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AFRICA 2 - 2007
Notizie dal 01/04/2007
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NOTIZIE DAL 1 GENNAIO AL 30 MARZO 2007

Missionari uccisi nel 2007 (ICN/Fides, 30/12/07)

Il rincaro del greggio vanifica la cancellazione del debito (Il Sole 24 ore, 30/12/07)

Bono (U2): ''Su aiuti all'Africa l'Italia non ha mantenuto le promesse'' (Adnkronos, 28/12/07)

Il Papa chiede la pace e sferza i potenti: «Trovino la soluzione umana e giusta» (Corriere della Sera, 26/12/07)

Primo satellite africano in orbita (Luca Rolandi, La Stampa, 20/12/2007)

Agribusiness e nuovo colonialismo (Debora Billi, Petrolio Blogs, 18/12/2007)

Pena di morte, Onu approva moratoria (La Stampa, 18/12/2007)

Cina, la Banca Mondiale si fa avanti (Mwinda, 18/12/2007)

Nasce la “conferenza episcopale dell’Africa Occidentale (CC, Misna, 16/12/2007)

Ue. Spiegel; Sarkozy contro Merkel: ha esagerato (Agi, 16/12/2007)

A proposito di una lettera di p. Zanotelli a Romano Prodi (CO, Misna, 16/12/2007)

Far fronte ai mali delle schiavitù del nostro tempo: appello deii Vescovi africani ed europei (LM, Fides, 11/12/07)

Onu cerca 3,8 miliardi di dollari per crisi umanitarie 2008 (Reuters, 10/12/07)

Unicef: nel 2006 nel mondo 125 milioni di bimbi senza acqua potabile (Agnese Malatesta, La Gazzetta del Mezzogiorno, 09/12/2007)

“Svolta" rapporti UE-Aafrica, ma non sul commercio (Agi/Reuters/Efe, 09/12/2007)

Lisbona sancisce la parita delle relazioni tra UE e Africa (Euronews, 09/12/2007)

UE e Africa divise sulla questione degli accordi di partenariato economico (Euronews, 09/12/2007)

Summit Ue-Africa, problemi sugli accordi commerciali (Antonio Tagliatatela, Pupia, 09/12/2007)

Libia propone di ospitare prossimo vertice (Adnkronos/Aki, 09/12/2007)

Ibm investe nei laureati dell'Africa sub-sahariana (La Stampa, 06/12/07)

L’Africa, la BM e la finta crescita (Agnese Licata, Altrenotizie, 05/12/2007)

Summit UE-Africa: Darfur e Zimbabwe non in agenda (Francesca Colasanti, Ag. Radicale, 05/12/2007)

Collegare l’Africa al resto del mondo con cavi ottici entro il 2010 (LM, Fides, 05/12/2007)

Rice in Etiopia per colloqui su fine conflitti (Reuters, 05/12/2007)

Scrittori accusano di codardia leader africani ed europei (Reuters, 04/12/2007)

Medici da esportazione… (La Stampa/Blog, 03/12/2007)

Peacekeeping: tanti conflitti, ma pochi eserciti pronti e addestrati per risolverli (Riccardo Rossi, La Voce, 01/12/2007)

Giornata mondiale contro l’aids: messaggio dei vescovi africani (MZ, Misna, 01/12/2007)

L’embargo Onu da solo non ferma le forniture di armi (Gianandrea Gaiani, Panorama, 30/11/2007)

Parte la guerra dei cellulari, Vodafone punta 7 miliardi in Sudafrica (M.Sodano, La stampa, 30/11/2007)

Anche l’Africa si preoccupa per l’energia (Greenreport, 29/11/07)

Il continente risente dei gas serra prodotti da altri continenti (LM, Fides, 28/11/2007)

Aids: scuole d'agricoltura per ragazzi vulnerabili (Agi, 28/11/2007)

Spot nell'intervallo della partita: "Africani, la Svizzera è un inferno" (Concetto Vecchio, La Repubblica, 27/11/2007)

Médecins du Monde: a Malta condizioni "spaventose" di detenzione (Meltingpot, 27/11/2007)

Uniti contro il narcotraffico: coordinamento antidroga tra polizie (LM, Fides, 26/11/2007)

La crescita economica dei Paesi subsahariani, il Report della World Bank(University.it, 26/11/2007)

Accordo economico tra quattro paesi Africa australe e Unione Europea (Misna, 26/11/07)

La responsabilita' dei rifiuti elettronici (Alessandro Iacuelli, Altrenotizie, 24/11/2007)

L'interconnessione delle reti ferroviarie africane (LM, Fides, 24/11/2007)

Donne e uomini nelle economie subsahariane (Elena Masi, Equilibri, 23/11/2007)

Manca l'acqua, sale il mare e avanza il deserto (Greeneport, 22/11/2007)

Traffico di donne, 50.000 ogni anno sulle “rotte africane” (CO, Misna, 20/11/2007)

Appello dei vescovi africani ed europei contro le nuove forme di schiavitù (RP, RadioVaticana, 20/11/2007)

Cina promette aiuti per ammodernare FFAA keniane (Agi/Afp, 19/11/2007)

E' on line il nuovo sito di Panafricana (Cinemafrica, 18/11/07)

L'Africa alla periferia della storia (Anna Bono, Ragionpolitica,17/11/07)

Commercio: ai ferri corti con l’Unione europea (Diego Manila, Panorama, 16/11/07)

Elettricità per l’Africa: accordo a Roma nell’ambito del Congresso Mondiale dell’Energia (LM, Ag, Fides, 16/11/07)

Le tre presunte velocita' di crescita dell'economia africana (MZ, Misna, 15/11/07)

Pena di morte, commissione Onu approva moratoria (Adnkronos, 15/11/07)

BM: crescita economica veloce e costante, tuttavia 41% degli africani vive con meno di un dollaro a giorno (Apcom, 14/11/07)

La Organizzazione di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico - 1a parte (Emilio Palmieri, Equilibri, 14/11/07)

Vescovi contro le nuove schiavitù (Emanuela Citterio, Vita, 13/11/2007)

Rinasce il cinema africano a Verona (Cinemafrica, 13/11/2007)

Più di 5mila le vittime da mina in un anno (Peacereporter, 12/11/2007)

Guerra al traffico di cosmetici e farmaci contraffatti (Newsbox, 09/11/2007)

The e zucchero per produrre energia pulita (Greenreport, 09/11/2007)

L’export di verdura africana fondamentale per la piccola economia (GreenPlanet, 08/11/2007)

La minaccia del terrorismo internazionale (Sergio Porcu, Equilibri. 08/11/2007)

Contraffatti farmaci e creme: la denuncia al Congresso sulle malattie infettive (Ansa, 07/11/2007)

Rendere i farmaci accessibili a tutti i poveri del mondo (AP/Fides, 07/11/2007)

Broncopolmonite, tubercolosi, diarrea: come si muore in Africa (Marta Catalano, Korazym, 07/11/2007)

Telefonini: 50 mld di dollari nei paesi più poveri (Panorama, 07/11/2007)

Fortress Europe - Pubblicato il rapporto di ottobre (Fortress Europe, 06/11/2007)

Asa: «L’Africa ha tutto ciò che ai paesi ricchi manca di più» (Cafebabel.com/it, 03/11/07)

Conferenza sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa (Conf. Svizzera, 31/10/2007)

La Tecnologia è possibile (Marco V. Principato, Punto Informatico, 30/10/2007)

Non scaricare sui poveri i bisogni ecologici dei ricchi (Pietro Greco, Greenreport, 30/10/2007)

L’orrore e la sagra dell'ipocrisia (Giuseppe Mascambruno, Quotidiano 29/10/2007)

Fuga di cervelli dalle università africane (BB, RadioVaticana, 25/10/2007)

Il 5% delle mutilazioni genitali femminili avviene nei Paesi ricchi (FF, RadioVaticana, 24/10/2007)

Comitato permanente del SECAM: il traffico degli esseri umani (SL, Fides, 23/10/2007)

A Padova una finestra sul continente africano con "Medici con l’Africa CUAMM" (CDL, RadioVaticana, 23/10/2007)

La via alla connettività (Gaia Bottà, Punto Informatico, 22/10/2007)

Unicef: la malaria resta emergenza (Ansa, 21/10/2007)

Malawi e Congo imboccano la strada dei bio-carburanti (GB, Misna, 19/10/2007)

I tre ‘giganti’ del Sud chiedono un posto “alla tavola dei potenti” (FB, Misna, 17/10/2007)

Un milione e mezzo di persone colpite dalle alluvioni nell’Africa Sub-Sahariana (Fides/AP, 17/10/2007)

Unicef: significativi progressi nella lotta alla malaria (Aise, 17/10/2007)

Giornata mondiale dell'alimentazione (Nicoletta Cottone, Il Sole 24 ore, 16/10/2007)

Pirati, arrembaggi in aumento in tutto il mondo (Adnkronos/Ign, 16/10/2007)

Aumenta la fame nel mondo; la Fao per il diritto all’alimentazione (Greenreport,15/10/2007)

Bob Denard, una vita da pirata (Chiara Rancati , Peacereporter, 15/10/2007)

Nel mondo 854 mln vanno a letto affamati (Ansa, 12/10/2007)

“Abbiamo una Parola comune”: 138 leader islamici scrivono al Papa (Asianews, 11/10/2007)

I costi della guerra (Agi, 11/10/2007)

Fame e bio-combustibili: “benzina verde sì, ma aspettiamo la scienza” (GB, Misna, 11/10/2007)

Dopo stagione delle piogge, rischio meningite? (MZ, Misna, 11/10/07)

Gli africani sono comunitari in Spagna (Calcioblog, 07/10/2007)

UA smentisce Kouchner, Mugabe al vertice con l'UE (Agi/Afp, 06/10/2007)

La diaspora africana invia ogni anno 17 miliardi di dollari nei Paesi di origine (LM, Fides, 03/10/2007)

Rapporto Fortress Europe di settembre: 1.096 morti nel 2007 (Prima, 03/10/2007)

Notizie dai conflitti nel mondo (Loredana Brigante, 7Magazine, 03/10/2007)

Unodoc: stretto rapporto tra i traffici di droga, di armi, di esseri umani e il terrorismo (LM, Fides, 03/10/2007)

Aiutare l’Africa a inserirsi nei commerci mondiali: aperto in Tanzania un meeting internazionale (LM, Ag. Fides, 02/10/2007)

I marines alla conquista dell'Africa (Stefano Liberti, Il Manifesto/Terre Libere, 02/10/2007)

La Banca Mondiale chiede una proroga sugli EPA (David Cronin, IPS, 28/09/07)

Le nuove rotte del narcotraffico (Anita Borselli, Equilibri, 28/09/07)

Migranti: sempre più fughe e vittime verso lo Yemen (CC, Misna, 28/09/07)

Ue-Africa/2: "Stop EPA Day". Giornata mondiale contro gli Epa (Vita, 27/09/07)

Economie africane a rischio con i nuovi trattati commerciali con l’Unione Europea? (LM, Ag. Fides, 26/09/07)

Un manuale per aggiornare Sarkozy (E.Citterio, Vita, 26/09/07)

Questa è l’Africa in cammino (Mariapia Bonanate, Fam Cristiana, 25/09/07)

Sorprese in una nuova classifica sul buon governo nel continente (MZ, Misna, 25/09/07)

Puliamo il mondo raccontandola tutta sui rifiuti (Diego Barsotti, Greenreport, 25/09/07)

Approvato dispiegamento forza ‘ibrida’ in Cad e Cntrafrica (AdL, Misna, 25/09/07)

Appello Unicef per emergenza alluvioni (Agi, 24/09/07)

La nuova offensiva Tuareg (Alberto Grossetti, Equilibri, 21/09/07)

Ogni anno 148 miliardi di dollari sottratti dalla corruzione (LM, Fides, 21/09/07)

Inondazioni in 18 paesi, appello Croce Rossa (Swissinfo, 21/09/07)

Sotto la pioggia e l’indifferenza (Joshua.Massarenti, Panorama, 20/09/07)

A Londra il primo istituto islamico per formare 'imam moderati' (Corriere della Sera, 18/09/2007)

Traffici illeciti di armi? Ecco come scoprirli dalle quotazioni di Borsa (Mariangela Maritato, Il Sole 24 ore, 17/09/07)

Diamanti: il Kimberley Process (Noemi Dal Monte, Equilibri, 14/09/07)

Infuria il maltempo. In Sudan, 131 morti; in Uganda rischio di epidemie (BB, Radio Vaticana, 14/09/07)

Unicef: nel 2006 morti meno di 10 milioni di bimbi, la prima volta dal '90 (Agi, 13/09/07)

Il forte rialzo dell’euro danneggia le esportazioni dei Paesi legati alla divisa europea (LM, Fides, 13/09/07)

Esperti africani mettono a punto un piano di lotta al traffico di droga (BC, Radio Vaticana, 13/09/07)

Sahel: il costo della desertificazione (Luca Rolandi, La Stampa, 13/09/07)

Iniziato ieri sera il ramadan in Libia e Nigeria (Alice/Apcom, 13/09/07)

Cellulari contro la povertà: presto reti di telefonia mobile in 79 villaggi (Mariangela Maritato, Il sole 24 ore, 11/09/07)

Milioni di africani colpiti da piogge, alluvioni e smottamenti (MZ, Misna, 31/08/07)

Africa - L'Africa non vuole il nuovo comando militare americano (MZ, Misna, 30/08/07)

Alluvioni: si aggravano conseguenze in Nigeria e Somalia (AdL, Misna, 29/08/07)

Il Pam acquista cibi sempre più in loco (Vita, 29/08/07)

La rivolta dell'Africa: "L'uranio è solo nostro" - Multinazionali sotto ricatto (Domenico Quirico, La Stampa, 28/08/07)

Nuova agenzia cattolica pan-africana (Dia-Mancini/Radiovaticana, 28/08/07))

Europa ed Africa: al via tunnel sotto Gibilterra (Apcom, 23/08/07)

Save the Children, milioni di bambini sono schiavi (Corriere del Ticino, 23/08/07)

Un pipistrello il portatore del virus Marburg (Marco Letizia, Corriere della Sera, 23/08/2007)

26 miliardi di dollari per incentivare i giovani a non fuggire in Europa (Peacereporter, 22/08/07)

La «green machine» a 100 dollari arriva fra due mesi (Massimo A. Alberizzi, Corriere della Sera, 22/08/2007)

Ogni minuto muoiono 8 bambini sotto 5 anni (Swissinfo, 21/08/07)

I cambiamenti climatici minacciano parchi e biodiversità (Greenreport, 20/08/07)

Soffocata da miliardi buste di plastica (Ansa, 20/08/07)

Naomi Campbell: le modelle nere sono discriminate (Ansa, 20/08/07)

Gran Bretagna: bimbi schiavi, la denuncia dell'Independent (Corriere della Sera, 13/08/2007)

La banca delle donne per sradicare la poverta' (AGI/AFP, 09/08/07)

Il dramma silenzioso dell'immigrazione clandestina (Radio Vaticana, 05/08/07)

Cina: politica energetica ad alto rischio (E. Roscini Vitali, Pagine di difesa, 30/07/07)

Equo e solidale: fairtrade, arance, limoni e mango dall'Africa (Agi, 30/07/07)

Giornalismo via smartphone (Gaia Bottà, Punto-informatico.it, 30/07/07)

Sarkozy prospetta l'Eurafrica (Ansa, 28/07/07)

I progetti per connettere il continente (Vita, 26/07/07)

Rifugiati. Amato: accogliamoli come fu per nostri padri (Agi, 25/07/07)

Aminata Traorè: L'Africa, discarica e serbatoio di ricchezza per il mondo (Federico Taverniti, Prima pagina, 20/07/07)

Petrolio, miniere guerra e povertà, il paradosso africano (Umberto Mazzantini, Greenreport, 20/07/07)

Prevista situazione alimentare difficile per vari paesi (Newsfood, 17/07/07)

Aiuto necessario per combattere il traffico di esseri umani (Peacereporter, 16/07/07)

Sforzi contro il morbillo: ridurre del 90 per cento i morti entro il 2010 (Valeria Confalonieri, Peacereporter, 15/07/07)

Progetto di un ponte tra Asia e Africa (Rainews24, 14/07/07)

Iniziano i giochi africani, “grande festa sportiva” per il continente (CO, Misna, 12/07/07)

Droga: il continente nero sempre più “bianco” (CO, Misna, 11/07/07)

Oggi: La malaria non si ferma (f.c.\aise, 11/07/07)

Nel 2015 al via il gasdotto transahariano (Euronews, 10/07/07)

Under 20: l'Africa è la nuova frontiera (Viola News, 10/07/07)

Colonizzata dal fumo under 18 (Domenico Quirico, La Stampa, 07/07/07)

Sos di Save the children contro le mutilazioni genitali femminili (C. Reschia, La Stampa, 06/07/07)

Unione africana (Internazionale, 05/07/07)

Summit dell'UA, pareri discordanti su un'unità politica (Peacereporter, 03/07/07)

Quei bimbi “invisibili” di Lampedusa (Il meridiano, 03/07/07)

Nasce il parco più grande del mondo (Ansa, 02/07/07)

L'Unione Africana fa i conti con i suoi fallimenti (Aprileonline, fonte Afp, 29/06/07)

Ong a governi africani: non firmate gli Epa (Vita, 29/06/07)

Craxi al vertice dei ministri Esteri ad Accra (Adnkronos/Ign, 28/06/07)

Le energivore costruzioni cinesi, e la cattiva coscienza. (Petrolio, 25/06/07)

Più donne nei processi decisionali per aiutare davvero lo sviluppo (Joyce Mulama, IPS, 18/06/07)

200 milioni i cristiani a rischio persecuzione in ben 60 Paesi del mondo (RG, Radio Vaticana, 18/06/07)

Giornata del bambino: 1,2 mln/anno bambini vittime di traffici per 9,5 miliardi di dollari/anno (Apcom, 14/06/07)

Cites, stop di nove anni a commercio avorio (Ansa, 14/06/07)

Un premio letterario internazionale per il nigeriano Chinua Achee (CO.Misna, 14/6/07)

Salone del libro maghrebino oggi al via (Denaro.it, 13/06/07)

Il Papa ringrazia i vescovi del Nordafrica per la coraggiosa testimonianza del Vangelo e il dialogo con i musulmani (Radiovaticana, 09/06/07)

G8 si impegna per Africa, frena su Doha (Agi, 08/06/07)

Nuovo vaccino e speranze per lotta meningite (Swissinfo, 08/06/07)

G8: contro-summit africano, "show di Hiligendamm e' solo bluff" (Agi/Afp, 07/06/07)

Cites: salve la balene, non i rinoceronti neri (Greenreport, 07/06/07)

L'Europa blinda le frontiere nel Mediterraneo (Amisnet, 07/06/07)

Appello del Papa al G8: "Non dimenticate l'Africa" (La Stampa, 06/06/07)

Il Cites discute la moratoria sull'avorio (Ecoblog, 06/06/07)

Forum dei popoli in Mali: “spazio di dialogo e solidarietà” (FB, Misna, 05/06/07)

Clandestini: oltre 9.000 morti in vent'anni (Affari italiani, 04/06/07)

Biogas in Africa (Biocarburanti, 02/06/07)

L'avorio al centro della conferenza sulle specie protette (Swissinfo, 02/06/07)

Anatema del Papa sullo sfruttamento dei Paesi poveri (il meridiano, 02/06/07)

Ennesima tragedia dell'immigrazione clandestina (Radio Vaticana, 02/06/07)

Ocse: falliti obiettivi millennio per acqua e sanita' (La7News, 01/06/07)

G8: Blair invita a mantenere promesse per Africa (Swissinfo, 31/05/07)

Nasce Cnbc Africa (Diregiovani, 31/05/07)

Energia: per i ministri serve approccio comune (Vita, 30/05/07)

Chi vuol riaprire il commercio dell'avorio? (Marinella Correggia, il manifesto, 30/05/07)

Tante promesse, ma aiuti diminuiti del 5% (MZ, Misna, 29/05/07)

Sul continente il tour d'addio di Tony Blair (Vita, 28/05/07)

Il tema degli aiuti all'Africa al: vertice G8. (Swisspolitics, 26/05/07)

82 dispersi e 19 vittime nel solo mese di maggio (Meltingpot, 25/05/07)

Quale strategia di sviluppo tra Italia e Africa? (Vita, 24/05/07)

Aids, con Dream Sant'Egidio "cura" l'Africa (anna rita cillis, Repubblica, 24/05/07)

"Memorie di un soldato bambino" (Roberto Bonzio, Reuters, 23/05/07)

Il colosso Cina guarda verso l'Africa (Gofluid.com/news, 23/05/07)

Riccardi, "l'Italia ha fallito"(Vita.it, 21/05/07)

Africa – Italia, ultima in Europa per gli aiuti ai paesi poveri (Massimo Brignolo, Visti da lontano, 19/05/07)

La Cina punta sulla sua crescita (Valentina David, IFGOnline, 18/05/07)

Cina e Africa: sviluppo comune, ma senza neo-colonialismo (PB, AsiaNews/Agenzie, 17/05/07)

Bioenergie: una minaccia per i popoli autoctoni e tribali (Greenreport, 16/05/07)

L’Africa occidentale è preda della criminalità transnazionale (LM, Agenzia Fides, 14/05/07)

La scommessa di Sarkozy (M. Fagotto, Peacelink, 14/05/07)

Malgrado i suoi ‘chiaroscuri’, lo Zimbabwe illuminerà la Namibia (CO. Misna,11/05/07)

Un ponte sul fiume congo per unire Kinshasa e Brazzaville? (CO.Misna,11/05/07)

Media: rapporto Msf su crisi dimenticate (Raiutile, 03/05/07)

India e Sri Lanka: la banca dei bambini (Antonella Sinopoli, PeaceReporter, 01/05/07)

Cresce l'economia, ma non l'occupazione. (Vita, 26/04/07)

Giornata contro malaria terzo mondo: un bambino muore ogni 30" (Ansa, 25/04/07)

Benedetto XVI: priorita' vertice G8 siano Africa e aids (Ansa, 23/04/07)

G8: Africa e clima al top nell'agenda per 2008 e 2009 (Vita, 17/04/07)

Giornata mondiale contro gli Epa (Vita, 16/04/07)

Eco-energia: Mecca biocarburanti (Ansa, 11/04/07)

Epa: apertura dell'Ue, ma gli africani frenano (Joshua Massarenti, Vita, 06/04/07)

Tra biocarburanti e fame (Greenreport, 05/04/07)

Fondi per connessioni veloci (Quomedia, 05/04/07)

Il papa: Africa, continente di popoli derubati (Vita, 04/04/07)

Raccolto record di cereali, ma 33 paesi soffrono la fame (Greenreport, 03/04/07)

Il flagello della meningite si abbatte sul continente (Marco Cochi, prava.Italia, 03/04/07)

L'eredità avvelenata dell'Africa (Matteo Fagotto, PeaceReporter, 02/04/07)

Nuova strategia USA per l'espansione economico-militare (Sergio Porcu, Equilibri, 02/04/07)

 

NOTIZIE DAL 1 GENNAIO AL 30 MARZO 2007

TO ALL NEWS

Missionari uccisi nel 2007 (ICN/Fides, 30/12/07)

Come di consueto, alla fine dell'anno l'Agenzia Fides pubblica l'elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso del 2007. Secondo le informazioni in nostro possesso, quest'anno sono stati uccisi 21 tra sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, tre in meno rispetto all'anno precedente e quattro in meno rispetto a due anni fa. (…) Il conteggio non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti gli operatori pastorali morti in modo violento o che hanno sacrificato la vita consapevoli del rischio che correvano, pur di non abbandonare il proprio impegno di testimonianza e di carità. (…)Li proponiamo comunque al ricordo ed al suffragio di tutti, proprio perché il sacrificio della loro vita non sia dimenticato, e perché ognuno di loro, in misura diversa, ha offerto il suo contributo alla crescita della Chiesa in diverse parti del mondo. (…)
In America sono stati uccisi 6 sacerdoti ed 1 religioso. Il Messico è le nazione in cui la Chiesa ha pagato un triplice tributo di sangue, con tre sacerdoti uccisi: Don Humberto Macias Rosales, Padre Fernando Sanchez Duran, ed il missionario Padre Ricardo Junious. Ad essi si aggiungono 2 sacerdoti uccisi in Colombia (P. Mario Bianco, dei Missionari della Consolata, e D. José Luis Camacho Cepeda), un sacerdote Fidei donum ucciso in Brasile (Don Wolfgang Hermann) ed un religioso in Guatemala (Fratel Enrique Alberto Olano Merino).
L'Africa ha visto la morte violenta di 3 sacerdoti ed 1 religiosa. La nazione con il maggior numero di vittime è il Sudafrica, con 1 sacerdote e 1 suora: P. Allard Msheyene, missionario OMI, e Suor Anne Thole, perita nell'incendio della struttura che ospitava i malati di Aids. Seguono il Kenya (p. Martin Addai, dei Missionari d'Africa, originario del Ghana) e il Rwanda (dove si è spento il congolese d. Richard Bimeriki, vittima di una aggressione nella sua terra natale).
In Europa sono stati uccisi due sacerdoti, entrambi in Spagna: Don Salvador Herandez Seller, con una lunga esperienza missionaria in Ecuador, e D. Tomas Perez.
A questo elenco provvisorio stilato annualmente dall'Agenzia Fides, deve comunque essere aggiunta la lunga lista dei tanti "militi ignoti della fede" di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. (…)(ICN/Fides,  30/12/07)

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Il rincaro del greggio vanifica la cancellazione del debito (Il Sole 24 ore, 30/12/07)

