![]() |
Missionari uccisi nel 2007 (ICN/Fides, 30/12/07)
Come di consueto, alla fine dell'anno l'Agenzia Fides pubblica l'elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso del 2007. Secondo le informazioni in nostro possesso, quest'anno sono stati uccisi 21 tra sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, tre in meno rispetto all'anno precedente e quattro in meno rispetto a due anni fa. (…) Il conteggio non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti gli operatori pastorali morti in modo violento o che hanno sacrificato la vita consapevoli del rischio che correvano, pur di non abbandonare il proprio impegno di testimonianza e di carità. (…)Li proponiamo comunque al ricordo ed al suffragio di tutti, proprio perché il sacrificio della loro vita non sia dimenticato, e perché ognuno di loro, in misura diversa, ha offerto il suo contributo alla crescita della Chiesa in diverse parti del mondo. (…)
Il rincaro del greggio vanifica la cancellazione del debito (Il Sole 24 ore, 30/12/07)
L'aumento del prezzo del greggio ha vanificato i benefici portati negli ultimi tre anni a molti paesi africani dagli aiuti internazionali e dalla cancellazione del debito. A tal punto, da far temere il ripetersi della crisi del debito degli anni ottanta, determinata in parte dallo shock petrolifero del decennio precedente. Sono queste le conclusioni di una ricerca condotta dall'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) e riportata dal Financial Times. L'Aie ha condotto la sua ricerca in 13 paesi africani privi di risorse petrolifere, tra cui Sudafrica, Ghana, Tanzania, Etiopia e Senegal, e ha evidenziato come il rincaro del greggio acquistato da questi stati a partire dal 2004 sia stato equivalente a 3 punti percentuali del Pil. Cifra superiore agli aiuti ricevuti nello stesso lasso di tempo dai paesi donatori e alla somma di debito cancellato. Il Presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, ha dichiarato di temere «rivolte e violenze» in Africa a causa del "rovinoso" prezzo del greggio. Per scongiurare tale minaccia, Wade ha sollecitato 15 Paesi privi di risorse petrolifere a dare vita a una società per l'energia in grado di competere nella gara per ottenere concessioni petrolifere nel continente. «Sta aumentando la consapevolezza che oggi la principale sfida per l'Africa è quella di fornire energia a costi abbordabili», ha sottolineato il Presidente senegalese. Il prezzo del greggio minaccia anche di rallentare la crescita economica del continente e di alimentare l'aumento del costo dei beni alimentari, ostacolando così l'investimento in settori chiave per lo sviluppo del continente come salute, istruzione e lotta alla povertà, come previsto dagli Obiettivi del Millennio. Il ministro delle Finanze nigeriano, Shamsuddeen Usman, ha dichiarato al Ft che per saranno soprattutto i paesi senza ricchezze petrolifere a veder diminuire «le possibilità di raggiungere gli obiettivi del Millennio».(Il Sole 24 ore, 30/12/07)
Bono (U2): ''Su aiuti all'Africa l'Italia non ha mantenuto le promesse'' (Adnkronos, 28/12/07)
Sugli aiuti all'Africa ''la Germania non ha imbrogliato e lo si puo' constatare dal bilancio federale. Ad avere imbrogliato sono Italia e Francia''. Lo ha detto il leader degli U2, il cantante Bono Vox (nella foto), che, in un'intervista al 'Sueddeutsche Zeitung', racconta: ''Durante un mio incontro con i capi di governo ad Heiligendamm uno di loro si è addormentato mentre stavo parlando''. Il musicista si rifiuta di dire di chi si tratti: ''Nomi non ne faccio''. Poi scherza: ''Magari è perché io sono noioso... Ma la signora Merkel - aggiunge - non si è addormentata. Ha mostrato interesse e, soprattutto, non ha promesso molto e mantenuto poco''. Quanto agli altri impegni presi nel corso dell'ultimo vertice del G8 ad Heiligendamm che, a suo dire, non sono mantenuti, Bono afferma: ''E' già grave quando si violano le promesse fatte agli elettori, che poi lo si faccia verso i più poveri del mondo e migliaia di persone muoiano è inconcepibile. E sono stati soprattutto gli italiani a violare ogni promessa che avevano fatto''. Immediata la replica. Il governo ha mantenuto gli impegni presi per l'Africa all'ultimo vertice G8. Tutte le risorse stanziate per l'occasione saranno disponibili con l'entrata in vigore della Finanziaria, replicano fonti di palazzo Chigi. ''La protesta di Bono - dicono le stesse fonti - sarebbe stata giusta se non avessimo mantenuto gli impegni, ma il governo ha rispettato le promesse fatte, stanziando le risorse in Finanziaria. Risorse che saranno disponibili con l'entrata in vigore della legge''. (Adnkronos, 28/12/07)
Il Papa chiede la pace e sferza i potenti: «Trovino la soluzione umana e giusta» (Corr(Corriere della Sera, 26/12/07)
«In questo giorno di pace, il pensiero va soprattutto laddove rimbomba il fragore delle armi»: il Papa chiede pace in tutto il mondo, dall'Africa al Medio Oriente, dal Libano all'Afghanistan. E fa appello ai «responsabili di governo» a «cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature». Messaggio di Natale e Benedizione «Urbi et Orbi» centrato sulla richiesta di pace in ogni angolo del pianeta, quello che Benedetto XVI rivolge a migliaia di fedeli radunati in piazza San Pietro per la tradizionale benedizione alla città e al mondo. Il pensiero di papa Ratzinger vola verso «le martoriate terre del Darfur, della Somalia e del nord della Repubblica Democratica del Congo» fino «ai confini dell'Eritrea e dell'Etiopia». Benedetto XVI ha auspicato che il Natale porti più giustizia sociale e consolazione a chi si «trova nelle tenebre della miseria, dell'ingiustizia, della guerra». È lungo l'elenco che Benedetto XVI stila per ricordare i numerosi focolai di guerra che divampano nel mondo. (…) «Il Bambino Gesù - afferma il Pontefice - porti sollievo a chi è nella prova e infonda ai responsabili di governo la saggezza e il coraggio di cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature.(…)». Al termine del messaggio «Urbi et Orbi», gli auguri di «Buon Natale» in 63 lingue, dall'italiano per concludere con il latino. Quest'anno è «spuntato» un idioma in più, rispetto ai 62 auguri del 2006: è il guaranì, lingua dell'indios dell'Amazzonia. (Corriere della Sera, 26/12/07)
Primo satellite africano in orbita (Luca Rolandi, La Stampa, 20/12/2007)
La scommessa del futuro è immettere l'Africa nel fusso globale dell'informazione, dove oggi le notizie non possono arrivare. Nel continente nero, infatti, nella gran parte delle aree rurali non c'è elettricità, le connessioni telefoniche sono scarse, la televisione è poco diffusa e Internet è un lusso. Ma l'informazione è fondamentale per lo sviluppo a partire dagli elementi essenziali della vita: salute e istruzione. In particolare quella sanitaria in relazione alla prevenzione dell'Aids, della malaria, o semplicemente del morbillo che fa strage di bambini. Negli ultimi dieci anni sono stati avviati molti progetti uno dei più significativi fu Worldspace promosso dall'ingegnere etiope Noah Samara nel 1999. Il suo obiettivo era raggiungere ottocento milioni di persone concentrate nelle bidonville suburbane oppure disperse nei villaggi remoti nella savana, trasmettendo in cinquanta nazioni a dispetto della babele di lingue. Dopo otto anni finalmente si è giunto al primo risultato tangibile. Sarà, infatti, lanciato oggi, dalla città di Kouros, in Guyana francese, il primo satellite panafricano di telecomunicazione. Rascom-1, questo il nome scelto per il satellite, è frutto di un progetto dei governi di Camerun, Costa d'Avorio, Libia e Gambia e fornirà servizi per la telefonia fissa, diffusione e archiviazione di dati, connessioni internet e televisive per i prossimi 15 anni. Il costo complessivo dell'operazione ammonta a 400 milioni di dollari, ma il sistema permetterà all'Africa di economizzare i 500 milioni di dollari annui che il continente sborsa agli operatori stranieri per questo genere di servizi. Non dovendo “appoggiarsi” a degli hub (periferiche di snodo) esterni, anche gli altri paesi africani infatti, risparmieranno sui costi di importazione degli stessi servizi forniti da società che operano al di fuori del continente. “Questa operazione, sostenuta dall'Organizzazione regionale africana delle Comunicazione per satellite (Rascom) – ha spiegato Amadou Bello, responsabile del ministero delle Telecomunicazioni di Yaounde – è espressione della ferma volontà dei paesi africani di lavorare insieme per lo sviluppo del mercato delle telecomunicazioni nel continente”. (Luca Rolandi, La Stampa,
20/12/2007)
Agribusiness e nuovo colonialismo (Debora Billi, Petrolio Blogs, 18/12/2007)
C'è una nuova invasione coloniale in Africa: quella per la produzione agricola di biocarburanti. Ad un recente congresso ambientalista in Mali, gli esperti di tutto il continente hanno lanciato il grido d'allarme ai governanti: resistere alle pressioni delle multinazionali occidentali che vogliono trasformare l'agricoltura africana in un serbatoio di "petrolio vegetale". Naturalmente e come sempre, il tutto viene spacciato come "opportunità di crescita e di benessere" per l'affamato continente, tacendo graziosamente sulla devastazione delle foreste e sulla contaminazione da OGM che già si sta verificando in molti Stati. Tutti noi sappiamo che l'Europa avrebbe bisogno di coltivare il 70% del proprio territorio a biocarburanti per coprire il fabbisogno: ma visto che il Nord non si sogna di cedere la propria sovranità alimentare, torna comodo usare i territori di gente che non conta nulla. Si stanno formando gigantesche partnership di cui fanno parte le multinazionali dei settori più disparati, quali Monsanto, Chevron, Volkswagen, BP, DuPont e Toyota, sempre gli stessi, quelli che devastano il pianeta da decenni. Come degli spietati uragani Katrina, dove passano tutto diventa fango. Il sistema sarà il solito, quello di cacciare i piccoli contadini dalle proprie terre per trasformarle in latifondi da "gasolio", così come è già successo a migliaia di persone in Brasile, Argentina e Bolivia. Insomma, anche per l'Africa la domanda e la risposta sono sempre e comunque le stesse: "Cosa c'è per cena?" "Biodiesel." (Debora Billi, Petrolio Blogs,
18/12/2007)
Pena di morte, Onu approva moratoria (La Stampa, 18/12/2007)
L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato la risoluzione per la moratoria contro la pena di morte nel mondo con 104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti. La risoluzione è stata approvata alle 11.45, ora di New York. È stato un successo del partito pro-moratoria che ha conquistato 5 voti in più rispetto al pronunciamento della terza Commissione in novembre. A metà novembre il voto alla III Commissione dell’Onu aveva visto 99 paesi favorevoli (due più del quorum di 97), 52 contrari e 33 astenuti. Il fronte del no, in quell’occasione come oggi, è stato guidato dall’Egitto, supportato da Singapore, Sudan e Iran, anche se i pilastri del fronte dei "Friends of Death Penalty" restano Usa e Cina. Nonostante gli Stati Uniti abbiano votato contro, gli analisti fanno notare che anche Oltreoceano il vento sta cominciando a cambiare, citando come prova la decisione dello Stato del New Jersey di abolire per legge la pena capitale. La Russia ha invece votato a favore della risoluzione per la moratoria universale. Fra i paesi che si sono aggiunti al fronte pro-moratoria ci sono Kiribati, Palau, Nauru e Congo Brazzaville. Si sono confermati fra i sostenitori buona parte dei paesi dell’America Latina e la Russia, oltre a diversi africani, fra cui il Ruanda e il Burundi. Hanno votato "no" anche India, Iran e Iraq. Nel breve dibattito preceduto al voto (alle 11.45 di New York, le 17.45 ora italiana), si sono espressi contro la risoluzione, oltre a Singapore, anche Antigua e Barbados - a nome dei paesi dei Caraibi-, e la Nigeria. La dichiarazione a favore della risoluzione è invece toccata al Messico. Grande soddisfazione nel governo italiano, che aveva presentato e sostenuto la proposta. Secondo il ministro D'Alema l’approvazione della risoluzione per la moratora contro la pena di morte dà l’opportunità di aprire un dibattito «anche in vista dell’abolizione». Il titolare della farnesina ha espresso «grande soddisfazione» per un risultato «più grande di quello che ci si aspettava». Dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale della risoluzione per la moratoria delle pene capitali - aggiunge D'Alema - «ora è necessario che sia applicata». (…)(La Stampa,
18/12/2007)
Cina, la Banca Mondiale si fa avanti (Mwinda, 18/12/2007)
La Banca Mondiale sta considerando di unire le sue forze a quella della Export-Import Bank cinese per progetti di investimenti in Africa. Lo ha reso noto a Pechino il presidente dell'istituzione di Bretton Woods, Robert Zoellick. Zoellick, che prima di assumere l'incarico di presidente della Banca Mondiale è stato sottosegretario di Stato per l'Africa dell'amministrazione Bush, ha affrontanto i problemi e le preoccupazioni occidentali connesse alla capillare presenza cinese nel continente africano in un lungo incontro con il governatore della Exim Bank cinese, Li Ruogu. "Il governatore ed io", ha detto Zoellick in conferenza stampa, "abbiamo convenuto che dovremmo cercare di avviare dei progetti comuni in Africa nel corso del prossimo anno". La Banca Mondiale, ha aggiunto Zoellick, potrebbe aiutare la Exim Bank di Pechino, principale finanziatore degli investimenti delle compagnie cinesi all'estero, addestrando le società subappaltatrici, in modo da favorire l'impiego di lavoratori africani. Una delle principali critiche all'operato della Cina in Africa, infatti, riguarda proprio il limitatissimo spazio lasciato alla manodopera locale. Altre preoccupazioni riguardano la scarsa attenzione che Pechino presa alla tutela dei diritti del lavoro e ambientali nel portare a termine le sue opere e al rischio che gli ingenti prestiti che il governo cinese concede ai suoi partner africani possano creare una nuova "trappola del debito". "Dalle statistiche che ho visto", ha detto Zoellick ai giornalisti, "Pechino ha prestato attenzione alla sostenibilità del debito e c'è sicuramente la volontà di discutere questo problema perchè i cinesi stessi vogliono che i loro soldi vengano restituiti". La cooperazione tra la Cina e la Banca Mondiale che Zoellick spera di poter inaugurare non riguarderà solo l'Africa, ma anche il delta del Mekong, nel Sud-Est asiatico, e la regione del Pacifico meridionale. (Mwinda,
18/12/2007)
Nasce la “conferenza episcopale dell’Africa Occidentale (CC, Misna, 16/12/2007)
È stata annunciata ad Abuja (Nigeria) la creazione della Conferenza episcopale dell’Africa occidentale, nata dalla fusione della Conferenza episcopale regionale dell’Africa occidentale (Cerao) e dell’Associazione delle conferenze episcopali dell’Africa occidentale anglofona (Aecawa). “È un sogno che diventa realtà” ha commentato il cardinale Peter Turkson, arcivescovo di Cape Coast in Ghana, eletto presidente della nuova Conferenza episcopale, al termine dell’assemblea congiunta svoltasi nella capitale nigeriana da 5 al 9 dicembre. “Nella regione, sono più numerose le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” ha proseguito il cardinale, incoraggiando gli scambi tra le Chiese locali, “che non saranno più ostacolati dalla lingua o da barriere artificiali lasciate in eredità dal passato coloniale”. Le numerose sfide dell’Africa occidentale, ha proseguito il porporato citando tra l’altro degradazione ambientale, analfabetismo, disoccupazione, traffico di persone, conflitti, rifugiati, o ancora alle nuove forme di schiavitù, “non possono essere risolte da singole Chiese o vescovi. Occorre unirsi e cooperare per affrontarli insieme”. Cinque commissioni sono state create all’interno della nuova Conferenza episcopale, tra cui ‘Giustizia, sviluppo e pace’ e ‘Dialogo interreligioso ed Ecumenismo’. “Il nostro impegno è quello di incoraggiare gli sforzi per il dialogo con le religioni non cristiane, in particolare con l’Islam e le religioni tradizionali africane, e con le religioni cristiane non cattoliche, in particolare la Chiesa anglicana” si legge nello statuto del nuovo organismo; “Speriamo che le relazioni tra cristiani e musulmani diventino robuste e solide come lo sono in Senegal o in Sierra Leone”. La Conferenza episcopale dell’Africa occidentale avrà sede ad Abuja; il vice presidente è l’arcivescovo di Dakar (Senegal), il cardinale Theodore Adrien Sarr. La Cerao raggruppava le conferenze episcopali di Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Guinea, Guinea-Bissau, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Togo; l’Aecawa quelle di Gambia, Sierra Leone, Liberia e Nigeria. (CC, Misna,
16/12/2007)
Ue. Spiegel; Sarkozy contro Merkel: ha esagerato (Agi, 16/12/2007)
A Nicolas Sarkozy non e’ piaciuta la dura critica formulata nel recente vertice Africa-Ue di Lisbona da Angela Merkel nei riguardi del mancato rispetto dei diritti umani in alcuni Paesi africani in generale e nello Zimbabwe in particolare. Il settimanale ‘Der Spiegel’ rivela che, pur condividendo le posizioni del cancelliere, il presidente francese non ha apprezzato il modo aperto in cui le critiche sono state formulate. “Io non critico gli altri, in particolare quelli che non sono amici”, avrebbe affermato Sarkozy a margine al vertice di Lisbona, per aggiungere che “la signora Merkel fa la politica estera che ritiene giusta e su questa base ha fatto il suo discorso”. Il presidente francese ha spiegato di essere “essenzialmente” d’accordo su quanto detto dalla Merkel, “ma e’ compito degli africani e non nostro decidere chi li rappresenta”. L’allusione si riferisce al presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, duramente criticato dalla signora Merkel, per il fatto che “l’attuale situazione dello Zimbabwe danneggia l’immagine dell’Africa”. Il cancelliere, che era stato espressamente invitato dai suoi partner europei a pronunciare un forte discorso contro il mancato rispetto dei diritti umani in alcuni Paesi africani, era poi stato pesantemente attaccato da alcuni rappresentanti di questi Stati, che l’avevano anche tacciata di razzismo. (AGI) (Agi,
16/12/2007)
A proposito di una lettera di p. Zanotelli a Romano Prodi (CO, Misna, 16/12/2007)
“Presidente, noi critichiamo la presenza cinese in Africa come interessata a fare solo affari. Ma noi europei siamo forse differenti? Non badiamo anche noi solo a fare affari in Africa? Noi sentiamo un senso di vergogna nell’essere cittadini di una tale Europa e rappresentati da tali funzionari europei, la cui agenda riflette un’ ideologia liberista fallimentare e intransigente che costerà la vita a milioni di contadini africani”: il pensiero è tratto da una lettera aperta indirizzata dal missionario Alex Zanotelli al presidente del Consiglio Romano Prodi per chiedergli “un regalo di Natale ai poveri” dell'Africa. Dopo aver espresso gratitudine “perché il governo italiano ha sollevato con forza in sede di Consiglio Europeo la necessità di rivedere l’approccio negoziale seguito dalla Commissione Europea per il Commercio con l’ Estero (grazie soprattutto alla vice- ministra degli Esteri, Patrizia Sentinelli), padre Zanotelli fa appello alla “tradizione etica da cui [Prodi] proviene” e chiede il suo impegno in sede europea per far slittare di almeno un anno gli EPA/APE (Economic Partnership Agreements, Accordi di Partenariato Economico), che entro il 31 dicembre 2007 dovrebbero sostituire il vecchio Trattato di Cotonou con i paesi impoveriti dell’Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). Per padre Zanotelli gli EPA sono “accordi capestro che significheranno tante morti per fame in un’Africa già strangolata”. Per gli EPA, Prodi a Lisbona ha detto che ogni liberalizzazione "ha i propri tempi e le proprie modalita' e che i mercati e i prodotti locali vanno sempre salvaguardati" e, a proposito della Cina, parlando ai giornalisti appena arrivato, aveva annotato: "La presenza della Cina in Africa non e' un abuso che porta tensioni ma una sfida che l'Europa deve cogliere", precisando poi nel suo intervento ufficiale: "La crescita economica in Africa e' dovuta anche alla Cina che commercia e investe. La Cina, quindi, e' uno stimolo per l'Europa in Africa e non un pericolo: l'Europa deve lavorare con la Cina anche in Africa, insieme all'Africa". A Lisbona Prodi ha anche annunciato sia uno stanziamento di 40 milioni di euro per aiutare la pace nel continente sia l'intenzione di mettere l'Africa al centro dei lavori del G8 durante la presidenza italiana del 2009, sottolineando che "se l'Africa e' piu' stabile, l'Europa sara' piu' sicura". Un motivo in più, forse anche in parte "egoistico", per quel "regalo di Natale ai poveri" chiesto da padre Alex, facendo sì che non siano proprio gli EPA a impoverire e destabilizzare l'Africa. (PMB) (CO, Misna,
16/12/2007)
Far fronte ai mali delle schiavitù del nostro tempo: appello deii Vescovi africani ed europei (LM, Fides, 11/12/07)
“La schiavitù persiste ancora oggi, con vie più impercettibili, si pensi a come sono trattati i migranti, i lavoratori immigrati, i bambini costretti a lavorare, o le donne e i bambini vittime della tratta degli esseri umani. Se la partnership tra Europa e Africa è volta a portare la giustizia sociale e lo sviluppo integrale umano per tutti, vi chiediamo di far fronte ai mali di queste nuove forme di schiavitù del nostro tempo”. Così i Vescovi di Africa ed Europa hanno fatto appello ai Capi di Stato e di Governo dei due continenti in una Lettera consegnata durante il Vertice Europa - Africa che si è svolto l’8 e il 9 dicembre a Lisbona, in Portogallo. - La Lettera è stato scritta durante l’incontro dei Vescovi europei ed africani che si è tenuto a novembre in Ghana (vedi Fides 21/11/2007). I Vescovi dei due continenti, ricordando che quest’anno ricorrono i 200 anni dell’abolizione della schiavitù nell’Africa occidentale, hanno suggerito ai leader politici africani ed europei di adottare alcune misure per lottare contro le moderne forme di schiavitù. Tra queste vi sono: lotta contro la tratta degli esseri umani; porre fine al continuo sfruttamento delle risorse africane, materiali ma anche umane (in particolare i Vescovi ricordano il problema della “fuga di cervelli” e di personale medico dal continente); adoperarsi per raggiungere gli obiettivi del Millennio (il programma dell’ONU per sradicare la povertà entro il 2015); perseguire il bene comune e il buon governo e lottare contro la corruzione; riconoscere il contributo dei migranti allo sviluppo dei Paesi ospitanti e quello delle loro rimesse nel sostenere le famiglie rimaste nei Paesi di origine.
