenibile e rispettosa dei metodi tradizionali. “Il rilancio del seTore agricolo”, ha sottolineato Alexander Muller, vice direTore generale della Fao, del dipartimento Gestione risorse naturali e ambiente, “potra’ diventare realta’ solo se saranno le comunita’ produttive locali a trarne beneficio. Slow Food sta operando in questo senso e siamo lieti di poter lavorare insieme in Africa Occidentale oggi, e altrove domani”. Il programma Fao in Africa occidentale per la sicurezza alimentare attraverso la commercializzazione -di cui l’accordo con Slow Food e’ una componente- finanziato dalla Cooperazione italiana con circa 20 milioni di dollari, “si qualifica per un approccio innovativo che punta non solo a incrementare la produzione agricola ma anche a trovare sbocchi di mercato”, ha spiegato Paolo Lucci Chiarissi, responsabile Fao del Fondo fiduciario italiano per la sicurezza alimentare. In Paesi dove tra il 40 e il 50 per cento della popolazione adulta non ha mai frequentato la scuola, “e’ importante che i contadini imparino pratiche agricole piu’ efficienti”, ha aggiunto, “ma anche come avviare un piccolo commercio, come fare tesoro delle poche risorse a disposizione, come conservare e trasformare i prodotti per evitare che si debbano vendere al momento del raccolto”. “Non si puo’ vivere senza agricoltura”, ha commentato Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversita’. “L’economia locale e’ una delle forze reali contro l’attuale crisi economica e finanziaria globale”, ha aggiunto, “il modello di sviluppo basato solo su iperproduttivita’ e profitto ha fallito: non ha sfamato il pianeta, lo ha inquinato ed ha pesantemente compromesso la biodiversita’ agroalimentare, che e’ l’unica garanzia per il nostro futuro”. Per questo, “occorre lavorare per tutelare i prodotti tradizionali, rafforzare i piccoli contadini accorciando la distanza tra questi e i consumatori, promuovendo la cosiddetta filiera corta”. (Agi,/10/08)
Onu: Bioenergia puo sconfiggere poverta' (Alice/Apcom, 17/10/2008)
La povertà che affligge l'Africa occidentale può essere sconfitta dalla bioenergia sostenibile. E' quanto si legge in una ricerca condotta dalla Fondazione delle Nazioni Unite, del Centro internazionale per commercio e sviluppo sostenibile e dal Gruppo Energia e sicurezza, e sostenuto dall'Onu. I ricercatori hanno condotto lo studio negli otto Paesi dall'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (Uemoa, che comprende Benin, Burkina Faso, Costa D'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e hanno concluso che "lo sviluppo, l'utilizzo e la commercializzazione della bioenergia offre loro vitali opportunità economiche, sociali e ambientali per trasformare le zone rurali". Se prodotta e consumata a livello locale, la bioenergia può rivelarsi "cruciale" per combattere la povertà. Se combinata a buone politiche, si legge nello studio, la trasformazione della biomassa in bioenergia può "rafforzare la produzione e l'accesso a cibo, combustibile e fibre" negli otto Paesi Uemoa. "Sostenere queste strategie per migliorare l'agricoltura, difendere le foreste e i bacini imbriferi e produrre bioenergia dovrebbe rafforzare anche la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici", conclude il rapporto.