L'aumento del prezzo del greggio ha vanificato i benefici portati negli ultimi tre anni a molti paesi africani dagli aiuti internazionali e dalla cancellazione del debito. A tal punto, da far temere il ripetersi della crisi del debito degli anni ottanta, determinata in parte dallo shock petrolifero del decennio precedente. Sono queste le conclusioni di una ricerca condotta dall'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) e riportata dal Financial Times. L'Aie ha condotto la sua ricerca in 13 paesi africani privi di risorse petrolifere, tra cui Sudafrica, Ghana, Tanzania, Etiopia e Senegal, e ha evidenziato come il rincaro del greggio acquistato da questi stati a partire dal 2004 sia stato equivalente a 3 punti percentuali del Pil. Cifra superiore agli aiuti ricevuti nello stesso lasso di tempo dai paesi donatori e alla somma di debito cancellato. Il Presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, ha dichiarato di temere «rivolte e violenze» in Africa a causa del "rovinoso" prezzo del greggio. Per scongiurare tale minaccia, Wade ha sollecitato 15 Paesi privi di risorse petrolifere a dare vita a una società per l'energia in grado di competere nella gara per ottenere concessioni petrolifere nel continente. «Sta aumentando la consapevolezza che oggi la principale sfida per l'Africa è quella di fornire energia a costi abbordabili», ha sottolineato il Presidente senegalese. Il prezzo del greggio minaccia anche di rallentare la crescita economica del continente e di alimentare l'aumento del costo dei beni alimentari, ostacolando così l'investimento in settori chiave per lo sviluppo del continente come salute, istruzione e lotta alla povertà, come previsto dagli Obiettivi del Millennio. Il ministro delle Finanze nigeriano, Shamsuddeen Usman, ha dichiarato al Ft che per saranno soprattutto i paesi senza ricchezze petrolifere a veder diminuire «le possibilità di raggiungere gli obiettivi del Millennio».(Il Sole 24 ore,  30/12/07)

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Bono (U2): ''Su aiuti all'Africa l'Italia non ha mantenuto le promesse'' (Adnkronos, 28/12/07)

Sugli aiuti all'Africa ''la Germania non ha imbrogliato e lo si puo' constatare dal bilancio federale. Ad avere imbrogliato sono Italia e Francia''. Lo ha detto il leader degli U2, il cantante Bono Vox (nella foto), che, in un'intervista al 'Sueddeutsche Zeitung', racconta: ''Durante un mio incontro con i capi di governo ad Heiligendamm uno di loro si è addormentato mentre stavo parlando''. Il musicista si rifiuta di dire di chi si tratti: ''Nomi non ne faccio''. Poi scherza: ''Magari è perché io sono noioso... Ma la signora Merkel - aggiunge - non si è addormentata. Ha mostrato interesse e, soprattutto, non ha promesso molto e mantenuto poco''. Quanto agli altri impegni presi nel corso dell'ultimo vertice del G8 ad Heiligendamm che, a suo dire, non sono mantenuti, Bono afferma: ''E' già grave quando si violano le promesse fatte agli elettori, che poi lo si faccia verso i più poveri del mondo e migliaia di persone muoiano è inconcepibile. E sono stati soprattutto gli italiani a violare ogni promessa che avevano fatto''. Immediata la replica. Il governo ha mantenuto gli impegni presi per l'Africa all'ultimo vertice G8. Tutte le risorse stanziate per l'occasione saranno disponibili con l'entrata in vigore della Finanziaria, replicano fonti di palazzo Chigi. ''La protesta di Bono - dicono le stesse fonti - sarebbe stata giusta se non avessimo mantenuto gli impegni, ma il governo ha rispettato le promesse fatte, stanziando le risorse in Finanziaria. Risorse che saranno disponibili con l'entrata in vigore della legge''. (Adnkronos,  28/12/07)

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Il Papa chiede la pace e sferza i potenti: «Trovino la soluzione umana e giusta» (Corr(Corriere della Sera, 26/12/07)

«In questo giorno di pace, il pensiero va soprattutto laddove rimbomba il fragore delle armi»: il Papa chiede pace in tutto il mondo, dall'Africa al Medio Oriente, dal Libano all'Afghanistan. E fa appello ai «responsabili di governo» a «cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature». Messaggio di Natale e Benedizione «Urbi et Orbi» centrato sulla richiesta di pace in ogni angolo del pianeta, quello che Benedetto XVI rivolge a migliaia di fedeli radunati in piazza San Pietro per la tradizionale benedizione alla città e al mondo. Il pensiero di papa Ratzinger vola verso «le martoriate terre del Darfur, della Somalia e del nord della Repubblica Democratica del Congo» fino «ai confini dell'Eritrea e dell'Etiopia». Benedetto XVI ha auspicato che il Natale porti più giustizia sociale e consolazione a chi si «trova nelle tenebre della miseria, dell'ingiustizia, della guerra». È lungo l'elenco che Benedetto XVI stila per ricordare i numerosi focolai di guerra che divampano nel mondo. (…) «Il Bambino Gesù - afferma il Pontefice - porti sollievo a chi è nella prova e infonda ai responsabili di governo la saggezza e il coraggio di cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature.(…)». Al termine del messaggio «Urbi et Orbi», gli auguri di «Buon Natale» in 63 lingue, dall'italiano per concludere con il latino. Quest'anno è «spuntato» un idioma in più, rispetto ai 62 auguri del 2006: è il guaranì, lingua dell'indios dell'Amazzonia. (Corriere della Sera, 26/12/07)

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Primo satellite africano in orbita (Luca Rolandi, La Stampa, 20/12/2007)

La scommessa del futuro è immettere l'Africa nel fusso globale dell'informazione, dove oggi le notizie non possono arrivare. Nel continente nero, infatti, nella gran parte delle aree rurali non c'è elettricità, le connessioni telefoniche sono scarse, la televisione è poco diffusa e Internet è un lusso. Ma l'informazione è fondamentale per lo sviluppo a partire dagli elementi essenziali della vita: salute e istruzione. In particolare quella sanitaria in relazione alla prevenzione dell'Aids, della malaria, o semplicemente del morbillo che fa strage di bambini. Negli ultimi dieci anni sono stati avviati molti progetti uno dei più significativi fu Worldspace promosso dall'ingegnere etiope Noah Samara nel 1999. Il suo obiettivo era raggiungere ottocento milioni di persone concentrate nelle bidonville suburbane oppure disperse nei villaggi remoti nella savana, trasmettendo in cinquanta nazioni a dispetto della babele di lingue. Dopo otto anni finalmente si è giunto al primo risultato tangibile. Sarà, infatti, lanciato oggi, dalla città di Kouros, in Guyana francese, il primo satellite panafricano di telecomunicazione. Rascom-1, questo il nome scelto per il satellite, è frutto di un progetto dei governi di Camerun, Costa d'Avorio, Libia e Gambia e fornirà servizi per la telefonia fissa, diffusione e archiviazione di dati, connessioni internet e televisive per i prossimi 15 anni. Il costo complessivo dell'operazione ammonta a 400 milioni di dollari, ma il sistema permetterà all'Africa di economizzare i 500 milioni di dollari annui che il continente sborsa agli operatori stranieri per questo genere di servizi. Non dovendo “appoggiarsi” a degli hub (periferiche di snodo) esterni, anche gli altri paesi africani infatti, risparmieranno sui costi di importazione degli stessi servizi forniti da società che operano al di fuori del continente. “Questa operazione, sostenuta dall'Organizzazione regionale africana delle Comunicazione per satellite (Rascom) – ha spiegato Amadou Bello, responsabile del ministero delle Telecomunicazioni di Yaounde – è espressione della ferma volontà dei paesi africani di lavorare insieme per lo sviluppo del mercato delle telecomunicazioni nel continente”. (Luca Rolandi, La Stampa, 20/12/2007)

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Agribusiness e nuovo colonialismo (Debora Billi, Petrolio Blogs, 18/12/2007)

C'è una nuova invasione coloniale in Africa: quella per la produzione agricola di biocarburanti. Ad un recente congresso ambientalista in Mali, gli esperti di tutto il continente hanno lanciato il grido d'allarme ai governanti: resistere alle pressioni delle multinazionali occidentali che vogliono trasformare l'agricoltura africana in un serbatoio di "petrolio vegetale". Naturalmente e come sempre, il tutto viene spacciato come "opportunità di crescita e di benessere" per l'affamato continente, tacendo graziosamente sulla devastazione delle foreste e sulla contaminazione da OGM che già si sta verificando in molti Stati. Tutti noi sappiamo che l'Europa avrebbe bisogno di coltivare il 70% del proprio territorio a biocarburanti per coprire il fabbisogno: ma visto che il Nord non si sogna di cedere la propria sovranità alimentare, torna comodo usare i territori di gente che non conta nulla. Si stanno formando gigantesche partnership di cui fanno parte le multinazionali dei settori più disparati, quali Monsanto, Chevron, Volkswagen, BP, DuPont e Toyota, sempre gli stessi, quelli che devastano il pianeta da decenni. Come degli spietati uragani Katrina, dove passano tutto diventa fango. Il sistema sarà il solito, quello di cacciare i piccoli contadini dalle proprie terre per trasformarle in latifondi da "gasolio", così come è già successo a migliaia di persone in Brasile, Argentina e Bolivia. Insomma, anche per l'Africa la domanda e la risposta sono sempre e comunque le stesse: "Cosa c'è per cena?" "Biodiesel." (Debora Billi, Petrolio Blogs, 18/12/2007)

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Pena di morte, Onu approva moratoria (La Stampa, 18/12/2007)

L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato la risoluzione per la moratoria contro la pena di morte nel mondo con 104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti. La risoluzione è stata approvata alle 11.45, ora di New York. È stato un successo del partito pro-moratoria che ha conquistato 5 voti in più rispetto al pronunciamento della terza Commissione in novembre. A metà novembre il voto alla III Commissione dell’Onu aveva visto 99 paesi favorevoli (due più del quorum di 97), 52 contrari e 33 astenuti. Il fronte del no, in quell’occasione come oggi, è stato guidato dall’Egitto, supportato da Singapore, Sudan e Iran, anche se i pilastri del fronte dei "Friends of Death Penalty" restano Usa e Cina. Nonostante gli Stati Uniti abbiano votato contro, gli analisti fanno notare che anche Oltreoceano il vento sta cominciando a cambiare, citando come prova la decisione dello Stato del New Jersey di abolire per legge la pena capitale. La Russia ha invece votato a favore della risoluzione per la moratoria universale. Fra i paesi che si sono aggiunti al fronte pro-moratoria ci sono Kiribati, Palau, Nauru e Congo Brazzaville. Si sono confermati fra i sostenitori buona parte dei paesi dell’America Latina e la Russia, oltre a diversi africani, fra cui il Ruanda e il Burundi. Hanno votato "no" anche India, Iran e Iraq. Nel breve dibattito preceduto al voto (alle 11.45 di New York, le 17.45 ora italiana), si sono espressi contro la risoluzione, oltre a Singapore, anche Antigua e Barbados - a nome dei paesi dei Caraibi-, e la Nigeria. La dichiarazione a favore della risoluzione è invece toccata al Messico. Grande soddisfazione nel governo italiano, che aveva presentato e sostenuto la proposta. Secondo il ministro D'Alema l’approvazione della risoluzione per la moratora contro la pena di morte dà l’opportunità di aprire un dibattito «anche in vista dell’abolizione». Il titolare della farnesina ha espresso «grande soddisfazione» per un risultato «più grande di quello che ci si aspettava». Dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale della risoluzione per la moratoria delle pene capitali - aggiunge D'Alema - «ora è necessario che sia applicata». (…)(La Stampa,  18/12/2007)

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Cina, la Banca Mondiale si fa avanti (Mwinda, 18/12/2007)

La Banca Mondiale sta considerando di unire le sue forze a quella della Export-Import Bank cinese per progetti di investimenti in Africa. Lo ha reso noto a Pechino il presidente dell'istituzione di Bretton Woods, Robert Zoellick. Zoellick, che prima di assumere l'incarico di presidente della Banca Mondiale è stato sottosegretario di Stato per l'Africa dell'amministrazione Bush, ha affrontanto i problemi e le preoccupazioni occidentali connesse alla capillare presenza cinese nel continente africano in un lungo incontro con il governatore della Exim Bank cinese, Li Ruogu. "Il governatore ed io", ha detto Zoellick in conferenza stampa, "abbiamo convenuto che dovremmo cercare di avviare dei progetti comuni in Africa nel corso del prossimo anno". La Banca Mondiale, ha aggiunto Zoellick, potrebbe aiutare la Exim Bank di Pechino, principale finanziatore degli investimenti delle compagnie cinesi all'estero, addestrando le società subappaltatrici, in modo da favorire l'impiego di lavoratori africani. Una delle principali critiche all'operato della Cina in Africa, infatti, riguarda proprio il limitatissimo spazio lasciato alla manodopera locale. Altre preoccupazioni riguardano la scarsa attenzione che Pechino presa alla tutela dei diritti del lavoro e ambientali nel portare a termine le sue opere e al rischio che gli ingenti prestiti che il governo cinese concede ai suoi partner africani possano creare una nuova "trappola del debito". "Dalle statistiche che ho visto", ha detto Zoellick ai giornalisti, "Pechino ha prestato attenzione alla sostenibilità del debito e c'è sicuramente la volontà di discutere questo problema perchè i cinesi stessi vogliono che i loro soldi vengano restituiti". La cooperazione tra la Cina e la Banca Mondiale che Zoellick spera di poter inaugurare non riguarderà solo l'Africa, ma anche il delta del Mekong, nel Sud-Est asiatico, e la regione del Pacifico meridionale. (Mwinda, 18/12/2007)

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Nasce la “conferenza episcopale dell’Africa Occidentale (CC, Misna, 16/12/2007)

È stata annunciata ad Abuja (Nigeria) la creazione della Conferenza episcopale dell’Africa occidentale, nata dalla fusione della Conferenza episcopale regionale dell’Africa occidentale (Cerao) e dell’Associazione delle conferenze episcopali dell’Africa occidentale anglofona (Aecawa). “È un sogno che diventa realtà” ha commentato il cardinale Peter Turkson, arcivescovo di Cape Coast in Ghana, eletto presidente della nuova Conferenza episcopale, al termine dell’assemblea congiunta svoltasi nella capitale nigeriana da 5 al 9 dicembre. “Nella regione, sono più numerose le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” ha proseguito il cardinale, incoraggiando gli scambi tra le Chiese locali, “che non saranno più ostacolati dalla lingua o da barriere artificiali lasciate in eredità dal passato coloniale”. Le numerose sfide dell’Africa occidentale, ha proseguito il porporato citando tra l’altro degradazione ambientale, analfabetismo, disoccupazione, traffico di persone, conflitti, rifugiati, o ancora alle nuove forme di schiavitù, “non possono essere risolte da singole Chiese o vescovi. Occorre unirsi e cooperare per affrontarli insieme”. Cinque commissioni sono state create all’interno della nuova Conferenza episcopale, tra cui ‘Giustizia, sviluppo e pace’ e ‘Dialogo interreligioso ed Ecumenismo’. “Il nostro impegno è quello di incoraggiare gli sforzi per il dialogo con le religioni non cristiane, in particolare con l’Islam e le religioni tradizionali africane, e con le religioni cristiane non cattoliche, in particolare la Chiesa anglicana” si legge nello statuto del nuovo organismo; “Speriamo che le relazioni tra cristiani e musulmani diventino robuste e solide come lo sono in Senegal o in Sierra Leone”. La Conferenza episcopale dell’Africa occidentale avrà sede ad Abuja; il vice presidente è l’arcivescovo di Dakar (Senegal), il cardinale Theodore Adrien Sarr. La Cerao raggruppava le conferenze episcopali di Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Guinea, Guinea-Bissau, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Togo; l’Aecawa quelle di Gambia, Sierra Leone, Liberia e Nigeria. (CC, Misna, 16/12/2007)

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Ue. Spiegel; Sarkozy contro Merkel: ha esagerato (Agi, 16/12/2007)

A Nicolas Sarkozy non e’ piaciuta la dura critica formulata nel recente vertice Africa-Ue di Lisbona da Angela Merkel nei riguardi del mancato rispetto dei diritti umani in alcuni Paesi africani in generale e nello Zimbabwe in particolare. Il settimanale ‘Der Spiegel’ rivela che, pur condividendo le posizioni del cancelliere, il presidente francese non ha apprezzato il modo aperto in cui le critiche sono state formulate. “Io non critico gli altri, in particolare quelli che non sono amici”, avrebbe affermato Sarkozy a margine al vertice di Lisbona, per aggiungere che “la signora Merkel fa la politica estera che ritiene giusta e su questa base ha fatto il suo discorso”. Il presidente francese ha spiegato di essere “essenzialmente” d’accordo su quanto detto dalla Merkel, “ma e’ compito degli africani e non nostro decidere chi li rappresenta”. L’allusione si riferisce al presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, duramente criticato dalla signora Merkel, per il fatto che “l’attuale situazione dello Zimbabwe danneggia l’immagine dell’Africa”. Il cancelliere, che era stato espressamente invitato dai suoi partner europei a pronunciare un forte discorso contro il mancato rispetto dei diritti umani in alcuni Paesi africani, era poi stato pesantemente attaccato da alcuni rappresentanti di questi Stati, che l’avevano anche tacciata di razzismo. (AGI) (Agi, 16/12/2007)

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A proposito di una lettera di p. Zanotelli a Romano Prodi (CO, Misna, 16/12/2007)

“Presidente, noi critichiamo la presenza cinese in Africa come interessata a fare solo affari. Ma noi europei siamo forse differenti? Non badiamo anche noi solo a fare affari in Africa? Noi sentiamo un senso di vergogna nell’essere cittadini di una tale Europa e rappresentati da tali funzionari europei, la cui agenda riflette un’ ideologia liberista fallimentare e intransigente che costerà la vita a milioni di contadini africani”: il pensiero è tratto da una lettera aperta indirizzata dal missionario Alex Zanotelli al presidente del Consiglio Romano Prodi per chiedergli “un regalo di Natale ai poveri” dell'Africa. Dopo aver espresso gratitudine “perché il governo italiano ha sollevato con forza in sede di Consiglio Europeo la necessità di rivedere l’approccio negoziale seguito dalla Commissione Europea per il Commercio con l’ Estero (grazie soprattutto alla vice- ministra degli Esteri, Patrizia Sentinelli), padre Zanotelli fa appello alla “tradizione etica da cui [Prodi] proviene” e chiede il suo impegno in sede europea per far slittare di almeno un anno gli EPA/APE (Economic Partnership Agreements, Accordi di Partenariato Economico), che entro il 31 dicembre 2007 dovrebbero sostituire il vecchio Trattato di Cotonou con i paesi impoveriti dell’Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). Per padre Zanotelli gli EPA sono “accordi capestro che significheranno tante morti per fame in un’Africa già strangolata”. Per gli EPA, Prodi a Lisbona ha detto che ogni liberalizzazione "ha i propri tempi e le proprie modalita' e che i mercati e i prodotti locali vanno sempre salvaguardati" e, a proposito della Cina, parlando ai giornalisti appena arrivato, aveva annotato: "La presenza della Cina in Africa non e' un abuso che porta tensioni ma una sfida che l'Europa deve cogliere", precisando poi nel suo intervento ufficiale: "La crescita economica in Africa e' dovuta anche alla Cina che commercia e investe. La Cina, quindi, e' uno stimolo per l'Europa in Africa e non un pericolo: l'Europa deve lavorare con la Cina anche in Africa, insieme all'Africa". A Lisbona Prodi ha anche annunciato sia uno stanziamento di 40 milioni di euro per aiutare la pace nel continente sia l'intenzione di mettere l'Africa al centro dei lavori del G8 durante la presidenza italiana del 2009, sottolineando che "se l'Africa e' piu' stabile, l'Europa sara' piu' sicura". Un motivo in più, forse anche in parte "egoistico", per quel "regalo di Natale ai poveri" chiesto da padre Alex, facendo sì che non siano proprio gli EPA a impoverire e destabilizzare l'Africa. (PMB) (CO, Misna, 16/12/2007)

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Far fronte ai mali delle schiavitù del nostro tempo: appello deii Vescovi africani ed europei (LM, Fides, 11/12/07)

“La schiavitù persiste ancora oggi, con vie più impercettibili, si pensi a come sono trattati i migranti, i lavoratori immigrati, i bambini costretti a lavorare, o le donne e i bambini vittime della tratta degli esseri umani. Se la partnership tra Europa e Africa è volta a portare la giustizia sociale e lo sviluppo integrale umano per tutti, vi chiediamo di far fronte ai mali di queste nuove forme di schiavitù del nostro tempo”. Così i Vescovi di Africa ed Europa hanno fatto appello ai Capi di Stato e di Governo dei due continenti in una Lettera consegnata durante il Vertice Europa - Africa che si è svolto l’8 e il 9 dicembre a Lisbona, in Portogallo. - La Lettera è stato scritta durante l’incontro dei Vescovi europei ed africani che si è tenuto a novembre in Ghana (vedi Fides 21/11/2007). I Vescovi dei due continenti, ricordando che quest’anno ricorrono i 200 anni dell’abolizione della schiavitù nell’Africa occidentale, hanno suggerito ai leader politici africani ed europei di adottare alcune misure per lottare contro le moderne forme di schiavitù. Tra queste vi sono: lotta contro la tratta degli esseri umani; porre fine al continuo sfruttamento delle risorse africane, materiali ma anche umane (in particolare i Vescovi ricordano il problema della “fuga di cervelli” e di personale medico dal continente); adoperarsi per raggiungere gli obiettivi del Millennio (il programma dell’ONU per sradicare la povertà entro il 2015); perseguire il bene comune e il buon governo e lottare contro la corruzione; riconoscere il contributo dei migranti allo sviluppo dei Paesi ospitanti e quello delle loro rimesse nel sostenere le famiglie rimaste nei Paesi di origine.
Al Vertice di Lisbona i 27 Paesi dell’Unione Europea e i 53 Paesi africani hanno dato vita a una “partnership strategica” sulle questioni economiche e di sviluppo, e sulle problematiche relative a sicurezza, migrazioni, cambiamenti climatici, energia. L’accordo è volto a creare un “rapporto fra uguali”, fondato su 8 punti, alcuni dei quali sono simili a quelli sollevati dai Vescovi nella loro Lettera. Tra questi vi sono: immigrazione, con la proposta di creare un “patto sull’immigrazione”, per co-gestire i flussi immigratori africani in Europa; pace e sicurezza; buon governo (lotta contro la corruzione, la tortura, il traffico di droga e di esseri umani, e una migliore gestione delle risorse naturali); commercio e integrazione economica, per aiutare l’Africa a produrre merci che siano competitive sui mercati internazionali. Su questo punto vi sono state divergenze sui negoziati per i nuovi Accordi di Partenariato Economico, in sostituzione dei vecchi accordi di Lomé (vedi Fides 26/9/2007). La maggior parte dei Paesi africani respingono la prospettiva di creare nel 2025-2030, una zona di libero scambio fra i due continenti, che rischia di distruggere la fragile economia africana. Il Presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha promesso più tempo, l'anno prossimo, per i negoziati sugli accordi APE, ma ha ricordato che le intese provvisorie devono essere siglate entro la fine dell’anno per evitare conseguenze negative negli scambi commerciali tra i due continenti. (LM, Fides,  11/12/07)

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Onu cerca 3,8 miliardi di dollari per crisi umanitarie 2008 (Reuters, 10/12/07)

Le Nazioni Unite sono alla ricerca di 3,8 miliardi di dollari per gestire le crisi umanitarie il prossimo anno in 24 paesi, compresi Sudan, Repubblica democratica del Congo, Somalia e Territori palestinesi. Il Sudan è il principale obiettivo dell'appello Onu, diffuso oggi ai governi. L'Onu vuole 930 milioni di dollari per il lavoro umanitario nel 2008 nel paese, dove le violenze continuano nel Darfur. La richiesta Onu per i fondi include il Ciad, l'Uganda, Zimbabwe, la Repubblica centrale africana e la Costa d'Avorio. Oltre all'appello per 3,8 miliardi di dollari, firmato da 188 agenzie di aiuto in tutto il mondo, l'Onu emette appelli "flash" per fondi di emergenza dopo disastri naturali come terremoti e inondazioni. Nel 2007, i paesi donatori si sono impegnati per 3,3 miliardi di dollari in fondi regolari e flash. Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati tra i più grandi donatori nel 2007, mentre Norvegia, Svezia e Irlanda hanno dati di più in percentuale rispetto al loro Pil, secondo le Nazioni Unite. (Reuters, 10/12/07)

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Unicef: nel 2006 nel mondo 125 milioni di bimbi senza acqua potabile (Agnese Malatesta, La Gazzetta del Mezzogiorno, 09/12/2007)