Onu cerca 3,8 miliardi di dollari per crisi umanitarie 2008 (Reuters, 10/12/07)
Le Nazioni Unite sono alla ricerca di 3,8 miliardi di dollari per gestire le crisi umanitarie il prossimo anno in 24 paesi, compresi Sudan, Repubblica democratica del Congo, Somalia e Territori palestinesi. Il Sudan è il principale obiettivo dell'appello Onu, diffuso oggi ai governi. L'Onu vuole 930 milioni di dollari per il lavoro umanitario nel 2008 nel paese, dove le violenze continuano nel Darfur. La richiesta Onu per i fondi include il Ciad, l'Uganda, Zimbabwe, la Repubblica centrale africana e la Costa d'Avorio. Oltre all'appello per 3,8 miliardi di dollari, firmato da 188 agenzie di aiuto in tutto il mondo, l'Onu emette appelli "flash" per fondi di emergenza dopo disastri naturali come terremoti e inondazioni. Nel 2007, i paesi donatori si sono impegnati per 3,3 miliardi di dollari in fondi regolari e flash. Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati tra i più grandi donatori nel 2007, mentre Norvegia, Svezia e Irlanda hanno dati di più in percentuale rispetto al loro Pil, secondo le Nazioni Unite. (Reuters,
10/12/07)
Unicef: nel 2006 nel mondo 125 milioni di bimbi senza acqua potabile (Agnese Malatesta, La Gazzetta del Mezzogiorno, 09/12/2007)
Secondo i dati dello stesso Rapporto, sono 9 milioni e 700mila i deceduti al di sotto dei 5 anni. Costretti al lavoro 158 milioni di minori. - Sono scesi sotto quota dieci milioni i decessi dei bambini al di sotto di 5 anni. È avvenuto nel 2006 ed è la prima volta. Si tratta della metà delle morti che avvenivano quasi cinquant'anni fa, ma sono sempre tanti anche perché si tratta di morti evitabili, causate dalla malnutrizione, alla polmonite, alla diarrea. Lo afferma il rapporto annuale dell’Unicef. Il rapporto descrive una situazione dei più piccoli ancora molto difficile e traumatica ma segnala anche piccole tendenze in positivo. Come quella del calo della mortalità e dell’aumentata frequenza alla scuola. Ma non si tratta ancora di un’inversione. Nel mondo ci sono 15 milioni di bambini orfani a causa dell’Aids; 125 milioni non hanno accesso all’acqua potabile; 158 milioni costretti a lavorare; un miliardo e mezzo di bambini vive in mezzo ai conflitti. Le zone rurali sono le più svantaggiate come anche le bambine rispetto ai bambini. L'Africa Subsahariana e l’Asia meridionale sono le zone più a rischio per l’infanzia. - Lo scorso anno sono stati 9.7 milioni. Il 37% muore nel periodo neonatale, il 19% per polmonite, il 17% per diarrea, l’8% per malaria. I neonati dei Paesi in via di sviluppo hanno 8 probabilità in più di morire rispetto ai neonati dei Paesi industrializzati. - Dal 2002 al 2006, la frequenza scolastica è aumentata di 22 milioni. È sceso a 93 milioni, da 115, il numero dei bambini in età di scuola primaria che non va a scuola. Nell’Africa subsahariana, 41 milioni non frequentano la scuola mentre nell’Asia meridionale sono 31.5. - Dal 1990 ad oggi è diminuita dal 32% al 27% la percentuale di bambini sottopeso sotto i cinque anni. È malnutrito il 26% dei bambini dei Paesi in via di sviluppo: 19 milioni di bambini (16%) pesano meno di 2.500 grammi alla nascita; il 29% in Asia meridionale. - Un terzo dei bambini nei paesi in via di sviluppo ha ritardi nella crescita. Si tratta di deficit psiologico o motorio. Spesso gli effetti sono irreversibili. Anche il deperimento (peso ridotto rispetto all’altezza) entro i cinque anni è rilevante: in 20 Paesi in via di sviluppo si rilevano tassi superiori al 10%. In testa il Burkina Faso (23%); seguono Gibuti (21%), India (20%), Sudan (16%). Una delle causa del ritardo può essere la carenza di iodio. Sono 38 milioni in tutto il mondo i bambini non protetti da questa carenza. - Mezzo milione di donne muoiono ogni anno per il parto. Circa la metà vive nell’Africa subsahariana (il rischio è di 1 ogni 22 contro 1 ogni 8 mila dei Paesi industrializzati) e un terzo nell’Asia meridionale. Fra le cause, emorragia ed infezioni. (…)(Agnese Malatesta, La Gazzetta del Mezzogiorno,
09/12/2007)
“Svolta" rapporti UE-Aafrica, ma non sul commercio (Agi/Reuters/Efe, 09/12/2007)
Il summit che si e' chiuso a Lisbona ha segnato una svolta nei rapporti tra Unione europea e Africa. Per Jose Socrates, premier portoghese e ospite del summit, si e' aperto un nuovo capitolo in cui i Ventisette e i Paesi africani saranno partner allo stesso livello. "Quello che e' importante" ha aggiunto Socrates, "e' che ci siamo incontrati faccia a faccia con un nuovo spirito: da eguali. Credo di poter dire che l'idea che piu' di frequente e' stata espressa durante questi summit e' che la storia ha voltato pagina". Eppure su un nodo cruciale non si e' fatto neppure un passo avanti: i rapporti commerciali tra il continente africano e il suo primo partner: l'Europa. Se sui cabiamneti climatici e sulla gestione dei flussi migratori si e' trovata un'intesa, la buona volonta' sugli obiettivi sul lungo termine contrasta con l'impasse su un tema molto piu' immediato: gli accordi di libero commercio che l'Ue tenta di sottoscrivere con le regioni africane. Il documento finale del summit annuncia una "nuova relazione strategica" con un piano d'azione triennale suddiviso in otto aree tra cui sicurezza, sviluppo, commercio, energia, cambiamenti climatici e immigrazione. Non si parla pero' di finanziamenti, anche se la Commissione europea vuole aumentare lo stanziamento di 36 miliardi di euro che ogni anno i Ventisette destinano al continente africano. Anche se il presidente senegalese Abulaye Wade ha guidato l'opposizione alla frammentazione degli accordi economici tra Africa e Ue, tredici Paesi (tra questo Botswana, Kenya, Mozambico e Zimbabwe) hanno accettato di sottoscrivere patti commerciali per non perdere l'accesso privilegiato al mercato europeo. (Agi/Reuters/Efe,
09/12/2007)
Lisbona sancisce la parita delle relazioni tra UE e Africa (Euronews, 09/12/2007)
Si è concluso a Lisbona il vertice tra Unione europea e Africa. Un vertice che ha dato il via a un nuovo partenariato strategico fra i due continenti basato su condizioni di parità. Ma che è stato caratterizzato da forti divergenze sui diritti umani e sugli accordi commerciali. Il presidente dell'Unione africana e del Ghana, John Kufour, ha dichiarato: "Dopo due giorni di lunghe discussioni abbiamo adottato il partenariato strategico tra Africa ed Unione europea. Un piano di azione vincolante che rappresenta un successo storico nelle relazioni tra i due continenti". Il premier portoghese, José Socrates, ha detto che il vertice di Lisbona è stato un evento straordinario e ha dichiarato: "Voglio sottolineare il fatto che abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati". Differenza di vedute, invece, ci sono state sugli accordi di partenariato economico, contestati da alcuni leader africani. Il presidente del Senegal Abdulaye Wade li ha definiti un ''terremoto'' per l'Africa e ha proposto di riaprire le discussioni. Il leader libico Muhammar Gheddafi ha proposto di fermare i flussi migratori grazie al pagamento di ''compensazioni'' agli africani da parte degli ex-colonizzatori. Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, accusato di violazione dei diritti umani, è stato apertamente criticato dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ma difeso dal presidente del Senegal. (Euronews,09/12/2007)
UE e Africa divise sulla questione degli accordi di partenariato economico (Euronews, 09/12/2007)
E' sugli accordi di partenariato economico che si sono avute le divergenza maggiori tra Unione europea e Africa al summit di Lisbona. I cosiddetti "Ape", che dovrebbero portare entro 20 anni a uno spazio di libero scambio fra i due continenti, sono stati contestati da alcuni leader africani. Il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, li ha definiti un ''terremoto'' per l'Africa. A un giornalista che gli chiedeva conto degli accordi commerciali Wade ha risposto: "Abbiamo detto che li abbiamo rifiutati, per noi la questione finisce qui, quando ci ritroveremo ancora ne discuteremo. L'Unione presenterà gli Ape, ma noi proporremo un'altra cosa". Una posizione più morbida è stata, invece, assunta dall'Unione africana. Il Presidente commissione Alfa Umar Konaré: "Ci sono punti di disaccordo, ma non c'è una rottura. Continueremo a negoziare per trovare le soluzioni giuste, nell'unità". Gli Ape, che Bruxelles propone su pressione del'organizzazione mondiale del commercio per sostituire i vecchi accordi sulle preferenze doganali, dovevano entrare in vigore il primo gennaio. Il presidente della Commissione europea, Manuel José Durao Barroso, ha detto che i negoziati commerciali andranno avanti e ha auspicato che si concluderanno in febbraio. (Euronews,
09/12/2007)
Summit Ue-Africa, problemi sugli accordi commerciali (Antonio Tagliatatela, Pupia, 09/12/2007)
Doveva essere il giorno dell’accordo sulla nuova partnership commerciale tra Europa e Africa, ed invece il summit di Lisbona ora pone forti interrogativi sul futuro degli scambi economici tra i due continenti. L’assemblea, durata due giorni, è terminata con la stesura di una partnership strategica che punta ad aprire una nuova era nelle relazioni tra i due continenti e l’aggiornamento al 2010. Ma è nato il problema degli accordi commerciali. L’Unione europea, che guarda con preoccupazione i crescenti investimenti cinesi in Africa, avrebbe voluto sostituire gli accordi in scadenza con i cosiddetti “Epa” (Accordi di Partnership Economica), ma la maggioranza dei paesi africani si è rifiutata. “Non parliamo più degli Epa, li respingiamo. Ci incontreremo per capire con cosa possiamo sostituirli”, ha detto il presidente del Senegal Abdoulaye Wade, che ha guidato il gruppo di paesi africani dissidenti. Ciò nonostante, l’Ue sottolinea che dal primo gennaio 2008 non aumenterà i dazi sulle importazioni dai paesi dell’Africa che respingono gli accordi commerciali, anche se continuerà le pressioni affinché prima del 31 dicembre firmino nuovi accordi, o almeno accordi temporanei. Il 31 dicembre, infatti, è una data fondamentale, poiché cesserà di essere in vigore l’atto del Wto sui rapporti commerciali preferenziali con il blocco europeo. Ma lo scontro, durante il vertice, non ha riguardato solo i legami economici. Sul piatto anche la questione dei diritti umani nello Zimbabwe e nel Sudan, sollevata dal cancelliere tedesco Angela Merkel: “Danneggia l'immagine della nuova Africa. L’intimidazione di chi ha opinioni diverse e le violazioni della libertà della stampa non possono essere giustificate. La situazione nello Zimbabwe preoccupa tutti, in Europa e in Africa”. Parole a cui ha replicato lo stesso presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, 83 anni. Riferendosi al “La banda dei quattro” (Germania, Svezia, Danimarca e Olanda, che appoggiano il Regno Unito del premier Gordon Brown, il quale ha boicottato il vertice proprio in segno di protesta per la presenza di Mugabe), il presidente dello stato africano ha parlato di “arroganza” da parte di “chi pensa di conoscere l’Africa meglio degli africani”. Al summit era presente anche l’Italia col premier Romano Prodi che, firmando un accordo con l’Unione Africana, ha stanziato 40 milioni di euro a sostegno della Somalia e del Darfur. “Se l’Africa è più stabile, l’Europa sarà più sicura”, ha detto Prodi. (Antonio Tagliatatela, Pupia,
09/12/2007)
Libia propone di ospitare prossimo vertice (Adnkronos/Aki, 09/12/2007)
La Libia propone di ospitare il prossimo vertice euroafricano, in programma nel 2010. Lo ha annunciato a Lisbona il premier portoghese e presidente di turno dell'Ue, Jose' Socrates. ''L'Europa e l'Africa si ritroveranno presto per un nuovo incontro che si svolgera' in Africa. So che c'e' gia' una proposta della Libia'', ha detto Socrates al termine dei lavori del vertice Ue-Africa. Socrates ha quindi ricordato che "si tratta di una decisione che dovra' essere presa dall'Unione africana''. (Adnkronos/Aki,
09/12/2007)
Ibm investe nei laureati dell'Africa sub-sahariana (La Stampa, 06/12/07)
La IBM ha annunciato un nuovo piano biennale di investimenti per l’Africa sub-sahariana, per oltre 120 milioni di dollari, che sarà indirizzato ad accelerare lo sviluppo di nuovi mercati, ad approfondire competenze professionali legate all’IT e a creare nuovi posti di lavoro. - «Il mercato del Sub-Sahara - spiega Mark Harris, Managing Director, IBM South and Central Africa – si è posizionato su una crescita a doppia cifra grazie all’espansione delle reti di telecomunicazione, di quelle per l’energia e delle infrastrutture per i trasporti. Gli investimenti pubblici e private nella regione trasformeranno la loro abilità nel prendere parte allo sviluppo dell’economia globale. Per rispondere alla crescita della domanda di servizi per l’IT e di software, nel corso dei prossimi anni la compagnia assumerà 100 giovani laureati nelle università africane. Il piano biennale fa parte di una serie di impegni assunti in Africa per favorire la crescita sostenibile, attraverso una strategia che mira allo sviluppo delle capacità scientifiche e tecnologiche sul territorio. L’approccio è sostenuto dai risultati emersi nel corso di 150 incontri sul tema - come parte dell’annuale Global Innovation Outlook di IBM - organizzati coinvolgendo leader dell’economia, del mondo accademico e delle istituzioni di tutto il mondo. Tra gli impegni c’è la creazione in Sud Africa, entro la metà del 2008, di un Centro per l’innovazione destinato a ospitare il più importante Laboratorio continentale di Soluzioni On Demand High Performance. Una realtà alle cui prestazioni tecnologiche - in fatto di software avanzato, server e soluzioni di storage - avranno accesso piccole aziende, imprenditori, business partner e che, nello stesso tempo, servirà i clienti per i necessari processi di automazione e virtualizzazione delle loro infrastrutture IT. (…)(La Stampa,
06/12/07)
L’Africa, la BM e la finta crescita (Agnese Licata, Altrenotizie, 05/12/2007)
L’Africa cresce, dicono. Del 5,4 per cento, pare. Una percentuale che si riferisce al 2005 ma che dovrebbe venire confermata anche per l’anno che si va a chiudere. Addirittura, un tasso medio superiore a quello registrato da tante nazioni occidentali. Giusto per rimanere in casa, basta dire che l’Italia sarebbe ben contenta di chiudere il 2007 con un più 2,2 per cento. Un successo, insomma, quello africano. (…) Ma, a guardar bene, il rapporto che la Bm ha reso noto negli scorsi giorni - Africa Development Indicators 2007 (Adi 2007) - è poco più di uno spot pubblicitario. Uno spot, tra l’altro, ingannevole, che parla di un’”Africa” che non esiste. Di un’Africa al singolare, pretendendo di considerare come una singola entità il secondo continente più vasto del mondo dopo l’Asia. Con un’estensione più che tripla rispetto all’Europa. Con i suoi 53 Stati, ognuno sensibilmente diverso l’uno dall’altro. (…) “L’Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace. Si affida di più al settore privato, sa evitare le gravi crisi economiche degli anni ‘70 ‘80”, ha dichiarato presentando il rapporto John Page, analista della Banca mondiale. Dal 2003 al 2006, infatti, le esportazioni “nere” avrebbero registrato un più 11 per cento. Ad aumentare, anche gli investimenti stranieri: dal rappresentare il 16,8 per cento del Pil nel 2000, si sarebbe passati al 19,5 per cento di quest’anno. E poi anche più produzione di elettricità (+43,8%) e un maggiore accesso all’acqua potabile (+18%) (e viene da chiedersi come si sia riusciti a calcolare un dato del genere). Questa speranza per un miracolo africano arriverebbe, sempre secondo l’Adi 2007, da un “virtuoso” mix fatto di un maggior controllo su inflazione, deficit, tassi di scambio e debito estero. Senza dimenticare, ovviamente, la maggiore apertura dei mercati ai capitali esteri. (…)
Summit UE-Africa: Darfur e Zimbabwe non in agenda (Francesca Colasanti, Ag. Radicale, 05/12/2007)
Il summit EU-Africa che si aprirà questo week-end a Lisbona, primo nel suo genere dopo 7 anni, occasione per i capi di Stato per affrontare questioni come gouvernance e sicurezza, migrazioni, cambiamenti climatici, pace e diritti umani, con ogni probabilità non tratterà le crisi in Darfur ed in Zimbabwe. (…) Proprio ieri sia Le Nazioni Unite, a mezzo dell'ultimo rapporto del Consiglio per i diritti umani, che l'organizzazione per i diritti dell'uomo Human Rights Watch (HRW), si erano pronunciate sull'emergenza nella regione che è precipitata la settimana scorsa a seguito dei violenti scontri tra ribelli e forze governative in Ciad. L'ONU punta il dito contro il governo sudanese, accusandolo di non provvedere alla protezione della popolazione civile, di non impedire le massicce violazioni dei diritti umani come le torture, gli sturi, le esecuzioni extragiudiziarie e gli arresti arbitrari e di non collaborare con la corte penale internazionale dell'Aia (più di 200.000 persone sono state uccise e 4.5 milioni sono state costrette a fuggire dall'inizio del conflitto nel 2003). Opinione, questa, condivisa da HRW che ha richiamato i leader dei due continenti a "passare lo stadio delle promesse" e agire concretamente per " proteggere i civili del Darfur e della Somalia, incarcerare l'ex dittatore del Ciad Hissène Habré e attuare delle misure anti-corruzione". La questione è delicatissima. Non solo la sua portata umanitaria suscita il disappunto di tutto il mondo intellettuale, ma la controversa presenza del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe crea anche molto imbarazzo in ambito politico internazionale. La polemica "Mugabe" è stata sollevata già (di nuovo) lunedì, allorché il governo americano ha inasprito le sanzioni contro Harare proibendo l'accesso alle sue università ai figli di alcuni dirigenti e allargando le restrizioni economiche ad altre persone che "hanno giocato un ruolo nella crociata del regime contro i diritti dell'uomo". Il sottosegretario di Stato degli Affari africani, Jendayi Frazer, ha dichiarato che gli Stati Uniti disapprovano la decisione di invitare Mugabe al vertice di imminente apertura, ma ha anche sottolineato che "tuttavia questo offre un'occasione per discutere della situazione dei Diritti dell'uomo in Zimbabwe. Spero che i capi di Stato europei ed africani ne faranno una questione centrale nelle loro discussioni". A sette anni dal primo summit UE-Africa le problematiche non cambiano e la polemica non smonta. Se nel 2000 la partecipazione del leader dello Zimbabwe aveva portato Tony Blair a disertare il vertice e nel 2003 la possibilità di una sua esclusione ne aveva addirittura causato la cancellazione, domani il terzo incontro euro-africano si aprirà con un grande assente: Gordon Browm. (…) Anche se nessuno dei due dossier figura ufficialmente all'ordine del giorno, un responsabile portoghese, che vuole mantenere l'anonimato, ha assicurato che saranno trattate nel corso del summit, specificamente nel quadro nell'ambito dei dibattiti sulla pace e la sicurezza. (Francesca Colasanti, Ag. Radicale,
05/12/2007)
Collegare l’Africa al resto del mondo con cavi ottici entro il 2010 (LM, Fides, 05/12/2007)
Inizierà questo mese la costruzione dell’ East African Submarine Cable System (EASSy, vedi Fides 30/10/2007), un cavo a fibra ottica destinata a diventare l’asse portante delle telecomunicazioni dell’Africa meridionale ed orientale. La Banca di Sviluppo Africano ha infatti approvato l’esborso dei primi fondi per avviare i lavori. Il progetto, dal valore di 235 milioni di dollari, è sponsorizzato da 25 compagnie di telecomunicazione, la maggior parte delle quali africane. EASSy mira alla costruzione di un cavo sottomarino a fibra ottica lungo 10mila km che connetterà Sudafrica, Mozambico, Madagascar, Tanzania, Kenya, Somalia, Gibuti e Sudan. Attraverso un ulteriore segmento terrestre verranno collegati altri 13 Paesi: Botswana, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, Etiopia, Lesotho, Malawi, Rwanda, Swaziland, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Entro il 2010, EASSy fornirà a 250 milioni di africani l’accesso a una connessione a media velocità ad Internet, a basso costo. Un’altra importante iniziativa in questo campo è stata lanciata dal NEPAD (Nuova Partnership per lo Sviluppo dell’Africa, vedi Fides 28/10/2003). Si tratta di UHURUNET, un cavo sottomarino per collegare con una linea digitale ad alta velocità l’intera Africa a Europa, Brasile, India e Medio Oriente. Il nome deriva dalla parola Uhuru, che in swahili significa “libertà, indipendenza”. Il segmento terrestre, che collegherà i Paesi che non hanno accesso al mare, si chiama UMOJANET, da Umoja (“unità”). Anche questa infrastruttura, che verrà creata con la partecipazione di una società del Delaware, negli Stati Uniti, dovrà essere pronta nel 2010, in tempo per i Mondiali di calcio che si disputeranno in Sudafrica. (LM, Fides,
05/12/2007)
Rice in Etiopia per colloqui su fine conflitti (Reuters, 05/12/2007)
Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice è arrivata oggi in Etiopia per colloqui con i leader africani che mirano a porre fine ai conflitti nella regione dei Grandi Laghi, in Somalia e in Sudan. Nella sua seconda visita in due anni nell'Africa sub-sahariana, Rice ha detto di voler portare avanti gli sforzi internazionali per risolvere quei conflitti, in una serie incontri nel corso della sua visita di 24 ore ad Addis Abeba. "Sono molto preoccupata per diverse aree di crisi in Africa", ha detto Rice ai giornalisti che viaggiavano con lei verso la capitale dell'Etiopia, sede dell'Unione africana. Rice ha intenzione di incontrare i leader di Uganda, Burundi, Rwanda e i ministri della Repubblica democratica del Congo, per discutere del conflitto nella regione dei Grandi Laghi, che si estende in tutti quei Paesi. Il presidente del Congo Joseph Kabila non potrà partecipare al vertice, ha detto un funzionario che viaggiava con Rice. Rice punta a sviluppare strategie comuni per quelle che Washington chiama "forze negative" tra cui le Forze democratiche di liberazione del Rwanda, composte da figure chiave nel genocidio del 1994 in Rwanda, ma anche l'Esercito di resistenza del Signore in Uganda e il generale Tutsi, Laurent Nkunda. (Reuters,
05/12/2007)
Scrittori accusano di codardia leader africani ed europei (Reuters, 04/12/2007)
Un gruppo di importanti scrittori, tra cui i Premi Nobel Gunter Grass e Nadine Gordimer, ha accusato i leader europei e africani di codardia politica per non aver messo all'ordine del giorno nel summit del prossimo weekend la crisi del Darfur e dello Zimbabwe. I leader dell'Ue e dell'Unione Africana si incontreranno sabato e domenica a Lisbona per discutere di commercio, immigrazione e altre questioni. Ma il meeting, il primo del genere dal 2000, è stato accompagnato dalla polemica sull'invito del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, accusato di avere distrutto l'economia e e soppresso l'opposizione politica. Alcuni attivisti hanno inoltre criticato la partecipazione dei leader sudanesi, per il loro presunto sostegno alla milizia accusata delle atrocità in Darfur. "Non è stato programmato nessun momento di discussione formale o informale (sulle questioni di Darfur e Zimbabwe). Cosa possiamo dire di questa codardia politica?", hanno scritto in una lettera aperta indirizzata a leader africani ed europei 17 scrittori africani ed europei. Al tedesco Grass e alla sudafricana Gordimer si è aggiunto il Nobel nigeriano Wole Soyinka e l'ex presidente ceco e drammaturgo Vaclav Havel. "Milioni di africani ed europei si aspettavano che Zimbabwe e Darfur fossero in cima all'agenda. Non è ancora troppo tardi". La lettera è stata diffusa dall'Ong Crisis Action. (Reuters,
04/12/2007)
Medici da esportazione… (La Stampa/Blog, 03/12/2007)
Il National Health Service britannico utilizza medici e personale infermieristico proveniente dai Paesi in via di Sviluppo. (…) Dal 2000 sono 4mila i medici e 53mila le infermiere che hanno lasciato l'Africa per il Regno Unito. E anche se un codice etico vieta dal 2004 di assumere dottori dai paesi dove scarseggiano, solo 140 delle 800 agenzie di collocamento, che forniscono staff al NHS, lo ha sottoscritto. Il risultato è stato che da gennaio 2006 a maggio 2007 hanno ottenuto il permesso di lavoro 5.500 infermiere e 600 medici africani. Paradossalmente l'Africa,dove la spesa medica annua pro capite è inferiore a 30 dollari in 42 nazioni su 55, è divenuta l'asse portante dei sistemi sanitari dei Paesi occidentali. Secondo l'OMS 20mila tra dottori, infermiere ed ostetriche abbandonano ogni anno l'Africa per esercitare in Europa o in Nord-America. Un'emorragia di professionalità che penalizza fortemente le popolazioni. Dal Niger emigra l'86% dei laureati in medicina, dal Camerun il 52%, dal Senegal il 40%. (…) In Ghana, dove muore un bambino su10, sono disponibili 9 medici ogni 100mila abitanti. L'80% dei neo dottori se ne va entro 5 anni, perdita valutata dal 1999 ad oggi in 50 milioni di euro. Al Sud-Africa l'esilio dei camici bianchi è costato un miliardo di dollari. Stipendi bassi e non garantiti, strutture fatiscenti,mancanza di farmaci, rendono spesso inevitabile per i giovani dottori africani la scelta dell'emigrazione. Ma responsabilità sono da imputare anche alle politiche di controllo della spesa sanitaria imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Risultato: la carenza di personale sanitario rischia di vanificare la lotta all'AIDS nell'Africa subsahariana. (…) A cura di Marianna Micheluzzi (La Stampa/Blog,