(Alice/Apcom,
17/10/2008)
34 vittime e 130 mila persone evacuate a causa delle alluvioni(Radio Vaticana, 09/09/2008)
Sono almeno 34 le vittime delle inondazioni e delle forti piogge che nelle ultime settimane si sono abbattute su 13 paesi dell'Africa occidentale, provocando l'evacuazione di circa 130 mila persone. Un bilancio comunque "meno grave rispetto al passato e all'anno scorso – come spiegato da Hervé Ludovic de Lys, dell'ufficio di coordinamento per gli Affari umanitari dell'Onu (OCHA) – quando le persone colpite furono più di un milione e le vittime circa 200". "E' in atto un miglioramento dei dispositivi di prevenzione – ha aggiunto il funzionario dell'Onu parlando con l'agenzia MISNA -, visto che la quantità di precipitazioni è la stessa dello scorso anno". Tra i paesi più colpiti dalle inondazioni figurano il Ghana, il Togo e il Niger, per i quali OCHA ha proposto di istituire un fondo regionale per la prevenzione delle catastrofi naturali. In particolare "preoccupa la situazione del Togo, con nove ponti distrutti, e quella della Guinea Bissau dove è in atto un'epidemia di colera che ha già causato oltre 90 morti e 3900 contagi". (D.B.) (Radio Vaticana, 09/09/2008)
Nuove regole per difendere gli squali (Greereport, 30/06/2008)
I Paesi della Commission Sous-Régionale des Pêches (Csrp) si sono accordati a Dakar per istituire un osservatorio dello sfruttamento degli squali nella loro zona di oceano Atlantico, che comprende il mare di: Capo Verde, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Mauritania, Senegal e Sierra Leone. L’incontro nella capitale senegalese aveva per tema proprio la protezione degli squali, un’iniziativa portata avanti insieme alla Fondation internationale du Banc d’Arguin (Fiba), che con aree marine protette e parchi nazionali costieri cerca di difendere alla sovra pesca e dalla pesca pirata uno delle zone marine più ricche di vita e più saccheggiate dalla pesca industriale. L’obiettivo è di mettere in piedi un osservatorio della pesca degli squali «al fine di stabilire indicatori pertinenti, che permettano di prendere decisioni chiare alle autorità responsabili della gestione di questi stock – si legge in una nota della Csrp - La conservazione della popolazione di squali permetterà di ristabilire e mantenere l’équilibrio alimentare dell’ambiente marino e di evitare la sovra-crescita di alcune specie che creerebbe altri danni ambientali». Un esperto di squali che ha partecipato all’incontro di Dakar a spiegato all’Agence africaine de presse che «l’osservatorio lavorerà per mettere tutti gli Stati allo stesso livello di informazione, in vista di prendere una i decisione che riguarda tutto l’ambiente marino, in particolare lo stock di squali». Nell’Atlantico che bagna le coste dell’Africa occidentale gli squali sono vittime del supersfruttamento, dovuto alla pesca delle grandi flotte industriale occidentali ed orientali, che catturano gli squali anche durante il loro lungo ciclo riproduttivo e non risparmiano certo le specie a più basso tasso di fecondità. Per questo la Commission Sous-Régionale des Pêches invita i governi dell’Africa occidentale a «rivedere la regolamentazione su periodi, zone e attrezzi di pesca, così come la tassazione doganale e la rivalutazione dei costi delle licenze di pesca». (Greereport,30/06/2008)
I fiumi invasi da piante infestanti (Greenreport, 12/06/08)
A Dakar, la capitale del Senegal è in corso un summit internazionale sulle minacce causate dalle specie vegetali esotiche invasive dei fiumi, in particolare tifa, Salvinia molesta e Pista stratiotes che con la loro espansione hanno impatti anche su foreste, agricoltura, risorse idriche, turismo e pesca. All’incontro, che si svolge nel quadro di un programma mondiale avviato dalla Banca africana di sviluppo in collaborazione con il segretariato per l’ambiente della New partnership for Africa´s development (Nepad), partecipano Guinea, Guinea Bissau, Costa D’avorio, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Togo Il summit dovrebbe servire a rafforzare le capacità di gestione di queste specie da parte di questi Paesi dell’Africa occidentale, attuando un programma che ha raggiunto il suo secondo anno di applicazione e che dovrebbe essere completato nel 2011. A beneficiare del programma sono anche Benin, Gambia, Ghana e Nigeria. A preoccupare di più è il delta del fiume Senegal dove almeno 121 mila ettari sono invasi dalle tre specie acquatica, soprattutto dalla tifa. Gli intervenuti al summit hanno chiesto tutti l’approvazione di una legislazione per la gestione di queste specie invasive, precisando che il solo intervento efficace, ad oggi, è «la lotta meccanica, perché non esistono nemici naturali contro la tifa da qui l’assenza di lotta biologica». Secondo Demba Mamadou Bâ, coordinatore del progetto di gestione integrata delle specie acquatiche accidentali e proliferanti in Africa occidentale «la Tifa costituisce un flagello ma se è ben gestita, può essere valorizzata e trasformata in fonte di guadagno, in particolare per produrre carbone, stuoie e farne compostaggio». (Greenreport,