Secondo i dati dello stesso Rapporto, sono 9 milioni e 700mila i deceduti al di sotto dei 5 anni. Costretti al lavoro 158 milioni di minori. - Sono scesi sotto quota dieci milioni i decessi dei bambini al di sotto di 5 anni. È avvenuto nel 2006 ed è la prima volta. Si tratta della metà delle morti che avvenivano quasi cinquant'anni fa, ma sono sempre tanti anche perché si tratta di morti evitabili, causate dalla malnutrizione, alla polmonite, alla diarrea. Lo afferma il rapporto annuale dell’Unicef. Il rapporto descrive una situazione dei più piccoli ancora molto difficile e traumatica ma segnala anche piccole tendenze in positivo. Come quella del calo della mortalità e dell’aumentata frequenza alla scuola. Ma non si tratta ancora di un’inversione. Nel mondo ci sono 15 milioni di bambini orfani a causa dell’Aids; 125 milioni non hanno accesso all’acqua potabile; 158 milioni costretti a lavorare; un miliardo e mezzo di bambini vive in mezzo ai conflitti. Le zone rurali sono le più svantaggiate come anche le bambine rispetto ai bambini. L'Africa Subsahariana e l’Asia meridionale sono le zone più a rischio per l’infanzia. - Lo scorso anno sono stati 9.7 milioni. Il 37% muore nel periodo neonatale, il 19% per polmonite, il 17% per diarrea, l’8% per malaria. I neonati dei Paesi in via di sviluppo hanno 8 probabilità in più di morire rispetto ai neonati dei Paesi industrializzati. - Dal 2002 al 2006, la frequenza scolastica è aumentata di 22 milioni. È sceso a 93 milioni, da 115, il numero dei bambini in età di scuola primaria che non va a scuola. Nell’Africa subsahariana, 41 milioni non frequentano la scuola mentre nell’Asia meridionale sono 31.5. - Dal 1990 ad oggi è diminuita dal 32% al 27% la percentuale di bambini sottopeso sotto i cinque anni. È malnutrito il 26% dei bambini dei Paesi in via di sviluppo: 19 milioni di bambini (16%) pesano meno di 2.500 grammi alla nascita; il 29% in Asia meridionale. - Un terzo dei bambini nei paesi in via di sviluppo ha ritardi nella crescita. Si tratta di deficit psiologico o motorio. Spesso gli effetti sono irreversibili. Anche il deperimento (peso ridotto rispetto all’altezza) entro i cinque anni è rilevante: in 20 Paesi in via di sviluppo si rilevano tassi superiori al 10%. In testa il Burkina Faso (23%); seguono Gibuti (21%), India (20%), Sudan (16%). Una delle causa del ritardo può essere la carenza di iodio. Sono 38 milioni in tutto il mondo i bambini non protetti da questa carenza. - Mezzo milione di donne muoiono ogni anno per il parto. Circa la metà vive nell’Africa subsahariana (il rischio è di 1 ogni 22 contro 1 ogni 8 mila dei Paesi industrializzati) e un terzo nell’Asia meridionale. Fra le cause, emorragia ed infezioni. (…)(Agnese Malatesta, La Gazzetta del Mezzogiorno, 09/12/2007)

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“Svolta" rapporti UE-Aafrica, ma non sul commercio (Agi/Reuters/Efe, 09/12/2007)

Il summit che si e' chiuso a Lisbona ha segnato una svolta nei rapporti tra Unione europea e Africa. Per Jose Socrates, premier portoghese e ospite del summit, si e' aperto un nuovo capitolo in cui i Ventisette e i Paesi africani saranno partner allo stesso livello. "Quello che e' importante" ha aggiunto Socrates, "e' che ci siamo incontrati faccia a faccia con un nuovo spirito: da eguali. Credo di poter dire che l'idea che piu' di frequente e' stata espressa durante questi summit e' che la storia ha voltato pagina". Eppure su un nodo cruciale non si e' fatto neppure un passo avanti: i rapporti commerciali tra il continente africano e il suo primo partner: l'Europa. Se sui cabiamneti climatici e sulla gestione dei flussi migratori si e' trovata un'intesa, la buona volonta' sugli obiettivi sul lungo termine contrasta con l'impasse su un tema molto piu' immediato: gli accordi di libero commercio che l'Ue tenta di sottoscrivere con le regioni africane. Il documento finale del summit annuncia una "nuova relazione strategica" con un piano d'azione triennale suddiviso in otto aree tra cui sicurezza, sviluppo, commercio, energia, cambiamenti climatici e immigrazione. Non si parla pero' di finanziamenti, anche se la Commissione europea vuole aumentare lo stanziamento di 36 miliardi di euro che ogni anno i Ventisette destinano al continente africano. Anche se il presidente senegalese Abulaye Wade ha guidato l'opposizione alla frammentazione degli accordi economici tra Africa e Ue, tredici Paesi (tra questo Botswana, Kenya, Mozambico e Zimbabwe) hanno accettato di sottoscrivere patti commerciali per non perdere l'accesso privilegiato al mercato europeo. (Agi/Reuters/Efe, 09/12/2007)

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Lisbona sancisce la parita delle relazioni tra UE e Africa (Euronews, 09/12/2007)

Si è concluso a Lisbona il vertice tra Unione europea e Africa. Un vertice che ha dato il via a un nuovo partenariato strategico fra i due continenti basato su condizioni di parità. Ma che è stato caratterizzato da forti divergenze sui diritti umani e sugli accordi commerciali. Il presidente dell'Unione africana e del Ghana, John Kufour, ha dichiarato: "Dopo due giorni di lunghe discussioni abbiamo adottato il partenariato strategico tra Africa ed Unione europea. Un piano di azione vincolante che rappresenta un successo storico nelle relazioni tra i due continenti". Il premier portoghese, José Socrates, ha detto che il vertice di Lisbona è stato un evento straordinario e ha dichiarato: "Voglio sottolineare il fatto che abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati". Differenza di vedute, invece, ci sono state sugli accordi di partenariato economico, contestati da alcuni leader africani. Il presidente del Senegal Abdulaye Wade li ha definiti un ''terremoto'' per l'Africa e ha proposto di riaprire le discussioni. Il leader libico Muhammar Gheddafi ha proposto di fermare i flussi migratori grazie al pagamento di ''compensazioni'' agli africani da parte degli ex-colonizzatori. Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, accusato di violazione dei diritti umani, è stato apertamente criticato dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ma difeso dal presidente del Senegal. (Euronews,09/12/2007)

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UE e Africa divise sulla questione degli accordi di partenariato economico (Euronews, 09/12/2007)

E' sugli accordi di partenariato economico che si sono avute le divergenza maggiori tra Unione europea e Africa al summit di Lisbona. I cosiddetti "Ape", che dovrebbero portare entro 20 anni a uno spazio di libero scambio fra i due continenti, sono stati contestati da alcuni leader africani. Il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, li ha definiti un ''terremoto'' per l'Africa. A un giornalista che gli chiedeva conto degli accordi commerciali Wade ha risposto: "Abbiamo detto che li abbiamo rifiutati, per noi la questione finisce qui, quando ci ritroveremo ancora ne discuteremo. L'Unione presenterà gli Ape, ma noi proporremo un'altra cosa". Una posizione più morbida è stata, invece, assunta dall'Unione africana. Il Presidente commissione Alfa Umar Konaré: "Ci sono punti di disaccordo, ma non c'è una rottura. Continueremo a negoziare per trovare le soluzioni giuste, nell'unità". Gli Ape, che Bruxelles propone su pressione del'organizzazione mondiale del commercio per sostituire i vecchi accordi sulle preferenze doganali, dovevano entrare in vigore il primo gennaio. Il presidente della Commissione europea, Manuel José Durao Barroso, ha detto che i negoziati commerciali andranno avanti e ha auspicato che si concluderanno in febbraio. (Euronews, 09/12/2007)

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Summit Ue-Africa, problemi sugli accordi commerciali (Antonio Tagliatatela, Pupia, 09/12/2007)

Doveva essere il giorno dell’accordo sulla nuova partnership commerciale tra Europa e Africa, ed invece il summit di Lisbona ora pone forti interrogativi sul futuro degli scambi economici tra i due continenti. L’assemblea, durata due giorni, è terminata con la stesura di una partnership strategica che punta ad aprire una nuova era nelle relazioni tra i due continenti e l’aggiornamento al 2010. Ma è nato il problema degli accordi commerciali. L’Unione europea, che guarda con preoccupazione i crescenti investimenti cinesi in Africa, avrebbe voluto sostituire gli accordi in scadenza con i cosiddetti “Epa” (Accordi di Partnership Economica), ma la maggioranza dei paesi africani si è rifiutata. “Non parliamo più degli Epa, li respingiamo. Ci incontreremo per capire con cosa possiamo sostituirli”, ha detto il presidente del Senegal Abdoulaye Wade, che ha guidato il gruppo di paesi africani dissidenti. Ciò nonostante, l’Ue sottolinea che dal primo gennaio 2008 non aumenterà i dazi sulle importazioni dai paesi dell’Africa che respingono gli accordi commerciali, anche se continuerà le pressioni affinché prima del 31 dicembre firmino nuovi accordi, o almeno accordi temporanei. Il 31 dicembre, infatti, è una data fondamentale, poiché cesserà di essere in vigore l’atto del Wto sui rapporti commerciali preferenziali con il blocco europeo. Ma lo scontro, durante il vertice, non ha riguardato solo i legami economici. Sul piatto anche la questione dei diritti umani nello Zimbabwe e nel Sudan, sollevata dal cancelliere tedesco Angela Merkel: “Danneggia l'immagine della nuova Africa. L’intimidazione di chi ha opinioni diverse e le violazioni della libertà della stampa non possono essere giustificate. La situazione nello Zimbabwe preoccupa tutti, in Europa e in Africa”. Parole a cui ha replicato lo stesso presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, 83 anni. Riferendosi al “La banda dei quattro” (Germania, Svezia, Danimarca e Olanda, che appoggiano il Regno Unito del premier Gordon Brown, il quale ha boicottato il vertice proprio in segno di protesta per la presenza di Mugabe), il presidente dello stato africano ha parlato di “arroganza” da parte di “chi pensa di conoscere l’Africa meglio degli africani”. Al summit era presente anche l’Italia col premier Romano Prodi che, firmando un accordo con l’Unione Africana, ha stanziato 40 milioni di euro a sostegno della Somalia e del Darfur. “Se l’Africa è più stabile, l’Europa sarà più sicura”, ha detto Prodi. (Antonio Tagliatatela, Pupia, 09/12/2007)

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Libia propone di ospitare prossimo vertice (Adnkronos/Aki, 09/12/2007)

La Libia propone di ospitare il prossimo vertice euroafricano, in programma nel 2010. Lo ha annunciato a Lisbona il premier portoghese e presidente di turno dell'Ue, Jose' Socrates. ''L'Europa e l'Africa si ritroveranno presto per un nuovo incontro che si svolgera' in Africa. So che c'e' gia' una proposta della Libia'', ha detto Socrates al termine dei lavori del vertice Ue-Africa. Socrates ha quindi ricordato che "si tratta di una decisione che dovra' essere presa dall'Unione africana''. (Adnkronos/Aki, 09/12/2007)

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Ibm investe nei laureati dell'Africa sub-sahariana (La Stampa, 06/12/07)

La IBM ha annunciato un nuovo piano biennale di investimenti per l’Africa sub-sahariana, per oltre 120 milioni di dollari, che sarà indirizzato ad accelerare lo sviluppo di nuovi mercati, ad approfondire competenze professionali legate all’IT e a creare nuovi posti di lavoro. - «Il mercato del Sub-Sahara - spiega Mark Harris, Managing Director, IBM South and Central Africa – si è posizionato su una crescita a doppia cifra grazie all’espansione delle reti di telecomunicazione, di quelle per l’energia e delle infrastrutture per i trasporti. Gli investimenti pubblici e private nella regione trasformeranno la loro abilità nel prendere parte allo sviluppo dell’economia globale. Per rispondere alla crescita della domanda di servizi per l’IT e di software, nel corso dei prossimi anni la compagnia assumerà 100 giovani laureati nelle università africane. Il piano biennale fa parte di una serie di impegni assunti in Africa per favorire la crescita sostenibile, attraverso una strategia che mira allo sviluppo delle capacità scientifiche e tecnologiche sul territorio. L’approccio è sostenuto dai risultati emersi nel corso di 150 incontri sul tema - come parte dell’annuale Global Innovation Outlook di IBM - organizzati coinvolgendo leader dell’economia, del mondo accademico e delle istituzioni di tutto il mondo. Tra gli impegni c’è la creazione in Sud Africa, entro la metà del 2008, di un Centro per l’innovazione destinato a ospitare il più importante Laboratorio continentale di Soluzioni On Demand High Performance. Una realtà alle cui prestazioni tecnologiche - in fatto di software avanzato, server e soluzioni di storage - avranno accesso piccole aziende, imprenditori, business partner e che, nello stesso tempo, servirà i clienti per i necessari processi di automazione e virtualizzazione delle loro infrastrutture IT. (…)(La Stampa, 06/12/07)

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L’Africa, la BM e la finta crescita (Agnese Licata, Altrenotizie, 05/12/2007)

L’Africa cresce, dicono. Del 5,4 per cento, pare. Una percentuale che si riferisce al 2005 ma che dovrebbe venire confermata anche per l’anno che si va a chiudere. Addirittura, un tasso medio superiore a quello registrato da tante nazioni occidentali. Giusto per rimanere in casa, basta dire che l’Italia sarebbe ben contenta di chiudere il 2007 con un più 2,2 per cento. Un successo, insomma, quello africano. (…) Ma, a guardar bene, il rapporto che la Bm ha reso noto negli scorsi giorni - Africa Development Indicators 2007 (Adi 2007) - è poco più di uno spot pubblicitario. Uno spot, tra l’altro, ingannevole, che parla di un’”Africa” che non esiste. Di un’Africa al singolare, pretendendo di considerare come una singola entità il secondo continente più vasto del mondo dopo l’Asia. Con un’estensione più che tripla rispetto all’Europa. Con i suoi 53 Stati, ognuno sensibilmente diverso l’uno dall’altro. (…) “L’Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace. Si affida di più al settore privato, sa evitare le gravi crisi economiche degli anni ‘70 ‘80”, ha dichiarato presentando il rapporto John Page, analista della Banca mondiale. Dal 2003 al 2006, infatti, le esportazioni “nere” avrebbero registrato un più 11 per cento. Ad aumentare, anche gli investimenti stranieri: dal rappresentare il 16,8 per cento del Pil nel 2000, si sarebbe passati al 19,5 per cento di quest’anno. E poi anche più produzione di elettricità (+43,8%) e un maggiore accesso all’acqua potabile (+18%) (e viene da chiedersi come si sia riusciti a calcolare un dato del genere). Questa speranza per un miracolo africano arriverebbe, sempre secondo l’Adi 2007, da un “virtuoso” mix fatto di un maggior controllo su inflazione, deficit, tassi di scambio e debito estero. Senza dimenticare, ovviamente, la maggiore apertura dei mercati ai capitali esteri. (…)
I risultati, quelli veri, quelli detti sotto voce per non apparire troppo in contraddizione con quel più 5,4 per cento, dicono altro. Dicono che, ancora oggi, la povertà è ben lontana dall’abbandonare il continente nero. Il 41 per cento degli africani, infatti, vive/sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Il 60 per cento non può usufruire di un sistema sanitario né di quello scolastico. E tutto questo mentre Aids, tubercolosi, malaria e non solo, continuano a imperversare, anche grazie a un’industria farmaceutica che impegna più risorse nel tentativo di difendere i propri brevetti che in ricerca e sviluppo. (…) E poi ci sono quei 18 miliardi di dollari che, in quindici anni, ventitrè Stati africani hanno scelto di bruciare per comprare armi. Benzina sul fuoco di conflitti etnici e religiosi come quello in Darfur. Dimostrazione del fatto che non basta quantificare il giro d’affari per valutare lo stato di salute dell’Africa. Perché se una parte del Pil dipende dalla produzione e dal commercio delle armi, usate poi per uccidere su quello stesso suolo, a che serve? A che serve dare prestiti su prestiti se poi non si controlla che tutto non finisca nelle mani di politici corrotti che tutto hanno a cuore eccetto il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini che hanno promesso di rappresentare? Non sorprende che le punte d’eccellenza, i paesi che più di altri contribuirebbero a questa presunta ricchezza africana, sarebbero proprio quelli in grado di attirare capitali esteri con le proprio risorse petrolifere: Mauritania (+19,8%), Angola (+17,6%), Ciad (9%), Mozambico (+7,9%). Bastano questi nomi per capire quanto sia effimero e falso sventolare alti tassi di crescita spacciandoli per progresso. (Agnese Licata, Altrenotizie, 05/12/2007)

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Summit UE-Africa: Darfur e Zimbabwe non in agenda (Francesca Colasanti, Ag. Radicale, 05/12/2007)

Il summit EU-Africa che si aprirà questo week-end a Lisbona, primo nel suo genere dopo 7 anni, occasione per i capi di Stato per affrontare questioni come gouvernance e sicurezza, migrazioni, cambiamenti climatici, pace e diritti umani, con ogni probabilità non tratterà le crisi in Darfur ed in Zimbabwe. (…) Proprio ieri sia Le Nazioni Unite, a mezzo dell'ultimo rapporto del Consiglio per i diritti umani, che l'organizzazione per i diritti dell'uomo Human Rights Watch (HRW), si erano pronunciate sull'emergenza nella regione che è precipitata la settimana scorsa a seguito dei violenti scontri tra ribelli e forze governative in Ciad. L'ONU punta il dito contro il governo sudanese, accusandolo di non provvedere alla protezione della popolazione civile, di non impedire le massicce violazioni dei diritti umani come le torture, gli sturi, le esecuzioni extragiudiziarie e gli arresti arbitrari e di non collaborare con la corte penale internazionale dell'Aia (più di 200.000 persone sono state uccise e 4.5 milioni sono state costrette a fuggire dall'inizio del conflitto nel 2003). Opinione, questa, condivisa da HRW che ha richiamato i leader dei due continenti a "passare lo stadio delle promesse" e agire concretamente per " proteggere i civili del Darfur e della Somalia, incarcerare l'ex dittatore del Ciad Hissène Habré e attuare delle misure anti-corruzione". La questione è delicatissima. Non solo la sua portata umanitaria suscita il disappunto di tutto il mondo intellettuale, ma la controversa presenza del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe crea anche molto imbarazzo in ambito politico internazionale. La polemica "Mugabe" è stata sollevata già (di nuovo) lunedì, allorché il governo americano ha inasprito le sanzioni contro Harare proibendo l'accesso alle sue università ai figli di alcuni dirigenti e allargando le restrizioni economiche ad altre persone che "hanno giocato un ruolo nella crociata del regime contro i diritti dell'uomo". Il sottosegretario di Stato degli Affari africani, Jendayi Frazer, ha dichiarato che gli Stati Uniti disapprovano la decisione di invitare Mugabe al vertice di imminente apertura, ma ha anche sottolineato che "tuttavia questo offre un'occasione per discutere della situazione dei Diritti dell'uomo in Zimbabwe. Spero che i capi di Stato europei ed africani ne faranno una questione centrale nelle loro discussioni". A sette anni dal primo summit UE-Africa le problematiche non cambiano e la polemica non smonta. Se nel 2000 la partecipazione del leader dello Zimbabwe aveva portato Tony Blair a disertare il vertice e nel 2003 la possibilità di una sua esclusione ne aveva addirittura causato la cancellazione, domani il terzo incontro euro-africano si aprirà con un grande assente: Gordon Browm. (…) Anche se nessuno dei due dossier figura ufficialmente all'ordine del giorno, un responsabile portoghese, che vuole mantenere l'anonimato, ha assicurato che saranno trattate nel corso del summit, specificamente nel quadro nell'ambito dei dibattiti sulla pace e la sicurezza. (Francesca Colasanti, Ag. Radicale, 05/12/2007)

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Collegare l’Africa al resto del mondo con cavi ottici entro il 2010 (LM, Fides, 05/12/2007)

Inizierà questo mese la costruzione dell’ East African Submarine Cable System (EASSy, vedi Fides 30/10/2007), un cavo a fibra ottica destinata a diventare l’asse portante delle telecomunicazioni dell’Africa meridionale ed orientale. La Banca di Sviluppo Africano ha infatti approvato l’esborso dei primi fondi per avviare i lavori. Il progetto, dal valore di 235 milioni di dollari, è sponsorizzato da 25 compagnie di telecomunicazione, la maggior parte delle quali africane. EASSy mira alla costruzione di un cavo sottomarino a fibra ottica lungo 10mila km che connetterà Sudafrica, Mozambico, Madagascar, Tanzania, Kenya, Somalia, Gibuti e Sudan. Attraverso un ulteriore segmento terrestre verranno collegati altri 13 Paesi: Botswana, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, Etiopia, Lesotho, Malawi, Rwanda, Swaziland, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Entro il 2010, EASSy fornirà a 250 milioni di africani l’accesso a una connessione a media velocità ad Internet, a basso costo. Un’altra importante iniziativa in questo campo è stata lanciata dal NEPAD (Nuova Partnership per lo Sviluppo dell’Africa, vedi Fides 28/10/2003). Si tratta di UHURUNET, un cavo sottomarino per collegare con una linea digitale ad alta velocità l’intera Africa a Europa, Brasile, India e Medio Oriente. Il nome deriva dalla parola Uhuru, che in swahili significa “libertà, indipendenza”. Il segmento terrestre, che collegherà i Paesi che non hanno accesso al mare, si chiama UMOJANET, da Umoja (“unità”). Anche questa infrastruttura, che verrà creata con la partecipazione di una società del Delaware, negli Stati Uniti, dovrà essere pronta nel 2010, in tempo per i Mondiali di calcio che si disputeranno in Sudafrica. (LM, Fides, 05/12/2007)

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Rice in Etiopia per colloqui su fine conflitti (Reuters, 05/12/2007)

Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice è arrivata oggi in Etiopia per colloqui con i leader africani che mirano a porre fine ai conflitti nella regione dei Grandi Laghi, in Somalia e in Sudan. Nella sua seconda visita in due anni nell'Africa sub-sahariana, Rice ha detto di voler portare avanti gli sforzi internazionali per risolvere quei conflitti, in una serie incontri nel corso della sua visita di 24 ore ad Addis Abeba. "Sono molto preoccupata per diverse aree di crisi in Africa", ha detto Rice ai giornalisti che viaggiavano con lei verso la capitale dell'Etiopia, sede dell'Unione africana. Rice ha intenzione di incontrare i leader di Uganda, Burundi, Rwanda e i ministri della Repubblica democratica del Congo, per discutere del conflitto nella regione dei Grandi Laghi, che si estende in tutti quei Paesi. Il presidente del Congo Joseph Kabila non potrà partecipare al vertice, ha detto un funzionario che viaggiava con Rice. Rice punta a sviluppare strategie comuni per quelle che Washington chiama "forze negative" tra cui le Forze democratiche di liberazione del Rwanda, composte da figure chiave nel genocidio del 1994 in Rwanda, ma anche l'Esercito di resistenza del Signore in Uganda e il generale Tutsi, Laurent Nkunda. (Reuters, 05/12/2007)

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Scrittori accusano di codardia leader africani ed europei (Reuters, 04/12/2007)

Un gruppo di importanti scrittori, tra cui i Premi Nobel Gunter Grass e Nadine Gordimer, ha accusato i leader europei e africani di codardia politica per non aver messo all'ordine del giorno nel summit del prossimo weekend la crisi del Darfur e dello Zimbabwe. I leader dell'Ue e dell'Unione Africana si incontreranno sabato e domenica a Lisbona per discutere di commercio, immigrazione e altre questioni. Ma il meeting, il primo del genere dal 2000, è stato accompagnato dalla polemica sull'invito del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, accusato di avere distrutto l'economia e e soppresso l'opposizione politica. Alcuni attivisti hanno inoltre criticato la partecipazione dei leader sudanesi, per il loro presunto sostegno alla milizia accusata delle atrocità in Darfur. "Non è stato programmato nessun momento di discussione formale o informale (sulle questioni di Darfur e Zimbabwe). Cosa possiamo dire di questa codardia politica?", hanno scritto in una lettera aperta indirizzata a leader africani ed europei 17 scrittori africani ed europei. Al tedesco Grass e alla sudafricana Gordimer si è aggiunto il Nobel nigeriano Wole Soyinka e l'ex presidente ceco e drammaturgo Vaclav Havel. "Milioni di africani ed europei si aspettavano che Zimbabwe e Darfur fossero in cima all'agenda. Non è ancora troppo tardi". La lettera è stata diffusa dall'Ong Crisis Action. (Reuters, 04/12/2007)

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Medici da esportazione… (La Stampa/Blog, 03/12/2007)

Il National Health Service britannico utilizza medici e personale infermieristico proveniente dai Paesi in via di Sviluppo. (…) Dal 2000 sono 4mila i medici e 53mila le infermiere che hanno lasciato l'Africa per il Regno Unito. E anche se un codice etico vieta dal 2004 di assumere dottori dai paesi dove scarseggiano, solo 140 delle 800 agenzie di collocamento, che forniscono staff al NHS, lo ha sottoscritto. Il risultato è stato che da gennaio 2006 a maggio 2007 hanno ottenuto il permesso di lavoro 5.500 infermiere e 600 medici africani. Paradossalmente l'Africa,dove la spesa medica annua pro capite è inferiore a 30 dollari in 42 nazioni su 55, è divenuta l'asse portante dei sistemi sanitari dei Paesi occidentali. Secondo l'OMS 20mila tra dottori, infermiere ed ostetriche abbandonano ogni anno l'Africa per esercitare in Europa o in Nord-America. Un'emorragia di professionalità che penalizza fortemente le popolazioni. Dal Niger emigra l'86% dei laureati in medicina, dal Camerun il 52%, dal Senegal il 40%. (…) In Ghana, dove muore un bambino su10, sono disponibili 9 medici ogni 100mila abitanti. L'80% dei neo dottori se ne va entro 5 anni, perdita valutata dal 1999 ad oggi in 50 milioni di euro. Al Sud-Africa l'esilio dei camici bianchi è costato un miliardo di dollari. Stipendi bassi e non garantiti, strutture fatiscenti,mancanza di farmaci, rendono spesso inevitabile per i giovani dottori africani la scelta dell'emigrazione. Ma responsabilità sono da imputare anche alle politiche di controllo della spesa sanitaria imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Risultato: la carenza di personale sanitario rischia di vanificare la lotta all'AIDS nell'Africa subsahariana. (…) A cura di Marianna Micheluzzi (La Stampa/Blog, 03/12/2007)

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Peacekeeping: tanti conflitti, ma pochi eserciti pronti e addestrati per risolverli (Riccardo Rossi, La Voce, 01/12/2007)