03/12/2007)
Peacekeeping: tanti conflitti, ma pochi eserciti pronti e addestrati per risolverli (Riccardo Rossi, La Voce, 01/12/2007)
Il 2008 sarà l'anno del peacekeeping, le così dette missioni di pace, nel continente Africano. L'ONU ha infatti in programma ben 8 missioni, più una congiunta con l'Unione Africana. La stessa UA potrebbe mantenere le sue missioni di pace in Somalia e altre località minori. In questo modo lo sforzo da parte delle due organizzazioni sarebbe notevole. Ed è proprio per questa ragione che queste stanno soffrendo. La missione in Darfur è sicuramente la più rilevante e difficile, se non altro per le forze coinvolte. L'ONU è riuscita ad ottenere 26.000 uomini, divisi tra truppe e forze di polizia, da poter schierare a Gennaio. Non si sa se questi uomini siano sufficienti per lottare contro le truppe del governo del Sudan, che non aiuterà certo la forza ONU, e quelle dei ribelli. Il tutto in un'area alquanto vasta. Il capo della missione, un Generale Nigeriano, ha richiesto 40 elicotteri da trasporto e da combattimento, con rispettivi piloti, ma non ha ancora ottenuto nulla. La missione rischia due finali negativi. Uno sarebbe una imbarazzante resa dell'ONU per insufficienza di mezzi, l'altro sarebbe il mancato schieramento degli uomini in tempo per la data stabilita. Entrambi gli scenari giocherebbero a favore del governo Sudanese. - Un'altra missione critica è quella portata avanti dall'UA in Somalia. Esperti militari stimano che almeno 20.000 truppe siano necessarie per ristabilire l'ordine nella Somalia centrale. L'UA è riuscita ad ottenerne 8.000, ma fino ad oggi solo 1.600 truppe Ugandesi sono state effettivamente schierate. La Nigeria ha promesso un battaglione, ma son poche le possibilità effettive che questo venga schierato. Il Burundi ha promesso numeri ancora maggiori, ma si tratta di soldati inesperti e, comunque, non ancora schierati. Il paese nel frattempo rischia di tornare alla guerra civile, diviso tra le truppe Etiopi da un lato e gli estremisti Islamici dall'altro. Questi ultimi hanno lanciato un assalto contro le truppe a Mogadiscio. L'assalto è stato respinto, ma non si sa quanto un numero così esiguo di uomini possa resistere. - Come fatto notare in passato, l'Africa ha bisogno di più autonomia e autosufficienza nelle proprie missioni di pace. Per ottenere ciò, però, sono indispensabili eserciti più numerosi e meglio addestrati. In questo campo sono stati fatti alcuni passi avanti. - La Gran Bretagna ha una squadra di istruttori in Kenya, dove è stata creata la Eastern Brigade. Qui vengono addestrate le truppe di vari paesi, in particolare Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda, e si punta a diventare attivi dal 2012, con un costo di $500 milioni in 5 anni. La Brigata sarà addestrata per essere in grado di inviare 6.000 uomini in una zona calda entro 90 giorni. Gli Americani hanno creato un nuovo centro di comando militare per l'Africa, AFRICOM. Le stesse truppe americane collaborano strettamente con quelle dell'Uganda e dell'Etiopia. I Francesi hanno iniziato a collaborare più strettamente con gli Americani, soprattutto in Gibuti dove entrambi i paesi possiedono delle basi. La Francia possiede molte truppe, tra cui forze speciali e aerei, in Africa, a protezione degli interessi nazionali. Queste spesso collaborano con le forze ONU ed iniziano ad addestrare le truppe Africane. Una settimana fa l'ONU ha ringraziato la Francia per aver scortato due navi cariche di cibo e medicinali dirette in Somalia, le cui acque sono infestate dai pirati. I passi avanti, insomma, si stanno facendo. Le autorità del Kenya si sono incontrate con quelle cinesi per trattare l'acquisto di armamenti. Ad oggi, però, ancora non si intravede alcun elicottero e questi mezzi sono indispensabili, più di tanti altri armamenti. (Riccardo Rossi, La Voce, 01/12/2007)
Giornata mondiale contro l’aids: messaggio dei vescovi africani(MZ, Misna, 01/12/2007)
“Tutti, a qualsiasi livello della società, devono prendere l’iniziativa e onorare gli impegni presi per affrontare questa pandemia globale”: inizia così il messaggio diffuso oggi dal Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Magadascar (Secam) in occasione della giornata mondiale contro la Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids). Dopo aver evidenziato il calo di infezioni registrato a livello globale, i vescovi del Secam invitano soprattutto i giovani africani, “principali vittime della malattia”, ad essere parte attiva nelle campagne anti-Sida e i governi a incoraggiarli e sostenerli nei loro sforzi. I vescovi, riprendendo il concetto evidenziato dal Papa nel messaggio per la giornata di oggi, chiedono di “proteggere i diritti dei malati di Aids, promuovere la solidarietà ed rifiutare tutte le forme di stigma e di discriminazione”.(MZ, Misna, 01/12/2007)
L’embargo Onu da solo non ferma le forniture di armi (GianandreaGaiani, Panorama, 30/11/2007)
L’embargo internazionale sulle importazioni di armi e di altri materiali strategici imposto dalle Nazioni Unite a stati sconvolti da guerre civili o colpevoli di violazioni del diritto internazionale funziona davvero? Un originale rapporto realizzato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (il Sipri, già noto per l’annuale rapporto sulle spese militari e il commercio di armi) e dall’Università di Uppsala ha cercato di rispondere a una domanda che investe anche l’efficacia reale delle iniziative assunte dal Palazzo di Vetro. Nel report intitolato “Gli embarghi delle Nazioni Unite” sono stati presi in esame ventisette casi decisi dall’Onu a partire dal 1990 ai quali sono abbinati undici studi resi noti successivamente alla pubblicazione del rapporto sul sito del Sipri: Eritrea-Etiopia, Haiti, Liberia, Libia, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Somalia, Afghanistan talebano ed ex-Jugoslavia. Nei fatti nessun embargo è stato esente da violazioni più o meno gravi. Basti pensare agli ingenti quantitativi di armi giunti agli eserciti etnici in ex Jugoslavia da tutta l’Europa, o alle armi arrivate alle milizie somale dallo Yemen e dall’Etiopia, o alle forniture russe, ucraine e cinesi che hanno alimentato gli eserciti etiopico e eritreo. Fino ai casi più eclatanti degli armamenti e tecnologie sofisticati forniti sotto banco a Saddam Hussein. Il rapporto mette in luce che l’embargo ha rappresentato uno dei metodi applicati per attuare il compito primario dell’Onu: prevenire o far cessare i conflitti. Nell’analizzare il loro impatto politico ed economico, il rapporto evidenzia come la corruzione abbia costituito uno dei principali limiti alle misure adottate per fermare i traffici di armi e sottolinea come il blocco venisse maggiormente rispettato dove erano presenti forze d’interposizione delle Nazioni Unite. armi(GianandreaGaiani, Panorama, 30/11/2007)
Parte la guerra dei cellulari, Vodafone punta 7 miliardi in Sudafrica (M.Sodano, La stampa, 30/11/2007)
In Gran Bretagna ci sono voluti quindici anni perché il numero di cellulari superasse quello dei telefoni fissi, in Tanzania ne sono bastati cinque. Nel 2000 in Africa c’erano 16 milioni di portatili, oggi siamo a 150 ed entro il 2011 si arriverà a 378 milioni. La prima telefonata col cellulare del continente fu fatta nel 1987 dal Congo: oggi nel paese il rapporto tra linee mobili e fisse è di 400 a uno, e le prime sono più delle seconde in 43 stati. Il mercato del cellulare africano fa gola. E le cifre aiutano a capire da un lato perché Vodafone sia pronta a puntare cinque miliardi di sterline (circa sette miliardi di euro) per conquistare metà di Telkom - la compagnia sudafricana di cui già possiede il 50% - e dall’altro perché l’offerta sia stata respinta, almeno per ora. Aurun Sarin, numero uno di Vodafone, aveva annunciato tempo fa l’intenzione di diventare «padrone assoluto» di Telkom. Che ha in mano il 60% del mercato sudafricano (il più ricco con quello tunisino) e può contare su una forte presenza nei paesi che crescono di più: Lesotho, Mozambico, Tanzania (dove il 99% della popolazione usa il telefono mobile) e Congo. Nel novembre 2005 Sarin aveva portato la sua quota Vodacom dal 35 al 50% pagando 1,35 miliardi di sterline in contanti: ora in Telkom si son fatti furbi e pretendono di più. I sudafricani hanno comunicato che «la trattativa è chiusa», ma gli inglesi insistono che «sono pronti a continuare a discutere in qualunque momento». I dati di Vodacom confermano un trend ottimo: nei primi sei mesi del 2007 gli abbonati sono aumentati del 22,6%. Nel frattempo sulla strada di Vodafone s’è messa Mtn, il secondo gruppo telefonico del Sudafrica: contava di comperare le linee fisse di Vodacom, lasciando agli inglesi il controllo della società di telefonia mobile. Vodacom non s’è accordata con Mtn, la vendita è sospesa finché non sarà piazzata la compagnia, per così dire, tradizionale. Ma Vodafone ha fretta: in Africa la concorrenza è ancora limitata, nel 60% dei paesi ci sono solo uno o due operatori. Chi arriva primo resterà primo facilmente, e all’orizzonte ci sono i soliti cinesi. Che per ora sono attivi nella costruzione delle reti (in Libia,Tunisia, Benin e Somalia) ma domani chissà. Certo lo sviluppo accelererà: la rete mobile resta l’infrastruttura più veloce da mettere in piedi in un continente che soffre cronicamente della mancanza di infrastrutture. Così importa poco se si tratta - per ora - di un mercato povero, pronto a prendere strade imprevedibili. L’ultima è quella dello squillino, che in Etiopia si chiama «miskin» e nei paesi di lingua francesce «bipage»: su 355 milioni di chiamate giornaliere fatte in Africa, 130 milioni sono semplici squilli fatti a chi è più ricco per farsi richiamare. C’è anche il galateo dello squillino: non si fa mai a qualcuno più povero, non si fa a una donna, non si fa per chiedere un piacere. Il fenomeno è così diffuso che in Congo anche lo squillino costa (meno di un centesimo di euro), mentre in Kenya sono gratuiti al massimo cinque «bipage» al giorno. Altro filone, le cabine mobili: persone che comperano una scheda - in Africa si può ottenerne una funzionante per pochi dollari - e poi vanno in giro a vendere telefonate. Gsm Association ha annunciato investimenti per 50 miliardi di dollari per estendere la diffusione dei cellulari al 90% degli abitanti dell’Africa sub-sahariana. E mr Sarin ha fatto il suo squillino.(M.Sodano, La stampa, 30/11/2007)
Anche l’Africa si preoccupa per l’energia (Greenreport, 29/11/07)
Guardando le immagini notturne del mondo prese dai satelliti, l’Africa è veramente il continente nero sperso in un pianeta punteggiato di luci che combattono la notte. Ma anche l’Africa comincia ad aver fame di energia, a voler rischiarare notti e a far funzionare imprese. Nel quadro del processo di messa in opera del Libro bianco sull’accesso ai servizi energetici per le zone rurali e periurbane, le commissioni energia della Communauté Economique des Etats de l´Afrique de l´Ouest (Cedeo), e dell’Union Economique et Monétaire Ouest African (Uemoa), in collaborazione col governo del Togo e l’appoggio dell’Unep, hanno organizzato a Lomè la quarta riunione del Comitato regionale multisettoriale per l’accesso ai servizi energetici. Il summit in Togo, al quale partecipano Benin, Burkina Faso, Costa d´Avorio, Gambia, Ghana, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, e Togo, vuole analizzare l´avanzamento delle politiche energetiche dell’Africa Occidentale e come l’apporto dell’Unep le abbia favorite. Oltre all’Unep partecipano ai lavori “Initiative Energie” dell´Unione Europea e Partnership Dialog Facility (Euei-Coopener). I lavori dell’incontro di Lomé riguardano: il contesto generale del Libro bianco sull’energia; l’elaborazione dei programmi di accesso ai servizi energetici; il rafforzamento delle capacità di messa in opera del Libro bianco; lo studio relativo alla creazione di un’agenzia regionale di accesso ai servizi energetici; la promozione e la diffusione di esperienze. Intanto molto più a sud, nella capitale dello Zambia, Lusaka, è in corso un altro summit regionale, quello dei 19 Paesi del Common Market for Eastern and Southern Africa (Comesa) dove le preoccupazioni più forti riguardano l’impatto della globalizzazione sul continente e l’aumento del prezzo del petrolio che secondo il vicepresidente zambiano Rupiah Banda «minacciano l’economia dei Paesi del Comesa. I Prezzi del petrolio, che si avvicinano ai 100 dollari al barile, costituiscono una fonte di inquietudine per i Paesi importatori di petrolio». Aprendo i lavori del summit Banda ha ricordato che «i prezzi del greggio erano in media di 20 dollari il barile solamente 7 anni fa.. La zona del Comesa ha realizzato un tasso di crescita annuale del 5% durante gli ultimi 3 anni, ma questo sarà rovesciato se i prezzi del petrolio continueranno a salire». Per questo ha esortato i Paesi della regine a sviluppare le risorse energetiche alternative come i biocarburanti, ed ha annunciato che la Zambia farà presto una legge per favorire gli investimenti privati nella produzione di biocarburanti. (Greenreport,29/11/07)
Il continente risente dei gas serra prodotti da altri continenti (LM, Fides, 28/11/2007)
Le emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati minacciano l’Africa, il continente che contribuisce di meno al riscaldamento globale. Lo afferma il rapporto “Combattere il cambiamento climatico: solidarietà umana in un mondo diviso” del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, presentato il 27 novembre a Brasilia, capitale del Brasile. Se entro 10 anni non si agisce per bloccare l’aumento della temperatura globale di 2 gradi Celsius, si potrebbero avere conseguenze gravissime per l’Africa sub-sahariana. Nei prossimi decenni il settore agricolo verrebbe sconvolto e 600 milioni di persone sarebbero a rischio alimentare; vi inoltre sarebbe un incremento delle malattie trasmesse da mosche e zanzare, come malaria e la febbre della Rift Valley. - “I poveri, coloro che producono minori emissioni di carbonio e sono privi di mezzi per proteggersi, sono le prime vittime dello stile di vita ad alto consumo energetico dei Paesi sviluppati” afferma uno degli autori del rapporto. Nei Paesi industrializzati le conseguenze del riscaldamento globale si fanno già sentire: le persone regolano i termostati, devono far fronte con l’aria condizionata ad estati più lunghe e più calde, e osservano i mutamenti delle stagioni. Ma nei Paesi più poveri, come quelli dell’Africa sub-sahariana, le conseguenze sono molto più drammatiche: inondazioni seguite da periodi di siccità con perdita di raccolti e la gente soffre la fame. A lungo termine i cambiamenti climatici rischiano di compromettere seriamente lo sviluppo di intere aree del pianeta, afferma il rapporto. (…) (LM, Fides,
28/11/2007)
Aids: scuole d'agricoltura per ragazzi vulnerabili (Agi, 28/11/2007)
Le scuole d'agricoltura per i bambini orfani o colpiti da Hiv/Aids hanno un ruolo sempre piu' importante in Africa sub-sahariana. In queste scuole, dice la Fao, si insegna a coltivare la terra ma si forniscono anche altre conoscenze per garantire loro mezzi di sussistenza duraturi e la sicurezza alimentare nel lungo periodo. La Fao e il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) hanno pubblicato in questi giorni un nuovo manuale che da informazioni pratiche su come avviare una scuola rurale sul campo per giovani agricoltori (Jffls). L'Hiv/Aids ha un impatto considerevole sulle comunita' rurali in Africa, in particolare sui bambini. (…) Queste scuole sono un tentativo di dare a questi orfani gli strumenti e la fiducia necessari per riuscire a sopravvivere in un ambiente spesso molto difficile". In Africa sub-sahariana il numero degli orfani e dei bambini vulnerabili e' in aumento, conseguenza della diffusione dell'Aids, dei conflitti e dell'esodo forzato a cui spesso le popolazioni sono costrette. Allo stato attuale, l'Africa sub-sahariana conta piu' di 40 milioni di orfani, dei quali, stando alle stime, 11.4 milioni orfani a causa dell'Aids. A partire dal 2004, la Fao ha avviato, in partnership con i governi nazionali, le ong, le istituzioni locali ed il Pam, molte esperienze positive di scuole rurali destinate a migliaia di giovani in undici paesi africani: Camerun, Kenya, Malawi, Mozambico, Namibia, Sudan, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Queste scuole cercano di migliorare le condizioni di vita di bambini e adolescenti tra i 12 e i 18 anni che vivono in comunita' caratterizzate da uno stato di insicurezza alimentare dove l'AIDS e l'HIV hanno un forte impatto, in particolare nelle aree rurali. (…)(Agi,
28/11/2007)
Spot nell'intervallo della partita: "Africani, la Svizzera è un inferno" (Concetto Vecchio, La Repubblica, 27/11/2007)
“Africani, state alla larga dalla Svizzera!” Firmato: il governo svizzero. - L'ammonizione, sotto forma di uno spot tv, s'è materializzata nelle case di molti paesi africani martedì 20 novembre durante l'intervallo della partita amichevole Svizzera-Nigeria. Un immigrato di colore telefona al padre da una cabina telefonica e gli racconta di com'è bella e civile la Confederazione elvetica: in realtà vive sulla strada, s'arrangia con l'elemosina, ed è perseguitato dalla polizia. Una campagna anti-stranieri, per scoraggiare l'arrivo di altri cittadini africani, con un messaggio che non potrebbe essere più esplicito: non venite da noi, non c'è lavoro per tutti, finireste nel girone degli ultimi. A confezionare l'annuncio è stato il dipartimento dell'emigrazione, il cui responsabile, Eduard Gnesa, ha dichiarato al Sonntags Blick, il quotidiano popolare di Zurigo che ha svelato il caso: "Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle". Il leader populista, e fresco trionfatore delle ultime elezioni politiche, il ministro della giustizia Christoph Blocher, ha benedetto l'iniziativa: "Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso!". Gli svizzeri sembrano apprezzare. L'83 per cento dei lettori del Sonntags Blick si dice d'accordo con Blocher. Sui blog le voci critiche sono perlopiù isolate. "Dov'è finita la nostra identità? Se passeggio nella mia città, Biel, ho la sensazione di trovarmi in Africa. E' tempo di fermarli", scrive Bootvoll, la barca è colma, un nome che riecheggia il titolo del film del regista Markus Imhof sul mancato accoglimento di sei rifugiati politici nella neutrale Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale. (…)" (Concetto Vecchio, La Repubblica,
27/11/2007)
Médecins du Monde: a Malta condizioni "spaventose" di detenzione (Meltingpot, 27/11/2007)
(tratto da Fortress Europe del 25 novembre 2007) - Condizioni di detenzione “spaventose” che “si ripercuotono sulla salute fisica, psicologica e psichiatrica, con frequenti problemi di salute mentale”. L’ong francese Médecins du Monde accusa i campi di detenzione dei migranti di Malta. E lo fa in un rapporto pubblicato recentemente, dopo una missione nei centri tra aprile e settembre 2007. Infezioni respiratorie e malattie dermatologiche, ma anche depressioni e stress legati all’incarcerazione sistematica fino a 18 mesi prevista dalla legge maltese per tutti i migranti e rifugiati sbarcati sull’isola. I centri sono “sovraffollati e insalubri”, e vi “sono detenute donne incinte e bambini” in “ambienti promiscui. L’accesso alle cure è “limitato e spesso tardivo”. Dal suo ingresso nell’Unione europea, il primo maggio 2004, Malta aderisce alla Convenzione di Dublino, secondo cui un richiedente asilo politico è tenuto a fare domanda di protezione nel primo Paese europeo di approdo. Così tutti i migranti che toccano terra sull’isola sono obbligati a fare domanda d’asilo non avendo il diritto di entrare in nessun altro Paese europeo. Tra il 2002 e il 31 maggio 2007, la Commissione rifugiati ha esaminato un totale di 4.817 richieste d’asilo. Lo status di rifugiato è stato riconosciuto solo a 192 persone, il 4%. Ma il tasso di riconoscimento, già basso, è dimezzato negli ultimi anni: 2,8% nel 2005 e 2,2% nel 2006. I permessi di soggiorno per motivi umanitari rilasciati in questi anni sono 2.195, ovvero il 45% del totale. Al 5 agosto del 2007 gli arrivi a Malta erano 1.072 contro i 1.780 di tutto il 2006, i 1.822 del 2005 e i 1.388 del 2004. Le prime nazionalità sono Somalia (351), Eritrea (162) e Etiopia (106). Il che significa che 6 migranti su 10 a Malta arrivano dal Corno d’Africa. Seguono altri Paesi sub-sahariani. - Scarica il rapporto completo di Médecins du Monde http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/Rapport_Malte.pdf (in inglese) - (Meltingpot,
27/11/2007)
Uniti contro il narcotraffico: coordinamento antidroga tra polizie (LM, Fides, 26/11/2007)
Africa ed Europa unite per lottare insieme contro il narcotraffico. È quanto emerge dal Seminario dei capi dei servizi antidroga dei Paesi dell'Africa settentrionale ed occidentale e di quelli europei del G6 (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia), che si è concluso il 23 novembre a Roma. Secondo i partecipanti al Seminario è necessario creare delle forti alleanze con i Paesi africani per sconfiggere le organizzazioni criminali internazionali che stanno inondando il mercato europeo soprattutto di cocaina, e che nell'area africana si accingono a creare basi operative e logistiche con i trafficanti di eroina proveniente dall'Afghanistan e con quelli di cannabis locali. È stato affermato inoltre che il flusso di cocaina che raggiunge l’Europa dall’America Latina (in misura crescente passando per l’Africa occidentale), è destinato ad aumentare a causa della debolezza del dollaro: i narcotrafficanti preferiscono incamerare euro al posto della valuta statunitense. Per questi motivi le forze di polizia europee si attendono un afflusso ancora maggiore di cocaina e di eroina, proveniente dell’Afghanistan, dove il raccolto di papavero da oppio di quest’anno è stato superiore del 34% rispetto a quello precedente. L’oppio è la materia prima dalla quale si ricava l’eroina. Una parte della droga “afgana”, giunge in Europa attraverso l’Africa, dove si è creato un mercato locale di questa sostanza. Per contrastare il fenomeno è stato deciso di migliorare lo scambio di informazioni tra gli ufficiali di collegamento antidroga europei dislocati in Africa e costituire un Centro di coordinamento antidroga per l'interdizione anche via mare nel Mediterraneo, in modo da attivare immediatamente interventi attraverso le flotte marine o delle forze di polizia specializzate. (LM, Fides,
26/11/2007)
La crescita economica dei Paesi subsahariani, il Report della World Bank(University.it, 26/11/2007)
Dopo tre decadi in cui si sono alternate brevi fasi di crescita, seguite da collasso economico o stagnazione, molti dei paesi dell’Africa Subsahariana stanno sperimentando, per la prima volta in trent’anni, livelli di crescita economica paragonabili a quelli dei paesi più sviluppati. Questa trasformazione, attestata da un recente report pubblicato dalla World Bank, lascia intravedere nuove prospettive per lo sviluppo del continente africano. Lo scorso mercoledì la World Bank (WB) ha pubblicato un report dal titolo “Africa Development Indicators 2007”. Il documento si basa sull’analisi di più di un migliaio di indici che quantificano lo sviluppo non solo del settore economico, ma anche di quello umano e del settore privato, oltre alla governance dei paesi considerati. Il dato che ha portato in primo piano il report però è di natura economica. Lo studio della WB infatti ha rilevato come, dopo tre decadi di sviluppo “a singhiozzo”, la maggior parte delle economie africane stiano ora avviandosi verso una fase di crescita rapida e costante, in grado di abbassare il livello di povertà della regione ed attrarre gli investimenti stranieri.L’Africa dunque avrebbe imparato a commerciare in modo maggiormente efficace con il resto del mondo, a dare maggior peso al settore privato ed a prendere provvedimenti atti ad evitare i collassi che, negli anni ’70/’80 e al principio degli anni ’90 avevano fatto seguito alle fasi di crescita.John Page, Chief Economist for the Africa Region della World Bank, ha dichiarato che, in un certo senso, è come se l’Africa, a partire dal 1995, avesse fatto tesoro delle difficili lezioni imparate a proprie spese negli anni precedenti, soprattutto nel campo economico, mettendole in pratica negli ultimi dieci anni. Grazie dunque a questo lavoro, concretizzatosi in una migliore gestione macro-economica, in una serie di politiche strutturali e nei progressivi sforzi di integrazione nell’economia mondiale, oggi le economie subasahariane crescono per la prima volta ad un tasso che, complessivamente, pari a quello delle economie più sviluppate. I paesi africani hanno inoltre migliorato la loro governance e intensificato gli sforzi nella lotta alla corruzione, una vera piaga in molti paesi della regione. La situazione in generale quindi si sta avviando verso una stabilizzazione, complice anche il calo del numero di conflitti armati in corso su suolo africano, nonostante l’instabilità sia ancora percepita come forte soprattutto in alcuni paesi (I conflitti sono considetati una tra le principali fonti del mancato sviluppo economico in diversi paesi africani – Cfr.