12/06/08)
Serve una politica agricola comune per combattere il carovita (Radio Vaticana, 19/05/08)
“È necessario avviare una politica agricola comune che ci aiuti a condividere e a controllare collettivamente le risorse della regione”: lo ha detto Mohammed Ibn Chambas, segretario esecutivo della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), alla fine di un incontro tra i ministri dell’agricoltura svoltosi ad Abuja per discutere la questione dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari. “Dobbiamo osservare la crisi in due dimensioni – ha continuato Chambas – In primo luogo, come aiutare gli Stati membri ad affrontare un problema immediato; poi, come affrontare a lungo termine e in modo strutturale l’argomento”. Secondo gli economisti dell’Ecowas, riferisce l'Agenzia Misna, il carovita può costare ai Paesi della regione più di 11,6 miliardi di dollari solo in interventi di emergenza. Finora, i governi hanno reagito alla crisi del carovita adottando provvedimenti di breve termine, come la diminuzione delle tasse d’importazione sul rifornimento di cibo o l’introduzione di misure di controllo dei prezzi. Mentre le maggiori economie della regione, come quella della Nigeria o della Costa d'Avorio, sono state in grado di assorbire con relativa facilità il costo di simili misure, contenere l’aumento dei prezzi è una questione più impegnativa per gli stati più poveri. Perciò, alla fine dell’incontro di Abuja, è stato diffuso un comunicato dell’Ecowas per chiedere ai paesi esportatori di petrolio di aiutare gli stati importatori a temperare gli effetti della crescita del prezzo del greggio attraverso forniture privilegiate. (R.P.) (Radio Vaticana,
19/05/08)
Forti proteste in Costa d'Avorio e Senegal per il rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità (LM, Fides, 01/04/2008)
L'aumento dei prezzi degli alimenti e di altri generi di prima necessità ha provocato gravi proteste in Senegal e in Costa d'Avorio. In entrambi i Paesi dell'Africa occidentale, diversi dimostranti sono stati feriti durante gli scontri con la polizia, che ha arrestato centinaia di persone. Il 31 marzo ad Abidjan, la capitale economica della Costa d'Avorio, centinaia di persone, in maggioranza donne, sono state disperse dalle forze dell'ordine che hanno fatto ricorso al lancio di granate lacrimogene. I dimostranti avevano eretto barricate per le strade a Yopougon, un quartiere periferico di Abidjan, in segno di protesta per il forte rialzo dei prezzi: un chilo di carne è passato da 700 Franchi CFA (1,68 dollari USA) a 900 Franchi CFA (2,16 dollari) in solo tre giorni. Nello stesso periodo di tempo un litro di latte è aumentato da 600 CFA (1.44 dollari) a 850 CFA (2.04 dollari). Il 30 marzo a Dakar, capitale del Senegal, la polizia avevo represso brutalmente (secondo le locali associazione per i diritti civili) una marcia di protesta contro il “caro vita”, utilizzando anche bastoni che emettono una scarica elettrica. Sono state inoltre sequestrate le riprese video degli scontri. Il rialzo dei prezzi dei carburanti e dei generi alimentari sta avendo pesanti conseguenze in tutta l'Africa. Negli ultimi mesi vi sono state violente proteste in Camerun, Burkina Faso, Mozambico e Mauritania. Il rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli è strettamente correlato a quello del petrolio. Il prezzo del petrolio incide infatti, sia sulla produzione sia sul trasporto delle derrate alimentari. Inoltre l'estendersi dell'uso dei carburanti derivati dai vegetali (i cosiddetti biocarburanti) contribuisce al rialzo dei prezzi dei generi alimentari, perché aumentano le superfici agricole destinate alla loro produzione a discapito di quella di cibo. Le tensioni legate all'inflazione rischiano di avere serie conseguenze in un Paese come la Costa d'Avorio, che cerca a fatica di uscire da una difficile crisi politica, aggiungendosi ad altri fattori di destabilizzazione. A fine marzo, ad esempio, sono scoppiati gravi incidenti nell'ovest della Costa d'Avorio tra le forze dell'ordine e i membri di una milizia che, in base agli accordi di pace, attendono di essere smobilitati. (LM, Fides,
01/04/2008)
Sahel, un’altra frontiera militare per gli Usa (Alessandro Massacesi, Limes, 17/01/2008)