Il 2008 sarà l'anno del peacekeeping, le così dette missioni di pace, nel continente Africano. L'ONU ha infatti in programma ben 8 missioni, più una congiunta con l'Unione Africana. La stessa UA potrebbe mantenere le sue missioni di pace in Somalia e altre località minori. In questo modo lo sforzo da parte delle due organizzazioni sarebbe notevole. Ed è proprio per questa ragione che queste stanno soffrendo. La missione in Darfur è sicuramente la più rilevante e difficile, se non altro per le forze coinvolte. L'ONU è riuscita ad ottenere 26.000 uomini, divisi tra truppe e forze di polizia, da poter schierare a Gennaio. Non si sa se questi uomini siano sufficienti per lottare contro le truppe del governo del Sudan, che non aiuterà certo la forza ONU, e quelle dei ribelli. Il tutto in un'area alquanto vasta. Il capo della missione, un Generale Nigeriano, ha richiesto 40 elicotteri da trasporto e da combattimento, con rispettivi piloti, ma non ha ancora ottenuto nulla. La missione rischia due finali negativi. Uno sarebbe una imbarazzante resa dell'ONU per insufficienza di mezzi, l'altro sarebbe il mancato schieramento degli uomini in tempo per la data stabilita. Entrambi gli scenari giocherebbero a favore del governo Sudanese. - Un'altra missione critica è quella portata avanti dall'UA in Somalia. Esperti militari stimano che almeno 20.000 truppe siano necessarie per ristabilire l'ordine nella Somalia centrale. L'UA è riuscita ad ottenerne 8.000, ma fino ad oggi solo 1.600 truppe Ugandesi sono state effettivamente schierate. La Nigeria ha promesso un battaglione, ma son poche le possibilità effettive che questo venga schierato. Il Burundi ha promesso numeri ancora maggiori, ma si tratta di soldati inesperti e, comunque, non ancora schierati. Il paese nel frattempo rischia di tornare alla guerra civile, diviso tra le truppe Etiopi da un lato e gli estremisti Islamici dall'altro. Questi ultimi hanno lanciato un assalto contro le truppe a Mogadiscio. L'assalto è stato respinto, ma non si sa quanto un numero così esiguo di uomini possa resistere. - Come fatto notare in passato, l'Africa ha bisogno di più autonomia e autosufficienza nelle proprie missioni di pace. Per ottenere ciò, però, sono indispensabili eserciti più numerosi e meglio addestrati. In questo campo sono stati fatti alcuni passi avanti. - La Gran Bretagna ha una squadra di istruttori in Kenya, dove è stata creata la Eastern Brigade. Qui vengono addestrate le truppe di vari paesi, in particolare Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda, e si punta a diventare attivi dal 2012, con un costo di $500 milioni in 5 anni. La Brigata sarà addestrata per essere in grado di inviare 6.000 uomini in una zona calda entro 90 giorni. Gli Americani hanno creato un nuovo centro di comando militare per l'Africa, AFRICOM. Le stesse truppe americane collaborano strettamente con quelle dell'Uganda e dell'Etiopia. I Francesi hanno iniziato a collaborare più strettamente con gli Americani, soprattutto in Gibuti dove entrambi i paesi possiedono delle basi. La Francia possiede molte truppe, tra cui forze speciali e aerei, in Africa, a protezione degli interessi nazionali. Queste spesso collaborano con le forze ONU ed iniziano ad addestrare le truppe Africane. Una settimana fa l'ONU ha ringraziato la Francia per aver scortato due navi cariche di cibo e medicinali dirette in Somalia, le cui acque sono infestate dai pirati. I passi avanti, insomma, si stanno facendo. Le autorità del Kenya si sono incontrate con quelle cinesi per trattare l'acquisto di armamenti. Ad oggi, però, ancora non si intravede alcun elicottero e questi mezzi sono indispensabili, più di tanti altri armamenti. (Riccardo Rossi, La Voce, 01/12/2007)

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Giornata mondiale contro l’aids: messaggio dei vescovi africani(MZ, Misna, 01/12/2007)

“Tutti, a qualsiasi livello della società, devono prendere l’iniziativa e onorare gli impegni presi per affrontare questa pandemia globale”: inizia così il messaggio diffuso oggi dal Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Magadascar (Secam) in occasione della giornata mondiale contro la Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids). Dopo aver evidenziato il calo di infezioni registrato a livello globale, i vescovi del Secam invitano soprattutto i giovani africani, “principali vittime della malattia”, ad essere parte attiva nelle campagne anti-Sida e i governi a incoraggiarli e sostenerli nei loro sforzi. I vescovi, riprendendo il concetto evidenziato dal Papa nel messaggio per la giornata di oggi, chiedono di “proteggere i diritti dei malati di Aids, promuovere la solidarietà ed rifiutare tutte le forme di stigma e di discriminazione”.(MZ, Misna,  01/12/2007)

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L’embargo Onu da solo non ferma le forniture di armi (GianandreaGaiani, Panorama, 30/11/2007)

L’embargo internazionale sulle importazioni di armi e di altri materiali strategici imposto dalle Nazioni Unite a stati sconvolti da guerre civili o colpevoli di violazioni del diritto internazionale funziona davvero? Un originale rapporto realizzato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (il Sipri, già noto per l’annuale rapporto sulle spese militari e il commercio di armi) e dall’Università di Uppsala ha cercato di rispondere a una domanda che investe anche l’efficacia reale delle iniziative assunte dal Palazzo di Vetro. Nel report intitolato “Gli embarghi delle Nazioni Unite” sono stati presi in esame ventisette casi decisi dall’Onu a partire dal 1990 ai quali sono abbinati undici studi resi noti successivamente alla pubblicazione del rapporto sul sito del Sipri: Eritrea-Etiopia, Haiti, Liberia, Libia, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Somalia, Afghanistan talebano ed ex-Jugoslavia. Nei fatti nessun embargo è stato esente da violazioni più o meno gravi. Basti pensare agli ingenti quantitativi di armi giunti agli eserciti etnici in ex Jugoslavia da tutta l’Europa, o alle armi arrivate alle milizie somale dallo Yemen e dall’Etiopia, o alle forniture russe, ucraine e cinesi che hanno alimentato gli eserciti etiopico e eritreo. Fino ai casi più eclatanti degli armamenti e tecnologie sofisticati forniti sotto banco a Saddam Hussein. Il rapporto mette in luce che l’embargo ha rappresentato uno dei metodi applicati per attuare il compito primario dell’Onu: prevenire o far cessare i conflitti. Nell’analizzare il loro impatto politico ed economico, il rapporto evidenzia come la corruzione abbia costituito uno dei principali limiti alle misure adottate per fermare i traffici di armi e sottolinea come il blocco venisse maggiormente rispettato dove erano presenti forze d’interposizione delle Nazioni Unite. armi(GianandreaGaiani, Panorama, 30/11/2007)

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Parte la guerra dei cellulari, Vodafone punta 7 miliardi in Sudafrica (M.Sodano, La stampa, 30/11/2007)

In Gran Bretagna ci sono voluti quindici anni perché il numero di cellulari superasse quello dei telefoni fissi, in Tanzania ne sono bastati cinque. Nel 2000 in Africa c’erano 16 milioni di portatili, oggi siamo a 150 ed entro il 2011 si arriverà a 378 milioni. La prima telefonata col cellulare del continente fu fatta nel 1987 dal Congo: oggi nel paese il rapporto tra linee mobili e fisse è di 400 a uno, e le prime sono più delle seconde in 43 stati. Il mercato del cellulare africano fa gola. E le cifre aiutano a capire da un lato perché Vodafone sia pronta a puntare cinque miliardi di sterline (circa sette miliardi di euro) per conquistare metà di Telkom - la compagnia sudafricana di cui già possiede il 50% - e dall’altro perché l’offerta sia stata respinta, almeno per ora. Aurun Sarin, numero uno di Vodafone, aveva annunciato tempo fa l’intenzione di diventare «padrone assoluto» di Telkom. Che ha in mano il 60% del mercato sudafricano (il più ricco con quello tunisino) e può contare su una forte presenza nei paesi che crescono di più: Lesotho, Mozambico, Tanzania (dove il 99% della popolazione usa il telefono mobile) e Congo. Nel novembre 2005 Sarin aveva portato la sua quota Vodacom dal 35 al 50% pagando 1,35 miliardi di sterline in contanti: ora in Telkom si son fatti furbi e pretendono di più. I sudafricani hanno comunicato che «la trattativa è chiusa», ma gli inglesi insistono che «sono pronti a continuare a discutere in qualunque momento». I dati di Vodacom confermano un trend ottimo: nei primi sei mesi del 2007 gli abbonati sono aumentati del 22,6%. Nel frattempo sulla strada di Vodafone s’è messa Mtn, il secondo gruppo telefonico del Sudafrica: contava di comperare le linee fisse di Vodacom, lasciando agli inglesi il controllo della società di telefonia mobile. Vodacom non s’è accordata con Mtn, la vendita è sospesa finché non sarà piazzata la compagnia, per così dire, tradizionale. Ma Vodafone ha fretta: in Africa la concorrenza è ancora limitata, nel 60% dei paesi ci sono solo uno o due operatori. Chi arriva primo resterà primo facilmente, e all’orizzonte ci sono i soliti cinesi. Che per ora sono attivi nella costruzione delle reti (in Libia,Tunisia, Benin e Somalia) ma domani chissà. Certo lo sviluppo accelererà: la rete mobile resta l’infrastruttura più veloce da mettere in piedi in un continente che soffre cronicamente della mancanza di infrastrutture. Così importa poco se si tratta - per ora - di un mercato povero, pronto a prendere strade imprevedibili. L’ultima è quella dello squillino, che in Etiopia si chiama «miskin» e nei paesi di lingua francesce «bipage»: su 355 milioni di chiamate giornaliere fatte in Africa, 130 milioni sono semplici squilli fatti a chi è più ricco per farsi richiamare. C’è anche il galateo dello squillino: non si fa mai a qualcuno più povero, non si fa a una donna, non si fa per chiedere un piacere. Il fenomeno è così diffuso che in Congo anche lo squillino costa (meno di un centesimo di euro), mentre in Kenya sono gratuiti al massimo cinque «bipage» al giorno. Altro filone, le cabine mobili: persone che comperano una scheda - in Africa si può ottenerne una funzionante per pochi dollari - e poi vanno in giro a vendere telefonate. Gsm Association ha annunciato investimenti per 50 miliardi di dollari per estendere la diffusione dei cellulari al 90% degli abitanti dell’Africa sub-sahariana. E mr Sarin ha fatto il suo squillino.(M.Sodano, La stampa, 30/11/2007)

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Anche l’Africa si preoccupa per l’energia (Greenreport, 29/11/07)

Guardando le immagini notturne del mondo prese dai satelliti, l’Africa è veramente il continente nero sperso in un pianeta punteggiato di luci che combattono la notte. Ma anche l’Africa comincia ad aver fame di energia, a voler rischiarare notti e a far funzionare imprese. Nel quadro del processo di messa in opera del Libro bianco sull’accesso ai servizi energetici per le zone rurali e periurbane, le commissioni energia della Communauté Economique des Etats de l´Afrique de l´Ouest (Cedeo), e dell’Union Economique et Monétaire Ouest African (Uemoa), in collaborazione col governo del Togo e l’appoggio dell’Unep, hanno organizzato a Lomè la quarta riunione del Comitato regionale multisettoriale per l’accesso ai servizi energetici. Il summit in Togo, al quale partecipano Benin, Burkina Faso, Costa d´Avorio, Gambia, Ghana, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, e Togo, vuole analizzare l´avanzamento delle politiche energetiche dell’Africa Occidentale e come l’apporto dell’Unep le abbia favorite. Oltre all’Unep partecipano ai lavori “Initiative Energie” dell´Unione Europea e Partnership Dialog Facility (Euei-Coopener). I lavori dell’incontro di Lomé riguardano: il contesto generale del Libro bianco sull’energia; l’elaborazione dei programmi di accesso ai servizi energetici; il rafforzamento delle capacità di messa in opera del Libro bianco; lo studio relativo alla creazione di un’agenzia regionale di accesso ai servizi energetici; la promozione e la diffusione di esperienze. Intanto molto più a sud, nella capitale dello Zambia, Lusaka, è in corso un altro summit regionale, quello dei 19 Paesi del Common Market for Eastern and Southern Africa (Comesa) dove le preoccupazioni più forti riguardano l’impatto della globalizzazione sul continente e l’aumento del prezzo del petrolio che secondo il vicepresidente zambiano Rupiah Banda «minacciano l’economia dei Paesi del Comesa. I Prezzi del petrolio, che si avvicinano ai 100 dollari al barile, costituiscono una fonte di inquietudine per i Paesi importatori di petrolio». Aprendo i lavori del summit Banda ha ricordato che «i prezzi del greggio erano in media di 20 dollari il barile solamente 7 anni fa.. La zona del Comesa ha realizzato un tasso di crescita annuale del 5% durante gli ultimi 3 anni, ma questo sarà rovesciato se i prezzi del petrolio continueranno a salire». Per questo ha esortato i Paesi della regine a sviluppare le risorse energetiche alternative come i biocarburanti, ed ha annunciato che la Zambia farà presto una legge per favorire gli investimenti privati nella produzione di biocarburanti. (Greenreport,29/11/07)

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Il continente risente dei gas serra prodotti da altri continenti (LM, Fides, 28/11/2007)

Le emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati minacciano l’Africa, il continente che contribuisce di meno al riscaldamento globale. Lo afferma il rapporto “Combattere il cambiamento climatico: solidarietà umana in un mondo diviso” del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, presentato il 27 novembre a Brasilia, capitale del Brasile. Se entro 10 anni non si agisce per bloccare l’aumento della temperatura globale di 2 gradi Celsius, si potrebbero avere conseguenze gravissime per l’Africa sub-sahariana. Nei prossimi decenni il settore agricolo verrebbe sconvolto e 600 milioni di persone sarebbero a rischio alimentare; vi inoltre sarebbe un incremento delle malattie trasmesse da mosche e zanzare, come malaria e la febbre della Rift Valley. - “I poveri, coloro che producono minori emissioni di carbonio e sono privi di mezzi per proteggersi, sono le prime vittime dello stile di vita ad alto consumo energetico dei Paesi sviluppati” afferma uno degli autori del rapporto. Nei Paesi industrializzati le conseguenze del riscaldamento globale si fanno già sentire: le persone regolano i termostati, devono far fronte con l’aria condizionata ad estati più lunghe e più calde, e osservano i mutamenti delle stagioni. Ma nei Paesi più poveri, come quelli dell’Africa sub-sahariana, le conseguenze sono molto più drammatiche: inondazioni seguite da periodi di siccità con perdita di raccolti e la gente soffre la fame. A lungo termine i cambiamenti climatici rischiano di compromettere seriamente lo sviluppo di intere aree del pianeta, afferma il rapporto. (…) (LM, Fides, 28/11/2007)

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Aids: scuole d'agricoltura per ragazzi vulnerabili (Agi, 28/11/2007)

Le scuole d'agricoltura per i bambini orfani o colpiti da Hiv/Aids hanno un ruolo sempre piu' importante in Africa sub-sahariana. In queste scuole, dice la Fao, si insegna a coltivare la terra ma si forniscono anche altre conoscenze per garantire loro mezzi di sussistenza duraturi e la sicurezza alimentare nel lungo periodo. La Fao e il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) hanno pubblicato in questi giorni un nuovo manuale che da informazioni pratiche su come avviare una scuola rurale sul campo per giovani agricoltori (Jffls). L'Hiv/Aids ha un impatto considerevole sulle comunita' rurali in Africa, in particolare sui bambini. (…) Queste scuole sono un tentativo di dare a questi orfani gli strumenti e la fiducia necessari per riuscire a sopravvivere in un ambiente spesso molto difficile". In Africa sub-sahariana il numero degli orfani e dei bambini vulnerabili e' in aumento, conseguenza della diffusione dell'Aids, dei conflitti e dell'esodo forzato a cui spesso le popolazioni sono costrette. Allo stato attuale, l'Africa sub-sahariana conta piu' di 40 milioni di orfani, dei quali, stando alle stime, 11.4 milioni orfani a causa dell'Aids. A partire dal 2004, la Fao ha avviato, in partnership con i governi nazionali, le ong, le istituzioni locali ed il Pam, molte esperienze positive di scuole rurali destinate a migliaia di giovani in undici paesi africani: Camerun, Kenya, Malawi, Mozambico, Namibia, Sudan, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Queste scuole cercano di migliorare le condizioni di vita di bambini e adolescenti tra i 12 e i 18 anni che vivono in comunita' caratterizzate da uno stato di insicurezza alimentare dove l'AIDS e l'HIV hanno un forte impatto, in particolare nelle aree rurali. (…)(Agi, 28/11/2007)

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Spot nell'intervallo della partita: "Africani, la Svizzera è un inferno" (Concetto Vecchio, La Repubblica, 27/11/2007)

“Africani, state alla larga dalla Svizzera!” Firmato: il governo svizzero. - L'ammonizione, sotto forma di uno spot tv, s'è materializzata nelle case di molti paesi africani martedì 20 novembre durante l'intervallo della partita amichevole Svizzera-Nigeria. Un immigrato di colore telefona al padre da una cabina telefonica e gli racconta di com'è bella e civile la Confederazione elvetica: in realtà vive sulla strada, s'arrangia con l'elemosina, ed è perseguitato dalla polizia. Una campagna anti-stranieri, per scoraggiare l'arrivo di altri cittadini africani, con un messaggio che non potrebbe essere più esplicito: non venite da noi, non c'è lavoro per tutti, finireste nel girone degli ultimi. A confezionare l'annuncio è stato il dipartimento dell'emigrazione, il cui responsabile, Eduard Gnesa, ha dichiarato al Sonntags Blick, il quotidiano popolare di Zurigo che ha svelato il caso: "Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle". Il leader populista, e fresco trionfatore delle ultime elezioni politiche, il ministro della giustizia Christoph Blocher, ha benedetto l'iniziativa: "Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso!". Gli svizzeri sembrano apprezzare. L'83 per cento dei lettori del Sonntags Blick si dice d'accordo con Blocher. Sui blog le voci critiche sono perlopiù isolate. "Dov'è finita la nostra identità? Se passeggio nella mia città, Biel, ho la sensazione di trovarmi in Africa. E' tempo di fermarli", scrive Bootvoll, la barca è colma, un nome che riecheggia il titolo del film del regista Markus Imhof sul mancato accoglimento di sei rifugiati politici nella neutrale Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale. (…)" (Concetto Vecchio, La Repubblica, 27/11/2007)

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Médecins du Monde: a Malta condizioni "spaventose" di detenzione (Meltingpot, 27/11/2007)

(tratto da Fortress Europe del 25 novembre 2007) - Condizioni di detenzione “spaventose” che “si ripercuotono sulla salute fisica, psicologica e psichiatrica, con frequenti problemi di salute mentale”. L’ong francese Médecins du Monde accusa i campi di detenzione dei migranti di Malta. E lo fa in un rapporto pubblicato recentemente, dopo una missione nei centri tra aprile e settembre 2007. Infezioni respiratorie e malattie dermatologiche, ma anche depressioni e stress legati all’incarcerazione sistematica fino a 18 mesi prevista dalla legge maltese per tutti i migranti e rifugiati sbarcati sull’isola. I centri sono “sovraffollati e insalubri”, e vi “sono detenute donne incinte e bambini” in “ambienti promiscui. L’accesso alle cure è “limitato e spesso tardivo”. Dal suo ingresso nell’Unione europea, il primo maggio 2004, Malta aderisce alla Convenzione di Dublino, secondo cui un richiedente asilo politico è tenuto a fare domanda di protezione nel primo Paese europeo di approdo. Così tutti i migranti che toccano terra sull’isola sono obbligati a fare domanda d’asilo non avendo il diritto di entrare in nessun altro Paese europeo. Tra il 2002 e il 31 maggio 2007, la Commissione rifugiati ha esaminato un totale di 4.817 richieste d’asilo. Lo status di rifugiato è stato riconosciuto solo a 192 persone, il 4%. Ma il tasso di riconoscimento, già basso, è dimezzato negli ultimi anni: 2,8% nel 2005 e 2,2% nel 2006. I permessi di soggiorno per motivi umanitari rilasciati in questi anni sono 2.195, ovvero il 45% del totale. Al 5 agosto del 2007 gli arrivi a Malta erano 1.072 contro i 1.780 di tutto il 2006, i 1.822 del 2005 e i 1.388 del 2004. Le prime nazionalità sono Somalia (351), Eritrea (162) e Etiopia (106). Il che significa che 6 migranti su 10 a Malta arrivano dal Corno d’Africa. Seguono altri Paesi sub-sahariani. - Scarica il rapporto completo di Médecins du Monde http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/Rapport_Malte.pdf (in inglese) - (Meltingpot, 27/11/2007)

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Uniti contro il narcotraffico: coordinamento antidroga tra polizie (LM, Fides, 26/11/2007)

Africa ed Europa unite per lottare insieme contro il narcotraffico. È quanto emerge dal Seminario dei capi dei servizi antidroga dei Paesi dell'Africa settentrionale ed occidentale e di quelli europei del G6 (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia), che si è concluso il 23 novembre a Roma. Secondo i partecipanti al Seminario è necessario creare delle forti alleanze con i Paesi africani per sconfiggere le organizzazioni criminali internazionali che stanno inondando il mercato europeo soprattutto di cocaina, e che nell'area africana si accingono a creare basi operative e logistiche con i trafficanti di eroina proveniente dall'Afghanistan e con quelli di cannabis locali. È stato affermato inoltre che il flusso di cocaina che raggiunge l’Europa dall’America Latina (in misura crescente passando per l’Africa occidentale), è destinato ad aumentare a causa della debolezza del dollaro: i narcotrafficanti preferiscono incamerare euro al posto della valuta statunitense. Per questi motivi le forze di polizia europee si attendono un afflusso ancora maggiore di cocaina e di eroina, proveniente dell’Afghanistan, dove il raccolto di papavero da oppio di quest’anno è stato superiore del 34% rispetto a quello precedente. L’oppio è la materia prima dalla quale si ricava l’eroina. Una parte della droga “afgana”, giunge in Europa attraverso l’Africa, dove si è creato un mercato locale di questa sostanza. Per contrastare il fenomeno è stato deciso di migliorare lo scambio di informazioni tra gli ufficiali di collegamento antidroga europei dislocati in Africa e costituire un Centro di coordinamento antidroga per l'interdizione anche via mare nel Mediterraneo, in modo da attivare immediatamente interventi attraverso le flotte marine o delle forze di polizia specializzate. (LM, Fides, 26/11/2007)

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La crescita economica dei Paesi subsahariani, il Report della World Bank(University.it, 26/11/2007)

Dopo tre decadi in cui si sono alternate brevi fasi di crescita, seguite da collasso economico o stagnazione, molti dei paesi dell’Africa Subsahariana stanno sperimentando, per la prima volta in trent’anni, livelli di crescita economica paragonabili a quelli dei paesi più sviluppati. Questa trasformazione, attestata da un recente report pubblicato dalla World Bank, lascia intravedere nuove prospettive per lo sviluppo del continente africano. Lo scorso mercoledì la World Bank (WB) ha pubblicato un report dal titolo “Africa Development Indicators 2007”. Il documento si basa sull’analisi di più di un migliaio di indici che quantificano lo sviluppo non solo del settore economico, ma anche di quello umano e del settore privato, oltre alla governance dei paesi considerati. Il dato che ha portato in primo piano il report però è di natura economica. Lo studio della WB infatti ha rilevato come, dopo tre decadi di sviluppo “a singhiozzo”, la maggior parte delle economie africane stiano ora avviandosi verso una fase di crescita rapida e costante, in grado di abbassare il livello di povertà della regione ed attrarre gli investimenti stranieri.L’Africa dunque avrebbe imparato a commerciare in modo maggiormente efficace con il resto del mondo, a dare maggior peso al settore privato ed a prendere provvedimenti atti ad evitare i collassi che, negli anni ’70/’80 e al principio degli anni ’90 avevano fatto seguito alle fasi di crescita.John Page, Chief Economist for the Africa Region della World Bank, ha dichiarato che, in un certo senso, è come se l’Africa, a partire dal 1995, avesse fatto tesoro delle difficili lezioni imparate a proprie spese negli anni precedenti, soprattutto nel campo economico, mettendole in pratica negli ultimi dieci anni. Grazie dunque a questo lavoro, concretizzatosi in una migliore gestione macro-economica, in una serie di politiche strutturali e nei progressivi sforzi di integrazione nell’economia mondiale, oggi le economie subasahariane crescono per la prima volta ad un tasso che, complessivamente, pari a quello delle economie più sviluppate. I paesi africani hanno inoltre migliorato la loro governance e intensificato gli sforzi nella lotta alla corruzione, una vera piaga in molti paesi della regione. La situazione in generale quindi si sta avviando verso una stabilizzazione, complice anche il calo del numero di conflitti armati in corso su suolo africano, nonostante l’instabilità sia ancora percepita come forte soprattutto in alcuni paesi (I conflitti sono considetati una tra le principali fonti del mancato sviluppo economico in diversi paesi africani – Cfr. Africa: il costo di quindici anni di conflitti)(I costi della guerra) . Fra gli ulteriori ostacoli che permangono sulla strada di un maggiore ed auspicato sviluppo vi sono la mancanza di infrastrutture e lo scarso livello della formazione del personale in loco, che influiscono sulla produttività, mantenendola a livelli più bassi di quanto potrebbe essere. Lo sviluppo della scolarizzazione e dei servizi sanitari, oltre ad essere necessaria in sé, avrebbe effetti estremamente positivi sulla produttività.Altra barriera da superare sarà quella dei costi indiretti di esportazione. Tali costi per quanto concerne i paesi africani sono esorbitanti (dal 18 al 35% del costo totale, a seconda del paese) se comparati con quelli di altri paesi: in Cina ad esempio incidono per l’8%. Nonostante questo ostacolo le esportazioni africane tra il 2003 e il 2006 si sono espanse di 11 punti percentuali. Tutto ciò dunque ha reso possibile realizzare una crescita economica della regione che nel 2005 e nel 2006 è stata pari al 5,4%, una percentuale superiore a quella di molto paesi sviluppati e simile a quella di altre nazioni in via di sviluppo, eccezione fatta per i due colossi asiatici, India e Cina.Naturalmente i paesi esportatori di petrolio sono quelli che hanno un ruolo trainante. Inoltre le proiezioni per il 2007 e il 2008 parlano di una crescita costante, rispettivamente del 5,3 e 5,4%. Evitare che le economie declinino nuovamente è però altrettanto importante che promuoverne la crescita. Questo diventa ancora più rilevante riguardo alle fasce povere della popolazione, che ricevono meno benefici dalle fasi di crescita rispetto agli svantaggi che patiscono in quelle di recessione.L’abilità di supportare, sostenere e soprattutto diversificare le fonti di tale crescita saranno dunque critiche, non solo per permettere all’Africa di raggiungere i Millennium Develpoment Goals (MDGs), ma anche per ricoprire in misura sempre maggiore una destinazione per gli investimenti di capitali provenienti dal resto del mondo. (University.it, 26/11/2007)