Africa: il costo di quindici anni di conflitti)(I
costi della guerra) . Fra gli ulteriori ostacoli che permangono sulla strada di un maggiore ed auspicato sviluppo vi sono la mancanza di infrastrutture e lo scarso livello della formazione del personale in loco, che influiscono sulla produttività, mantenendola a livelli più bassi di quanto potrebbe essere. Lo sviluppo della scolarizzazione e dei servizi sanitari, oltre ad essere necessaria in sé, avrebbe effetti estremamente positivi sulla produttività.Altra barriera da superare sarà quella dei costi indiretti di esportazione. Tali costi per quanto concerne i paesi africani sono esorbitanti (dal 18 al 35% del costo totale, a seconda del paese) se comparati con quelli di altri paesi: in Cina ad esempio incidono per l’8%. Nonostante questo ostacolo le esportazioni africane tra il 2003 e il 2006 si sono espanse di 11 punti percentuali. Tutto ciò dunque ha reso possibile realizzare una crescita economica della regione che nel 2005 e nel 2006 è stata pari al 5,4%, una percentuale superiore a quella di molto paesi sviluppati e simile a quella di altre nazioni in via di sviluppo, eccezione fatta per i due colossi asiatici, India e Cina.Naturalmente i paesi esportatori di petrolio sono quelli che hanno un ruolo trainante. Inoltre le proiezioni per il 2007 e il 2008 parlano di una crescita costante, rispettivamente del 5,3 e 5,4%. Evitare che le economie declinino nuovamente è però altrettanto importante che promuoverne la crescita. Questo diventa ancora più rilevante riguardo alle fasce povere della popolazione, che ricevono meno benefici dalle fasi di crescita rispetto agli svantaggi che patiscono in quelle di recessione.L’abilità di supportare, sostenere e soprattutto diversificare le fonti di tale crescita saranno dunque critiche, non solo per permettere all’Africa di raggiungere i Millennium Develpoment Goals (MDGs), ma anche per ricoprire in misura sempre maggiore una destinazione per gli investimenti di capitali provenienti dal resto del mondo. (University.it, 26/11/2007)
Accordo economico tra quattro paesi Africa australe e Unione Europea (Misna, 26/11/07)
Botswana, Lesotho, Mozambico e Swaziland hanno siglato nel fine-settimana un accordo ‘temporaneo’ di partenariato economico con l’Unione Europea mirato a liberalizzare gli scambi commerciali. Definita dal commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, “un passo storico nelle relazioni tra la UE e l’Africa australe” l’intesa è frutto dei negoziati condotti tra la Commissione Europea e la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc). Il Sudafrica, prima potenza economica della regione, e la Namibia, si sono riservate di “decidere entro i prossimi giorni se aderire o meno all’accordo”, si legge in una nota; la Sadc e la UE, aggiunge il comunicato, “hanno convenuto di proseguire le trattative in vista dell’arrivo, entro il 2008, a un accordo di partenariato economico pienamente effettivo”. Critica, tuttavia la posizione dell’organizzazione non governativa inglese ‘Oxfam’, secondo la quale la UE avrebbe esercitato “pressioni” sui Paesi dell’Africa australe che più dipendono dai suoi aiuti. Bruxelles, secondo ‘Oxfam’, cerca intese “squilibrate” nei confronti dei Paesi africani che implicano “conseguenze potenzialmente devastanti sul loro modo di vita e le loro economie”. Riducendo il significato dell’intesa siglata, di cui si conoscerà in dettaglio il contenuto solo il 6 dicembre, l'Oxfam ritiene che la UE moltiplicherà questo genere di iniziative da qui alla data-limite del 31 dicembre per spingere i paesi Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) a sottoscrivere gli accordi di partenariato economico conosciuti come ‘Ape’ o ‘Epa’: “La pressione sale e la minaccia della Commissione di aumentare dal 1° gennaio i diritti di dogana (sui prodotti africani che entrano nella UE, ndr) ha messo i Paesi in via di sviluppo in una condizione molto difficile”. [FB] (Misna,26/11/07)
La responsabilita' dei rifiuti elettronici (AlessandroIacuelli, Altrenotizie, 24/11/2007)
Il 20 novembre è entrato in vigore il sistema di gestione dei rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (il cosiddetto RAEE), come previsto dal decreto legislativo 151/05. (…) Il provvedimento riguarda una serie di prodotti: grandi e piccoli elettrodomestici, computer, stampanti, apparecchi per la telefonia, radio, tv, apparecchi hi-fi, giochi elettronici e così via. Il nodo cruciale della questione, e del futuro di questo tipo di rifiuti, è che questa attività di raccolta e recupero toccherà ai produttori, che si appoggeranno a specifici consorzi per la realizzazione concreta del processo di smaltimento e recupero dei rifiuti. E qui il primo problema: parte del finanziamento di tutto il sistema RAEE finirà per cadere sulle spalle dei consumatori, poiché alcuni consorzi hanno già previsto l'istituzione di appositi eco-contributi da versare al momento dell'acquisto in aggiunta al normale prezzo di listino. Pertanto, ancora una volta non sarà il mondo della produzione a farsi carico dei propri costi ambientali, scaricandoli sulla collettività. (…) Il secondo e ancor più grave problema, è che chiarezza e trasparenza diventano fondamentali per evitare che produttori o distributori in malafede approfittino dell'esistenza degli eco-contributi per caricare i prezzi di elettrodomestici, apparecchi elettronici e altri prodotti simili senza garantirne il regolare smaltimento. Molto spesso, infatti, siamo portati a credere che il riciclo e la raccolta separata dei rifiuti elettronici diminuisca il carico ambientale. Peccato che raramente sia così. A sollevare questo tipo di allarme è stata una recente inchiesta della CNN, secondo cui la raccolta differenziata dei rifiuti elettronici constribuisce a mettere in pericolo lavoratori e ambiente in Cina, India e Nigeria, tra i primi paesi dove va a finire tutta la "spazzatura elettronica" del mondo occidentale. Secondo una recente stima, tra il 50 e l'80 per cento delle circa 400.000 tonnellate di materiale elettronico destinato al riciclo va in realtà a finire in queste zone povere del mondo, dove centinaia di lavoratori senza precauzioni (e molto spesso si tratta di bambini). (…)In pratica, si tratta di un riciclo molto pericoloso, si preserva l'ambiente del cosiddetto "primo mondo" per contaminare il "terzo mondo". (…) Così, in una terra che potrebbe essere ricca grazie alle sue miniere di diamanti, come la Nigeria, si assiste invece allo spettacolo di roghi improvvisati, con fumi densi e tossici. Sono i roghi di quel che resta della nostra alta tecnologia, a valle del recupero di metalli fatta dagli abitanti locali. Chi opera in quelle zone racconta di un rapido aumento di casi di problemi respiratori, allergie, danni al sistema immunitario. La salute di chi fa questo lavoro è minata dai residui di bario, mercurio, ritardanti di fiamma, cadmio e piombo che si disperdono nell'aria, nel suolo e nelle falde acquifere. Una delle scappatoie sfruttate più spesso, per riuscire a spedire verso l'Africa i rifiuti, e in questo c'è la traccia forte delle ecomafie dell'Italia meridionale, è il mascherare da donazioni e da aiuti umanitari i container di rifiuti. (…)(Alessandro Iacuelli, Altrenotizie, 24/11/2007)
L'interconnessione delle reti ferroviarie africane (LM, Fides, 24/11/2007)
I responsabili delle ferrovie africane a Convegno a Midrand, nei pressi di Johannesburg, in Sudafrica, per mettere a punto una strategia per creare una rete ferroviaria continentale. I tracciati delle ferrovie africane risalgono infatti ai tempi coloniali. Lo scopo principale delle strade ferrate costruite dai colonizzatori era quello di trasportare le ricchezze minerarie dell'interno verso i porti della costa. Non esistono quindi incroci tra le diverse linee africane; di conseguenza il continente è pieno di ferrovie isolate non connesse tra loro. La conferenza di Midrand ha per tema “l'interconnessione e la complementarietà della reti ferroviarie africane”. Uno dei più importanti progetti di interconnessione ferroviaria africani è Africarail (www.africarail.com) che prevede la costruzione di un nuovo tracciato a due binari per interconnettere le esistenti linee ferroviarie di Benin, Burkina Faso, Niger e Togo per un totale di 1.300 chilometri. Si prevede in seguito di collegare Africarail con le ferrovie libiche portando la lunghezza totale delle nuove strade ferrate da costruire a 2mila chilometri. Il progetto ha un valore di 2 miliardi di dollari. Le istituzioni coinvolte sono la Commissione Economica per l'Africa delle Nazioni Unite, l'Unione Africana, l'Unione delle Ferrovie Africane, la Comunità Economica dei Paesi dell'Africa Occidentale, la Banca Africana di Sviluppo. Tra gli altri progetti vi è uno che prevede la connessione delle ferrovie di Namibia, Botswana e Sudafrica, e un altro per collegare la Repubblica Democratica del Congo all'Angola, la cui rete ferroviaria è in fase di ricostruzione dopo le distruzioni provocate dalla guerra civile (1975-2002). Gli ostacoli da superare per unire il continente attraverso la strada ferrata sono ancora tanti. La maggior parte delle reti ferroviarie ereditate dai colonizzatori usano sistemi a scartamento ridotto, non in linea con gli attuali standard internazionali. Occorre poi armonizzare tecnologie, procedure, regolamenti ecc. Un lavoro lungo e difficile. Inoltre diversi Stati africani hanno privatizzato le ferrovie: i nuovi operatori sono più interessati a sviluppare il trasporto merci e le tratte più redditizie che non ad offrire un servizio per tutti gli utenti, anche quelli delle zone più povere e isolate.(LM, Fides, 24/11/2007)
Donne e uomini nelle economie subsahariane (Elena Masi, Equilibri, 23/11/2007)
Nell'Africa sub sahariana, le donne rappresentano il 42% della forza lavoro su un totale di 299 milioni di persone (World Bank). La loro attività economica è concentrata quasi esclusivamente sull'agricoltura e gran parte è destinata al consumo familiare, quindi non è catturata dalle statistiche ufficiali. - Le donne africane lavorano in media più a lungo degli uomini nell'arco della giornata (lo scarto è di almeno un'ora; in Kenya un uomo lavora in media 4.3 ore in agricoltura, una donna 6.2 – Fonte: Gender, Technology and Development – SAGE) e sono tra le più attive del mondo – (la percentuale di donne economicamente attive tra i 15 e i 65 anni è del 67%, paragonabile solo all'Europa Orientale e all'Asia Centrale). Le donne contribuiscono al PIL africano per 1/3 del totale (il lavoro domestico e informale – stimato intorno al 66% - non è compreso nelle statistiche ufficiali). La differenza biologica uomo-donna influisce solo in parte sull'efficienza del lavoro: alcuni studi condotti hanno ipotizzato che una donna provvista degli stessi strumenti (capitale umano e tecnologico) di un uomo aumenterebbe la propria produzione del 22% (contro quella di un uomo che ad oggi è superiore del 10%). In quasi tutti i paesi subsahariani si verifica un'enorme sproporzione tra contributo delle donne all'economia e guadagno: in Botswana il primo arriva al 70%, il secondo non supera il 15% (Fonte: Gender, Technology and Development – SAGE). - Le differenze culturali e sociali uomo – donna hanno creato e creano delle distorsioni che rallentano la crescita delle economie africane. Alcune si verificano nel campo dei diritti di proprietà, e in particolare nella possibilità di ereditare (spesso negata), nella mancanza di controllo della proprietà delle donne sposate, nello spossessamento della donna dopo la morte di marito o genitori; una percentuale bassissima delle donne africane è intestataria di beni (Fonti: UN-INSTRAW). In Kenya, ad esempio, le statistiche mostrano che le donne costituiscono l'80% della forza lavoro, contribuiscono al reddito familiare per il 60% ma posseggono solo il 5% della terra; inoltre, i diritti di successione si estinguono se la vedova si risposa. In Namibia, durante dispute avvenute in seguito alla morte del marito, il 44% delle donne ha perso l'intero bestiame, il 28% ha perso piccoli capi di allevamento, e il 41% ha perso gli strumenti di lavoro agricolo. Per quanto riguarda in genere la vendita dei prodotti, è l'uomo a decidere nel 32% dei casi, e la donna nel 12%. (…)(Elena Masi, Equilibri, 23/11/2007)
Manca l'acqua, sale il mare e avanza il deserto (Greeneport, 22/11/2007)
E' in corso a Niamey, la capitale del Niger, un incontro dei Paesi del Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger, Senegal e Ciad) sulla lotta alla desertificazione che è stato convocato per valutare le tendenze dell'evoluzione della degradazione dei suoli, la biodiversità e l'impatto dei cambiamenti climatici sulla diversità biologica e la perdita di terre fertili. Billa Maina, del ministero dell'ambiente e la lotta contro la desertificazione del Niger, aprendo l'incontro ha sottolineato la necessità per i Paesi del Sahel di disporre di indicatori per il degrado delle terre e per prendere decisioni in merito ai fattori climatici e demografici. (…) I Paesi della fascia del Sahel sono tra i più poveri del mondo e il rappresentante dell'Observatoire du Sahel et du Sahara (Oss) Boubacar Issifou, ha sottolineato che la scelta di Niamey per tenere questa conferenza «è ben fondata, perché il Niger ha messo in atto degli sforzi per quel che riguarda lo sviluppo dell'Oss. La sub-regione saheliana è la più toccata dal fenomeno della siccità e del degrado dei suoli, la più vulnerabile al mondo agli effetti nefasti del cambiamento climatico. Siamo obbligati a prendere coscienza delle implicazioni di questi cambiamenti ed a incoraggiare i ricercatori a cogliere tutte le opportunità per sviluppare misure scientifiche necessarie». - Più a nord, dalle sponde arabe del mediterraneo, viene un altro allarme: «tra i 75 e I 200 milioni di africani potrebbero, entro il 2020, subire le conseguenze del deficit o della rarefazione delle risorse idriche». Lo ha detto il primo ministro della Tunisia Mohammed Ghannouchi, chiudendo la conferenza sul rafforzamento della solidarietà internazionale per la protezione dell'Africa e del Mediterraneo contro i cambiamenti climatici, citando studi scientifici. «Il continente africano – ha detto Ghannouchi – è una delle regioni del mondo tra le più esposte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Il rendimento delle colture dipendente dalla piogge potrebbe diminuire del 50 % in un certo numero di Paesi africani nel corso dello stesso periodo, che sarà altamente pregiudizievole per le economie dei Paaesi africani e per le loro opere di sviluppo». Per il primo ministro tunisino entro la fine del secolo «l'innalzamento prevedibile del livello dei mari e degli oceani avrà ridotto a nulla vaste zone costiere, in particolare le zone umide e le “basse terre”. Il costo dell'adattamento a questo fenomeno ed alle sue conseguenze sugli ecosistemi marini, la pesca costiera e il turismo, rappresentano tra il 5 e il 10% del Pil dei Paesi africani interessati» (Greeneport,
22/11/2007)
Traffico di donne, 50.000 ogni anno sulle “rotte africane” (CO, Misna, 20/11/2007)
Sarebbero 50.000 le donne oggetto ogni anno di tratta in Africa, su un totale mondiale stimato tra 700.000 e due milioni: sono i dati diffusi da suor Henriette Adindu del Centro per il rinnovamento spirituale della diocesi di Kumasi, in Ghana, alseminario su “Schiavitù e nuove schiavitù” svoltosi a Cape Coast (Ghana) per iniziativa del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (Ccee) e dal Consiglio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (Secam). In Ghana tra il 1998 e il 2000 ne sono state individuate 3582, e tra il 2001 e il 2005 altre 6458. Le vittime della tratta che passano attraverso le “rotte africane” partono dal Camerun attraverso Burkina Faso, Mali, Algeria, Marocco, per arrivare fino in Spagna e Italia, spesso camminando a piedi nel deserto e con lunghe traversate in barca. Suor Henriette, insieme ad altre 32 religiose di tutto il mondo, aderisce ad una rete internazionale contro il traffico di persone, istituita di recente a Roma. “È un business molto lucrativo - afferma suor Henriette -perché le donne vengono vendute più volte; dopo promesse di lavori inesistenti, le ragazze sono costrette a giurare di mantenere il segreto attraverso riti tradizionali e vengono fornite di documenti e visti falsi. Camminando nel deserto, quando incontreranno i resti delle altre donne morte di stenti prima di loro, cominceranno a rendersi conto del loro infausto destino ”. Una volta in Europa, verranno private dei documenti e costrette a prostituirsi sulla strada; un traffico che coinvolge anche i bambini, soprattutto quelli di strada. (Fonte: Servizio informazione religiosa, Sir) - (CO, Misna,
20/11/2007)
Appello dei vescovi africani ed europei contro le nuove forme di schiavitù (RP, RadioVaticana, 20/11/2007)
Un appello “ad avere maggiore attenzione alle nuove forme di schiavitù che sono forse peggiori della vecchia tratta degli schiavi” è stato lanciato dai vescovi africani ed europei nel comunicato stampa finale – reso noto oggi - che riassume i lavori del seminario “Conosco le sofferenze del mio popolo. Schiavitù e nuove schiavitù”, svoltosi dal 13 al 18 novembre a Cape Coast, in Ghana, su iniziativa del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) e del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar). Un messaggio congiunto verrà invece inviato al Vertice di Lisbona dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea e dell'Unione africana (8-9 dicembre). “Le nuove forme di schiavitù (traffico di esseri umani, lavoro forzato, bambini soldato, prostituzione, ecc.) – affermano i vescovi, insieme a rappresentanti della Santa Sede e di agenzie cattoliche umanitarie – sono dovute principalmente all'enorme divario economico tra i Paesi ricchi e poveri, e tra ricchi e poveri in ogni società”. I vescovi hanno sottolineato che “per ridurre questo divario” bisogna “raggiungere un nuovo ordine economico internazionale che garantisca una più equa distribuzione delle risorse del mondo”. Ma soprattutto, “è importante porre fine al desiderio di dominare gli altri e alla cultura di schiavitù e servitù”. Tra i vari interventi, riferisce l'Agenzia Sir, anche quello di Josef Sayer, presidente dell'organizzazione umanitaria Misereor, sulla “brutale e violenta forma di moderna schiavitù” che coinvolge 300.000 bambini soldato in tutto il mondo, soprattutto “in Uganda, Liberia, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Filippine, Colombia e Perù”. “In molti casi – ha aggiunto – queste ragazze e ragazzi vengono continuamente abusati ed usati come agenti segreti o sminatori, oppure costretti a combattere in prima linea”. Sayer ha condannato coloro che “traggono profitto dalla vendita di armi usate dai signori della guerra e dai bambini soldato”, senza che ci sia “un effettivo intervento della comunità internazionale e dei politici”. Il seminario ha messo a fuoco anche l'aspetto delle migrazioni e la possibilità di promuovere una cultura della vita e della famiglia. Sono state sottolineati, in particolare, alcuni aspetti che ancora impediscono lo sviluppo dell'Africa.Tra questi: “un ingiusto sistema di commercio tra l'Africa e il resto del mondo; il debito e la necessità di cancellarlo da parte del mondo industrializzato; il traffico di esseri umani e droghe; lo sfruttamento sessuale; il lavoro forzato; la prostituzione forzata; i bambini soldato e i bambini di strada”. Per tutte queste sfide i vescovi fanno appello ad “una cultura del rispetto per i diritti umani”, sottolineando il ruolo della Chiesa nella “cura pastorale dei migranti” e nel “suo dovere di advocacy”. I vescovi dei due continenti si incontreranno di nuovo a Liverpool, in Inghilterra, nel novembre 2008. (RP, RadioVaticana,
20/11/2007)
Cina promette aiuti per ammodernare FFAA keniane (Agi/Afp, 19/11/2007)
Prosegue l'offensiva diplomatica della Cina sul continente africano. Il ministro della Difesa, generale Cao Gangcuan, ha promesso aiuti di Pechino per l'ammodernamento delle forze armate del Kenya. Un impegno assunto questa mattina durante un incontro del generale con il presidente Mwai Kibaki, il quale ha sottolineato che questo aiuto "non soltanto accrescera' la capacita' delle Forze Armate di garantire la sicurezza lungo i propri confini ma anche il ruolo del Kenya nelle missioni di pace in Africa e al di fuori del continente". Cao non e' entrato nel merito degli aiuti, ma l'annuncio e' in linea con la strategia varata qualche anno fa da Pechino di stringere rapporti sempre piu' stretti con i Paesi africani. (Agi/Afp,19/11/2007)
E' on line il nuovo sito di Panafricana (Cinemafrica, 18/11/07)
Il festival Panafricana. Le mille Afriche del cinema a Roma cambia pelle per prepararsi alla settima edizione (1-9 dicembre 2007): una nuova immagine e un nuovo sito ci accompagneranno in questa nuova avventura. L’immagine del festival di quest’anno è opera dell’operatore e fotografo tunisino Amine Messadi: scattata in Burkina Faso (patria di Gaston Kaboré, ospite d’onore del festival, e di Thomas Sankara, di cui ricorrono i 20 anni dalla morte) condensa in un istante di vera poesia visiva il senso del festival. La bellezza e la dignità, la capacità di guardare con i propri occhi e di creare da sé le proprie immagini: un’Africa che sa guardare lontano, ma anche guardare verso di noi, per cambiare e farci cambiare rotta. Anche il nostro festival cerca di guardare lontano, nonostante le mille difficoltà. E così è nato il nuovo sito (www.panafricana.it) con una veste grafica rinnovata, più leggera e dinamica, ad opera del nostro designer di fiducia, Claudio Gnessi (www.humpty-dumpty.it): i colori della terra e della luce, in sintonia con l’immagine del festival, fanno da cornice ad una homepage chiara e funzionale che vi farà esplorare i meandri del festival senza perdere di vista le aree fondamentali (il programma, l’ufficio stampa, le news, gli eventi).(Cinemafrica,18/11/07)