Nel 2002 il dipartimento di Stato americano, in seguito alla proclamazione della lotta al terrorismo su scala globale promossa dalla nuova amministrazione Bush, ha istituito la Pan Sahel Initiative, un accordo militare con Niger, Mali, Mauritania e Ciad nell'Africa Occidentale, per limitare l'espansione dei gruppi terroristi islamici nel deserto sahariano e rafforzare i governi dell'area nel controllo dei propri confini. Sullo stesso territorio la Francia ha sempre giocato un ruolo economico, politico e militare dominante. L’accordo francese di sostegno e cooperazione militare sottoscritto con i paesi dell’ex Africa Occidentale Francese (AOF) stabilisce lo scambio informativo e tecnico e l’assistenza alla formazione militare. Tale accordo è precedente ad ogni altra iniziativa militare nell’area saheliana e sahariana. Apparentemente, l’ingresso dell’organizzazione militare statunitense all’interno di un’area geo-politica prevalentemente orbitante attorno a Parigi è un’operazione dagli obiettivi funzionali alla lotta al terrorismo: in realtà, già negli anni Ottanta la presenza statunitense in Ciad rappresentava l’idea della politica di contenimento dell’iniziativa sovietica e libica nella regione. Attualmente l’iniziativa francese e quella statunitense non sembrano competere tra loro, anzi dai risultati ottenuti le iniziative sembrano strumentali e complementari, finalizzate comunque al mantenimento dell’influenza occidentale nell’Africa del nord e occidentale; nuova è però la presenza dell’esercito inglese che opera al fianco delle truppe statunitensi. Gli obiettivi della Pan Sahel Initiative (PSI) sono la lotta al terrorismo, il controllo diretto del territorio e quello delle risorse presenti nell'area; sono gli stessi obiettivi e gli stessi strumenti utilizzati nel resto del mondo dalle forze anglo-americane per sedare rivolte e reprimere il terrorismo. Nella PSI è presente però l’idea di rafforzare, più che di capovolgere, i governi della regione per ergere un muro contro il proselitismo di agguerriti gruppi terroristi e sostenere la cooperazione economica e umanitaria a favore dei regimi vigenti. L’iniziativa americana si inquadra nella lotta ai conflitti asimmetrici e al terrorismo, e si realizza con interventi operativi diretti e con l’addestramento e il sostegno militare agli eserciti regolari da parte delle truppe militari statunitensi guidate dal comando americano per l’Africa con sede in Europa. Leggi tutto l'articolo scaricandolo in formato pdf (320Kb) http://limes.espresso.repubblica.it/wp-content/uploads/2008/01/sahel.pdf - (Alessandro Massacesi, Limes,
17/01/2008)
Quali sono le cause dell’emigrazione? (LM, Fides, 16/01/2008)
Quali storie vi sono dietro il flusso di immigrati clandestini in Europa provenienti dall’Africa occidentale? Le aride cifre non aiutano a capire i drammi che spingono un numero crescente di africani a rischiare la vita per venire in Europa. Esiste, ad esempio, un legame tra l’emigrazione e il forte impoverimento delle risorse ittiche dell’Africa occidentale, provocato dalla pesca selvaggia operata dalle flotte pescherecce di Paesi dell’Unione Europea, dell’Asia e della Russia lungo i litorali africani. Di conseguenza i pescatori locali non riescono più a guadagnare abbastanza per vivere con la loro attività e si sono improvvisati “passeur” di esseri umani; con le loro piroghe trasportano uomini, donne e bambini verso le Isole Canarie (territorio spagnolo) prima tappa per l’ingresso in altri Paesi dell’Unione Europea. Lo riferisce l’International Herald Tribune. Il quotidiano riporta le statistiche delle Nazioni Unite, secondo le quali l’anno scorso 31mila persone hanno cercato di raggiungere le Isole Canarie dalle coste dell’Africa occidentale, con piccole imbarcazioni. Più di 6mila persone sono morte nella traversata. L’IHT riporta le dichiarazioni di alcuni responsabili dell’Unione Europea che ribattono alle accuse affermando che i governi africani hanno venduto con troppa disinvoltura le licenze di pesca nelle loro acque e non esercitano un adeguato controllo sui pescatori di frodo. In ogni caso le popolazioni locali si trovano prive della loro fonte principale di proteine, il pesce che è venduto a prezzi troppo alti nei mercati locali. Un motivo in più per cercare migliori condizioni di vita in Europa. Un’altra storia di emigrazione dall’Africa occidentale è riportata dal giornale ivoriano “Fraternité Matin”. A seguito della crisi della Costa d’Avorio del 2002 (crisi in via di risoluzione ma che ha lasciato ancora diverse conseguenze negative), un gran numero di ivoriani si è stabilito in Senegal. Tra di loro vi sono diverse ragazze che tentano di emigrare in Europa sposandosi un “bianco”. Per arrivare in Senegal dalla Costa d’Avorio le donne impegnano tutti i loro risparmi e quindi diventano vulnerabili economicamente. Accade quindi che diverse ragazze finiscano vittime della tratta della prostituzione. I “promessi sposi”, una volta arrivate in Europa, si rivelano invece sfruttatori che costringono le giovani donne a prostituirsi. Il sogno dell’Eldorado europeo si trasforma così in un incubo. (LM, Fides,
16/01/2008)