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Accordo economico tra quattro paesi Africa australe e Unione Europea (Misna, 26/11/07)

Botswana, Lesotho, Mozambico e Swaziland hanno siglato nel fine-settimana un accordo ‘temporaneo’ di partenariato economico con l’Unione Europea mirato a liberalizzare gli scambi commerciali. Definita dal commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, “un passo storico nelle relazioni tra la UE e l’Africa australe” l’intesa è frutto dei negoziati condotti tra la Commissione Europea e la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc). Il Sudafrica, prima potenza economica della regione, e la Namibia, si sono riservate di “decidere entro i prossimi giorni se aderire o meno all’accordo”, si legge in una nota; la Sadc e la UE, aggiunge il comunicato, “hanno convenuto di proseguire le trattative in vista dell’arrivo, entro il 2008, a un accordo di partenariato economico pienamente effettivo”. Critica, tuttavia la posizione dell’organizzazione non governativa inglese ‘Oxfam’, secondo la quale la UE avrebbe esercitato “pressioni” sui Paesi dell’Africa australe che più dipendono dai suoi aiuti. Bruxelles, secondo ‘Oxfam’, cerca intese “squilibrate” nei confronti dei Paesi africani che implicano “conseguenze potenzialmente devastanti sul loro modo di vita e le loro economie”. Riducendo il significato dell’intesa siglata, di cui si conoscerà in dettaglio il contenuto solo il 6 dicembre, l'Oxfam ritiene che la UE moltiplicherà questo genere di iniziative da qui alla data-limite del 31 dicembre per spingere i paesi Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) a sottoscrivere gli accordi di partenariato economico conosciuti come ‘Ape’ o ‘Epa’: “La pressione sale e la minaccia della Commissione di aumentare dal 1° gennaio i diritti di dogana (sui prodotti africani che entrano nella UE, ndr) ha messo i Paesi in via di sviluppo in una condizione molto difficile”. [FB] (Misna,26/11/07)

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La responsabilita' dei rifiuti elettronici (AlessandroIacuelli, Altrenotizie, 24/11/2007)

Il 20 novembre è entrato in vigore il sistema di gestione dei rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (il cosiddetto RAEE), come previsto dal decreto legislativo 151/05. (…) Il provvedimento riguarda una serie di prodotti: grandi e piccoli elettrodomestici, computer, stampanti, apparecchi per la telefonia, radio, tv, apparecchi hi-fi, giochi elettronici e così via. Il nodo cruciale della questione, e del futuro di questo tipo di rifiuti, è che questa attività di raccolta e recupero toccherà ai produttori, che si appoggeranno a specifici consorzi per la realizzazione concreta del processo di smaltimento e recupero dei rifiuti. E qui il primo problema: parte del finanziamento di tutto il sistema RAEE finirà per cadere sulle spalle dei consumatori, poiché alcuni consorzi hanno già previsto l'istituzione di appositi eco-contributi da versare al momento dell'acquisto in aggiunta al normale prezzo di listino. Pertanto, ancora una volta non sarà il mondo della produzione a farsi carico dei propri costi ambientali, scaricandoli sulla collettività. (…) Il secondo e ancor più grave problema, è che chiarezza e trasparenza diventano fondamentali per evitare che produttori o distributori in malafede approfittino dell'esistenza degli eco-contributi per caricare i prezzi di elettrodomestici, apparecchi elettronici e altri prodotti simili senza garantirne il regolare smaltimento. Molto spesso, infatti, siamo portati a credere che il riciclo e la raccolta separata dei rifiuti elettronici diminuisca il carico ambientale. Peccato che raramente sia così. A sollevare questo tipo di allarme è stata una recente inchiesta della CNN, secondo cui la raccolta differenziata dei rifiuti elettronici constribuisce a mettere in pericolo lavoratori e ambiente in Cina, India e Nigeria, tra i primi paesi dove va a finire tutta la "spazzatura elettronica" del mondo occidentale. Secondo una recente stima, tra il 50 e l'80 per cento delle circa 400.000 tonnellate di materiale elettronico destinato al riciclo va in realtà a finire in queste zone povere del mondo, dove centinaia di lavoratori senza precauzioni (e molto spesso si tratta di bambini). (…)In pratica, si tratta di un riciclo molto pericoloso, si preserva l'ambiente del cosiddetto "primo mondo" per contaminare il "terzo mondo". (…) Così, in una terra che potrebbe essere ricca grazie alle sue miniere di diamanti, come la Nigeria, si assiste invece allo spettacolo di roghi improvvisati, con fumi densi e tossici. Sono i roghi di quel che resta della nostra alta tecnologia, a valle del recupero di metalli fatta dagli abitanti locali. Chi opera in quelle zone racconta di un rapido aumento di casi di problemi respiratori, allergie, danni al sistema immunitario. La salute di chi fa questo lavoro è minata dai residui di bario, mercurio, ritardanti di fiamma, cadmio e piombo che si disperdono nell'aria, nel suolo e nelle falde acquifere. Una delle scappatoie sfruttate più spesso, per riuscire a spedire verso l'Africa i rifiuti, e in questo c'è la traccia forte delle ecomafie dell'Italia meridionale, è il mascherare da donazioni e da aiuti umanitari i container di rifiuti. (…)(Alessandro Iacuelli, Altrenotizie,  24/11/2007)

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L'interconnessione delle reti ferroviarie africane (LM, Fides, 24/11/2007)

I responsabili delle ferrovie africane a Convegno a Midrand, nei pressi di Johannesburg, in Sudafrica, per mettere a punto una strategia per creare una rete ferroviaria continentale. I tracciati delle ferrovie africane risalgono infatti ai tempi coloniali. Lo scopo principale delle strade ferrate costruite dai colonizzatori era quello di trasportare le ricchezze minerarie dell'interno verso i porti della costa. Non esistono quindi incroci tra le diverse linee africane; di conseguenza il continente è pieno di ferrovie isolate non connesse tra loro. La conferenza di Midrand ha per tema “l'interconnessione e la complementarietà della reti ferroviarie africane”. Uno dei più importanti progetti di interconnessione ferroviaria africani è Africarail (www.africarail.com) che prevede la costruzione di un nuovo tracciato a due binari per interconnettere le esistenti linee ferroviarie di Benin, Burkina Faso, Niger e Togo per un totale di 1.300 chilometri. Si prevede in seguito di collegare Africarail con le ferrovie libiche portando la lunghezza totale delle nuove strade ferrate da costruire a 2mila chilometri. Il progetto ha un valore di 2 miliardi di dollari. Le istituzioni coinvolte sono la Commissione Economica per l'Africa delle Nazioni Unite, l'Unione Africana, l'Unione delle Ferrovie Africane, la Comunità Economica dei Paesi dell'Africa Occidentale, la Banca Africana di Sviluppo. Tra gli altri progetti vi è uno che prevede la connessione delle ferrovie di Namibia, Botswana e Sudafrica, e un altro per collegare la Repubblica Democratica del Congo all'Angola, la cui rete ferroviaria è in fase di ricostruzione dopo le distruzioni provocate dalla guerra civile (1975-2002). Gli ostacoli da superare per unire il continente attraverso la strada ferrata sono ancora tanti. La maggior parte delle reti ferroviarie ereditate dai colonizzatori usano sistemi a scartamento ridotto, non in linea con gli attuali standard internazionali. Occorre poi armonizzare tecnologie, procedure, regolamenti ecc. Un lavoro lungo e difficile. Inoltre diversi Stati africani hanno privatizzato le ferrovie: i nuovi operatori sono più interessati a sviluppare il trasporto merci e le tratte più redditizie che non ad offrire un servizio per tutti gli utenti, anche quelli delle zone più povere e isolate.(LM, Fides, 24/11/2007)

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Donne e uomini nelle economie subsahariane (Elena Masi, Equilibri, 23/11/2007)

Nell'Africa sub sahariana, le donne rappresentano il 42% della forza lavoro su un totale di 299 milioni di persone (World Bank). La loro attività economica è concentrata quasi esclusivamente sull'agricoltura e gran parte è destinata al consumo familiare, quindi non è catturata dalle statistiche ufficiali. - Le donne africane lavorano in media più a lungo degli uomini nell'arco della giornata (lo scarto è di almeno un'ora; in Kenya un uomo lavora in media 4.3 ore in agricoltura, una donna 6.2 – Fonte: Gender, Technology and Development – SAGE) e sono tra le più attive del mondo – (la percentuale di donne economicamente attive tra i 15 e i 65 anni è del 67%, paragonabile solo all'Europa Orientale e all'Asia Centrale). Le donne contribuiscono al PIL africano per 1/3 del totale (il lavoro domestico e informale – stimato intorno al 66% - non è compreso nelle statistiche ufficiali). La differenza biologica uomo-donna influisce solo in parte sull'efficienza del lavoro: alcuni studi condotti hanno ipotizzato che una donna provvista degli stessi strumenti (capitale umano e tecnologico) di un uomo aumenterebbe la propria produzione del 22% (contro quella di un uomo che ad oggi è superiore del 10%). In quasi tutti i paesi subsahariani si verifica un'enorme sproporzione tra contributo delle donne all'economia e guadagno: in Botswana il primo arriva al 70%, il secondo non supera il 15% (Fonte: Gender, Technology and Development – SAGE). - Le differenze culturali e sociali uomo – donna hanno creato e creano delle distorsioni che rallentano la crescita delle economie africane. Alcune si verificano nel campo dei diritti di proprietà, e in particolare nella possibilità di ereditare (spesso negata), nella mancanza di controllo della proprietà delle donne sposate, nello spossessamento della donna dopo la morte di marito o genitori; una percentuale bassissima delle donne africane è intestataria di beni (Fonti: UN-INSTRAW). In Kenya, ad esempio, le statistiche mostrano che le donne costituiscono l'80% della forza lavoro, contribuiscono al reddito familiare per il 60% ma posseggono solo il 5% della terra; inoltre, i diritti di successione si estinguono se la vedova si risposa. In Namibia, durante dispute avvenute in seguito alla morte del marito, il 44% delle donne ha perso l'intero bestiame, il 28% ha perso piccoli capi di allevamento, e il 41% ha perso gli strumenti di lavoro agricolo. Per quanto riguarda in genere la vendita dei prodotti, è l'uomo a decidere nel 32% dei casi, e la donna nel 12%. (…)(Elena Masi, Equilibri, 23/11/2007)

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Manca l'acqua, sale il mare e avanza il deserto (Greeneport, 22/11/2007)

E' in corso a Niamey, la capitale del Niger, un incontro dei Paesi del Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger, Senegal e Ciad) sulla lotta alla desertificazione che è stato convocato per valutare le tendenze dell'evoluzione della degradazione dei suoli, la biodiversità e l'impatto dei cambiamenti climatici sulla diversità biologica e la perdita di terre fertili. Billa Maina, del ministero dell'ambiente e la lotta contro la desertificazione del Niger, aprendo l'incontro ha sottolineato la necessità per i Paesi del Sahel di disporre di indicatori per il degrado delle terre e per prendere decisioni in merito ai fattori climatici e demografici. (…) I Paesi della fascia del Sahel sono tra i più poveri del mondo e il rappresentante dell'Observatoire du Sahel et du Sahara (Oss) Boubacar Issifou, ha sottolineato che la scelta di Niamey per tenere questa conferenza «è ben fondata, perché il Niger ha messo in atto degli sforzi per quel che riguarda lo sviluppo dell'Oss. La sub-regione saheliana è la più toccata dal fenomeno della siccità e del degrado dei suoli, la più vulnerabile al mondo agli effetti nefasti del cambiamento climatico. Siamo obbligati a prendere coscienza delle implicazioni di questi cambiamenti ed a incoraggiare i ricercatori a cogliere tutte le opportunità per sviluppare misure scientifiche necessarie». - Più a nord, dalle sponde arabe del mediterraneo, viene un altro allarme: «tra i 75 e I 200 milioni di africani potrebbero, entro il 2020, subire le conseguenze del deficit o della rarefazione delle risorse idriche». Lo ha detto il primo ministro della Tunisia Mohammed Ghannouchi, chiudendo la conferenza sul rafforzamento della solidarietà internazionale per la protezione dell'Africa e del Mediterraneo contro i cambiamenti climatici, citando studi scientifici. «Il continente africano – ha detto Ghannouchi – è una delle regioni del mondo tra le più esposte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Il rendimento delle colture dipendente dalla piogge potrebbe diminuire del 50 % in un certo numero di Paesi africani nel corso dello stesso periodo, che sarà altamente pregiudizievole per le economie dei Paaesi africani e per le loro opere di sviluppo». Per il primo ministro tunisino entro la fine del secolo «l'innalzamento prevedibile del livello dei mari e degli oceani avrà ridotto a nulla vaste zone costiere, in particolare le zone umide e le “basse terre”. Il costo dell'adattamento a questo fenomeno ed alle sue conseguenze sugli ecosistemi marini, la pesca costiera e il turismo, rappresentano tra il 5 e il 10% del Pil dei Paesi africani interessati» (Greeneport, 22/11/2007)

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Traffico di donne, 50.000 ogni anno sulle “rotte africane” (CO, Misna, 20/11/2007)

Sarebbero 50.000 le donne oggetto ogni anno di tratta in Africa, su un totale mondiale stimato tra 700.000 e due milioni: sono i dati diffusi da suor Henriette Adindu del Centro per il rinnovamento spirituale della diocesi di Kumasi, in Ghana, alseminario su “Schiavitù e nuove schiavitù” svoltosi a Cape Coast (Ghana) per iniziativa del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (Ccee) e dal Consiglio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (Secam). In Ghana tra il 1998 e il 2000 ne sono state individuate 3582, e tra il 2001 e il 2005 altre 6458. Le vittime della tratta che passano attraverso le “rotte africane” partono dal Camerun attraverso Burkina Faso, Mali, Algeria, Marocco, per arrivare fino in Spagna e Italia, spesso camminando a piedi nel deserto e con lunghe traversate in barca. Suor Henriette, insieme ad altre 32 religiose di tutto il mondo, aderisce ad una rete internazionale contro il traffico di persone, istituita di recente a Roma. “È un business molto lucrativo - afferma suor Henriette -perché le donne vengono vendute più volte; dopo promesse di lavori inesistenti, le ragazze sono costrette a giurare di mantenere il segreto attraverso riti tradizionali e vengono fornite di documenti e visti falsi. Camminando nel deserto, quando incontreranno i resti delle altre donne morte di stenti prima di loro, cominceranno a rendersi conto del loro infausto destino ”. Una volta in Europa, verranno private dei documenti e costrette a prostituirsi sulla strada; un traffico che coinvolge anche i bambini, soprattutto quelli di strada. (Fonte: Servizio informazione religiosa, Sir) - (CO, Misna, 20/11/2007)

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Appello dei vescovi africani ed europei contro le nuove forme di schiavitù (RP, RadioVaticana, 20/11/2007)

Un appello “ad avere maggiore attenzione alle nuove forme di schiavitù che sono forse peggiori della vecchia tratta degli schiavi” è stato lanciato dai vescovi africani ed europei nel comunicato stampa finale – reso noto oggi - che riassume i lavori del seminario “Conosco le sofferenze del mio popolo. Schiavitù e nuove schiavitù”, svoltosi dal 13 al 18 novembre a Cape Coast, in Ghana, su iniziativa del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) e del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar). Un messaggio congiunto verrà invece inviato al Vertice di Lisbona dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea e dell'Unione africana (8-9 dicembre). “Le nuove forme di schiavitù (traffico di esseri umani, lavoro forzato, bambini soldato, prostituzione, ecc.) – affermano i vescovi, insieme a rappresentanti della Santa Sede e di agenzie cattoliche umanitarie – sono dovute principalmente all'enorme divario economico tra i Paesi ricchi e poveri, e tra ricchi e poveri in ogni società”. I vescovi hanno sottolineato che “per ridurre questo divario” bisogna “raggiungere un nuovo ordine economico internazionale che garantisca una più equa distribuzione delle risorse del mondo”. Ma soprattutto, “è importante porre fine al desiderio di dominare gli altri e alla cultura di schiavitù e servitù”. Tra i vari interventi, riferisce l'Agenzia Sir, anche quello di Josef Sayer, presidente dell'organizzazione umanitaria Misereor, sulla “brutale e violenta forma di moderna schiavitù” che coinvolge 300.000 bambini soldato in tutto il mondo, soprattutto “in Uganda, Liberia, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Filippine, Colombia e Perù”. “In molti casi – ha aggiunto – queste ragazze e ragazzi vengono continuamente abusati ed usati come agenti segreti o sminatori, oppure costretti a combattere in prima linea”. Sayer ha condannato coloro che “traggono profitto dalla vendita di armi usate dai signori della guerra e dai bambini soldato”, senza che ci sia “un effettivo intervento della comunità internazionale e dei politici”. Il seminario ha messo a fuoco anche l'aspetto delle migrazioni e la possibilità di promuovere una cultura della vita e della famiglia. Sono state sottolineati, in particolare, alcuni aspetti che ancora impediscono lo sviluppo dell'Africa.Tra questi: “un ingiusto sistema di commercio tra l'Africa e il resto del mondo; il debito e la necessità di cancellarlo da parte del mondo industrializzato; il traffico di esseri umani e droghe; lo sfruttamento sessuale; il lavoro forzato; la prostituzione forzata; i bambini soldato e i bambini di strada”. Per tutte queste sfide i vescovi fanno appello ad “una cultura del rispetto per i diritti umani”, sottolineando il ruolo della Chiesa nella “cura pastorale dei migranti” e nel “suo dovere di advocacy”. I vescovi dei due continenti si incontreranno di nuovo a Liverpool, in Inghilterra, nel novembre 2008. (RP, RadioVaticana, 20/11/2007)

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Cina promette aiuti per ammodernare FFAA keniane (Agi/Afp, 19/11/2007)

Prosegue l'offensiva diplomatica della Cina sul continente africano. Il ministro della Difesa, generale Cao Gangcuan, ha promesso aiuti di Pechino per l'ammodernamento delle forze armate del Kenya. Un impegno assunto questa mattina durante un incontro del generale con il presidente Mwai Kibaki, il quale ha sottolineato che questo aiuto "non soltanto accrescera' la capacita' delle Forze Armate di garantire la sicurezza lungo i propri confini ma anche il ruolo del Kenya nelle missioni di pace in Africa e al di fuori del continente". Cao non e' entrato nel merito degli aiuti, ma l'annuncio e' in linea con la strategia varata qualche anno fa da Pechino di stringere rapporti sempre piu' stretti con i Paesi africani. (Agi/Afp,19/11/2007)

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E' on line il nuovo sito di Panafricana (Cinemafrica, 18/11/07)

Il festival Panafricana. Le mille Afriche del cinema a Roma cambia pelle per prepararsi alla settima edizione (1-9 dicembre 2007): una nuova immagine e un nuovo sito ci accompagneranno in questa nuova avventura. L’immagine del festival di quest’anno è opera dell’operatore e fotografo tunisino Amine Messadi: scattata in Burkina Faso (patria di Gaston Kaboré, ospite d’onore del festival, e di Thomas Sankara, di cui ricorrono i 20 anni dalla morte) condensa in un istante di vera poesia visiva il senso del festival. La bellezza e la dignità, la capacità di guardare con i propri occhi e di creare da sé le proprie immagini: un’Africa che sa guardare lontano, ma anche guardare verso di noi, per cambiare e farci cambiare rotta. Anche il nostro festival cerca di guardare lontano, nonostante le mille difficoltà. E così è nato il nuovo sito (www.panafricana.it) con una veste grafica rinnovata, più leggera e dinamica, ad opera del nostro designer di fiducia, Claudio Gnessi (www.humpty-dumpty.it): i colori della terra e della luce, in sintonia con l’immagine del festival, fanno da cornice ad una homepage chiara e funzionale che vi farà esplorare i meandri del festival senza perdere di vista le aree fondamentali (il programma, l’ufficio stampa, le news, gli eventi).(Cinemafrica,18/11/07)

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L'Africa alla periferia della storia (Anna Bono, Ragionpolitica,17/11/07)

È arrivato il momento di porre fine a un'ingiustizia storica, l'Africa ha diritto ad almeno due seggi permanenti con facoltà di veto e a cinque seggi non permanenti e spetta all'Unione Africana designarli. È questa la richiesta formulata dai rappresentanti del cosiddetto «Gruppo africano» che hanno partecipato al dibattito sulla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite svoltosi questa settimana al Palazzo di Vetro di New York. Quasi contemporaneamente, in un intervento alla III Commissione dell'Assemblea Generale, il relatore speciale ONU in materia di razzismo, xenofobia e discriminazione, il senegalese Doudou Diéne, accusava di «legittimazione del razzismo» il presidente francese Nicolas Sarkozy per aver osato affermare - e per giunta in un discorso tenuto all'università Cheikh Anta Diop di Dakar, Senegal - che «l'Africa è alla periferia della storia, in uno stato stazionario e di immobilità». Intanto, da Nairobi, Kenya, Ahmedou Ould Abdallah, l'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, rimproverava aspramente alla comunità internazionale di non prestare la dovuta attenzione ai problemi somali e da Londra Asharq Alawsat, uno dei capi delle sconfitte Corti Islamiche, la coalizione che lo scorso anno ha tentato di prendere il potere in Somalia, denunciava con altrettanta veemenza l'indifferenza dell'ONU di fronte alla tragedia del popolo somalo. La tendenza degli africani, o quanto meno dei loro portavoce, a incolpare il resto del mondo dei mali che li affliggono è nota e, come dimostra il caso di Sarkozy, guai a replicare. Ma proprio il caso somalo dovrebbe indurre tutti - africani e non - a riconsiderare responsabilità e colpe. È vero che la crisi in atto in Somalia sta assumendo proporzioni estremamente preoccupanti. Dalla capitale Mogadiscio dove, con il sostegno militare dell'Etiopia, le forze governative tentano di sconfiggere le milizie dei lignaggi che non riconosco l'autorità delle istituzioni politiche di transizione, migliaia di disperati fuggono ogni giorno per sottrarsi alla violenza degli scontri a fuoco che in pochi giorni hanno causato quasi un centinaio di vittime tra i civili. Secondo l'Ocha, l'Ufficio ONU di coordinamento degli affari umanitari, nelle ultime due settimane 173.000 persone hanno lasciato Mogadiscio, concentrandosi principalmente nella vicina città di Afgoye, dove già si ammassavano più di 100.000 sfollati. Ne è derivata un'emergenza umanitaria alla quale gli organismi assistenziali non riescono a provvedere: intere famiglie sprovviste di tutto vivono sul ciglio delle strade senza disporre neanche di un riparo di fortuna. Ma si è arrivati a tanto - non bisogna dimenticarlo - malgrado 17 anni di tentativi di conciliazione che la tanto deplorata comunità internazionale, Italia inclusa, ha sollecitato e lautamente finanziato, riuscendo infine, nel 2004, a indurre i leader dei clan somali a un accordo che purtroppo si è rivelato solo apparente, ma non certo per colpa dei mediatori e dei donors stranieri. Come se non bastasse, quella stessa comunità internazionale si è tuttavia accollata l'onore economico dell'ultimo, ennesimo tentativo di composizione del conflitto: la Conferenza di riconciliazione organizzata l'estate scorsa a Mogadiscio e risoltasi anch'essa in un fallimento. Soprattutto non bisogna dimenticare che proprio l'Unione Africana ha voluto assumersi l'incarico di porre fine alla guerra somala chiedendo e ottenendo dalle Nazioni Unite l'autorizzazione e i mezzi per inviare una missione di pace. Il 21 febbraio, con la risoluzione 1744, il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato il dispiegamento di 8.000 «caschi verdi» per un primo periodo di sei mesi. Nigeria, Uganda, Malawi e Burundi avevano promesso di partecipare alla Amisom - questo l'acronimo della missione - garantendo circa la metà degli 8.000 militari richiesti, ma da allora solo l'Uganda ha mantenuto la parola, fornendo un contingente di 1.500 unità, del tutto inadeguato, come si può vedere, a far fronte alla situazione.(Anna Bono,ragionpolitica, 17/11/07)

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Commercio: ai ferri corti con l’Unione europea (Diego Manila, Panorama, 16/11/07)