L'Africa alla periferia della storia (Anna Bono, Ragionpolitica,17/11/07)
È arrivato il momento di porre fine a un'ingiustizia storica, l'Africa ha diritto ad almeno due seggi permanenti con facoltà di veto e a cinque seggi non permanenti e spetta all'Unione Africana designarli. È questa la richiesta formulata dai rappresentanti del cosiddetto «Gruppo africano» che hanno partecipato al dibattito sulla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite svoltosi questa settimana al Palazzo di Vetro di New York. Quasi contemporaneamente, in un intervento alla III Commissione dell'Assemblea Generale, il relatore speciale ONU in materia di razzismo, xenofobia e discriminazione, il senegalese Doudou Diéne, accusava di «legittimazione del razzismo» il presidente francese Nicolas Sarkozy per aver osato affermare - e per giunta in un discorso tenuto all'università Cheikh Anta Diop di Dakar, Senegal - che «l'Africa è alla periferia della storia, in uno stato stazionario e di immobilità». Intanto, da Nairobi, Kenya, Ahmedou Ould Abdallah, l'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, rimproverava aspramente alla comunità internazionale di non prestare la dovuta attenzione ai problemi somali e da Londra Asharq Alawsat, uno dei capi delle sconfitte Corti Islamiche, la coalizione che lo scorso anno ha tentato di prendere il potere in Somalia, denunciava con altrettanta veemenza l'indifferenza dell'ONU di fronte alla tragedia del popolo somalo. La tendenza degli africani, o quanto meno dei loro portavoce, a incolpare il resto del mondo dei mali che li affliggono è nota e, come dimostra il caso di Sarkozy, guai a replicare. Ma proprio il caso somalo dovrebbe indurre tutti - africani e non - a riconsiderare responsabilità e colpe. È vero che la crisi in atto in Somalia sta assumendo proporzioni estremamente preoccupanti. Dalla capitale Mogadiscio dove, con il sostegno militare dell'Etiopia, le forze governative tentano di sconfiggere le milizie dei lignaggi che non riconosco l'autorità delle istituzioni politiche di transizione, migliaia di disperati fuggono ogni giorno per sottrarsi alla violenza degli scontri a fuoco che in pochi giorni hanno causato quasi un centinaio di vittime tra i civili. Secondo l'Ocha, l'Ufficio ONU di coordinamento degli affari umanitari, nelle ultime due settimane 173.000 persone hanno lasciato Mogadiscio, concentrandosi principalmente nella vicina città di Afgoye, dove già si ammassavano più di 100.000 sfollati. Ne è derivata un'emergenza umanitaria alla quale gli organismi assistenziali non riescono a provvedere: intere famiglie sprovviste di tutto vivono sul ciglio delle strade senza disporre neanche di un riparo di fortuna. Ma si è arrivati a tanto - non bisogna dimenticarlo - malgrado 17 anni di tentativi di conciliazione che la tanto deplorata comunità internazionale, Italia inclusa, ha sollecitato e lautamente finanziato, riuscendo infine, nel 2004, a indurre i leader dei clan somali a un accordo che purtroppo si è rivelato solo apparente, ma non certo per colpa dei mediatori e dei donors stranieri. Come se non bastasse, quella stessa comunità internazionale si è tuttavia accollata l'onore economico dell'ultimo, ennesimo tentativo di composizione del conflitto: la Conferenza di riconciliazione organizzata l'estate scorsa a Mogadiscio e risoltasi anch'essa in un fallimento. Soprattutto non bisogna dimenticare che proprio l'Unione Africana ha voluto assumersi l'incarico di porre fine alla guerra somala chiedendo e ottenendo dalle Nazioni Unite l'autorizzazione e i mezzi per inviare una missione di pace. Il 21 febbraio, con la risoluzione 1744, il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato il dispiegamento di 8.000 «caschi verdi» per un primo periodo di sei mesi. Nigeria, Uganda, Malawi e Burundi avevano promesso di partecipare alla Amisom - questo l'acronimo della missione - garantendo circa la metà degli 8.000 militari richiesti, ma da allora solo l'Uganda ha mantenuto la parola, fornendo un contingente di 1.500 unità, del tutto inadeguato, come si può vedere, a far fronte alla situazione.(Anna Bono,ragionpolitica, 17/11/07)
Commercio: ai ferri corti con l’Unione europea (Diego Manila, Panorama, 16/11/07)
A Bruxelles è in corso una battaglia fino all’ultimo sangue che oppone l’Unione europea ai paesi dell’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). In ballo è il destino di centinaia di milioni di abitanti attanagliati dalla fame e dalla povertà. Lo scontro ruota attorno ai cosiddetti Accordi di partenariato economico (Ape), destinati a regolamentare i rapporti commerciali tra Ue e paesi Acp nel rispetto delle regole internazionali sancite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Elettricità per l’Africa: accordo a Roma nell’ambito del Congresso Mondiale dell’Energia (LM, Ag, Fides, 16/11/07)
Il World Economic Forum e il World Energy Council hanno sottoscritto un accordo per ridurre la penuria di energia in Africa. L’intesa è stata firmata ieri, 14 novembre, a Roma nell’ambito del Congresso Mondiale dell’Energia, che si tiene nella capitale italiana. (…) Le due organizzazioni hanno deciso di unire le loro risorse per incrementare l’uso sostenibile di energia in aree prive di elettricità. Come parte all’accordo il World Economic Forum e il World Energy Council sosterranno l’Energy Poverty Action (EPA), un’iniziativa privata che fornisce consulenza per sviluppare progetti di elettrificazione innovativi. Uno dei punti chiave di questa iniziativa è mettere in grado i gruppi di utenti locali di gestire i sistemi di produzione di energia. Nell’ambito dell’EPA sono stati avviati due progetti pilota in Lesotho e nella Repubblica Democratica del Congo che sono in fase di completamento.- L’accesso all’energia è uno dei fattori chiavi per lo sviluppo dei Paesi africani. Uno sviluppo che è in linea con il resto del mondo come attesta l’ultimo rapporto della Banca Mondiale sull’Africa, intitolato “Africa Development Indicators 2007”. (…) La crescita economica inizia ad avere un impatto positivo sui livelli di vita dei Paesi africani anche se il documento ricorda che “più del 40% degli abitanti dell’Africa sub-sahariana ancora vivono con meno di 40 dollari al giorno, la speranza di vita è bloccata in alcuni Paesi ed è diminuita in altri, e un cattivo sistema scolastico e sanitario impedisce di migliorare la produttività delle persone”. Per migliorare la conoscenza dell’economia africana la Banca Mondiale ha promosso una banca dati on line (Africa Development Indicators Online) che raccoglie oltre mille indici su economia, sviluppo umano, sviluppo del settore privato e dell’aiuto umanitario. (LM, Ag, Fides, 16/11/07)
Le tre presunte velocita' di crescita dell'economia africana (MZ, Misna, 15/11/07)
L’Africa sub-sahariana ha avuto negli ultimi 10 anni una crescita economica consistente, simile al resto del pianeta: lo sostiene l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, presentato ieri a Midrand, vicino Johannesburg, in Sudafrica. La crescita media nel continente viene valutata al 5,4% nel 2005 e nel 2006, ma l'istituto di credito internazionale - le cui analisi e decisioni non incontrano spesso il favore degli osservatori in particolare africani - distingue tre differenti "categorie" di crescita: i paesi esportatori di petrolio che, a causa del prezzo del greggio hanno registrato negli ultimi 10 anni tassi di sviluppo invidiabili, come l’8,5% dell’Angola o il 9% del Ciad; i paesi con un’economia più diversificata e una crescita duratura, tra cui il Senegal e la Tanzania, che comunque hanno fato registrare nell’ultimo decennio una crescita media del 4%; i paesi con crescita più lenta o in recessione, in cui figurano paesi usciti recentemente da conflitti o dove le guerre sono ancora in corso come la Repubblica democratica del Congo (appena + 0,08%) o lo Zimbabwe con una recessione valutata al -2,2%. Lo studio conclude sottolineando la “volatilità” della crescita dell’economia africana e il fatto che, nonostante i numeri positivi, il 40% della popolazione viva ancora sotto la soglia della povertà. Nel rapporto ci si dimentica però di spiegare che, secondo molti economisti, le rigide riforme finanziarie e fiscali (per non parlare poi dei debiti o della corruzione) spinte da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (Fmi) hanno impedito finora una distribuzione diffusa dei benefici della crescita economica. Ultimo il caso del Burundi, dove il Fondo ha bloccato le promesse del governo di Bujumbura di concedere aumenti salariali ai dipendenti pubblici, chiedendo che i soldi venissero utilizzati per affrontare riforme strutturali. (MZ, Misna,
/a>15/11/07)
Pena di morte, commissione Onu approva moratoria (Adnkronos, 15/11/07)
Con 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni la terza comissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte fortemente voluta dall'Italia. La risoluzione L29 era stata presentata da Nuova Zelanda e Brasile, era stata depositata presso la Terza Commissione il 1 novembre scorso e ieri erano iniziate le procedure di voto con l'esame degli emendamenti. Il testo - che passerà ora all'assemblea generale, dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre - ha ottenuto due voti in più della maggioranza richiesta dei 97 necessari per ottenere la maggioranza assoluta. L'Italia conduceva la battaglia per la moratoria sulla pena di morte da 13 anni e i tre precedenti tentativi, nel 1994, nel 1999 e nel 2003, erano falliti. Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha accolto con viva soddisfazione l'approvazione del testo della risoluzione per la moratoria della pena capitale nel mondo. Il voto della Terza Commissione costituisce un passo decisivo verso l'adozione definitiva della risoluzione da parte della plenaria dell'Assemblea Generale, che dovrebbe avvenire nel mese di dicembre. L'Italia conferma di essere in prima linea nel mondo in materia di tutela dei diritti umani. La lotta contro la pena di morte a livello internazionale è uno dei temi prioritari di politica estera, che vede impegnati Governo, Istituzioni, forze politico-parlamentari e organizzazioni non governative in una campagna corale, convinta e tenace che ha prodotto un primo, rilevante risultato. ''Sono stati respinti tutti gli emendamenti che miravano a indebolire la risoluzione, il che dimostra che la coalizione internazionale che si è formata a partire da una nostra iniziativa è davvero forte e unita'', ha aggiunto D'Alema. (Adnkronos,
15/11/07)
BM: crescita economica veloce e costante, tuttavia 41% degli africani vive con meno di un dollaro a giorno (Apcom, 14/11/07)
Migliorano le previsioni di crescita per il continente africano, dopo un decennio in cui l'economia è cresciuta in linea con il resto del mondo e il tasso medio registrato nel 2005 e nel 2006 nell'Africa sub-sahariana è stato pari al 5,4%. Le proiezioni parlano inoltre di un crescita del 5,3% per il 2007 e del 5,4% per il 2008. "Molte economie africane sembravano aver voltato pagina e aver intrapreso il cammino di una crescita economica più veloce e costante", scrive la Banca Mondiale nel suo rapporto 'Africa development indicators 2007'. Tanto veloce e costante da "intaccare l'alto tasso di povertà della regione e attrarre investimenti". Ad avviare il processo virtuoso sono stati i paesi esportatori di petrolio e di risorse minerarie, che hanno tratto profitto dai prezzi elevati. Tuttavia, anche 18 paesi africani che non dispongono di tali ricchezze, dove si concentra oltre un terzo dell'intera popolazione dell'Africa sub-sahariana, hanno registrato buoni livelli di sviluppo. Il capo economista per l'Africa, John Page, ha precisato alla Bbc la chiave di tale sviluppo: "L'Africa ha imparato a commerciare in maniera più efficace con il resto del mondo, ad affidarsi di più al settore privato e a evitare le gravi crisi economiche che hanno caratterizzato gli anni settanta, ottanta e i primi anni novanta". Per garantire che tale crescita si mantenga costante e arrivi a interessare anche i paesi che oggi ne risultano esclusi, la Banca mondiale indica tre obiettivi chiave: evitare un tracollo, accelerare l'aumento della produttività e incoraggiare l'investimento privato. Obiettivi che possono essere raggiunti moltiplicando e diversificando le attività agricole e industriali che possono competere sul mercato globale. Nel rapporto, la Banca Mondiale sottolinea come una migliore politica economica e migliori pratiche di governo siano al centro di qualsiasi azione volta a migliorare le condizioni di vita degli africani, ricordando che circa il 41% della popolazione dell'Africa sub-sahariana vive oggi con meno di un dollaro al giorno. L'assenza di strutture sanitarie adeguate, la diffusione di malattie come Aids, malaria e tubercolosi e la lentezza nello sviluppo dei sistemi di istruzione pubblica limitano di fatto gli effetti positivi della crescita economica del continente e rischiano di far fallire gli Obiettivi del Millennio. (Apcom,
14/11/07)
La Organizzazione di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico - 1a parte (Emilio Palmieri, Equilibri, 14/11/07)
La Organizzazione di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico è una delle più interessanti e chiare esemplificazioni della evoluzione di un gruppo jihadista da movimento sostanzialmente nazionalista a organizzazione che imposta le proprie linee strategiche e condotte secondo l’influenza di matrice pan-islamista della struttura di al-Qa’ida. Nonostante le azioni terroristiche sino ad ora compiute siano state condotte all’interno dei confini algerini, sussistono segnali significativi del cambio di strategia in senso qa’idista: l’impiego di tattiche e tecniche che richiamano il teatro iracheno, la volontà di colpire anche i c.d. soft targets (come i dipendenti o strutture produttive di proprietà di enti occidentali), il sostegno alle attività jihadiste in zone sensibili di combattimento (come la Cecenia o l’Iraq), il considerare l’Europa non solo terra di reclutamento o fonte di sostegno logistico-finanziario, ma anche terra di combattimento (traendo vantaggio dalla rilevante rete di maghrebini presente nel continente), l’utilizzo di internet come cassa di risonanza, in termini propagandistici, delle attività militanti poste in essere. (…)(Emilio Palmieri, Equilibri,
14/11/07)
Vescovi contro le nuove schiavitù (Emanuela Citterio, Vita, 13/11/2007)
Un impegno comune per contrastare il traffico di esseri umani e le nuove forme di schiavitù. I vescovi europei hanno attivato una collaborazione con diverse conferenze episcopali dell'Africa nel contrasto al traffico di esseri umani che vede tra le prime vittime i bambini e le donne. L'agenzia Misna riferisce il tema sarà affrontato oggi a Cape Coast, in Ghana, durante un seminario di sei giorni sul tema delle nuove schiavitù organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (Secam) in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (Ccee).“Conosco le sofferenze del mio popolo (Es. 3, 7), la schiavitù e le nuove schiavitù” è il titolo di un incontro che, rinnovando la collaborazione tra i due consigli, si propone di sviluppare idee e riflettere in particolare su un fenomeno tuttora vivo nonostante siano trascorsi 200 anni dalla fine ufficiale della tratta di uomini abolita da una legge inglese del 25 marzo 1807. Il seminario è stato preceduto da cinque giorni di incontri preparatori al Cairo dove sono state poste le basi per un lavoro comune, tra vescovi africani ed europei, fondato sull'impegno di diverse conferenze episcopali dell'Africa nel contrasto al traffico di esseri umani che vede tra le prime vittime i bambini e le donne. L'ordine del giorno del seminario prevede, tra gli altri temi, discussioni sulla dimensione storica della schiavitù in Africa ed Europa, sulle migrazioni e le nuove forme di schiavitù, sulle possibili forme di collaborazione tra Africa ed Europa. (Emanuela Citterio, Vita,
13/11/2007)
Rinasce il cinema africano a Verona (Cinemafrica, 13/11/2007)
A 27 anni dalla nascita nella città scaligera, la kermesse cinematografica di Verona diventa quest’anno un vero e proprio Festival del cinema africano, in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano, Nigrizia Multimedia, MLAL e LVIA. Otto film in concorso, con la presenza in sala degli autori, una retrospettiva, focus e dibattiti: un palinsesto distribuito in quattro sale, dal 16 al 24 novembre. Tre i premi, assegnati da altrettante giurie: Giuria della critica del festival, Premio del Pubblico e Premio Nigrizia. Sei le sezioni: Film in competizione, Panoramafrica (film di registi africani fuori concorso), Memorie di schiavitù (una selezione di film per ricordare la tratta degli schiavi), DigitalAfrica (Nollywood e il cinema popolare africano), Prospettiva Africa (film di registi non africani sul continente africano), Sezione Scuole (proiezioni ed incontri dedicati alle scuole di ogni ordine e grado di Verona e provincia). Gli otto film africani in concorso, che si contenderanno i tre premi ufficiali, sono: Les Saignantes di Jean-Pierre Bekolo (Camerun), WWW - What a Wondeful World di Faouzi Bensaidi (Marocco), Tartina City di Issa Serge Coelo (Ciad), Africa Paradis di Sylvestre Amoussou (Benin), Making of di Nouri Bouzid (Tunisia), Juju Factory di Balufu Bakupa-Kanyinda (Congo), Il va pleuvoir sur Conakry di Cheick Fantamady Camara (Guinea) ed Ezra di Newton Aduaka (Nigeria). Per gli altri film in cartellone e per il programma dettagliato, rimandiamo al sito ufficiale del festival: www.cinemafricano.it (Cinemafrica,
13/11/2007)
Più di 5mila le vittime da mina in un anno (Peacereporter, 12/11/2007)
L'organizzazione non governativa Campagna internazionale per il bando delle mine (Icbl) ha reso noto ieri, a Berlino, il suo rapporto annuale sulle vittime da mina accertate nell'ultimo anno. Sono 5751 i morti e, secondo i loro dati, si è rilevato un calo del 16 percento rispetto all'anno scorso. Un dato che, a una prima lettura, può apparire positivo, ma che però sarebbe decontestualizzato se non venisse sottolineato in primis la difficoltà nella corretta registrazione di questo tipo di incidenti e in secondo luogo se non si sottolineasse come siano ancora oggi migliaia le persone che, pur non perdendo la vita a causa delle mine, restano per sempre mutilati. Secondo i dati dell'Icbl il numero delle persone rimaste mutilate in seguito a incidenti con mine ha raggiunto il numero di 473mila in tutto il mondo. E resta il problema che le mine tendono a colpire i più deboli: il 34 percento delle vittime sono bambini, e tre vittime su quattro sono civili. Se il trend generale è in diminuzione, in altri paesi il numero delle vittime da mina si è bruscamente impennato, a causa dei recenti conflitti: Pakistan, Myanmar, Somalia e Libano. Rispetto allo sminamento c'è ancora molto da fare. Secondo i dati dell'Icbl, dal 1999 a oggi, oltre 2 mila kmq di territorio minato è stato bonificato, ma ne restano ancora 200 mila kmq, una regione grand come la Bielorussia e il Senegal. (Peacereporter,
12/11/2007)
Guerra al traffico di cosmetici e farmaci contraffatti (Newsbox, 09/11/2007)
Dati allarmanti, in merito alla contraffazione dei farmaci e dei cosmetici, arrivano direttamente dal Congresso Internazionale sulle malattie infettive e della poverta' tenutosi a Makale ( Etiopia) in questi giorni. Da quanto emerge risulterebbe falsificato, con gravi rischi per la salute, il 70 per cento dei prodotti cosmetici e il 60 per cento dei farmaci.L’Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS) stima che il 7 per cento di tutti i farmaci venduti nel mondo sia contraffatto, con punte del 30 per cento in Brasile e del 60 per cento in alcuni Stati africani: il valore di questo commercio illegale e' intorno ai dieci miliardi di euro. Il 65 per cento dei casi di contraffazione di medicinali riguarda i Paesi in via di sviluppo a causa della scarsita' di regolamentazione e controllo sull’importazione, la produzione e la commercializzazione dei farmaci. I principi attivi contraffatti provengono soprattutto da Turchia, Cipro, Libano, India, Cina, Pakistan e, piu' recentemente, dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. L’Oms rivela che le contraffazioni riguardano soprattutto antibiotici (28%), ormoni (18%), antiallergici (8%) e antimalarici (7%). Tra i cosmetici, invece, e' 'boom' di contraffazioni per quelli ad effetto 'sbiancante', che presentano altissime concentrazioni di mercurio e cortisonici e che secondo il parere medico possono portare a gravi intossicazioni. 'Il traffico, secondo fonti giudiziarie, pare sia gestito dalla malavita organizzata russa, cinese, messicana e colombiana – commenta il segretario nazionale del Codici, Ivano Giacomelli- e sta raggiungendo dimensioni pari a quelle del narcotraffico'.Inoltre, dall’Osservatorio Codici sulla criminalita' organizzata nella capitale emerge che prodotti di ogni genere arrivano nei negozi dell’Esquilino e nei mercati di Roma direttamente dal Vesuvio, ovvero da Terzigno e San Giuseppe Vesuviano, paesi alle pendici del vulcano. Il patto tra camorra e mafia cinese prevede la produzione e lo smercio di prodotti contraffatti servendosi di manodopera e reti di distribuzione cinesi. Pertanto, il Codici, in seguito all’allarme farmaci e cosmetici contraffatti, chiede alla Guardia di Finanza un giro di vite delle erboristerie dell’Esquilino per verificare la conformita' dei prodotti venduti alle norme di sicurezza vigenti.(Newsbox, 09/11/2007)
The e zucchero per produrre energia pulita (Greenreport,09/11/2007)
Secondo il Programma Onu per l’ambiente (Unep), le tazze di the saranno sempre più verdi e forniranno elettricità nell’Africa orientale, ma anche lo zucchero che rende più dolce il the servirà a produrre elettricità nei villaggi rurali. Si tratta due progetti finanziati dal Global Environment Facility (Gef) basati sul successo che ha già avuto la cogenerazione nell’isola di Mauritius dove il 40% dei bisogni di elettricità del Paese sono soddisfatti dai rifiuti prodotti dall’industria dello zucchero. Le due iniziative pioniere vedono l’Unep come organizzatore, la Banca africana per lo sviluppo come corealizzatrice insieme al Gef. Il progetto avrà un valore totale di circa 100 milioni di dollari, e coinvolge direttamente la East African Tea Trade Association e l’Energy, Environment and Development Network for Africa. «Il the è buono per la salute, adesso diventa migliore per l’ambiente – dice il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner - La decisione presa da alcuni Paesi dell’Africa orientale di istituire la convenzione sul potere di acquisto, dei contratti che permettono ai produttori di elettricità rinnovabile di rivendere i loro surplus di elettricità, ha aperto nuove opportunità per la produzione di una energia rinnovabile meno inquinante». (…) “Greening the Tea industry” è un’iniziativa legata all’energia idroelettrica e riguarderà più di 8 milioni di persone nell’industria del the, una delle principali fonti di valuta straniera dell’Africa orientale ed australe. L’obiettivo iniziale è di 10MW di idroelettrico su piccolo scala, ma il progetto a lungo termine dovrà raggiungere 82MW di capacità in piccole centrali idroelettriche in Burundi, Kenya, Malawi, Mozambico, Rwanda, Tanzanie, Uganda e Zambia che hanno già aderito all’iniziativa. Oltre alla riduzione di gas serra, l´energia idroelettrica permetterà di ridurre i costi dell´energia, di migliorare l’industria africana del the a scala mondiale, ed aiutare a diffondere l’elettricità nelle comunità rurali, inoltre fornirà posti di lavoro per la realizzazione, funzionamento e manutenzione delle piccole centrali idroelettriche. “Cogeneration for Africa” é un progetto senza precedenti per stimolare la cogenerazione, l’utilizzo di rifiuti agricoli per la produzione di energia, che riguarderà circa 10 milioni di coltivatori di zucchero e le loro famiglie in Kenya, Etiopia, Malawi, Uganda, Sudan, Tanzania e Swaziland. (…)(Greenreport, 09/11/2007)
L’export di verdura africana fondamentale per la piccola economia (GreenPlanet, 08/11/2007)
Preferire frutta e verdura locali, a discapito dei prodotti importati dall'Africa potrebbe causare un tracollo della fragile economia rurale africana. Lo denuncia l'ambasciatore del Ghana a Londra, lasciando intendere che se questo è un modo per contrastare i cambiamenti climatici, non sarà facile "trovare un consenso in prospettiva di un accordo a livello mondiale sulle politiche climatiche." Consumare frutta di stagione e possibilmente prodotta in zona. È questo uno dei buoni comportamenti del consumatore responsabile e di chi è favorevole ad un ecologia sostenibile. Questo per molte ragioni, non ultima la garanzia di trovare intatte tutte quelle caratteristiche che rendono frutta e verdura preziose per il nostro organismo. Ma è anche vero che di fronte alla minaccia dei mutamenti climatici, causati in gran parte dai gas serra, l'attenzione alla quantità di Co2 nell'aria è altissima. Infatti uno degli argomenti utilizzati da un certo ecologismo raffinato soprattutto di marca britannica, è la carbon footprint, ovvero la quantità di Co2 espressa da un bene di consumo ( non solo alimentare), ovvero il peso delle emissioni di Co2 prodotte nel processo di produzione, trasformazione e trasporto fino allo scaffale del negozio. Un numero che esprime, comunque, anche la zona di provenienza. Per esempio: una mela prodotta in Inghilterra, con metodi agricoli sofisticati che prevedono l'utilizzo di serre, illuminazione, riscaldamento, parte già con un calcolo di Co2 superiore a quello che potrebbe avere un simile frutto nato in qualche villaggio africano. In un incontro organizzato con il proposito di affrontare i temi dei mutamenti climatici e le politiche per contrastarlo, l'ambasciatore del Ghana a Londra, Annan Cato, ha sottolineato come un eventuale limitazione nelle importazioni e nei consumi di frutta e verdura provenienti dall'Africa avrebbe delle ripercussioni pesanti sulla loro fragile economia agricola. Anche perché, ha sottolineato l'ambasciatore, il tasso di Co2 inglesi imputabili al trasporto di cibo non raggiungerebbero lo 0,1% del totale delle emissioni prodotte. Nonostante sia sempre più pressante la richiesta di prodotti alimentari locali e frutta e verdura di stagione, secondo alcuni specialisti economici non si deve sottovalutare come la maggior parte di queste produzioni arrivino dalle zone più povere dell'Africa, dove sono riuscite ad innescare dei meccanismi di un certo rilievo economico. "Per i consumatori britannici esistono molti altri modi per ridurre le emissioni di Co2 senza mettere a repentaglio la sussistenza della povere famiglie di agricoltori africani", ha spiegato Cato. "La riduzione di Co2 deve essere realizzata con criteri equi, razionali e scientifici", ha quindi spiegato. "Tagliando sul fronte delle importazioni dall' Africa, non è solo scorretto, ma non consentirà neppure di ottenere un consenso in prospettiva di un accordo sulle politiche climatiche a livello mondiale." (GreenPlanet, 08/11/2007)
La minaccia del terrorismo internazionale (Sergio Porcu, Equilibri. 08/11/2007)
Il terrorismo internazionale che si richiama ad al Qaeda sembra aver scelto l’Africa come territorio privilegiato per perseguire le proprie attività. Oltre ad essere attivo in zone calde come l’Iraq e l’Afghanistan, infatti, negli ultimi anni ha rappresentato una minaccia in costante crescita, soprattutto nelle regioni del Maghreb e del Sahel, dove le condizioni politiche e geografiche rendono più facile la pianificazione e la realizzazione di attacchi di matrice terroristica. - È di pochi giorni fa l’appello, lanciato con un messaggio vocale su Internet, del numero due di al Qaeda, al Zawahiri, per una ribellione dei popoli del Maghreb contro gli interessi francesi, spagnoli e americani in Nord Africa. L’annuncio è stato fatto in occasione dell’ufficializzazione dell’adesione al network del terrore internazionale di un gruppo armato libico: una vera e propria operazione di marketing, ormai collaudata, per spingere i diversi gruppi armati tra le braccia di al Qaeda. Un mese fa, con un messaggio dello stesso tenore, era stata “sollecitata” la cacciata dei francesi e degli spagnoli dallo stesso territorio. Dure parole sono state usate contro il leader libico Gheddafi, accusato di aver venduto la sua gente agli Stati Uniti, per via del riavvicinamento del Colonnello a Washington (Cfr. Libia: Gheddafi, tra l'Occidente ritrovato e i risvegli panafricani ). In particolare, l’uomo forte di Tripoli viene definito un laico che non ha a cuore i veri interessi dei musulmani: un’affermazione che spera di accrescere il sentimento di ostilità verso una politica estera vicina alle ragioni dell’Occidente. Un modo per galvanizzare i sostenitori della jihad.Al Zawahiri ha invitato i popoli del Maghreb a unirsi contro i loro tiranni laici, tra cui il presidente algerino Bouteflika e il re del Marocco Mohammed VI. Leader politici che sono attivamente impegnati, al fianco dell’amministrazione Bush, nella lotta al terrorismo (Cfr. Africa: un paradiso sicuro per al-Qaida ). (…) (Sergio Porcu, Equilibri. 08/11/2007)
Contraffatti farmaci e creme: la denuncia al Congresso sulle malattie infettive (Ansa, 07/11/2007)
In molti paesi africani e' allarme contraffazione per il 70% dei cosmetici e il 60% dei farmaci. A denunciare il fenomeno sono stati medici e scienziati riuniti per il Congresso internazionale sulle malattie infettive apertosi ieri ad Addis Abeba e che da oggi prosegue a Makale. Per quanto riguarda i farmaci: 1 su 10 nel mondo e' falso e le contraffazioni, rileva l'Oms, riguardano antibiotici (28%), ormoni (18%), antiallergici (8%) e antimalarici (7%). (Ansa,07/11/2007)
Rendere i farmaci accessibili a tutti i poveri del mondo (AP/Fides, 07/11/2007)
L’impegno per rendere i farmaci accessibili ai poveri di tutto il mondo, specialmente in Africa, è il tema centrale di una riunione intergovernativa in corso a Ginevra, dal 5 al 10 novembre. L’obiettivo è impedire che i brevetti blocchino l’accesso ai farmaci. In un recente accordo, gli Stati dell’Unione Europea (UE) hanno sancito l’opportunità di distribuire versioni generiche di farmaci brevettati per l’esportazione verso i paesi poveri che non hanno impianti propri per produrli. La prossima settimana, il Gruppo di Lavoro Intergovernativo (IGWG) sulla salute pubblica, l’innovazione e i diritti di proprietà intellettuale si riunirà, sempre a Ginevra, per elaborare un piano di azione. Questo si è reso necessario dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel suo rapporto 2006, aveva lanciato il monito che se non fossero stati messi in chiaro alcuni punti, i brevetti avrebbero continuato ad essere richiesti dai laboratori, privando i poveri dei farmaci salva vita. La Commissione Europea, organo esecutivo dell’UE, si è recentemente impegnata a non porre ostacoli a nessuno dei suoi 27 stati membri nel caso in cui questi decidessero di produrre farmaci generici come alternative più economiche alle medicine brevettate, generalmente troppo care per la maggior parte degli abitanti dei paesi poveri. (…) L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) stima che nel 2005, 25,8 milioni di persone erano sieropositive nell’Africa subsahariana. In Etiopia, Ghana, Lesotho, Mozambico, Nigeria, Tanzania e Zimbabwe, il 90% di quelli che hanno bisogno di farmaci antiretrovirali per curare l’Aids potrebbero non ottenerli. Rimane quindi urgente trovare altre misure per tutelare la distribuzione dei farmaci essenziali in Africa. Attualmente il sistema di brevetti dell’UE è insufficiente. (AP/Fides,07/11/2007)
Broncopolmonite, tubercolosi, diarrea: come si muore in Africa (Marta Catalano, Korazym, 07/11/2007)
Ogni anno nei paesi più poveri del mondo quasi due milioni di bambini sotto i cinque anni (circa 5 mila al giorno) muoiono per malattie associate alla diarrea. Un bambino nato nell'Africa sub-sahariana ha cinquecento volte più probabilità di morire di diarrea rispetto a un bambino occidentale perchè ha una maggiore probabilità di disidratazione. E' quanto è emerso dal secondo congresso internazionale "Dermatological care for all: a basic human right" (Cure dermatologiche per tutti: un diritto umano fondamentale), apertosi ieri ad Addis Abeba (Etiopia). Organizzato dalla Struttura complessa di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di Dermatologia tropicale dell'Istituto San Gallicano di Roma, in collaborazione con l'Istituto internazionale di scienze mediche antropologiche sociali (Iismas), il congresso è stato aperto dal portavoce del ministro della Salute dello stato africano, Teklemariam Shiferaw, dalla delegata del ministero della Salute italiano, Vaifra Palanca, e da Aldo Morrone, direttore della Struttura complessa di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di Dermatologia tropicale dell'Istituto San Gallicano di Roma. Temi principali del congresso internazionale saranno un confronto di esperienze per un nuovo vaccino che contrasti efficacemente l'Hiv/Aids, tavole rotonde sulla malaria e le sue conseguenze neurologiche, patologie legate alle malattie genitali, studi sulla tubercolosi, sui tumori della pelle e sulla diarrea come seconda causa di morte nei paesi in via di sviluppo. (…)(Marta Catalano, Korazym, 07/11/2007)
Telefonini: 50 mld di dollari nei paesi più poveri (Panorama, 07/11/2007)
È boom di contratti per nuovi utenti di cellulari nelle regioni a sud del Sahara, un’area tra le più povere del mondo. Qui saranno investiti 50 miliardi di dollari nelle reti di telefonia mobile: è la previsione della Gsm Association (Gsma), l’associazione mondiale che riunisce più di 700 operatori gsm in 218 paesi. Capitali che serviranno a potenziare i network gsm, consentendo l’utilizzo di standard come gprs, edge e hspa, in grado di assicurare i collegamenti a internet. “Quest’operazione metterà l’Africa in cima alla lista dei posti dove si investe di più” ha dichiarato all’agenzia Reuters Tom Phillips della Gsma in occasione del Connect Africa summit a Kigali, in Rwanda. Secondo le stime dell’associazione mondiale degli operatori gsm le aziende hanno portato in Africa 35 miliardi di dollari da quando i governi della fascia subsahariana hanno liberalizzato il settore. Finora hanno ricevuto accesso alla telefonia mobile più di 500 milioni di persone, il 67% della popolazione nel continente. E operatori come Mtn, Orange, Vodacom e la Zain prevedono di incrementare gli investimenti. Nei paesi dell’Africa subsahariana gli utenti di cellulari sono 150 milioni, ma più del doppio vive in zone coperte dai network di telefonia mobile. Secondo la Gsma un aumento delle persone che utilizzano telefonini potrebbe tradursi in un aumento del prodotto interno lordo di 1,2 punti percentuali. (Panorama,07/11/2007)
Fortress Europe - Pubblicato il rapporto di ottobre (Fortress Europe, 06/11/2007)
Non si ferma la strage. Almeno 296 migranti e rifugiati sono morti lungo le frontiere dell’Unione europea nel mese di ottobre 2007. Più di 200 i dispersi al largo delle isole Canarie, in Spagna, 51 vittime nel Canale di Sicilia e in Calabria e 33 morti nel mare Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Almeno 1.343 i morti dall’inizio dell’anno. On line il rapporto segreto della missione tecnica in Libia di Frontex. Due duri rapporti di Fortress Europe denunciano gravi abusi contro i migranti di transito in Libia e Algeria. E intanto Pro Asyl, dopo una visita in Grecia, accusa Atene di arresti sistematici, torture e deportazioni collettive di migranti e rifugiati, anche minori. Nel Canale di Sicilia. Sono 51 le vittime del Canale di Sicilia nel mese di ottobre. Tre corpi affiorati sulle coste tunisine, due cadaveri ripescati in alto mare senza nessuna traccia delle imbarcazioni naufragate, e altri 46 uomini annegati sulle spiagge di Siracusa, a Vendicari, e sul litorale calabrese di Roccella Ionica, nei due naufragi del 28 ottobre. A Vendicari è stato un gommone a rovesciarsi in mare, a causa del maltempo, mentre portava a terra un gruppo di migranti trasbordati da una nave madre. A Roccella invece è stato un vecchio peschereccio ad aprirsi in tre pezzi dopo essersi schiantato contro una secca a 100 metri dalla riva. Sia il peschereccio che la nave madre erano partiti dall’Egitto. E dall’Egitto si va imponendo una nuova rotta. La via dell’Egitto. Viaggi su grosse navi madri da cui si viene trasbordati al largo su dei gommoni che proseguono fino a riva. Una nuova rotta figlia dell’accordo di riammissione con l’Egitto del 10 gennaio 2007, che ha portato alla riammissione sistematica degli egiziani intercettati al largo di Lampedusa nei mesi scorsi. Adesso l’obiettivo è evitare il tratto di mare più battuto dai pattugliamenti, a sud di Lampedusa e Malta. E sfuggire ai controlli al momento dello sbarco. Nei primi dieci mesi del 2007 sono sbarcate 1.500 persone in Calabria. Sono kurdi e iracheni, partiti dalla Turchia, e poi egiziani e palestinesi, partiti appunto dall’Egitto. Ma in tutto questo, la Libia continua a essere il primo punto di imbarco. (…)(Fortress Europe,06/11/2007)
Asa: «L’Africa ha tutto ciò che ai paesi ricchi manca di più» (Cafebabel.com/it, 03/11/07)
Conferenza sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa (Conf. Svizzera, 31/10/2007)
La Tecnologia è possibile (Marco V. Principato, Punto Informatico, 30/10/2007)
Non scaricare sui poveri i bisogni ecologici dei ricchi (Pietro Greco, Greenreport, 30/10/2007)
L’orrore e la sagra dell'ipocrisia (Giuseppe Mascambruno, Quotidiano, 29/10/2007)
Fuga di cervelli dalle università africane (BB, RadioVaticana, 25/10/2007)
Il 5% delle mutilazioni genitali femminili avviene nei Paesi ricchi (FF, RadioVaticana, 24/10/2007)
Ventotto Paesi africani, alcune regioni mediorientali ma anche alcuni ricchi Stati del nord Europa divenuti terra di emigrazione; la pratica delle mutilazioni femminili non si arresta ma si avvale del fenomeno migratorio per essere esportata anche fuori dai tradizionali contesti culturali. Lo segnala l’ultima ricerca dell’Istituto Nazionale di Studi Demografici pubblicata ieri in Francia, a firma di Armelle Andro e Marie Lesclingand, secondo le quali a perpetuare il rito è soprattutto il fattore etnico, non quello religioso. Nel rapporto si calcolano fino a 140 milioni di casi in tutto il mondo; circa il 5% delle vittime, oltre 6,5 milioni di persone, vive nei Paesi occidentali. Solo in Francia, ad esempio, sarebbero colpite almeno 50mila donne. Mali, Guinea, Sierra Leone invece gli Stati africani in cui si registrano le situazioni più drammatiche con l’85% di bambine e donne segnate. La pratica delle mutilazioni sessuali è condannata da tempo dalle Nazioni Unite, ma solo nel 2003 tutti i Paesi membri dell’Unione Africana hanno firmato un protocollo comune di condanna esplicita che ha esteso la proibizione a tutto il continente. Stando alla ricerca dell’INED, l’istruzione sta giocando un ruolo positivo, facendo crescere la consapevolezza generale soprattutto per quanto riguarda le negative conseguenze sanitarie che questo rito iniziatico porta con sé. (FF, RadioVaticana, 24/10/2007)
Comitato permanente del SECAM: il traffico degli esseri umani (SL, Fides, 23/10/2007)
Il Comitato permanente del Symposium delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM) si riunirà in Egitto, a Il Cairo, dal 25 al 29 ottobre 2007. Uno dei temi principali in agenda sarà quello delle nuove schiavitù o del traffico di esseri umani. Come sottolinea il comunicato inviato all’Agenzia Fides da Benedict B. Assorow, Direttore delle Comunicazioni del SECAM, il Comitato intende così mettersi in sintonia con il Seminario promosso dal SECAM in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) per ricordare i 200 anni dalla fine della schiavitù in Africa. Tale Seminario si terrà a Cape Coast, in Ghana, dal 13 al 20 novembre 2007. L’incontro del Comitato permanente sarà presieduto dal Presidente del SECAM, il Card. Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar-Es-Salaam (Tanzania), e prenderà in considerazione anche i seguenti argomenti: temi collegati all’ultima Assemblea plenaria del SECAM, celebrata a Dar-Es-Salaam nel gennaio scorso; aggiornamento sul cammino di preparazione verso il Secondo Sinodo per l’Africa, che si celebrerà nell’ottobre 2009; luogo e data della prossima Assemblea plenaria del SECAM, nel 2009, che coincide con il 40° anniversario della fondazione del SECAM; il prossimo incontro del Comitato permanente previsto per il febbraio 2008 in Sudafrica, che comprenderà la partecipazione alle celebrazioni per il Giubileo di Misereor. Il Comitato permanente del SECAM è composto dal Presidente, dai due Vicepresidenti, e da un rappresentante per ognuna delle 10 regioni che compongono il SECAM. Due membri del Comitato permanente saranno creati Cardinali nel prossimo Concistoro del 24 e 25 novembre: il primo Vicepresidente del SECAM, l’Arcivescovo di Dakar (Senegal), Adrien Sarr, e l’Arcivescovo di Nairobi (Kenya), John Njuie. (SL, Fides,
23/10/2007)
A Padova una finestra sul continente africano con "Medici con l’Africa CUAMM" (CDL, RadioVaticana, 23/10/2007)
Un viaggio nel continente africano, alla scoperta del suo fascino antico e delle sue terribili contraddizioni. E’ ciò che propone a Padova il convegno promosso dal 25 al 27 ottobre da "Medici con l’Africa CUAMM", organizzazione non governativa che da oltre 50 anni si occupa di cooperazione sanitaria nel cuore dell’Africa. Un percorso scandito a suon di musica, cinema e letteratura, rivolto a chi ama profondamente il continente africano e a chi ancora non lo conosce. Proiezioni cinematografiche sono in programma il 25 e 26 ottobre al Cinema Porto Astra, mentre la serata conclusiva del 27 si svolgerà al Teatro Verdi con la partecipazione di Enrico Ruggeri. Prevista per domani la conferenza stampa di presentazione dell’evento, mentre in questi giorni l’annuale meeting di programmazione delle attività riunisce nella sede padovana i medici i coordinatori dei progetti del CUAMM provenienti da Angola, Etiopia, Mozambico, Kenya, Tanzania, e Uganda. (CDL, RadioVaticana,
23/10/2007)
La via alla connettività (Gaia Bottà, Punto Informatico, 22/10/2007)
Crescono gli investimenti nell'Africa offline: il digital divide è ancora una piaga lontana dall'essere sanata, ma sono in qualche modo incoraggianti i dati che tracciano un quadro della popolazione connessa, dati spinti da investimenti stranieri nelle infrastrutture e da servizi web sviluppati dagli early adopters, servizi di reale utilità per la popolazione locale. Affronta la questione vnunet.com, a partire da dati raccolti da Frost & Sullivan: si disegna una prospettiva che fa ben sperare, la cui concretizzazione è rallentata da questioni strutturali e infrastrutturali, politiche ed economiche.
Kenya, Angola, Tanzania, Uganda, Senegal e Mozambico: questi i paesi che intravedono uno spiraglio oltre il divario digitale. Questi i paesi che Spiwe Chireka, analista di Frost & Sullivan, candida a futuri protagonisti dell'Africa connessa: sono amministrati da governi che non si esprimono riguardo alle tecnologie, godono di mercati altamente liberalizzati, nei quali hanno iniziato ad operare numerosi investitori stranieri.