A Bruxelles è in corso una battaglia fino all’ultimo sangue che oppone l’Unione europea ai paesi dell’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). In ballo è il destino di centinaia di milioni di abitanti attanagliati dalla fame e dalla povertà. Lo scontro ruota attorno ai cosiddetti Accordi di partenariato economico (Ape), destinati a regolamentare i rapporti commerciali tra Ue e paesi Acp nel rispetto delle regole internazionali sancite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Di che cosa si tratta? Alla luce del ritardo socio-economico accumulato dai paesi del Sud del mondo nei confronti del Nord benestante, Ue e Acp siglarono nel lontano 1975 la cosiddetta Convenzione di Lomé (in Togo) per consentire l’esportazione di prodotti africani, caraibici e del Pacifico in Europa sulla base di un regime tariffario preferenziale. La deroga, accettata dall’Omc, scade il prossimo 31 dicembre 2007. Dopo di che, entrambi i protagonisti si dovranno conformare alle esigenze dei vari paesi asiatici e latinoamericani, che chiedono a Bruxelles di porre fine ai privilegi concessi all’area Acp. Da qui la proposta della Commissione europea di liberalizzare gli scambi commerciali con il Vecchio continente. Tradotto in cifre, l’Ue è disposta ad aprire il suo mercato al 100% (contro l’attuale 97%) in cambio di una liberalizzazione dell’80% dei mercati Acp entro i prossimi dieci anni.
Di fronte alle continue reticenze di una maggioranza di governi Acp (la più recente è quella del presidente senegalese, Abdulaye Wade, autore di un clamoroso attacco contro gli Ape su Le Monde), Peter Mandelson e Louis Michel, i commissari europei incaricati rispettivamente del commercio e dello sviluppo/affari umanitari, hanno ribadito nel loro commento pubblicato su Libération il 26 ottobre scorso che, oltre alla necessità di dover rispettare le regole dell’Omc, gli Ape offrono agli Acp l’opportunità di rompere con la logica della “dipendenza” per “sviluppare mercati regionali” in grado di “attrarre gli investitori stranieri”. Per Bruxelles, infatti, i miliardi di euro spesi a titolo di aiuti allo sviluppo non hanno favorito la crescita economica dei paesi Acp. Alla guida di un potente consorzio di cooperative rurali senegalesi, Saliou Sarr risponde da Dakar che “i contadini africani non sono pronti al libero scambio”. Esempio: “Se il 30% dei diritti di dogana senegalese sul concentrato di pomodoro spariscono, i prodotti spagnoli e italiani invaderanno il nostro mercato mettendo in gravi difficoltà decine di migliaia di piccoli produttori”. - A conferma dei timori di Sarr, uno studio dell’Hamburg Institute of International Economics (Hwwi) rivela che una volta tolta la protezione doganale nei confronti dell’Ue, i paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) perderebbero dal 5 al 20% delle loro entrate fiscali. “Le conseguenze sarebbero catastrofiche” dichiara a Panorama.it Nora McKeon, coordinatrice per l’Italia della campagna EuropAfrica. “I governi saranno costretti a fare tagli sulla spesa pubblica che andranno a colpire scuola e sanità, settori fondamentali per lo sviluppo dell’Africa”.
Correndo ai ripari, la Commissione europea ha già fatto sapere che, oltre agli aiuti allo sviluppo previsti da qui al 2013 (23 miliardi di euro più una media annua di due miliardi di euro a mò di aiuti commerciali), gli Ape non si applicheranno sul breve termine alle filiere produttive più sensibili. “La Commissione non sa in realtà più che pesci pigliare” commenta sarcastico da Bruxelles Mariano Iossa di ActionAid International. “Peggio, consapevoli che regioni come l’Africa occidentale o australe non firmeranno entro il 31 dicembre, l’Ue è decisa a procedere con paesi singoli, violando così gli impegni presi con gli Accordi di Cotonou nel 2000 che prevedono accordi regionali, non nazionali”. Per Mamadou Cissokho, leader contadino della società civile agricola africana, “con questa mossa la Commissione non farà altro che distruggere gli sforzi dei governi africani per favorire l’integrazione economica e commerciale delle loro regioni. Assurdo se si pensa che l’idea di promuovere lo sviluppo attraverso l’integrazione regionale è nata a Bruxelles”. - Per saperne di più: Il sito della Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale (Roppa  ) - Rapporti e studi del Centro indipendente europeo sulle politiche di sviluppo e di commercio Ue/Acp (Ecdpm ) - (Diego Manila, Panorama,  16/11/07)

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Elettricità per l’Africa: accordo a Roma nell’ambito del Congresso Mondiale dell’Energia (LM, Ag, Fides, 16/11/07)

Il World Economic Forum e il World Energy Council hanno sottoscritto un accordo per ridurre la penuria di energia in Africa. L’intesa è stata firmata ieri, 14 novembre, a Roma nell’ambito del Congresso Mondiale dell’Energia, che si tiene nella capitale italiana. (…) Le due organizzazioni hanno deciso di unire le loro risorse per incrementare l’uso sostenibile di energia in aree prive di elettricità. Come parte all’accordo il World Economic Forum e il World Energy Council sosterranno l’Energy Poverty Action (EPA), un’iniziativa privata che fornisce consulenza per sviluppare progetti di elettrificazione innovativi. Uno dei punti chiave di questa iniziativa è mettere in grado i gruppi di utenti locali di gestire i sistemi di produzione di energia. Nell’ambito dell’EPA sono stati avviati due progetti pilota in Lesotho e nella Repubblica Democratica del Congo che sono in fase di completamento.- L’accesso all’energia è uno dei fattori chiavi per lo sviluppo dei Paesi africani. Uno sviluppo che è in linea con il resto del mondo come attesta l’ultimo rapporto della Banca Mondiale sull’Africa, intitolato “Africa Development Indicators 2007”. (…) La crescita economica inizia ad avere un impatto positivo sui livelli di vita dei Paesi africani anche se il documento ricorda che “più del 40% degli abitanti dell’Africa sub-sahariana ancora vivono con meno di 40 dollari al giorno, la speranza di vita è bloccata in alcuni Paesi ed è diminuita in altri, e un cattivo sistema scolastico e sanitario impedisce di migliorare la produttività delle persone”. Per migliorare la conoscenza dell’economia africana la Banca Mondiale ha promosso una banca dati on line (Africa Development Indicators Online) che raccoglie oltre mille indici su economia, sviluppo umano, sviluppo del settore privato e dell’aiuto umanitario. (LM, Ag, Fides,  16/11/07)

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Le tre presunte velocita' di crescita dell'economia africana (MZ, Misna, 15/11/07)

L’Africa sub-sahariana ha avuto negli ultimi 10 anni una crescita economica consistente, simile al resto del pianeta: lo sostiene l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, presentato ieri a Midrand, vicino Johannesburg, in Sudafrica. La crescita media nel continente viene valutata al 5,4% nel 2005 e nel 2006, ma l'istituto di credito internazionale - le cui analisi e decisioni non incontrano spesso il favore degli osservatori in particolare africani - distingue tre differenti "categorie" di crescita: i paesi esportatori di petrolio che, a causa del prezzo del greggio hanno registrato negli ultimi 10 anni tassi di sviluppo invidiabili, come l’8,5% dell’Angola o il 9% del Ciad; i paesi con un’economia più diversificata e una crescita duratura, tra cui il Senegal e la Tanzania, che comunque hanno fato registrare nell’ultimo decennio una crescita media del 4%; i paesi con crescita più lenta o in recessione, in cui figurano paesi usciti recentemente da conflitti o dove le guerre sono ancora in corso come la Repubblica democratica del Congo (appena + 0,08%) o lo Zimbabwe con una recessione valutata al -2,2%. Lo studio conclude sottolineando la “volatilità” della crescita dell’economia africana e il fatto che, nonostante i numeri positivi, il 40% della popolazione viva ancora sotto la soglia della povertà. Nel rapporto ci si dimentica però di spiegare che, secondo molti economisti, le rigide riforme finanziarie e fiscali (per non parlare poi dei debiti o della corruzione) spinte da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (Fmi) hanno impedito finora una distribuzione diffusa dei benefici della crescita economica. Ultimo il caso del Burundi, dove il Fondo ha bloccato le promesse del governo di Bujumbura di concedere aumenti salariali ai dipendenti pubblici, chiedendo che i soldi venissero utilizzati per affrontare riforme strutturali. (MZ, Misna, /a>15/11/07)

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Pena di morte, commissione Onu approva moratoria (Adnkronos, 15/11/07)

Con 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni la terza comissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte fortemente voluta dall'Italia. La risoluzione L29 era stata presentata da Nuova Zelanda e Brasile, era stata depositata presso la Terza Commissione il 1 novembre scorso e ieri erano iniziate le procedure di voto con l'esame degli emendamenti. Il testo - che passerà ora all'assemblea generale, dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre - ha ottenuto due voti in più della maggioranza richiesta dei 97 necessari per ottenere la maggioranza assoluta. L'Italia conduceva la battaglia per la moratoria sulla pena di morte da 13 anni e i tre precedenti tentativi, nel 1994, nel 1999 e nel 2003, erano falliti. Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha accolto con viva soddisfazione l'approvazione del testo della risoluzione per la moratoria della pena capitale nel mondo. Il voto della Terza Commissione costituisce un passo decisivo verso l'adozione definitiva della risoluzione da parte della plenaria dell'Assemblea Generale, che dovrebbe avvenire nel mese di dicembre. L'Italia conferma di essere in prima linea nel mondo in materia di tutela dei diritti umani. La lotta contro la pena di morte a livello internazionale è uno dei temi prioritari di politica estera, che vede impegnati Governo, Istituzioni, forze politico-parlamentari e organizzazioni non governative in una campagna corale, convinta e tenace che ha prodotto un primo, rilevante risultato. ''Sono stati respinti tutti gli emendamenti che miravano a indebolire la risoluzione, il che dimostra che la coalizione internazionale che si è formata a partire da una nostra iniziativa è davvero forte e unita'', ha aggiunto D'Alema. (Adnkronos, 15/11/07)

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BM: crescita economica veloce e costante, tuttavia 41% degli africani vive con meno di un dollaro a giorno (Apcom, 14/11/07)

Migliorano le previsioni di crescita per il continente africano, dopo un decennio in cui l'economia è cresciuta in linea con il resto del mondo e il tasso medio registrato nel 2005 e nel 2006 nell'Africa sub-sahariana è stato pari al 5,4%. Le proiezioni parlano inoltre di un crescita del 5,3% per il 2007 e del 5,4% per il 2008. "Molte economie africane sembravano aver voltato pagina e aver intrapreso il cammino di una crescita economica più veloce e costante", scrive la Banca Mondiale nel suo rapporto 'Africa development indicators 2007'. Tanto veloce e costante da "intaccare l'alto tasso di povertà della regione e attrarre investimenti". Ad avviare il processo virtuoso sono stati i paesi esportatori di petrolio e di risorse minerarie, che hanno tratto profitto dai prezzi elevati. Tuttavia, anche 18 paesi africani che non dispongono di tali ricchezze, dove si concentra oltre un terzo dell'intera popolazione dell'Africa sub-sahariana, hanno registrato buoni livelli di sviluppo. Il capo economista per l'Africa, John Page, ha precisato alla Bbc la chiave di tale sviluppo: "L'Africa ha imparato a commerciare in maniera più efficace con il resto del mondo, ad affidarsi di più al settore privato e a evitare le gravi crisi economiche che hanno caratterizzato gli anni settanta, ottanta e i primi anni novanta". Per garantire che tale crescita si mantenga costante e arrivi a interessare anche i paesi che oggi ne risultano esclusi, la Banca mondiale indica tre obiettivi chiave: evitare un tracollo, accelerare l'aumento della produttività e incoraggiare l'investimento privato. Obiettivi che possono essere raggiunti moltiplicando e diversificando le attività agricole e industriali che possono competere sul mercato globale. Nel rapporto, la Banca Mondiale sottolinea come una migliore politica economica e migliori pratiche di governo siano al centro di qualsiasi azione volta a migliorare le condizioni di vita degli africani, ricordando che circa il 41% della popolazione dell'Africa sub-sahariana vive oggi con meno di un dollaro al giorno. L'assenza di strutture sanitarie adeguate, la diffusione di malattie come Aids, malaria e tubercolosi e la lentezza nello sviluppo dei sistemi di istruzione pubblica limitano di fatto gli effetti positivi della crescita economica del continente e rischiano di far fallire gli Obiettivi del Millennio. (Apcom,  14/11/07)

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La Organizzazione di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico - 1a parte (Emilio Palmieri, Equilibri, 14/11/07)

La Organizzazione di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico è una delle più interessanti e chiare esemplificazioni della evoluzione di un gruppo jihadista da movimento sostanzialmente nazionalista a organizzazione che imposta le proprie linee strategiche e condotte secondo l’influenza di matrice pan-islamista della struttura di al-Qa’ida. Nonostante le azioni terroristiche sino ad ora compiute siano state condotte all’interno dei confini algerini, sussistono segnali significativi del cambio di strategia in senso qa’idista: l’impiego di tattiche e tecniche che richiamano il teatro iracheno, la volontà di colpire anche i c.d. soft targets (come i dipendenti o strutture produttive di proprietà di enti occidentali), il sostegno alle attività jihadiste in zone sensibili di combattimento (come la Cecenia o l’Iraq), il considerare l’Europa non solo terra di reclutamento o fonte di sostegno logistico-finanziario, ma anche terra di combattimento (traendo vantaggio dalla rilevante rete di maghrebini presente nel continente), l’utilizzo di internet come cassa di risonanza, in termini propagandistici, delle attività militanti poste in essere. (…)(Emilio Palmieri, Equilibri, 14/11/07)

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Vescovi contro le nuove schiavitù (Emanuela Citterio, Vita, 13/11/2007)

Un impegno comune per contrastare il traffico di esseri umani e le nuove forme di schiavitù. I vescovi europei hanno attivato una collaborazione con diverse conferenze episcopali dell'Africa nel contrasto al traffico di esseri umani che vede tra le prime vittime i bambini e le donne. L'agenzia Misna riferisce il tema sarà affrontato oggi a Cape Coast, in Ghana, durante un seminario di sei giorni sul tema delle nuove schiavitù organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (Secam) in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (Ccee).“Conosco le sofferenze del mio popolo (Es. 3, 7), la schiavitù e le nuove schiavitù” è il titolo di un incontro che, rinnovando la collaborazione tra i due consigli, si propone di sviluppare idee e riflettere in particolare su un fenomeno tuttora vivo nonostante siano trascorsi 200 anni dalla fine ufficiale della tratta di uomini abolita da una legge inglese del 25 marzo 1807. Il seminario è stato preceduto da cinque giorni di incontri preparatori al Cairo dove sono state poste le basi per un lavoro comune, tra vescovi africani ed europei, fondato sull'impegno di diverse conferenze episcopali dell'Africa nel contrasto al traffico di esseri umani che vede tra le prime vittime i bambini e le donne. L'ordine del giorno del seminario prevede, tra gli altri temi, discussioni sulla dimensione storica della schiavitù in Africa ed Europa, sulle migrazioni e le nuove forme di schiavitù, sulle possibili forme di collaborazione tra Africa ed Europa. (Emanuela Citterio, Vita, 13/11/2007)

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Rinasce il cinema africano a Verona (Cinemafrica, 13/11/2007)

A 27 anni dalla nascita nella città scaligera, la kermesse cinematografica di Verona diventa quest’anno un vero e proprio Festival del cinema africano, in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano, Nigrizia Multimedia, MLAL e LVIA. Otto film in concorso, con la presenza in sala degli autori, una retrospettiva, focus e dibattiti: un palinsesto distribuito in quattro sale, dal 16 al 24 novembre. Tre i premi, assegnati da altrettante giurie: Giuria della critica del festival, Premio del Pubblico e Premio Nigrizia. Sei le sezioni: Film in competizione, Panoramafrica (film di registi africani fuori concorso), Memorie di schiavitù (una selezione di film per ricordare la tratta degli schiavi), DigitalAfrica (Nollywood e il cinema popolare africano), Prospettiva Africa (film di registi non africani sul continente africano), Sezione Scuole (proiezioni ed incontri dedicati alle scuole di ogni ordine e grado di Verona e provincia). Gli otto film africani in concorso, che si contenderanno i tre premi ufficiali, sono: Les Saignantes di Jean-Pierre Bekolo (Camerun), WWW - What a Wondeful World di Faouzi Bensaidi (Marocco), Tartina City di Issa Serge Coelo (Ciad), Africa Paradis di Sylvestre Amoussou (Benin), Making of di Nouri Bouzid (Tunisia), Juju Factory di Balufu Bakupa-Kanyinda (Congo), Il va pleuvoir sur Conakry di Cheick Fantamady Camara (Guinea) ed Ezra di Newton Aduaka (Nigeria). Per gli altri film in cartellone e per il programma dettagliato, rimandiamo al sito ufficiale del festival: www.cinemafricano.it (Cinemafrica, 13/11/2007)

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Più di 5mila le vittime da mina in un anno (Peacereporter, 12/11/2007)

L'organizzazione non governativa Campagna internazionale per il bando delle mine (Icbl) ha reso noto ieri, a Berlino, il suo rapporto annuale sulle vittime da mina accertate nell'ultimo anno. Sono 5751 i morti e, secondo i loro dati, si è rilevato un calo del 16 percento rispetto all'anno scorso. Un dato che, a una prima lettura, può apparire positivo, ma che però sarebbe decontestualizzato se non venisse sottolineato in primis la difficoltà nella corretta registrazione di questo tipo di incidenti e in secondo luogo se non si sottolineasse come siano ancora oggi migliaia le persone che, pur non perdendo la vita a causa delle mine, restano per sempre mutilati. Secondo i dati dell'Icbl il numero delle persone rimaste mutilate in seguito a incidenti con mine ha raggiunto il numero di 473mila in tutto il mondo. E resta il problema che le mine tendono a colpire i più deboli: il 34 percento delle vittime sono bambini, e tre vittime su quattro sono civili. Se il trend generale è in diminuzione, in altri paesi il numero delle vittime da mina si è bruscamente impennato, a causa dei recenti conflitti: Pakistan, Myanmar, Somalia e Libano. Rispetto allo sminamento c'è ancora molto da fare. Secondo i dati dell'Icbl, dal 1999 a oggi, oltre 2 mila kmq di territorio minato è stato bonificato, ma ne restano ancora 200 mila kmq, una regione grand come la Bielorussia e il Senegal. (Peacereporter, 12/11/2007)

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Guerra al traffico di cosmetici e farmaci contraffatti (Newsbox, 09/11/2007)

Dati allarmanti, in merito alla contraffazione dei farmaci e dei cosmetici, arrivano direttamente dal Congresso Internazionale sulle malattie infettive e della poverta' tenutosi a Makale ( Etiopia) in questi giorni. Da quanto emerge risulterebbe falsificato, con gravi rischi per la salute, il 70 per cento dei prodotti cosmetici e il 60 per cento dei farmaci.L’Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS) stima che il 7 per cento di tutti i farmaci venduti nel mondo sia contraffatto, con punte del 30 per cento in Brasile e del 60 per cento in alcuni Stati africani: il valore di questo commercio illegale e' intorno ai dieci miliardi di euro. Il 65 per cento dei casi di contraffazione di medicinali riguarda i Paesi in via di sviluppo a causa della scarsita' di regolamentazione e controllo sull’importazione, la produzione e la commercializzazione dei farmaci. I principi attivi contraffatti provengono soprattutto da Turchia, Cipro, Libano, India, Cina, Pakistan e, piu' recentemente, dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. L’Oms rivela che le contraffazioni riguardano soprattutto antibiotici (28%), ormoni (18%), antiallergici (8%) e antimalarici (7%). Tra i cosmetici, invece, e' 'boom' di contraffazioni per quelli ad effetto 'sbiancante', che presentano altissime concentrazioni di mercurio e cortisonici e che secondo il parere medico possono portare a gravi intossicazioni. 'Il traffico, secondo fonti giudiziarie, pare sia gestito dalla malavita organizzata russa, cinese, messicana e colombiana – commenta il segretario nazionale del Codici, Ivano Giacomelli- e sta raggiungendo dimensioni pari a quelle del narcotraffico'.Inoltre, dall’Osservatorio Codici sulla criminalita' organizzata nella capitale emerge che prodotti di ogni genere arrivano nei negozi dell’Esquilino e nei mercati di Roma direttamente dal Vesuvio, ovvero da Terzigno e San Giuseppe Vesuviano, paesi alle pendici del vulcano. Il patto tra camorra e mafia cinese prevede la produzione e lo smercio di prodotti contraffatti servendosi di manodopera e reti di distribuzione cinesi. Pertanto, il Codici, in seguito all’allarme farmaci e cosmetici contraffatti, chiede alla Guardia di Finanza un giro di vite delle erboristerie dell’Esquilino per verificare la conformita' dei prodotti venduti alle norme di sicurezza vigenti.(Newsbox,  09/11/2007)

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The e zucchero per produrre energia pulita (Greenreport,09/11/2007)

Secondo il Programma Onu per l’ambiente (Unep), le tazze di the saranno sempre più verdi e forniranno elettricità nell’Africa orientale, ma anche lo zucchero che rende più dolce il the servirà a produrre elettricità nei villaggi rurali. Si tratta due progetti finanziati dal Global Environment Facility (Gef) basati sul successo che ha già avuto la cogenerazione nell’isola di Mauritius dove il 40% dei bisogni di elettricità del Paese sono soddisfatti dai rifiuti prodotti dall’industria dello zucchero. Le due iniziative pioniere vedono l’Unep come organizzatore, la Banca africana per lo sviluppo come corealizzatrice insieme al Gef. Il progetto avrà un valore totale di circa 100 milioni di dollari, e coinvolge direttamente la East African Tea Trade Association e l’Energy, Environment and Development Network for Africa. «Il the è buono per la salute, adesso diventa migliore per l’ambiente – dice il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner - La decisione presa da alcuni Paesi dell’Africa orientale di istituire la convenzione sul potere di acquisto, dei contratti che permettono ai produttori di elettricità rinnovabile di rivendere i loro surplus di elettricità, ha aperto nuove opportunità per la produzione di una energia rinnovabile meno inquinante». (…) “Greening the Tea industry” è un’iniziativa legata all’energia idroelettrica e riguarderà più di 8 milioni di persone nell’industria del the, una delle principali fonti di valuta straniera dell’Africa orientale ed australe. L’obiettivo iniziale è di 10MW di idroelettrico su piccolo scala, ma il progetto a lungo termine dovrà raggiungere 82MW di capacità in piccole centrali idroelettriche in Burundi, Kenya, Malawi, Mozambico, Rwanda, Tanzanie, Uganda e Zambia che hanno già aderito all’iniziativa. Oltre alla riduzione di gas serra, l´energia idroelettrica permetterà di ridurre i costi dell´energia, di migliorare l’industria africana del the a scala mondiale, ed aiutare a diffondere l’elettricità nelle comunità rurali, inoltre fornirà posti di lavoro per la realizzazione, funzionamento e manutenzione delle piccole centrali idroelettriche. “Cogeneration for Africa” é un progetto senza precedenti per stimolare la cogenerazione, l’utilizzo di rifiuti agricoli per la produzione di energia, che riguarderà circa 10 milioni di coltivatori di zucchero e le loro famiglie in Kenya, Etiopia, Malawi, Uganda, Sudan, Tanzania e Swaziland. (…)(Greenreport, 09/11/2007)

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L’export di verdura africana fondamentale per la piccola economia (GreenPlanet, 08/11/2007)

Preferire frutta e verdura locali, a discapito dei prodotti importati dall'Africa potrebbe causare un tracollo della fragile economia rurale africana. Lo denuncia l'ambasciatore del Ghana a Londra, lasciando intendere che se questo è un modo per contrastare i cambiamenti climatici, non sarà facile "trovare un consenso in prospettiva di un accordo a livello mondiale sulle politiche climatiche." Consumare frutta di stagione e possibilmente prodotta in zona. È questo uno dei buoni comportamenti del consumatore responsabile e di chi è favorevole ad un ecologia sostenibile. Questo per molte ragioni, non ultima la garanzia di trovare intatte tutte quelle caratteristiche che rendono frutta e verdura preziose per il nostro organismo. Ma è anche vero che di fronte alla minaccia dei mutamenti climatici, causati in gran parte dai gas serra, l'attenzione alla quantità di Co2 nell'aria è altissima. Infatti uno degli argomenti utilizzati da un certo ecologismo raffinato soprattutto di marca britannica, è la carbon footprint, ovvero la quantità di Co2 espressa da un bene di consumo ( non solo alimentare), ovvero il peso delle emissioni di Co2 prodotte nel processo di produzione, trasformazione e trasporto fino allo scaffale del negozio. Un numero che esprime, comunque, anche la zona di provenienza. Per esempio: una mela prodotta in Inghilterra, con metodi agricoli sofisticati che prevedono l'utilizzo di serre, illuminazione, riscaldamento, parte già con un calcolo di Co2 superiore a quello che potrebbe avere un simile frutto nato in qualche villaggio africano. In un incontro organizzato con il proposito di affrontare i temi dei mutamenti climatici e le politiche per contrastarlo, l'ambasciatore del Ghana a Londra, Annan Cato, ha sottolineato come un eventuale limitazione nelle importazioni e nei consumi di frutta e verdura provenienti dall'Africa avrebbe delle ripercussioni pesanti sulla loro fragile economia agricola. Anche perché, ha sottolineato l'ambasciatore, il tasso di Co2 inglesi imputabili al trasporto di cibo non raggiungerebbero lo 0,1% del totale delle emissioni prodotte. Nonostante sia sempre più pressante la richiesta di prodotti alimentari locali e frutta e verdura di stagione, secondo alcuni specialisti economici non si deve sottovalutare come la maggior parte di queste produzioni arrivino dalle zone più povere dell'Africa, dove sono riuscite ad innescare dei meccanismi di un certo rilievo economico. "Per i consumatori britannici esistono molti altri modi per ridurre le emissioni di Co2 senza mettere a repentaglio la sussistenza della povere famiglie di agricoltori africani", ha spiegato Cato. "La riduzione di Co2 deve essere realizzata con criteri equi, razionali e scientifici", ha quindi spiegato. "Tagliando sul fronte delle importazioni dall' Africa, non è solo scorretto, ma non consentirà neppure di ottenere un consenso in prospettiva di un accordo sulle politiche climatiche a livello mondiale." (GreenPlanet, 08/11/2007)

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La minaccia del terrorismo internazionale (Sergio Porcu, Equilibri. 08/11/2007)

Il terrorismo internazionale che si richiama ad al Qaeda sembra aver scelto l’Africa come territorio privilegiato per perseguire le proprie attività. Oltre ad essere attivo in zone calde come l’Iraq e l’Afghanistan, infatti, negli ultimi anni ha rappresentato una minaccia in costante crescita, soprattutto nelle regioni del Maghreb e del Sahel, dove le condizioni politiche e geografiche rendono più facile la pianificazione e la realizzazione di attacchi di matrice terroristica. - È di pochi giorni fa l’appello, lanciato con un messaggio vocale su Internet, del numero due di al Qaeda, al Zawahiri, per una ribellione dei popoli del Maghreb contro gli interessi francesi, spagnoli e americani in Nord Africa. L’annuncio è stato fatto in occasione dell’ufficializzazione dell’adesione al network del terrore internazionale di un gruppo armato libico: una vera e propria operazione di marketing, ormai collaudata, per spingere i diversi gruppi armati tra le braccia di al Qaeda. Un mese fa, con un messaggio dello stesso tenore, era stata “sollecitata” la cacciata dei francesi e degli spagnoli dallo stesso territorio. Dure parole sono state usate contro il leader libico Gheddafi, accusato di aver venduto la sua gente agli Stati Uniti, per via del riavvicinamento del Colonnello a Washington (Cfr. Libia: Gheddafi, tra l'Occidente ritrovato e i risvegli panafricani ). In particolare, l’uomo forte di Tripoli viene definito un laico che non ha a cuore i veri interessi dei musulmani: un’affermazione che spera di accrescere il sentimento di ostilità verso una politica estera vicina alle ragioni dell’Occidente. Un modo per galvanizzare i sostenitori della jihad.Al Zawahiri ha invitato i popoli del Maghreb a unirsi contro i loro tiranni laici, tra cui il presidente algerino Bouteflika e il re del Marocco Mohammed VI. Leader politici che sono attivamente impegnati, al fianco dell’amministrazione Bush, nella lotta al terrorismo (Cfr. Africa: un paradiso sicuro per al-Qaida ). (…) (Sergio Porcu, Equilibri. 08/11/2007)

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Contraffatti farmaci e creme: la denuncia al Congresso sulle malattie infettive (Ansa, 07/11/2007)

In molti paesi africani e' allarme contraffazione per il 70% dei cosmetici e il 60% dei farmaci. A denunciare il fenomeno sono stati medici e scienziati riuniti per il Congresso internazionale sulle malattie infettive apertosi ieri ad Addis Abeba e che da oggi prosegue a Makale. Per quanto riguarda i farmaci: 1 su 10 nel mondo e' falso e le contraffazioni, rileva l'Oms, riguardano antibiotici (28%), ormoni (18%), antiallergici (8%) e antimalarici (7%). (Ansa,07/11/2007)

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Rendere i farmaci accessibili a tutti i poveri del mondo (AP/Fides, 07/11/2007)

L’impegno per rendere i farmaci accessibili ai poveri di tutto il mondo, specialmente in Africa, è il tema centrale di una riunione intergovernativa in corso a Ginevra, dal 5 al 10 novembre. L’obiettivo è impedire che i brevetti blocchino l’accesso ai farmaci. In un recente accordo, gli Stati dell’Unione Europea (UE) hanno sancito l’opportunità di distribuire versioni generiche di farmaci brevettati per l’esportazione verso i paesi poveri che non hanno impianti propri per produrli. La prossima settimana, il Gruppo di Lavoro Intergovernativo (IGWG) sulla salute pubblica, l’innovazione e i diritti di proprietà intellettuale si riunirà, sempre a Ginevra, per elaborare un piano di azione. Questo si è reso necessario dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel suo rapporto 2006, aveva lanciato il monito che se non fossero stati messi in chiaro alcuni punti, i brevetti avrebbero continuato ad essere richiesti dai laboratori, privando i poveri dei farmaci salva vita. La Commissione Europea, organo esecutivo dell’UE, si è recentemente impegnata a non porre ostacoli a nessuno dei suoi 27 stati membri nel caso in cui questi decidessero di produrre farmaci generici come alternative più economiche alle medicine brevettate, generalmente troppo care per la maggior parte degli abitanti dei paesi poveri. (…) L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) stima che nel 2005, 25,8 milioni di persone erano sieropositive nell’Africa subsahariana. In Etiopia, Ghana, Lesotho, Mozambico, Nigeria, Tanzania e Zimbabwe, il 90% di quelli che hanno bisogno di farmaci antiretrovirali per curare l’Aids potrebbero non ottenerli. Rimane quindi urgente trovare altre misure per tutelare la distribuzione dei farmaci essenziali in Africa. Attualmente il sistema di brevetti dell’UE è insufficiente. (AP/Fides,07/11/2007)

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Broncopolmonite, tubercolosi, diarrea: come si muore in Africa (Marta Catalano, Korazym, 07/11/2007)

Ogni anno nei paesi più poveri del mondo quasi due milioni di bambini sotto i cinque anni (circa 5 mila al giorno) muoiono per malattie associate alla diarrea. Un bambino nato nell'Africa sub-sahariana ha cinquecento volte più probabilità di morire di diarrea rispetto a un bambino occidentale perchè ha una maggiore probabilità di disidratazione. E' quanto è emerso dal secondo congresso internazionale "Dermatological care for all: a basic human right" (Cure dermatologiche per tutti: un diritto umano fondamentale), apertosi ieri ad Addis Abeba (Etiopia). Organizzato dalla Struttura complessa di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di Dermatologia tropicale dell'Istituto San Gallicano di Roma, in collaborazione con l'Istituto internazionale di scienze mediche antropologiche sociali (Iismas), il congresso è stato aperto dal portavoce del ministro della Salute dello stato africano, Teklemariam Shiferaw, dalla delegata del ministero della Salute italiano, Vaifra Palanca, e da Aldo Morrone, direttore della Struttura complessa di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di Dermatologia tropicale dell'Istituto San Gallicano di Roma. Temi principali del congresso internazionale saranno un confronto di esperienze per un nuovo vaccino che contrasti efficacemente l'Hiv/Aids, tavole rotonde sulla malaria e le sue conseguenze neurologiche, patologie legate alle malattie genitali, studi sulla tubercolosi, sui tumori della pelle e sulla diarrea come seconda causa di morte nei paesi in via di sviluppo. (…)(Marta Catalano, Korazym, 07/11/2007)

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Telefonini: 50 mld di dollari nei paesi più poveri (Panorama, 07/11/2007)

È boom di contratti per nuovi utenti di cellulari nelle regioni a sud del Sahara, un’area tra le più povere del mondo. Qui saranno investiti 50 miliardi di dollari nelle reti di telefonia mobile: è la previsione della Gsm Association (Gsma), l’associazione mondiale che riunisce più di 700 operatori gsm in 218 paesi. Capitali che serviranno a potenziare i network gsm, consentendo l’utilizzo di standard come gprs, edge e hspa, in grado di assicurare i collegamenti a internet. “Quest’operazione metterà l’Africa in cima alla lista dei posti dove si investe di più” ha dichiarato all’agenzia Reuters Tom Phillips della Gsma in occasione del Connect Africa summit a Kigali, in Rwanda. Secondo le stime dell’associazione mondiale degli operatori gsm le aziende hanno portato in Africa 35 miliardi di dollari da quando i governi della fascia subsahariana hanno liberalizzato il settore. Finora hanno ricevuto accesso alla telefonia mobile più di 500 milioni di persone, il 67% della popolazione nel continente. E operatori come Mtn, Orange, Vodacom e la Zain prevedono di incrementare gli investimenti. Nei paesi dell’Africa subsahariana gli utenti di cellulari sono 150 milioni, ma più del doppio vive in zone coperte dai network di telefonia mobile. Secondo la Gsma un aumento delle persone che utilizzano telefonini potrebbe tradursi in un aumento del prodotto interno lordo di 1,2 punti percentuali. (Panorama,07/11/2007)

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Fortress Europe - Pubblicato il rapporto di ottobre (Fortress Europe, 06/11/2007)

Non si ferma la strage. Almeno 296 migranti e rifugiati sono morti lungo le frontiere dell’Unione europea nel mese di ottobre 2007. Più di 200 i dispersi al largo delle isole Canarie, in Spagna, 51 vittime nel Canale di Sicilia e in Calabria e 33 morti nel mare Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Almeno 1.343 i morti dall’inizio dell’anno. On line il rapporto segreto della missione tecnica in Libia di Frontex. Due duri rapporti di Fortress Europe denunciano gravi abusi contro i migranti di transito in Libia e Algeria. E intanto Pro Asyl, dopo una visita in Grecia, accusa Atene di arresti sistematici, torture e deportazioni collettive di migranti e rifugiati, anche minori. Nel Canale di Sicilia. Sono 51 le vittime del Canale di Sicilia nel mese di ottobre. Tre corpi affiorati sulle coste tunisine, due cadaveri ripescati in alto mare senza nessuna traccia delle imbarcazioni naufragate, e altri 46 uomini annegati sulle spiagge di Siracusa, a Vendicari, e sul litorale calabrese di Roccella Ionica, nei due naufragi del 28 ottobre. A Vendicari è stato un gommone a rovesciarsi in mare, a causa del maltempo, mentre portava a terra un gruppo di migranti trasbordati da una nave madre. A Roccella invece è stato un vecchio peschereccio ad aprirsi in tre pezzi dopo essersi schiantato contro una secca a 100 metri dalla riva. Sia il peschereccio che la nave madre erano partiti dall’Egitto. E dall’Egitto si va imponendo una nuova rotta. La via dell’Egitto. Viaggi su grosse navi madri da cui si viene trasbordati al largo su dei gommoni che proseguono fino a riva. Una nuova rotta figlia dell’accordo di riammissione con l’Egitto del 10 gennaio 2007, che ha portato alla riammissione sistematica degli egiziani intercettati al largo di Lampedusa nei mesi scorsi. Adesso l’obiettivo è evitare il tratto di mare più battuto dai pattugliamenti, a sud di Lampedusa e Malta. E sfuggire ai controlli al momento dello sbarco. Nei primi dieci mesi del 2007 sono sbarcate 1.500 persone in Calabria. Sono kurdi e iracheni, partiti dalla Turchia, e poi egiziani e palestinesi, partiti appunto dall’Egitto. Ma in tutto questo, la Libia continua a essere il primo punto di imbarco. (…)(Fortress Europe,06/11/2007)

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Asa: «L’Africa ha tutto ciò che ai paesi ricchi manca di più» (Cafebabel.com/it, 03/11/07)

Cantante nigeriana perennemente sospesa tra Parigi e Lagos, è la degna erede della musica afro-folk. L’artista, 25enne, è diventata l’idolo di Mtv e incarna il legame musicale tra Europa e Africa.Ho un appuntamento con Asa, pronunciatelo “Asha”, nei locali dell’etichetta “Naive”, nel cuore del quartiere parigino di Pigalle. Ultima intervista di una giornata interamente dedicata alla promozione per la nuova rivelazione soul che ha appena pubblicato il suo album eponimo. Arrivo quando è appena terminata una sessione live. Con amorevole cura, la cantante ripone la sua chitarra in una custodia più grande di lei. Eppure l’impressione che traspare è quella di una ragazza tutt’altro che fragile: occhiali quadrati, dread ed un sorriso che gli divora il viso. Asa è nata nel 1982 a Parigi. Qui trascorre i primi due anni della sua vita prima che la sua famiglia decida di tornare a vivere in Africa, più precisamente in Nigeria. Una decisione che, nei primi tempi, non smette di rimproverare ai suoi genitori. Fino a quando comincia a vivere questo distacco dalla Francia in modo diverso e non più come una maledizione. È allora che impara ad amare l’Africa ed a non volerla più lasciare. Da allora è convinta che sia suo dovere spiegarlo ai giovani africani. «Perché voler andar in un Paese dove si verrà disprezzati?»,dice. Quando gli chiedo cosa vorrebbe dire a questi giovani che sognano i viaggi e l’Occidente, mi risponde che li comprende perfettamente. «Quando si è giovani è normale voler vedere altre cose». In effetti Asa è andata velocemente alla scoperta di questa diversità. All’inizio quando, ancora bambina, lascia la Francia per trasferirsi a Lagos. Poi, appena ventenne, partecipa ad un programma del Ministero per gli affari esteri finalizzato alla promozione dei giovani artisti ed ottiene una borsa di studio per trascorrere tre mesi proprio nel suo Paese d’origine. Così (ri)scopre la Francia, e poi l’Europa. Un’esperienza in cui vede «uno scenario di apertura e di opportunità, dove la cultura è più accessibile». E si sente «riconoscente», nei confronti di quelle persone che hanno saputo mostrarsi «accoglienti e l’hanno incoraggiata».Certamente è a Laos, la capitale della Nigeria, che si sente a casa. Spesso messa a confronto con New York, questa città è una continua mescolanza: le religioni coabitano, le culture si confondono, si scontrano, si offendono e si prendono in giro. Non esita ad evocare la sua infanzia a Festac Town, un quartiere ghetto. «Preferisco parlare di progetto perché è questo ciò che era. Era un bel progetto che non è poi riuscito del tutto. Certamente era un quartiere piuttosto popolare e di conseguenza piuttosto povero, ma c’erano anche molti artisti che vivevano là. C’era dell’amicizia e si rideva molto». Per questo Asa si chiede se in effetti abbia avuto «un’infanzia davvero felice ». Nata in Francia dove torna regolarmente, Asa sa perfettamente che «ci torna come visitatrice».(…) afferma infine. «Devono fare ritorno in patria, il solo posto dove possono essere davvero loro stessi. A che pro accettare di vivere oppressi altrove quando la nostra terra natia ha bisogno di noi?». Alza le spalle. «Si dice che l’Africa sia sottosviluppata, ma qui c’è tutto quello che ai paesi ricchi manca di più: l’amicizia, la solidarietà, l’aiuto reciproco e il sorriso».(Traduzione: Vincenzo Madeo). (Cafebabel.com/it,  03/11/07)

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Conferenza sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa (Conf. Svizzera, 31/10/2007)

Il 30 e 31 ottobre 2007, i Governi del Kenya e della Svizzera, in collaborazione con il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (UNDP), hanno ospitato la Conferenza sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa, cui hanno partecipato 27 Governi del Continente africano, rappresentanti governativi di Paesi donatori, 6 organizzazioni regionali e 9 organizzazioni internazionali, come pure rappresentanti di 26 organizzazioni non governative. L'obiettivo della Conferenza era contrastare il flagello della violenza armata e il suo impatto negativo sullo sviluppo nel Continente africano mediante misure concrete a livello nazionale, regionale e internazionale. L'incontro faceva seguito alla Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo del 7 giugno 2006, adottata da 51 Stati. A conclusione della Conferenza, 27 Stati hanno adottato la Dichiarazione sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa. Rifacendosi alla Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo, hanno deciso di adoperarsi per prevenire e ridurre la violenza armata in una prospettiva integrata e globale per quanto concerne le tematiche sociali ed economiche nei Paesi del Continente africano. Nell'approvare la Dichiarazione sulla violenza armata e lo sviluppo in Africa hanno pure riconosciuto la stretta correlazione e il rapporto di interdipendenza tra lo sviluppo, la pace, la sicurezza e i diritti umani. (…)(Conf. Svizzera, 31/10/2007)

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La Tecnologia è possibile (Marco V. Principato, Punto Informatico, 30/10/2007)

(…) In un summit di questi giorni in Ruanda, di cui parla tra gli altri The Guardian, sono emerse alcune realtà ancora poco note ai più. L'incontro ha riunito personalità di 10 diversi paesi, ministri, esperti e rappresentanti dell'industria della telefonia mobile, con il comune obiettivo creare quelle condizioni ritenute un vero e proprio passaporto d'uscita dalla povertà: energia elettrica più diffusa, possesso di un cellulare che consentano di affrancarsi dalla condizione di digital-divisi. Volendo dare qualche cifra che meglio renda l'idea, va evidenziato che oltre il 40% della popolazione è in stato di povertà cronica: vive con meno di un dollaro al giorno. Secondo le Nazioni Unite, nel 2005 oltre il 62% della popolazione viveva in aree depresse, con tassi di disoccupazione che sfioravano il 18% fra i 18-24enni. Si legge su BBC News che 4 africani su 100 utilizzano Internet e la penetrazione della banda larga è inferiore all'1%. L'area è, quindi, l'ultima al mondo quanto a penetrazione e impiego della rete, come dimostra anche la scarsezza di traffico spurio che si origina da quelle zone. Il Dr. Hamadoun Toure, capo della International Telecommunication Union (ITU) ha richiamato l'attenzione al riguardo per una "immediate action" e ha detto: "Se la banda larga è diffusa all'1%, ci sono il 99% di opportunità. Se l'Africa sta avendo, in queste condizioni, la più alta velocità di crescita del mondo nel campo della telefonia mobile - il doppio della media globale negli ultimi tre anni - per la prima volta gli indicatori economici per l'Africa sono positivi". Le sostanziali differenze tra i diversi paesi dell'Africa evidenziano anche come i relativi sistemi economici riflettano lo stato di alfabetizzazione telematica e di fruizione di servizi che derivano dalla diffusione estremamente irregolare delle tecnologie dell'informazione, così come sono attualmente. Una citazione, che riporta un pensiero dello scrittore nigeriano Eziokwu Bu Ndu, che dice: "In Africa tendiamo a guardare ai servizi come a cose per ricchi e potenti. Questa mentalità ha bisogno di essere cambiata". (…) C'è infatti il rischio, se il continente non mette al passo il proprio know-how, di cadere nella tipica "trappola" della colonizzazione tecnologica. (…) (Marco V. Principato, Punto Informatico,  30/10/2007)

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Non scaricare sui poveri i bisogni ecologici dei ricchi (Pietro Greco, Greenreport, 30/10/2007)

Qualcuno lo ha già battezzato ecocolonialismo. Consiste nell’utilizzare i meccanismi di mercato per scaricare sui poveri del Terzo Mondo i bisogni ecologici dei ricchi del Primo Mondo. Alcuni esempi sono clamorosi. L’Olanda ha bisogno di ridurre le proprie emissioni di gas serra? Allora pensa bene – come consentito dal Protocollo di Kyoto – di acquistare diritti di riforestazione in Uganda, provocando indirettamente la cacciata manu militari dei contadini africani dai terreni che coltivano. Così i poveri pagano per soddisfare i bisogni ecologici dei ricchi. - Retorica terzomondista? Non proprio. Se è vero che nei giorni scorsi Jean Ziegler, lo «Speciale Rapporteur delle Nazioni Unite per il Diritto al Cibo» ha chiesto una moratoria di almeno cinque anni nell’uso di cereali per la produzione di bioetanolo, il combustibile alternativo al petrolio considerato una delle opzioni in campo per diminuire le emissioni di antropiche di anidride carbonica. Quello che sta avvenendo, infatti, è che una parte crescente di cereali viene sottratta all’uso alimentare e utilizzata per produrre il combustibile che ha un ciclo carbon free. E poiché per produrre un pieno di bioetanolo per la macchina di un ricco – sostiene il noto sociologo svizzero – occorre una quantità di grano – oltre 250 chilogrammi – tale che basterebbe a sfamare un povero per un anno intero, il processo risulta socialmente insostenibile in un pianeta che conta oltre 850 milioni di persone al di sotto della soglia minima di nutrizione. - I casi della riforestazione in Uganda o della produzione di biocombustibili nel mondo ci inducono ad almeno due considerazioni, di segno opposto. La prima è che, come abbiamo già avuto modo di dire nei nostri interventi su Greenreport, non esistono pasti gratis nell’universo. Neppure nell’universo ecologico. Ogni azione, anche ecologicamente sostenibile, ha un costo: ecologico e/o sociale. La seconda considerazione è che non possiamo lasciare ai soli meccanismi di mercato la ricerca della sostenibilità ecologica. Perché, per quanto utili, questi meccanismi, se non sono ben regolati, producono facilmente nuove insostenibilità. In definitiva, occorre una ricerca paziente, per prova ed errore, di punti di equilibrio tra costi e benefici ecologici e sociali di ogni azione. La via della sostenibilità non è facile. E non può che essere una via democratica, se non vogliamo che i bisogni ambientali si risolvano in un fattore di nuove disuguaglianze tra le nazioni e dentro le nazioni. (Pietro Greco,Greenreport,  30/10/2007)

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L’orrore e la sagra dell'ipocrisia (Giuseppe Mascambruno, Quotidiano, 29/10/2007)

I numeri, se possibile, fanno più impressione delle immagini. Dal 1998 a oggi, dicono le organizzazioni umanitarie costrette a tenere questa tragica contabilità, sono oltre diecimila i migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa, due terzi dei quali sulle rotte più battute del Mediterraneo: lo stretto di Gibilterra e il canale di Sicilia. Una media di oltre mille vittime all’anno. Una strage spaventosa che sempre più spesso non incrocia neanche l’ultima pietà, quella di una degna sepoltura. Il mare resta l’ultimo silenzioso testimone di una speranza dissolta nella morte. (…) E invece ancora i numeri ci raccontano di un fenomeno che decreta un fallimento planetario. L’Africa, terra madre di risorse che vede fuggire la grande massa della disperazione, negli ultimi quindici anni ha bruciato in guerre quasi 300 miliardi di dollari. Molti di più di quanto i Paesi ricchi del mondo, nello stesso periodo, hanno investito in azioni umanitarie destinate a sollevare le sorti del continente. - Gli autori della ricerca hanno anche rilevato che il 95% delle armi utilizzate in quei conflitti provengono dall’estero. Ovvero dagli stessi Paesi che, con l’altra mano, versano l’obolo della solidarietà. Non è un caso che all’Onu non registri alcun progresso il trattato sul controllo del commercio delle armi che vorrebbe fissare anche una tracciabilità del mercato, così da smascherare chi fa affari d’oro sulla disperazione del terzo mondo. E che ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno. C’è poco da sorprendersi se poi si scopre, come segnalano anche i nostri servizi segreti, che sono proprio i paesi africani più "occidentalizzati", Libia, Marocco, Tunisia, Algeria, a gestire il business del nuovo mercato degli schiavi. - Il nocciolo del problema, lo si sa da sempre, è tutto qui. E non basta certo a risolverlo il protagonismo di qualche popstar, magari come Bono degli U2 che, nella grande metafora dell’ipocrisia, sollecita la carità dei potenti e poi nasconde al fisco le sue ricchezze. (Giuseppe Mascambruno, Quotidiano, 29/10/2007)

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Fuga di cervelli dalle università africane (BB, RadioVaticana, 25/10/2007)

Un terzo degli intellettuali africani vive all’estero e almeno 23 mila universitari lasciano il continente ogni anno: sono le cifre dell’esodo di docenti e ricercatori dalle università africane. I dati sono emersi durante la conferenza dell’Associazione delle Università Africane (AUA), tenutasi in Libia, a Tripoli. Come riferisce l’agenzia MISNA, la fuga di cervelli negli ultimi anni mostra un’accelerazione preoccupante che minaccia lo sviluppo nei settori della sanità, dell'economia e dell'istruzione. La mancanza di insegnanti costringe i Paesi africani a ricorrere paradossalmente ad insegnati provenienti dall’estero, con la conseguenza di avere classi sovraffollate: in Burundi, la media è di 75 studenti per professore. Inoltre, circa 300 infermieri specializzati al mese lasciano il Sudafrica. In Nigeria: su 300 medici formati ogni anno, meno di una decina rimane nel Paese. Infine, la città americana di Chicago conta più medici etiopici di quanti ce ne siano nel Paese d’origine. (BB, 25/10/2007)

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Il 5% delle mutilazioni genitali femminili avviene nei Paesi ricchi (FF, RadioVaticana, 24/10/2007)

Ventotto Paesi africani, alcune regioni mediorientali ma anche alcuni ricchi Stati del nord Europa divenuti terra di emigrazione; la pratica delle mutilazioni femminili non si arresta ma si avvale del fenomeno migratorio per essere esportata anche fuori dai tradizionali contesti culturali. Lo segnala l’ultima ricerca dell’Istituto Nazionale di Studi Demografici pubblicata ieri in Francia, a firma di Armelle Andro e Marie Lesclingand, secondo le quali a perpetuare il rito è soprattutto il fattore etnico, non quello religioso. Nel rapporto si calcolano fino a 140 milioni di casi in tutto il mondo; circa il 5% delle vittime, oltre 6,5 milioni di persone, vive nei Paesi occidentali. Solo in Francia, ad esempio, sarebbero colpite almeno 50mila donne. Mali, Guinea, Sierra Leone invece gli Stati africani in cui si registrano le situazioni più drammatiche con l’85% di bambine e donne segnate. La pratica delle mutilazioni sessuali è condannata da tempo dalle Nazioni Unite, ma solo nel 2003 tutti i Paesi membri dell’Unione Africana hanno firmato un protocollo comune di condanna esplicita che ha esteso la proibizione a tutto il continente. Stando alla ricerca dell’INED, l’istruzione sta giocando un ruolo positivo, facendo crescere la consapevolezza generale soprattutto per quanto riguarda le negative conseguenze sanitarie che questo rito iniziatico porta con sé. (FF, RadioVaticana,  24/10/2007)