Ghana e Nigeria, per contro, sono i più lontani dal passaggio al digitale: i governi che decidono delle loro sorti ingabbiano il mercato in regolamentazioni autarchiche e anacronistiche, impantanando il settore ancor prima che si avvii. Con governi che oppongono il veto ad investimenti in tecnologia, mercati ancora vergini non hanno nemmeno modo di sviluppare una domanda nei confronti della tecnologia stessa, poiché non conoscono le opportunità che essa può offrire. La via ad un'Africa connessa? È innanzitutto necessario proporre al mercato dispositivi abbordabili, sia in termini economici, sia in termini di facilità d'uso, indispensabile per suscitare l'interesse di persone a digiuno di tecnologia. Per gli ISP, inoltre, spiega Chireka, potrebbe essere determinante intrecciare delle sinergie con il mercato della telefonia mobile, che langue nel primo mondo, ma che nei paesi emergenti gode di ottima salute. È quando si conquista una solida base d'utenza che iniziano ad emergere servizi che possono spingere il resto della popolazione ad interessarsi ad una connettività che di primo acchito può apparire un bene superfluo, ma che, in prospettiva, si può rivelare di grande aiuto per le comunità locali. Questo l'argomento affrontato dalla conferenza web2ForDev, organizzata dalla FAO e segnalata da Pandemia. Dalla condivisione della conoscenza offerta da BRODSI, capace di connettere i membri di comunità rurali per mezzo di una pletora di strumenti 2.0, al vlog di Ginks, con cui raccontare esperienze virtuose condotte nei paesi emergenti a mezzo IT, dall'aggregatore di blog Afrigator al corrispettivo africano di YouTube, segnalato da un blogger locale: strumenti capaci di valorizzare e socializzare le risorse di ciascuno, di suscitare l'interesse nei confronti di un mezzo che offre la possibilità di intrecciare le relazioni che stanno alla base di virtuosi circuiti economici. (Gaia Bottà, Punto Informatico, 22/10/2007)
Unicef: la malaria resta emergenza (Ansa, 21/10/2007)
Sono notevoli i passi avanti nella lotta alla malaria in Africa ma nel sub-Sahara continua a uccidere ogni anno 800.000 bimbi sotto i 5 anni. Lo dice un nuovo rapporto presentato dall'Unicef a nome della partnership Roll Back Malaria, avviata nel '98 da Unicef, Oms, Undp e Banca Mondiale. I numeri mostrano che l'emergenza e' tutt'altro che risolta: oltre 3mld di persone vivono in aree malariche e 1mln ogni anno muore a causa della malattia che resta una delle principali cause di morte infantile. (Ansa,21/10/2007)
Malawi e Congo imboccano la strada dei bio-carburanti (GB, Misna, 19/10/2007)
Bio-combustibili e automobili brasiliane pensate per circolare sia con benzina che con etanolo: il Malawi ha deciso di trovare una alternativa locale all’importazione di petrolio, affidandosi alla tecnologia in uso in Brasile e alle sue produzioni di canna da zucchero da cui si ricava l’etanolo. I primi veicoli importati dal Sudamerica sono stati presentati agli inizi del mese nel corso di una cerimonia a Blantyre, nel sud del paese: società private e istituzioni si stanno ora impegnando in un’opera di sensibilizzazione con l'obiettivo di diminuire la dipendenza del paese dalle importazioni di petrolio e di creare nuovi posti di lavoro. Più a nord, nel Congo Brazzaville, il governo sta seguendo una linea simile e ha già firmato alcuni accordi con Brasilia per acquisire tecnologie, professionalità e ottenere finanziamenti al fine di produrre sul posto bio-carburanti. “Attraverso questi progetti, l’Africa ha una reale una opportunità di sviluppo; anche le società che producono olio hanno pensato di seguire questa strada” ha detto Sassou Nguesso, presidente del Congo. (GB, Misna, 19/10/2007)
I tre ‘giganti’ del Sud chiedono un posto “alla tavola dei potenti” (FB, Misna, 17/10/2007)
“Serve a poco essere invitati per il dolce alla tavola dei potenti” ha detto oggi il presidente brasiliano Luiz Ignácio Lula da Silva contestando la scarsa rappresentatività dei paesi in via di sviluppo in seno agli organismi decisionali mondiali all’apertura del II vertice dell’Ibsa’ (‘India, Brazil and South Africa Dialogue Forum’) a Pretoria, alla presenza del suo omologo sudafricano Thabo Mbeki e del primo ministro indiano Manmohan Singh. “India, Brasile e Sudafrica fanno parte del gruppo dei paesi in via di sviluppo che mantengono un dialogo strutturato con il G8 ma questo meccanismo deve essere perfezionato affinché la nostra voce abbia un influenza reale quando si tratta di affrontare i grandi temi di interesse globale” ha aggiunto Lula. “Condividiamo lo stesso convincimento – è intervenuto Mbeki rivolgendosi a Lula – che non possiamo mantenere la situazione così com’è...Siamo invitati per il dolce e ci perdiamo il piatto principale. Senza dubbio è una questione di cui dobbiamo parlare tra noi per vedere come rispondere. È un tema molto importante”. Anche Singh ha giudicato rilevante “consolidare i risultati raggiunti” dall’Ibsa: “Rispetto ai temi globali continuiamo a consultarci per ottenere una nostra posizione...L’Ibsa ha un immenso potenziale”. Tra le istanze condivise dai tre paesi spicca la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui aspirano ad entrare come membri permanenti; India, Brasile e Sudafrica guidano al contempo il G20 che riunisce alcuni paesi del ‘Sud’ di fronte a Stati Uniti e Europa nei negoziati multilaterali in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto). “Col G20 abbiamo cambiato per sempre il padrone delle trattative nell’Omc: “questo round di negoziati di Doha ha già mostrato che le relazioni internazionali non possono più essere un riflesso puro e semplice delle agende di un ridotto numero di paesi sviluppati” ha detto ancora Lula, evidenziando che le trattative di Doha “si devono concludere con benefici rivolti soprattutto ai paesi poveri. In fondo si tratta di un negoziato per lo sviluppo”. Nel corso della giornata i tre sigleranno una serie di accordi nel campo energetico e delle tecnologie; India, Brasile e Sudafrica contano in totale una popolazione di oltre 1,3 miliardi di abitanti e le loro economie riunite rappresentano quasi due trilioni di dollari. (FB, Misna, 17/10/2007)
Un milione e mezzo di persone colpite dalle alluvioni nell’Africa Sub-Sahariana (Fides/AP, 17/10/2007)
Le alluvioni che si sono verificate in tutta l’Africa sub-sahariana (dalla Mauritiana ad ovest, al Kenya ad est), che in alcune zone sono state le peggiori degli ultimi dieci anni, si stima abbiano colpito finora almeno 1,5 milioni di persone. (…) Le alluvioni in Africa occidentale sono tra le peggiori degli ultimi dieci anni. Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite degli Affari Umanitari (OCHA), le forti piogge e le alluvioni hanno colpito circa 500.000 persone in 18 paesi. Secondo prime verifiche, in Togo, 60.000 persone hanno urgente bisogno di assistenza alimentare, ma la cifra potrebbe aumentare con i dati provenienti dalle zone al momento inaccessibili. Le forti piogge abbattutesi sul nord del Togo hanno inondato una parte considerevole dei terreni coltivati e oltre 30.000 case e sei dighe sono state distrutte. Secondo il governo del Togo ci sono stati 20 morti. (…) In Ghana, le stime riportano che 75.000 persone abbiano bisogno urgente di assistenza umanitaria (cibo, abiti, coperte, utensili per cucinare, canoe o barche, zanzariere e pasticche per la purificazione dell’acqua). Molti hanno trovato rifugio nelle scuole durante la notte, lasciandole libere il giorno per gli studenti. Anche se in alcune zone le acque si stanno ritirando, l’accesso a molte aree nord-orientali resta comunque impossibile via terra. - In Mauritania, ad agosto, le acque hanno allagato gran parte della città di Tintane, distruggendo infrastrutture pubbliche e private. Il PAM ha allestito depositi mobili ed aperto sei centri di alimentazione supplementare per 300 bambini malnutriti sotto i cinque anni e 120 donne incinte e che allattano. Cibo è stato distribuito ad agosto a 4.550 alluvionati in Niger e a 15.000 in Mali. In Uganda le forti piogge di luglio e agosto, normalmente mesi aridi, hanno danneggiato il raccolto anche nelle zone non allagate. Il raccolto di patate, miglio e manioca è andato male. Colpite anche le coltivazioni di fagioli. Si prevede che in, saranno 300.000 gli alluvionati, oltre ai rifugiati, gli sfollati nei prossimi sei mesi. In Sudan, circa 500.000 persone sono state colpite dalle inondazioni e almeno 200.000 sono senza tetto, 113 persone sono morte. Dall’inizio di luglio le piogge torrenziali hanno causato improvvise inondazioni in Sudan orientale e meridionale. Le regioni più colpite sono: Blue Nile, Gedaref, Gezira, Jonglei, Kassala, Khartoum, North Kordofan, Red Sea, Unity, Upper Nile e White Nile. Si stima che 42.000 ettari di terreni coltivati e almeno 12.000 capi di bestiame siano andati perduti. C’è il rischio di epidemie e una forma acuta di diarrea (AWD) ha già ucciso 57 persone. (…)Le inondazioni in Etiopia settentrionale, occidentale e meridionale hanno colpito circa 183.000 persone. Le inondazioni stagionali hanno colpito le regioni di Amhara, Afar e Tigrai in Etiopia settentrionale, Gambella in Etiopia occidentale e SNNP (Southern Nations, Nationalities and People's) nel sud. Un totale di 42.000 persone sono sfollate. Alcuni vivono in ripari temporanei come scuole e ospedali mobili o sotto tende di plastica. Altri sono ospitati da parenti e amici. (…) In Ruanda le piogge torrenziali hanno causato almeno 15 morti e danneggiato le abitazioni in almeno 10 villaggi, lasciando 7.000 persone senza casa nel nordovest. (Fides/AP,
17/10/2007)
Unicef: significativi progressi nella lotta alla malaria (Aise, 17/10/2007)
Sono significativi i progressi conseguiti nella lotta alla malaria in Africa sub-sahariana. È quanto rileva un nuovo rapporto presentato oggi dall’Unicef a nome della partnership Roll Back Malaria, da cui emerge un quadro completo dei progressi ottenuti nella regione nel contrasto alla malaria. "Nell’Africa sub-sahariana, la malaria uccide ogni anno almeno 800mila bambini sotto i 5 anni", ha dichiarato il Direttore generale dell’Unicef, Ann M. Veneman. "Mantenere la malaria sotto controllo è fondamentale per promuovere la salute infantile e lo sviluppo economico dei paesi colpiti. Gli studi dimostrano che, in questi paesi, la malaria colpisce in modo sproporzionato i più poveri, e che ciò contribuisce al loro ulteriore impoverimento". Oltre 3 miliardi di persone vivono in aree malariche - 107 tra Paesi e territori in cui la malaria è endemica - con 1 milione di persone che ogni anno perdono la vita a causa della malattia, l’80% dei quali sono bambini con meno di 5 anni che vivono in Africa. La malaria è una delle principali cause di mortalità infantile sotto i 5 anni: su scala mondiale, su 10 decessi di bambini sotto i 5 anni, uno è causato da malaria; nell’Africa sub-sahariana 1 su 5. A livello mondiale, oltre 50 milioni di donne in gravidanza sono esposte al rischio di malaria, il 60% delle quali vivono in Africa. Il rapporto registra, tra il 2004 e il 2006, un rapido aumento nella fornitura di zanzariere trattate con insetticidi, con la produzione di zanzariere che è più che raddoppiata, passando da 30 a 63 milioni. Un ulteriore e notevole aumento nella produzione di zanzariere è previsto per la fine del 2007. Il numero di zanzariere fornite dall’Unicef è più che triplicato tra il 2004 e il 2006, raggiungendo quota 25 milioni, ed è oltre 20 volte superiore rispetto al 2000. Anche il Fondo globale per la lotta all’Aids, Tubercolosi e Malaria – una partnership che unisce il settore pubblico e privato e che fornisce fondi per scopi sanitari – ha aumentato la propria distribuzione di zanzariere trattate con insetticidi, passando da 1,35 milioni nel 2004 a 18 milioni nel 2006, mentre altri grandi donatori hanno potenziato le loro attività correlate.(…) I 20 Paesi dell’Africa sub-sahariana su cui vi sono dati a disposizione hanno compiuto grandi progressi nella diffusione e utilizzo di zanzariere trattate con insetticidi per la protezione dei bambini. Dal 2000, in 16 dei 20 Paesi considerati la distribuzione è almeno triplicata: in Gambia quasi la metà dei bambini sono stati raggiunti (contro appena il 15% del 2000), mentre a Sao Tome e Principe, in Guinea Bissau e in Togo la distribuzione ha raggiunto una copertura del 40% dei bambini: negli ultimi due paesi i bambini protetti con zanzariere erano, nel 2000, rispettivamente il 2 e il 7%. Altri Paesi hanno recentemente completato la distribuzione di massa di zanzariere trattate con insetticidi, e tali interventi dovrebbero essere registrati dalle prossime raccolte dati: ad esempio, oltre 18 milioni di zanzariere sono state distribuite in Etiopia dall’ultima indagine statistica condotta nel 2005. (…)(Aise,
17/10/2007)
Giornata mondiale dell'alimentazione (Nicoletta Cottone, Il Sole 24 ore, 16/10/2007)
Un famoso medico brasiliano, Josué de Castro, attivista contro la fame nel mondo, scriveva che «Fame significa esclusione. Esclusione dalla terra, dal lavoro, dalla paga, dal reddito, dalla vita, dalla cittadinanza. Se una persona arriva al punto di non avere nulla da mangiare, è perché tutto il resto gli è stato negato. È una forma moderna di esilio. Di morte durante la vita». Il diritto al cibo è il tema della Giornata dell'alimentazione che si celebra in 150 Stati del mondo con eventi, conferenze, attività sportive e culturali e una fiaccolata di paese in paese. Organizzata dalla Fao il 16 ottobre di ogni anno, la manifestazione denuncia l'urgenza di un mondo più equo, ponendo l'accento su un diritto umano fondamentale, che attualmente non viene garantito a 854 milioni di persone sottonutrite, che soffrono la fame e vivono in povertà. Donne, uomini e bambini che ogni sera vanno a dormire a stomaco vuoto. Numeri che fanno rabbrividire, considerando che il diritto al cibo è un imperativo dal punto di vista morale, economico e politico. È il diritto ad avere accesso regolare, sottolinea la Fao, a una alimentazione sufficiente, adeguata dal punto di vista nutrizionale e culturalmente accettabile per poter condurre una vita sana e attiva. È il diritto a nutrirsi da sé con dignità, piuttosto che il diritto a essere nutriti. «La promozione del diritto all'alimentazione - sottolinea il direttore generale della Fao Jacques Diouf - può dare un contributo essenziale per colmare il divario fra la realtà inaccettabile delle persone che soffrono la fame e la speranza di un mondo libero dalla fame». Il primo passo da compiere è quello di eliminare la discriminazione, l'emarginazione e l'esclusione. (Nicoletta Cottone, Il Sole 24 ore,
16/10/2007)
Pirati, arrembaggi in aumento in tutto il mondo (Adnkronos/Ign, 16/10/2007)
Gli attacchi di pirateria alle navi sono in aumento, soprattutto al largo delle coste della Nigeria e della Somalia. Lo afferma il rapporto dell'Imb (International Maritime Bureau) di Londra, sottolineando che da gennaio a settembre di quest'anno ci sono stati 198 arrembaggi, contro i 174 registrati nello stesso periodo del 2006. Il bilancio è di 15 navi sequestrate, 172 marittimi tenuti in ostaggio, 63 rapiti e 3 morti. Le acque al largo della Somalia si confermano come uno dei mari più frequentati dalla pirateria, con 26 attacchi nel 2007 rispetto agli 8 dell'anno scorso, secondo quanto rileva il direttore dell'Imb Pottengal Mukundan. "Il livello di violenza delle aree ad alto rischio è inaccettabile", dice, sottolineando che "i pirati in Somalia agiscono nell'impunità, sequestrando navi a centinaia di miglia dalla costa e chiedendo denaro per il riscatto di mezzi e uomini, senza nascondere la propria attività". Secondo l'Imb, gli attacchi sono drasticamente in aumento anche in Nigeria, con 26 arrembaggi nei primi nove mesi del 2007 rispetto ai 9 dell'anno scorso. Sono invece in calo rispetto al 2006 in Indonesia, Paese che resta comunque in testa alla classifica con 37 arrembaggi, mentre sono stati 40 lo scorso anno. (…)(Adnkronos/Ign,
16/10/2007)
Aumenta la fame nel mondo; la Fao per il diritto all’alimentazione (Greenreport,15/10/2007)
Anche quest’anno, il 16 ottobre, oltre 150 Paesi, in tutto il mondo, celebreranno la giornata mondiale dell’alimentazione con eventi speciali, conferenze, attività sportive e culturali ed una fiaccolata mondiale per il “Diritto all‘alimentazione”, ma secondo Jean Ziegler, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, «la fame seguita a crescere nel pianeta. Il numero di persone che soffrono la fame ha continuato a crescere dopo il 1996, ed ha raggiunto attualmente la cifra record di 854 milioni di persone». Ogni 5 secondi nel mondo un bimbo di meno di 5 anni muore di fame o di malattie dovute alla malnutrizione. Solo in Africa ci sono più di 202 milioni di affamati, e la tragedia si espande ancora nel più povero dei continenti della terra. Per Ziegler «esiste una mancanza di coerenza all’interno del sistema delle Nazioni Unite nel trattare questo tema. Mentre ci sono agenzie che danno un contributo positivo alla lotta contro la fame, altre istituzioni come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio applicano politiche che soffocano il diritto all’alimentazione. L’imposizione di politiche di aggiustamenti strutturali nel settore agricolo nei Paesi in via di sviluppo – ha concluso Ziegler – stanno forzando i contadini a vivere in condizioni precarie e colpiscono seriamente la sicurezza alimentare». La Fao celebra la giornata mondiale dell’alimentazione dal 1945, quando, proprio il 16 ottobre, è stata fondata l’organizzazione a Quebec City. Il tema di quest’anno “Il diritto all’Alimentazione” pone l’accento su un diritto umano fondamentale spesso ignorato. (…)(Greenreport,
15/10/2007)
Bob Denard, una vita da pirata (Chiara Rancati , Peacereporter, 15/10/2007)
Dopo anni di combattimenti in giro per l'Africa, è morto sabato, nella sua casa nei dintorni di Parigi, Bob Denard, il più famoso mercenario di Francia, autodefinitosi "il pirata della Repubblica" per la partecipazione a numerosi colpi di stato in ex-colonie francesi. In molti casi, si sospetta, con la tacita approvazione del governo di Parigi. La causa della morte, secondo quanto reso noto dalla famiglia, sarebbe il morbo di Alzheimer. Nato a Bordeaux nel 1929, Bob Denard (vero nome Gilbert Bourgeaud) a 16 anni si arruolò volontario nelle truppe francesi in Indocina e vi rimase fino al 1952, quando divenne membro della polizia coloniale francese in Marocco. Il passaggio alla carriera di mercenario avvenne nel 1960, quando si unì alle forze secessioniste del Katanga, regione ricca di risorse naturali nell'attuale Repubblica democratica del Congo (allora Congo Belga), separatasi dallo Stato centrale guidato dal socialista Patrice Lumumba. Nel 1964 si spostò nello Yemen, entrando a far parte dell'armata realista sostenuta dall'Arabia Saudita (e, non ufficialmente, dalla Francia) contro i repubblicani appoggiati dall'Egitto di Nasser. Sempre mosso da un fervente anticomunismo, nei decenni successivi Denard avrebbe preso parte a numerose azioni di guerra in vari Paesi dell'Africa, dalla Rhodesia (oggi Zimbabwe) all'Angola, passando per Benin, Nigeria, Zaire e Isole Comore. Terribilmente efficiente quando si trattava di condurre truppe africane poco preparate e male armate, divenne quasi una figura leggendaria quando si mise a capo degli "Affreux" (i terribili), banda di ex militari europei al soldo dei golpisti africani. (…)(Chiara Rancati , Peacereporter,
15/10/2007)
Nel mondo 854 mln vanno a letto affamati (Ansa, 12/10/2007)
Nel mondo, ogni giorno, una persona su sette va a letto affamata. Il fenomeno interessa nel complesso 854 milioni di persone.Il fenomeno riguarda poco piu' del 14% della popolazione. Lo afferma il rapporto sulla fame nel mondo pubblicato dall'organizzazione non governativa tedesca Welhungerhilfe. Il rapporto sottolinea che la fame ha assunto proporzioni allarmanti in 36 paesi, di cui 25 si trovano nell'Africa sub-sahariana, 9 in Asia, uno in Medio oriente e uno in America latina. (Ansa, 12/10/2007)
“Abbiamo una Parola comune”: 138 leader islamici scrivono al Papa (Asianews, 11/10/2007)
Il documento, firmato da personalità di quasi tutti i Paesi islamici, sunniti e sciiti, è indirizzato a tutti i leader cristiani. “Se cristiani e musulmani non sono in pace, il mondo non può essere in pace”. - Si intitola “Una Parola comune tra noi e voi” la lettera che 138 esponenti islamici di tutto il mondo hanno indirizzato a Benedetto XVI ed a tutti i leader delle diverse Chiese e confessioni cristiane allo scopo di promuovere “maggiore comprensione” tra le due fedi. “Musulmani e cristiani – si legge nella prima delle 29 pagine del documento, pubblicato dalla BBC - insieme rappresentano più della metà della popolazione mondiale. Senza pace e giustizia tra queste due comunità religiose, non ci può essere una pace significativa nel mondo. Il futuro del mondo dipende dalla pace tra musulmani e cristiani”. “Se cristiani e musulmani non sono in pace – si legge più avanti – il mondo non può essere in pace”. A firmare il documento - scritto nell’anniversario di quello che 38 esponenti islamici inviarono al Papa in risposta alla lectio di Regensburg - tra gli altri, il segretario generale della Organizzazione della Conferenza islamica, da un componente del Consiglio superiore degli ulema sauditi, da uno del Supremo consiglio per gli affari islamici della Nigeria, dal segretario generale del Consiglio degli ulema indonesiani, dai Gran muftì di Egitto, Giordania, Bosnia, Russia, Croazia, Kossovo, Siria, Emirati arabi uniti, Oman, dal muftì di Istanbul, dal capo del Fatwa Council dello Yemen, da ministri ed ex ministri degli Affari religiosi di Algeria, Sudan, Mauritania, Giordania e Marocco, dal presidente dell’università Al-Azhar, da esponenti governativi ed universitari iraniani. La lettera evidenzia le molte similitudini che esistono tra la Bibbia ed il Corano, affermando che “le differenze non debbono essere causa di odio e conflitto” e sottolineando in particolare l’atteggiamento che essi indicano verso “i vicini”, ossia tutti coloro che credono nell’unico Dio. Di qui la convivenza che, sulla base della fede, essi debbono promuovere. Nulla, invece, si dice sulla violenza che oggi viene esercitata proprio in nome della fede, proprio nell’islam. (Asianews,
11/10/2007)
I costi della guerra (Agi, 11/10/2007)
Guerre civili e conflitti sono costati all'Africa "circa 300 miliardi di dollari in quindici anni: l'equivalente degli aiuti internazionali arrivati al Continente nello stesso periodo che va dal 1990 al 2005". E' quanto emerge da uno studio condotto da tre prestigiose organizzazioni non governative -'Oxfam International', 'International Action Network on Small Arms' e 'Safeworld'- e che va sotto il titolo di "I miliardi scomparsi in Africa". Si e' trattato del primo tentativo di quantificare gli effetti complessivi di conflitti sul prodotto interno lordo dell'Africa e quindi sulle mancate possibilita' di sviluppo. La ricerca sottolinea che nel periodo esaminato 23 dei 53 Paesi di quel continente sono stati coinvolti in misura diversa in conflitti. "I costi sono sconvolgenti. Sebbene le nostre siano stime per difetto dimostrano che i conflitti costano alle economie afficane una media di 18 miliardi di dollari l'anno", ha spiegato il consigliere politico di Oxfam per l'Africa, Irungu Houghton, "Quei soldi avrebbero potuto risolvere emergenze sanitarie come l'Aids, la tubercolosi e la malaria; fornire acqua potabile, strutture sanitarie e scolastiche". Joseph Dube, coordinatore di Iansa per l'Africa, ha sottolineato che lo studio "descrive alcuni dei piu' devastanti impatti del commercio internazionale di armi, cosi' scarsamente regolato, e del grado terribile di sofferenza umana provocato da questo stato di cose". E ha aggiunto una nota personale: "Da africano imploro tutti i governi africani e i governi di Paesi produttori di armi a adoperarsi per un forte ed efficace Trattato sul commercio di armi". Entrando nello specifico, lo studio cita il conflitto del 1998-1999 in Guinea-Bissau e afferma che l'economia del piccolo Paese dell'Africa occidentale registro' una flessione del 10,15 per cento contro una previsione di crescita del 5,24 per cento se non vi fosse stata la guerra civile. Il rapporto rivela anche che il fucile Kalashnikov e' l'arma piu' comune usata nei conflitti africani e che per il 95 per cento e' prodotto fuori da questo continente cui appartengono 23 dei Paesi piu' impoveriti al mondo. Nella presentazione del rapporto, Ellen Johnson Sirleaf, la presidente della Liberia, un Paese che e' stato devastato da quattordici anni di guerra fino al 2003, ha esortato l'Africa e la comunita' internazinale a lavorare con serieta' su un trattato per il controllo del commercio delle armi. (Agi,11/10/2007)
Fame e bio-combustibili: “benzina verde sì, ma aspettiamo la scienza” (GB, Misna, 11/10/2007)
“Cinque anni di sospensione in attesa che progressi della scienza consentano di impiegare gli scarti della produzione agricola per la produzione dei bio-combustibili”: lo ha proposto Jean Ziegler, l’inviato dell’Onu per il diritto all’alimentazione, annunciando la presentazione di una moratoria all’Onu sull’impiego dei prodotti agricoli per la produzione di carburante. Secondo Ziegler, la conversione di sempre maggiori estensioni di terra a questo tipo di colture è all’origine dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità e costituisce un rischio che non ci si può permettere: “Per gli affamati del mondo è una totale catastrofe”. Ziegler ha sottolineato di non essere contro i bio-combustibili, ma ha sostenuto che i progressi della scienza potrebbero consentire da qui a cinque anni di impiegare gli scarti della produzione agricola e le piante non-agricole che crescono naturalmente in terreni aridi. “Attualmente – ha detto Ziegler – occorrono 232 chili di mais per un pieno di 50 litri di bio-etanolo; con la stessa quantità di mais si potrebbe sfamare un bambino per un anno intero”. Citando il caso del Brasile, Ziegler ha chiarito: se 10 ettari coltivati a canna da zucchero per fini alimentari possono dare lavoro anche a 10 agricoltori, con la destinazione della coltura fini energetici è un solo agricoltore a poterci vivere. (GB, Misna, 11/10/2007)
Dopo stagione delle piogge, rischio meningite? (MZ, Misna, 11/10/07)
L’eccezionale stagione delle piogge che si va concludendo in gran parte dell’Africa potrebbe scatenare la peggior epidemia di meningite degli ultimi decenni nel continente, almeno a parere dei rappresentanti della comunità sanitaria africana riuniti in questi giorni in Burkina Faso per un incontro d’emergenza voluto dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Gli esperti ritengono che circa 80 milioni di persone nei 21 paesi della cosiddetta ‘fascia della meningite’ - regione sub-sahariana con 300 milioni di abitanti, dall’Etiopia in Africa orientale alla Mauritania in quella occidentale - debbano essere vaccinati come misura di prevenzione. Secondo i partecipanti al convegno, le piogge crescenti hanno provocato il progressivo aumento del numero di casi nelle ultime due stagioni. Da dicembre a maggio dello scorso anno sono stati 53.000 gli ammalati e 4000 le vittime nell’intera regione; tra il 1995 e il ‘97, quando si sviluppò l’epidemia più grave, morirono circa 25.000 persone e 250.000 vennero contagiate . L’incontro di Ouagadougou, oltre a coordinare meglio le attività tra i paesi interessati, soprattutto, intende organizzare una raccolta di almeno 12 milioni di dosi di vaccino, come suggerito dall’Oms, che auspica una cospicua scorta in ogni paese. La meningite si presenta di solito nella stagione secca tra dicembre e giugno. (MZ, Misna, 11/10/07)
Gli africani sono comunitari in Spagna (Calcioblog, 07/10/2007)
E’ questa la notizia che rischia di sconvolgere il calcio europeo a anni di distanza dalla sentenza Bosman: da ora i giocatori africani che giocano in Spagna sono comunitari. La rivoluzione parte come al solito da una singola richiesta, da un caso particolare, Real Madrid e Getafe infatti hanno chiesto alla federazione spagnola l’equiparazione tra atleti africani e europei, la federazione ha dato l’ok dopo aver consultato FIFA e UEFA. Tutto questo nasce dalla convenzione di Cotonou sottoscritta dall’unione europea e dai paesi facenti parte dell’ACP. Le tre lettere stanno per Africa-Pacifico-Caraibi, le zone da dove provengono i 75 paesi facenti parti della convenzione. L’accordo firmato in Benin nel 2000 ha come obbiettivo quello di sostenere questi paesi in via di sviluppo creando dei vantaggi economici negli scambi con l’Europa. (Calcioblog,07/10/2007)
UA smentisce Kouchner, Mugabe al vertice con l'UE (Agi/Afp, 06/10/2007)
I diplomatici africani all'unisono si oppongono all'eventualita' che il controverso presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe non partecipi al vertice Europeo-africano di Lisbona in programma a dicembre. "L'Unione africana vuole che tutti vi prendano parte", ha spiegato dietro condizione di anonimato un funzionario dell'organismo dal quartiere generale di Addis Abeba. Era stato ieri il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner a riferire che dall'Ua erano disposti a escludere Mugabe viste le resistenze europee, in primis di Londra. L'anziano ex leader della rivolta contro il governo coloniale britannico della ex Rhodesia e' accusato di violazione dei diritti umani e di aver precipitato lo Zimbabwe in una crisi economica disastrosa. Da Addis Abeba fanno notare che l'Ua e' consapevole dei problemi dello Zimbabwe ma "rispetta il principio di non interferenza", limite valicabile "solo in caso di genocidio e violenza. Del resto lo Zimbabwe non e' il solo Paese a non rispettare la democrazia, basta guardare al Togo, il Niger....in realta' i problemi principali del Paese sono con Londra e si tratta di una vicenda bilaterale che non ci riguarda. Se gli europei insistono su questo punto il summit rischia di fallire". Previsto originariamente a aprile del 2003 e' stato ripetutamente rinviato proprio per il rifiuto di molti Paesi del vecchio continente di ospitare Mugabe. (Agi/Afp, 06/10/2007)
La diaspora africana invia ogni anno 17 miliardi di dollari nei Paesi di origine (LM, Fides, 03/10/2007)
I lavoratori africani emigrati in altri continenti inviano ogni anno in Africa dai 14 ai 17 miliardi di dollari statunitensi sotto forma di trasferimenti a familiari e conoscenti. Lo afferma un rapporto della Banca Africana di Sviluppo che sottolinea che questa cifra corrisponde pressappoco alla somma dei bilanci annuali di tre Stati dell’Africa Orientale: Kenya, Tanzania e Uganda. Si tratta quindi di una fonte di entrata importante, in diversi casi fondamentale, per molte famiglie africane, ma vi sono da superare delle difficoltà per facilitare il trasferimento del denaro degli emigrati. Il Presidente della Banca Africa di Sviluppo, Donald Kaberuka, ha infatti lanciato un appello per rendere più efficiente il sistema interbancario in Africa, facendo notare che gli alti costi del trasferimento del denaro sono il principale ostacolo alle rimesse dei lavoratori africani espatriati. Questi costi variano dal 5 a al 15% della somma versata. (…) “Ad esempio, in Mali” ha aggiunto il Presidente della Banca Africana di Sviluppo “dove 3 milioni e mezzo dei 4 milioni di espatriati vive in altre parti dell’Africa, le rimesse dei soli immigrati in Francia, inviate attraverso canali ufficiali, ammontano a 120 miliardi di Franchi CFA, una somma simile ai fondi per lo sviluppo che il Paese riceve dai Paesi donatori”. Secondo lo studio della Banca, le rimesse della diaspora del Marocco, Senegal e Comore sono pari rispettivamente al 750%, al 218% e al 346% dell’assistenza allo sviluppo. Con la differenza che gli aiuti ufficiali spesso si disperdono in mille rivoli e le rimesse degli emigrati finiscono direttamente nelle tasche di chi ne ha bisogno. (LM, Fides, 03/10/2007)
Rapporto Fortress Europe di settembre: 1.096 morti nel 2007 (Prima, 03/10/2007)
E’ stato pubblicato il rapporto di settembre di Fortress Europe, edito da La Infinito edizioni. Sconcertanti i risultati: 99 migranti morti lungo le rotte dell’immigrazione clandestina verso l’Europa nel mese di settembre, 1.096 dall’inizio del 2007, 43 vittime alle Canarie; 19 al largo di Mayotte; 11 tra Algeria e Andalusia; 13 nel Canale di Sicilia e 10 in Grecia. Tre bambine cecene assiderate mentre attraversano con la madre la frontiera Ucraina-Polonia a piedi. Diminuiscono gli sbarchi ma i morti in Sicilia sono già 500, contro i 302 di tutto il 2006, 95 iracheni respinti in un mese da Bari e Ancona, mentre Turchia e Arabia Saudita costruiscono muri alle frontiere. In Libia ancora in carcere i 600 eritrei di Misratah, mentre nuove retate colpiscono Zawiyah. L’Unione europea finge di non vedere, Frattini invia forniture a Qaddafi e annuncia: pattugliamenti Frontex con Tripoli nel 2008. Dal 1988 si contano almeno 10.355 migranti che hanno perso la vita lungo le frontiere europee. (Prima,03/10/2007)
Notizie dai conflitti nel mondo (Loredana Brigante, 7Magazine, 03/10/2007)
Una petizione per chiedere "DIMMI DI PIÙ" ai direttori di Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto, Tg La7, La Repubblica, Repubblica.it, Il Corriere della Sera, Corriere.it, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero”. - «Informare sugli orrori delle guerre è una parte del cammino della pace» è il motto di War News http://warnews.it/ - notizie dai conflitti nel mondo, un’associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 2001 a Torino da Enrico Piovesana. Gestita da un gruppo di volontari che si occupano prevalentemente di un sito Internet (www.warnews.it), essa è volta soprattutto alla sensibilizzazione sui temi dei conflitti, “riservando un'attenzione particolare a quelle guerre di periferia, spesso dimenticate dai media commerciali”. In giorni come questi, dove l’attenzione è alta su ciò che accade in Birmania, sentiamo anche noi il dovere di aderire a questo motto facendolo nostro. Sono tante, infatti, le popolazioni oppresse da decenni e di cui quasi nessuno parla: 35 o 37, difficile stabilire con esattezza, visto che si tratta spesso di guerre civili. Concentrate per lo più in Africa, non mancano tuttavia nel resto del mondo; per fare alcuni nomi, Sudan, Uganda, Congo R.D., Nigeria, Somalia, Burundi, Liberia, Nepal, Sri Lanka, Haiti, Kashmir, ecc. L’elenco è lungo, ma lo è ancora di più quello delle vittime: migliaia di civili (nel Darfur, per esempio, 200.000 dal 2003 ad oggi), bersaglio dei gruppi armati che, in mancanza di uno stato di diritto, si sentono legittimati ad usare le armi e la violenza. Armi che, il più delle volte, vengono fornite dalle multinazionali o dagli Stati esteri, rendendo i conflitti più lunghi e più cruenti. Un quadro sconcertante della situazione mondiale ci viene offerto anche da Medici senza frontiere, che da tre anni pubblica un Rapporto sulle crisi dimenticate da quotidiani, periodici e telegiornali italiani. Per dare un’idea del silenzio e dell’indifferenza dei media, dall’ultima analisi risulta che nel 2006 i 22 quotidiani e i 13 periodici nazionali presi in considerazione hanno dedicato alla Cecenia solo 92 articoli, di cui quasi la metà è dedicata all’eclatante assassinio della giornalista Anna Politkovskaja e all'uccisione del leader separatista Basayev. MSF,inoltre, è promotrice della Campagna “Dimmi di più”. Questo l’appello: “Se credi di avere diritto a un'informazione completa e a conoscere il mondo in cui vivi, se sei stanco di leggere ciò che accade nel resto del mondo solo quando sono in gioco interessi italiani, firma anche tu per chiedere "DIMMI DI PIÙ" ai direttori di Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto, Tg La7, La Repubblica, Repubblica.it, Il Corriere della Sera, Corriere.it, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero”. Spesso rara e approssimativa, in effetti, si rivela l’informazione sia sulle condizioni di vita dei civili in questi Paesi sia sulle sorti delle migliaia di sfollati e rifugiati che, come nel nord Kivu, “portano sopra la testa il materasso, l’unica cosa che sono riusciti a salvare, per fuggire alla violenze”. - Testimonianza, quest’ultima, di un missionario che opera nel Congo e che all’Agenzia Fides confida: «Vi sono strategie precise dietro questi avvenimenti. Niente è lasciato al caso. Ho visto, ad esempio, che la stampa occidentale ha dedicato ampio spazio all’uccisione dei gorilla di montagna del parco Virunga. Si tratta di un modo per impedire che nell’area vengano turisti e ricercatori stranieri interessati ai gorilla, in modo da eliminare la presenza di testimoni scomodi su quello che sta avvenendo da queste parti». (Loredana Brigante, 7Magazine,
03/10/2007) Una dichiarazione forte e sconcertante, e un mondo (quello dell’informazione) non solo distratto e disinteressato, ma anche complice e manipolatore nei confronti di guerre che forse (?) sono dimenticate di proposito.
Unodoc: stretto rapporto tra i traffici di droga, di armi, di esseri umani e il terrorismo (LM, Fides, 03/10/2007)
Il traffico di droga in Africa occidentale è collegato al terrorismo e ad altre attività illecite. È quanto emerge da una serie di rapporti emanati da diversi organismi internazionali come l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). I governi africani stanno prendendo coscienza di questa realtà e stanno adottando delle misure per affrontare il problema. Uno dei nodi da risolvere è mettere sotto controllo la fascia che delimita gli Stati dell’Africa occidentale da quelli dell’Africa settentrionale. Si tratta di una vastissima area desertica utilizzata dai trafficanti di armi, di droga e di immigrati clandestini, dove sono attivi alcuni gruppi di guerriglia e di terroristi. Le reti criminali che operano in questa area “estremamente ben organizzate e finanziate, non solo sostengono il terrorismo ma sono attive anche nel traffico di armi a partire dai Paesi che sono appena usciti dalla guerra. Fanno anche traffici di cocaina, un’attività a sua volta legata al trasferimento di immigrati clandestini” ha detto Amado Philip de Andres, Direttore Aggiunto dell’UNODC al giornale algerino “La Tribune” che ha dedicato un ampio servizio alla questione dei traffici attraverso l’Africa occidentale e il Maghreb. L’Algeria infatti è preoccupata per le attività di Al Qaida nel Maghreb Islamico, la formazione nata dal Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento algerino, che si propone non solo di rovesciare il governo algerino ma di destabilizzare l’area compresa tra l’Africa settentrionale e quella occidentale. La crescente ondata migratoria dall’Africa occidentale per il nord Africa nasconde, oltre al dramma di popolazioni in cerca di un futuro migliore, altri disegni criminali. I trafficanti infatti chiedono 14mila euro per un “biglietto” per l’opulenta Europa. La maggior parte dei migranti clandestini non dispone di una somma simile e accetta quindi di trasportare un carico di droga. Spesso però il viaggio si interrompe con una tragica fine: oltre 500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere le Canarie, secondo i dati ufficiali del governo spagnolo. Si tratta di un flusso migratorio destinato ad aumentare. La popolazione attuale dell’Africa occidentale infatti, conta 290 milioni di persone; saranno 430 milioni nel 2025. Il 45% della popolazione locale ha meno di 15 anni ed è nata nelle bidonville delle città, dove spesso si è perso il senso dei valori tradizionali e i legami tradizionali di solidarietà. Questi giovani possono quindi diventare facili prede della criminalità comune e organizzata così come dell’estremismo. La presenza di organizzazioni criminali ed estremiste è ormai una realtà consolidata. Le organizzazioni mafiose nigeriane sono inserite a pieno titolo nel traffico mondiale di droga e operano in tutto il mondo (di recente sono stati arrestati trafficanti nigeriani persino in Cina). Al Qaida nel Maghreb Islamico è attiva nei traffici di sigarette e nelle estorsioni in Mali, Mauritania e Niger. Vi sono inoltre gruppi criminali colombiani in Guinea Bissau e in altri Paesi dell’area. Oltre al traffico di cocaina queste organizzazioni sono dedite al contrabbando di farmaci contraffatti, come il Viagra, prodotti in laboratori clandestini nigeriani e ivoriani. La risposta a questa minacce deve passare per la collaborazione tra gli Stati interessati. A settembre a Ouagadougou (Burkina Faso) si è tenuta l’ottava riunione degli organismi antidroga dei Paesi della CEDEAO (Comunità Economica dell’Africa occidentale). Un’altra struttura importante è il Gruppo Intergovernativo contro il riciclaggio del denaro e il finanziamento del terrorismo nell’Africa Occidentale (GIABA). L’Unione Europea ha attivato di recente in Portogallo un centro di controllo dei traffici di droga che passano per l’Atlantico e il Mediterraneo. Una struttura che intende coordinarsi con i Paesi della CEDEAO. (LM, Fides, 03/10/2007)
In America sono stati uccisi 6 sacerdoti ed 1 religioso. Il Messico è le nazione in cui la Chiesa ha pagato un triplice tributo di sangue, con tre sacerdoti uccisi: Don Humberto Macias Rosales, Padre Fernando Sanchez Duran, ed il missionario Padre Ricardo Junious. Ad essi si aggiungono 2 sacerdoti uccisi in Colombia (P. Mario Bianco, dei Missionari della Consolata, e D. José Luis Camacho Cepeda), un sacerdote Fidei donum ucciso in Brasile (Don Wolfgang Hermann) ed un religioso in Guatemala (Fratel Enrique Alberto Olano Merino).
L'Africa ha visto la morte violenta di 3 sacerdoti ed 1 religiosa. La nazione con il maggior numero di vittime è il Sudafrica, con 1 sacerdote e 1 suora: P. Allard Msheyene, missionario OMI, e Suor Anne Thole, perita nell'incendio della struttura che ospitava i malati di Aids. Seguono il Kenya (p. Martin Addai, dei Missionari d'Africa, originario del Ghana) e il Rwanda (dove si è spento il congolese d. Richard Bimeriki, vittima di una aggressione nella sua terra natale).
In Europa sono stati uccisi due sacerdoti, entrambi in Spagna: Don Salvador Herandez Seller, con una lunga esperienza missionaria in Ecuador, e D. Tomas Perez.
A questo elenco provvisorio stilato annualmente dall'Agenzia Fides, deve comunque essere aggiunta la lunga lista dei tanti "militi ignoti della fede" di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. (…)(ICN/Fides, 30/12/07)
Al Vertice di Lisbona i 27 Paesi dell’Unione Europea e i 53 Paesi africani hanno dato vita a una “partnership strategica” sulle questioni economiche e di sviluppo, e sulle problematiche relative a sicurezza, migrazioni, cambiamenti climatici, energia. L’accordo è volto a creare un “rapporto fra uguali”, fondato su 8 punti, alcuni dei quali sono simili a quelli sollevati dai Vescovi nella loro Lettera. Tra questi vi sono: immigrazione, con la proposta di creare un “patto sull’immigrazione”, per co-gestire i flussi immigratori africani in Europa; pace e sicurezza; buon governo (lotta contro la corruzione, la tortura, il traffico di droga e di esseri umani, e una migliore gestione delle risorse naturali); commercio e integrazione economica, per aiutare l’Africa a produrre merci che siano competitive sui mercati internazionali. Su questo punto vi sono state divergenze sui negoziati per i nuovi Accordi di Partenariato Economico, in sostituzione dei vecchi accordi di Lomé (vedi Fides 26/9/2007). La maggior parte dei Paesi africani respingono la prospettiva di creare nel 2025-2030, una zona di libero scambio fra i due continenti, che rischia di distruggere la fragile economia africana. Il Presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha promesso più tempo, l'anno prossimo, per i negoziati sugli accordi APE, ma ha ricordato che le intese provvisorie devono essere siglate entro la fine dell’anno per evitare conseguenze negative negli scambi commerciali tra i due continenti. (LM, Fides,
11/12/07)
I risultati, quelli veri, quelli detti sotto voce per non apparire troppo in contraddizione con quel più 5,4 per cento, dicono altro. Dicono che, ancora oggi, la povertà è ben lontana dall’abbandonare il continente nero. Il 41 per cento degli africani, infatti, vive/sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Il 60 per cento non può usufruire di un sistema sanitario né di quello scolastico. E tutto questo mentre Aids, tubercolosi, malaria e non solo, continuano a imperversare, anche grazie a un’industria farmaceutica che impegna più risorse nel tentativo di difendere i propri brevetti che in ricerca e sviluppo. (…) E poi ci sono quei 18 miliardi di dollari che, in quindici anni, ventitrè Stati africani hanno scelto di bruciare per comprare armi. Benzina sul fuoco di conflitti etnici e religiosi come quello in Darfur. Dimostrazione del fatto che non basta quantificare il giro d’affari per valutare lo stato di salute dell’Africa. Perché se una parte del Pil dipende dalla produzione e dal commercio delle armi, usate poi per uccidere su quello stesso suolo, a che serve? A che serve dare prestiti su prestiti se poi non si controlla che tutto non finisca nelle mani di politici corrotti che tutto hanno a cuore eccetto il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini che hanno promesso di rappresentare? Non sorprende che le punte d’eccellenza, i paesi che più di altri contribuirebbero a questa presunta ricchezza africana, sarebbero proprio quelli in grado di attirare capitali esteri con le proprio risorse petrolifere: Mauritania (+19,8%), Angola (+17,6%), Ciad (9%), Mozambico (+7,9%). Bastano questi nomi per capire quanto sia effimero e falso sventolare alti tassi di crescita spacciandoli per progresso. (Agnese Licata, Altrenotizie,
05/12/2007)
Di che cosa si tratta? Alla luce del ritardo socio-economico accumulato dai paesi del Sud del mondo nei confronti del Nord benestante, Ue e Acp siglarono nel lontano 1975 la cosiddetta Convenzione di Lomé (in Togo) per consentire l’esportazione di prodotti africani, caraibici e del Pacifico in Europa sulla base di un regime tariffario preferenziale. La deroga, accettata dall’Omc, scade il prossimo 31 dicembre 2007. Dopo di che, entrambi i protagonisti si dovranno conformare alle esigenze dei vari paesi asiatici e latinoamericani, che chiedono a Bruxelles di porre fine ai privilegi concessi all’area Acp. Da qui la proposta della Commissione europea di liberalizzare gli scambi commerciali con il Vecchio continente. Tradotto in cifre, l’Ue è disposta ad aprire il suo mercato al 100% (contro l’attuale 97%) in cambio di una liberalizzazione dell’80% dei mercati Acp entro i prossimi dieci anni.
Di fronte alle continue reticenze di una maggioranza di governi Acp (la più recente è quella del presidente senegalese, Abdulaye Wade, autore di un clamoroso attacco contro gli Ape su Le Monde), Peter Mandelson e Louis Michel, i commissari europei incaricati rispettivamente del commercio e dello sviluppo/affari umanitari, hanno ribadito nel loro commento pubblicato su Libération il 26 ottobre scorso che, oltre alla necessità di dover rispettare le regole dell’Omc, gli Ape offrono agli Acp l’opportunità di rompere con la logica della “dipendenza” per “sviluppare mercati regionali” in grado di “attrarre gli investitori stranieri”. Per Bruxelles, infatti, i miliardi di euro spesi a titolo di aiuti allo sviluppo non hanno favorito la crescita economica dei paesi Acp. Alla guida di un potente consorzio di cooperative rurali senegalesi, Saliou Sarr risponde da Dakar che “i contadini africani non sono pronti al libero scambio”. Esempio: “Se il 30% dei diritti di dogana senegalese sul concentrato di pomodoro spariscono, i prodotti spagnoli e italiani invaderanno il nostro mercato mettendo in gravi difficoltà decine di migliaia di piccoli produttori”. - A conferma dei timori di Sarr, uno studio dell’Hamburg Institute of International Economics (Hwwi) rivela che una volta tolta la protezione doganale nei confronti dell’Ue, i paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) perderebbero dal 5 al 20% delle loro entrate fiscali. “Le conseguenze sarebbero catastrofiche” dichiara a Panorama.it Nora McKeon, coordinatrice per l’Italia della campagna EuropAfrica. “I governi saranno costretti a fare tagli sulla spesa pubblica che andranno a colpire scuola e sanità, settori fondamentali per lo sviluppo dell’Africa”.
Correndo ai ripari, la Commissione europea ha già fatto sapere che, oltre agli aiuti allo sviluppo previsti da qui al 2013 (23 miliardi di euro più una media annua di due miliardi di euro a mò di aiuti commerciali), gli Ape non si applicheranno sul breve termine alle filiere produttive più sensibili. “La Commissione non sa in realtà più che pesci pigliare” commenta sarcastico da Bruxelles Mariano Iossa di ActionAid International. “Peggio, consapevoli che regioni come l’Africa occidentale o australe non firmeranno entro il 31 dicembre, l’Ue è decisa a procedere con paesi singoli, violando così gli impegni presi con gli Accordi di Cotonou nel 2000 che prevedono accordi regionali, non nazionali”. Per Mamadou Cissokho, leader contadino della società civile agricola africana, “con questa mossa la Commissione non farà altro che distruggere gli sforzi dei governi africani per favorire l’integrazione economica e commerciale delle loro regioni. Assurdo se si pensa che l’idea di promuovere lo sviluppo attraverso l’integrazione regionale è nata a Bruxelles”. - Per saperne di più: Il sito della Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale (Roppa ) - Rapporti e studi del Centro indipendente europeo sulle politiche di sviluppo e di commercio Ue/Acp (Ecdpm ) - (Diego Manila, Panorama, 16/11/07)