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Comitato permanente del SECAM: il traffico degli esseri umani (SL, Fides, 23/10/2007)

Il Comitato permanente del Symposium delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM) si riunirà in Egitto, a Il Cairo, dal 25 al 29 ottobre 2007. Uno dei temi principali in agenda sarà quello delle nuove schiavitù o del traffico di esseri umani. Come sottolinea il comunicato inviato all’Agenzia Fides da Benedict B. Assorow, Direttore delle Comunicazioni del SECAM, il Comitato intende così mettersi in sintonia con il Seminario promosso dal SECAM in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) per ricordare i 200 anni dalla fine della schiavitù in Africa. Tale Seminario si terrà a Cape Coast, in Ghana, dal 13 al 20 novembre 2007. L’incontro del Comitato permanente sarà presieduto dal Presidente del SECAM, il Card. Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar-Es-Salaam (Tanzania), e prenderà in considerazione anche i seguenti argomenti: temi collegati all’ultima Assemblea plenaria del SECAM, celebrata a Dar-Es-Salaam nel gennaio scorso; aggiornamento sul cammino di preparazione verso il Secondo Sinodo per l’Africa, che si celebrerà nell’ottobre 2009; luogo e data della prossima Assemblea plenaria del SECAM, nel 2009, che coincide con il 40° anniversario della fondazione del SECAM; il prossimo incontro del Comitato permanente previsto per il febbraio 2008 in Sudafrica, che comprenderà la partecipazione alle celebrazioni per il Giubileo di Misereor. Il Comitato permanente del SECAM è composto dal Presidente, dai due Vicepresidenti, e da un rappresentante per ognuna delle 10 regioni che compongono il SECAM. Due membri del Comitato permanente saranno creati Cardinali nel prossimo Concistoro del 24 e 25 novembre: il primo Vicepresidente del SECAM, l’Arcivescovo di Dakar (Senegal), Adrien Sarr, e l’Arcivescovo di Nairobi (Kenya), John Njuie. (SL, Fides, 23/10/2007)

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A Padova una finestra sul continente africano con "Medici con l’Africa CUAMM" (CDL, RadioVaticana, 23/10/2007)

Un viaggio nel continente africano, alla scoperta del suo fascino antico e delle sue terribili contraddizioni. E’ ciò che propone a Padova il convegno promosso dal 25 al 27 ottobre da "Medici con l’Africa CUAMM", organizzazione non governativa che da oltre 50 anni si occupa di cooperazione sanitaria nel cuore dell’Africa. Un percorso scandito a suon di musica, cinema e letteratura, rivolto a chi ama profondamente il continente africano e a chi ancora non lo conosce. Proiezioni cinematografiche sono in programma il 25 e 26 ottobre al Cinema Porto Astra, mentre la serata conclusiva del 27 si svolgerà al Teatro Verdi con la partecipazione di Enrico Ruggeri. Prevista per domani la conferenza stampa di presentazione dell’evento, mentre in questi giorni l’annuale meeting di programmazione delle attività riunisce nella sede padovana i medici i coordinatori dei progetti del CUAMM provenienti da Angola, Etiopia, Mozambico, Kenya, Tanzania, e Uganda. (CDL, RadioVaticana,  23/10/2007)

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La via alla connettività (Gaia Bottà, Punto Informatico, 22/10/2007)

Crescono gli investimenti nell'Africa offline: il digital divide è ancora una piaga lontana dall'essere sanata, ma sono in qualche modo incoraggianti i dati che tracciano un quadro della popolazione connessa, dati spinti da investimenti stranieri nelle infrastrutture e da servizi web sviluppati dagli early adopters, servizi di reale utilità per la popolazione locale. Affronta la questione vnunet.com, a partire da dati raccolti da Frost & Sullivan: si disegna una prospettiva che fa ben sperare, la cui concretizzazione è rallentata da questioni strutturali e infrastrutturali, politiche ed economiche. Kenya, Angola, Tanzania, Uganda, Senegal e Mozambico: questi i paesi che intravedono uno spiraglio oltre il divario digitale. Questi i paesi che Spiwe Chireka, analista di Frost & Sullivan, candida a futuri protagonisti dell'Africa connessa: sono amministrati da governi che non si esprimono riguardo alle tecnologie, godono di mercati altamente liberalizzati, nei quali hanno iniziato ad operare numerosi investitori stranieri. Ghana e Nigeria, per contro, sono i più lontani dal passaggio al digitale: i governi che decidono delle loro sorti ingabbiano il mercato in regolamentazioni autarchiche e anacronistiche, impantanando il settore ancor prima che si avvii. Con governi che oppongono il veto ad investimenti in tecnologia, mercati ancora vergini non hanno nemmeno modo di sviluppare una domanda nei confronti della tecnologia stessa, poiché non conoscono le opportunità che essa può offrire. La via ad un'Africa connessa? È innanzitutto necessario proporre al mercato dispositivi abbordabili, sia in termini economici, sia in termini di facilità d'uso, indispensabile per suscitare l'interesse di persone a digiuno di tecnologia. Per gli ISP, inoltre, spiega Chireka, potrebbe essere determinante intrecciare delle sinergie con il mercato della telefonia mobile, che langue nel primo mondo, ma che nei paesi emergenti gode di ottima salute. È quando si conquista una solida base d'utenza che iniziano ad emergere servizi che possono spingere il resto della popolazione ad interessarsi ad una connettività che di primo acchito può apparire un bene superfluo, ma che, in prospettiva, si può rivelare di grande aiuto per le comunità locali. Questo l'argomento affrontato dalla conferenza web2ForDev, organizzata dalla FAO e segnalata da Pandemia. Dalla condivisione della conoscenza offerta da BRODSI, capace di connettere i membri di comunità rurali per mezzo di una pletora di strumenti 2.0, al vlog di Ginks, con cui raccontare esperienze virtuose condotte nei paesi emergenti a mezzo IT, dall'aggregatore di blog Afrigator al corrispettivo africano di YouTube, segnalato da un blogger locale: strumenti capaci di valorizzare e socializzare le risorse di ciascuno, di suscitare l'interesse nei confronti di un mezzo che offre la possibilità di intrecciare le relazioni che stanno alla base di virtuosi circuiti economici. (Gaia Bottà, Punto Informatico, 22/10/2007)

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Unicef: la malaria resta emergenza (Ansa, 21/10/2007)

Sono notevoli i passi avanti nella lotta alla malaria in Africa ma nel sub-Sahara continua a uccidere ogni anno 800.000 bimbi sotto i 5 anni. Lo dice un nuovo rapporto presentato dall'Unicef a nome della partnership Roll Back Malaria, avviata nel '98 da Unicef, Oms, Undp e Banca Mondiale. I numeri mostrano che l'emergenza e' tutt'altro che risolta: oltre 3mld di persone vivono in aree malariche e 1mln ogni anno muore a causa della malattia che resta una delle principali cause di morte infantile. (Ansa,21/10/2007)

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Malawi e Congo imboccano la strada dei bio-carburanti (GB, Misna, 19/10/2007)

Bio-combustibili e automobili brasiliane pensate per circolare sia con benzina che con etanolo: il Malawi ha deciso di trovare una alternativa locale all’importazione di petrolio, affidandosi alla tecnologia in uso in Brasile e alle sue produzioni di canna da zucchero da cui si ricava l’etanolo. I primi veicoli importati dal Sudamerica sono stati presentati agli inizi del mese nel corso di una cerimonia a Blantyre, nel sud del paese: società private e istituzioni si stanno ora impegnando in un’opera di sensibilizzazione con l'obiettivo di diminuire la dipendenza del paese dalle importazioni di petrolio e di creare nuovi posti di lavoro. Più a nord, nel Congo Brazzaville, il governo sta seguendo una linea simile e ha già firmato alcuni accordi con Brasilia per acquisire tecnologie, professionalità e ottenere finanziamenti al fine di produrre sul posto bio-carburanti. “Attraverso questi progetti, l’Africa ha una reale una opportunità di sviluppo; anche le società che producono olio hanno pensato di seguire questa strada” ha detto Sassou Nguesso, presidente del Congo. (GB, Misna,  19/10/2007)

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I tre ‘giganti’ del Sud chiedono un posto “alla tavola dei potenti” (FB, Misna, 17/10/2007)

“Serve a poco essere invitati per il dolce alla tavola dei potenti” ha detto oggi il presidente brasiliano Luiz Ignácio Lula da Silva contestando la scarsa rappresentatività dei paesi in via di sviluppo in seno agli organismi decisionali mondiali all’apertura del II vertice dell’Ibsa’ (‘India, Brazil and South Africa Dialogue Forum’) a Pretoria, alla presenza del suo omologo sudafricano Thabo Mbeki e del primo ministro indiano Manmohan Singh. “India, Brasile e Sudafrica fanno parte del gruppo dei paesi in via di sviluppo che mantengono un dialogo strutturato con il G8 ma questo meccanismo deve essere perfezionato affinché la nostra voce abbia un influenza reale quando si tratta di affrontare i grandi temi di interesse globale” ha aggiunto Lula. “Condividiamo lo stesso convincimento – è intervenuto Mbeki rivolgendosi a Lula – che non possiamo mantenere la situazione così com’è...Siamo invitati per il dolce e ci perdiamo il piatto principale. Senza dubbio è una questione di cui dobbiamo parlare tra noi per vedere come rispondere. È un tema molto importante”. Anche Singh ha giudicato rilevante “consolidare i risultati raggiunti” dall’Ibsa: “Rispetto ai temi globali continuiamo a consultarci per ottenere una nostra posizione...L’Ibsa ha un immenso potenziale”. Tra le istanze condivise dai tre paesi spicca la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui aspirano ad entrare come membri permanenti; India, Brasile e Sudafrica guidano al contempo il G20 che riunisce alcuni paesi del ‘Sud’ di fronte a Stati Uniti e Europa nei negoziati multilaterali in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto). “Col G20 abbiamo cambiato per sempre il padrone delle trattative nell’Omc: “questo round di negoziati di Doha ha già mostrato che le relazioni internazionali non possono più essere un riflesso puro e semplice delle agende di un ridotto numero di paesi sviluppati” ha detto ancora Lula, evidenziando che le trattative di Doha “si devono concludere con benefici rivolti soprattutto ai paesi poveri. In fondo si tratta di un negoziato per lo sviluppo”. Nel corso della giornata i tre sigleranno una serie di accordi nel campo energetico e delle tecnologie; India, Brasile e Sudafrica contano in totale una popolazione di oltre 1,3 miliardi di abitanti e le loro economie riunite rappresentano quasi due trilioni di dollari. (FB, Misna, 17/10/2007)

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Un milione e mezzo di persone colpite dalle alluvioni nell’Africa Sub-Sahariana (Fides/AP, 17/10/2007)

Le alluvioni che si sono verificate in tutta l’Africa sub-sahariana (dalla Mauritiana ad ovest, al Kenya ad est), che in alcune zone sono state le peggiori degli ultimi dieci anni, si stima abbiano colpito finora almeno 1,5 milioni di persone. (…) Le alluvioni in Africa occidentale sono tra le peggiori degli ultimi dieci anni. Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite degli Affari Umanitari (OCHA), le forti piogge e le alluvioni hanno colpito circa 500.000 persone in 18 paesi. Secondo prime verifiche, in Togo, 60.000 persone hanno urgente bisogno di assistenza alimentare, ma la cifra potrebbe aumentare con i dati provenienti dalle zone al momento inaccessibili. Le forti piogge abbattutesi sul nord del Togo hanno inondato una parte considerevole dei terreni coltivati e oltre 30.000 case e sei dighe sono state distrutte. Secondo il governo del Togo ci sono stati 20 morti. (…) In Ghana, le stime riportano che 75.000 persone abbiano bisogno urgente di assistenza umanitaria (cibo, abiti, coperte, utensili per cucinare, canoe o barche, zanzariere e pasticche per la purificazione dell’acqua). Molti hanno trovato rifugio nelle scuole durante la notte, lasciandole libere il giorno per gli studenti. Anche se in alcune zone le acque si stanno ritirando, l’accesso a molte aree nord-orientali resta comunque impossibile via terra. - In Mauritania, ad agosto, le acque hanno allagato gran parte della città di Tintane, distruggendo infrastrutture pubbliche e private. Il PAM ha allestito depositi mobili ed aperto sei centri di alimentazione supplementare per 300 bambini malnutriti sotto i cinque anni e 120 donne incinte e che allattano. Cibo è stato distribuito ad agosto a 4.550 alluvionati in Niger e a 15.000 in Mali. In Uganda le forti piogge di luglio e agosto, normalmente mesi aridi, hanno danneggiato il raccolto anche nelle zone non allagate. Il raccolto di patate, miglio e manioca è andato male. Colpite anche le coltivazioni di fagioli. Si prevede che in, saranno 300.000 gli alluvionati, oltre ai rifugiati, gli sfollati nei prossimi sei mesi. In Sudan, circa 500.000 persone sono state colpite dalle inondazioni e almeno 200.000 sono senza tetto, 113 persone sono morte. Dall’inizio di luglio le piogge torrenziali hanno causato improvvise inondazioni in Sudan orientale e meridionale. Le regioni più colpite sono: Blue Nile, Gedaref, Gezira, Jonglei, Kassala, Khartoum, North Kordofan, Red Sea, Unity, Upper Nile e White Nile. Si stima che 42.000 ettari di terreni coltivati e almeno 12.000 capi di bestiame siano andati perduti. C’è il rischio di epidemie e una forma acuta di diarrea (AWD) ha già ucciso 57 persone. (…)Le inondazioni in Etiopia settentrionale, occidentale e meridionale hanno colpito circa 183.000 persone. Le inondazioni stagionali hanno colpito le regioni di Amhara, Afar e Tigrai in Etiopia settentrionale, Gambella in Etiopia occidentale e SNNP (Southern Nations, Nationalities and People's) nel sud. Un totale di 42.000 persone sono sfollate. Alcuni vivono in ripari temporanei come scuole e ospedali mobili o sotto tende di plastica. Altri sono ospitati da parenti e amici. (…) In Ruanda le piogge torrenziali hanno causato almeno 15 morti e danneggiato le abitazioni in almeno 10 villaggi, lasciando 7.000 persone senza casa nel nordovest. (Fides/AP,  17/10/2007)

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Unicef: significativi progressi nella lotta alla malaria (Aise, 17/10/2007)

Sono significativi i progressi conseguiti nella lotta alla malaria in Africa sub-sahariana. È quanto rileva un nuovo rapporto presentato oggi dall’Unicef a nome della partnership Roll Back Malaria, da cui emerge un quadro completo dei progressi ottenuti nella regione nel contrasto alla malaria. "Nell’Africa sub-sahariana, la malaria uccide ogni anno almeno 800mila bambini sotto i 5 anni", ha dichiarato il Direttore generale dell’Unicef, Ann M. Veneman. "Mantenere la malaria sotto controllo è fondamentale per promuovere la salute infantile e lo sviluppo economico dei paesi colpiti. Gli studi dimostrano che, in questi paesi, la malaria colpisce in modo sproporzionato i più poveri, e che ciò contribuisce al loro ulteriore impoverimento". Oltre 3 miliardi di persone vivono in aree malariche - 107 tra Paesi e territori in cui la malaria è endemica - con 1 milione di persone che ogni anno perdono la vita a causa della malattia, l’80% dei quali sono bambini con meno di 5 anni che vivono in Africa. La malaria è una delle principali cause di mortalità infantile sotto i 5 anni: su scala mondiale, su 10 decessi di bambini sotto i 5 anni, uno è causato da malaria; nell’Africa sub-sahariana 1 su 5. A livello mondiale, oltre 50 milioni di donne in gravidanza sono esposte al rischio di malaria, il 60% delle quali vivono in Africa. Il rapporto registra, tra il 2004 e il 2006, un rapido aumento nella fornitura di zanzariere trattate con insetticidi, con la produzione di zanzariere che è più che raddoppiata, passando da 30 a 63 milioni. Un ulteriore e notevole aumento nella produzione di zanzariere è previsto per la fine del 2007. Il numero di zanzariere fornite dall’Unicef è più che triplicato tra il 2004 e il 2006, raggiungendo quota 25 milioni, ed è oltre 20 volte superiore rispetto al 2000. Anche il Fondo globale per la lotta all’Aids, Tubercolosi e Malaria – una partnership che unisce il settore pubblico e privato e che fornisce fondi per scopi sanitari – ha aumentato la propria distribuzione di zanzariere trattate con insetticidi, passando da 1,35 milioni nel 2004 a 18 milioni nel 2006, mentre altri grandi donatori hanno potenziato le loro attività correlate.(…) I 20 Paesi dell’Africa sub-sahariana su cui vi sono dati a disposizione hanno compiuto grandi progressi nella diffusione e utilizzo di zanzariere trattate con insetticidi per la protezione dei bambini. Dal 2000, in 16 dei 20 Paesi considerati la distribuzione è almeno triplicata: in Gambia quasi la metà dei bambini sono stati raggiunti (contro appena il 15% del 2000), mentre a Sao Tome e Principe, in Guinea Bissau e in Togo la distribuzione ha raggiunto una copertura del 40% dei bambini: negli ultimi due paesi i bambini protetti con zanzariere erano, nel 2000, rispettivamente il 2 e il 7%. Altri Paesi hanno recentemente completato la distribuzione di massa di zanzariere trattate con insetticidi, e tali interventi dovrebbero essere registrati dalle prossime raccolte dati: ad esempio, oltre 18 milioni di zanzariere sono state distribuite in Etiopia dall’ultima indagine statistica condotta nel 2005. (…)(Aise, 17/10/2007)

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Giornata mondiale dell'alimentazione (Nicoletta Cottone, Il Sole 24 ore, 16/10/2007)

Un famoso medico brasiliano, Josué de Castro, attivista contro la fame nel mondo, scriveva che «Fame significa esclusione. Esclusione dalla terra, dal lavoro, dalla paga, dal reddito, dalla vita, dalla cittadinanza. Se una persona arriva al punto di non avere nulla da mangiare, è perché tutto il resto gli è stato negato. È una forma moderna di esilio. Di morte durante la vita». Il diritto al cibo è il tema della Giornata dell'alimentazione che si celebra in 150 Stati del mondo con eventi, conferenze, attività sportive e culturali e una fiaccolata di paese in paese. Organizzata dalla Fao il 16 ottobre di ogni anno, la manifestazione denuncia l'urgenza di un mondo più equo, ponendo l'accento su un diritto umano fondamentale, che attualmente non viene garantito a 854 milioni di persone sottonutrite, che soffrono la fame e vivono in povertà. Donne, uomini e bambini che ogni sera vanno a dormire a stomaco vuoto. Numeri che fanno rabbrividire, considerando che il diritto al cibo è un imperativo dal punto di vista morale, economico e politico. È il diritto ad avere accesso regolare, sottolinea la Fao, a una alimentazione sufficiente, adeguata dal punto di vista nutrizionale e culturalmente accettabile per poter condurre una vita sana e attiva. È il diritto a nutrirsi da sé con dignità, piuttosto che il diritto a essere nutriti. «La promozione del diritto all'alimentazione - sottolinea il direttore generale della Fao Jacques Diouf - può dare un contributo essenziale per colmare il divario fra la realtà inaccettabile delle persone che soffrono la fame e la speranza di un mondo libero dalla fame». Il primo passo da compiere è quello di eliminare la discriminazione, l'emarginazione e l'esclusione. (Nicoletta Cottone, Il Sole 24 ore,  16/10/2007)

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Pirati, arrembaggi in aumento in tutto il mondo (Adnkronos/Ign, 16/10/2007)

Gli attacchi di pirateria alle navi sono in aumento, soprattutto al largo delle coste della Nigeria e della Somalia. Lo afferma il rapporto dell'Imb (International Maritime Bureau) di Londra, sottolineando che da gennaio a settembre di quest'anno ci sono stati 198 arrembaggi, contro i 174 registrati nello stesso periodo del 2006. Il bilancio è di 15 navi sequestrate, 172 marittimi tenuti in ostaggio, 63 rapiti e 3 morti. Le acque al largo della Somalia si confermano come uno dei mari più frequentati dalla pirateria, con 26 attacchi nel 2007 rispetto agli 8 dell'anno scorso, secondo quanto rileva il direttore dell'Imb Pottengal Mukundan. "Il livello di violenza delle aree ad alto rischio è inaccettabile", dice, sottolineando che "i pirati in Somalia agiscono nell'impunità, sequestrando navi a centinaia di miglia dalla costa e chiedendo denaro per il riscatto di mezzi e uomini, senza nascondere la propria attività". Secondo l'Imb, gli attacchi sono drasticamente in aumento anche in Nigeria, con 26 arrembaggi nei primi nove mesi del 2007 rispetto ai 9 dell'anno scorso. Sono invece in calo rispetto al 2006 in Indonesia, Paese che resta comunque in testa alla classifica con 37 arrembaggi, mentre sono stati 40 lo scorso anno. (…)(Adnkronos/Ign,  16/10/2007)

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Aumenta la fame nel mondo; la Fao per il diritto all’alimentazione (Greenreport,15/10/2007)

Anche quest’anno, il 16 ottobre, oltre 150 Paesi, in tutto il mondo, celebreranno la giornata mondiale dell’alimentazione con eventi speciali, conferenze, attività sportive e culturali ed una fiaccolata mondiale per il “Diritto all‘alimentazione”, ma secondo Jean Ziegler, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, «la fame seguita a crescere nel pianeta. Il numero di persone che soffrono la fame ha continuato a crescere dopo il 1996, ed ha raggiunto attualmente la cifra record di 854 milioni di persone». Ogni 5 secondi nel mondo un bimbo di meno di 5 anni muore di fame o di malattie dovute alla malnutrizione. Solo in Africa ci sono più di 202 milioni di affamati, e la tragedia si espande ancora nel più povero dei continenti della terra. Per Ziegler «esiste una mancanza di coerenza all’interno del sistema delle Nazioni Unite nel trattare questo tema. Mentre ci sono agenzie che danno un contributo positivo alla lotta contro la fame, altre istituzioni come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio applicano politiche che soffocano il diritto all’alimentazione. L’imposizione di politiche di aggiustamenti strutturali nel settore agricolo nei Paesi in via di sviluppo – ha concluso Ziegler – stanno forzando i contadini a vivere in condizioni precarie e colpiscono seriamente la sicurezza alimentare». La Fao celebra la giornata mondiale dell’alimentazione dal 1945, quando, proprio il 16 ottobre, è stata fondata l’organizzazione a Quebec City. Il tema di quest’anno “Il diritto all’Alimentazione” pone l’accento su un diritto umano fondamentale spesso ignorato. (…)(Greenreport,  15/10/2007)

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Bob Denard, una vita da pirata (Chiara Rancati , Peacereporter, 15/10/2007)

Dopo anni di combattimenti in giro per l'Africa, è morto sabato, nella sua casa nei dintorni di Parigi, Bob Denard, il più famoso mercenario di Francia, autodefinitosi "il pirata della Repubblica" per la partecipazione a numerosi colpi di stato in ex-colonie francesi. In molti casi, si sospetta, con la tacita approvazione del governo di Parigi. La causa della morte, secondo quanto reso noto dalla famiglia, sarebbe il morbo di Alzheimer. Nato a Bordeaux nel 1929, Bob Denard (vero nome Gilbert Bourgeaud) a 16 anni si arruolò volontario nelle truppe francesi in Indocina e vi rimase fino al 1952, quando divenne membro della polizia coloniale francese in Marocco. Il passaggio alla carriera di mercenario avvenne nel 1960, quando si unì alle forze secessioniste del Katanga, regione ricca di risorse naturali nell'attuale Repubblica democratica del Congo (allora Congo Belga), separatasi dallo Stato centrale guidato dal socialista Patrice Lumumba. Nel 1964 si spostò nello Yemen, entrando a far parte dell'armata realista sostenuta dall'Arabia Saudita (e, non ufficialmente, dalla Francia) contro i repubblicani appoggiati dall'Egitto di Nasser. Sempre mosso da un fervente anticomunismo, nei decenni successivi Denard avrebbe preso parte a numerose azioni di guerra in vari Paesi dell'Africa, dalla Rhodesia (oggi Zimbabwe) all'Angola, passando per Benin, Nigeria, Zaire e Isole Comore. Terribilmente efficiente quando si trattava di condurre truppe africane poco preparate e male armate, divenne quasi una figura leggendaria quando si mise a capo degli "Affreux" (i terribili), banda di ex militari europei al soldo dei golpisti africani. (…)(Chiara Rancati , Peacereporter,  15/10/2007)

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Nel mondo 854 mln vanno a letto affamati (Ansa, 12/10/2007)

Nel mondo, ogni giorno, una persona su sette va a letto affamata. Il fenomeno interessa nel complesso 854 milioni di persone.Il fenomeno riguarda poco piu' del 14% della popolazione. Lo afferma il rapporto sulla fame nel mondo pubblicato dall'organizzazione non governativa tedesca Welhungerhilfe. Il rapporto sottolinea che la fame ha assunto proporzioni allarmanti in 36 paesi, di cui 25 si trovano nell'Africa sub-sahariana, 9 in Asia, uno in Medio oriente e uno in America latina. (Ansa, 12/10/2007)

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“Abbiamo una Parola comune”: 138 leader islamici scrivono al Papa (Asianews, 11/10/2007)

Il documento, firmato da personalità di quasi tutti i Paesi islamici, sunniti e sciiti, è indirizzato a tutti i leader cristiani. “Se cristiani e musulmani non sono in pace, il mondo non può essere in pace”. - Si intitola “Una Parola comune tra noi e voi” la lettera che 138 esponenti islamici di tutto il mondo hanno indirizzato a Benedetto XVI ed a tutti i leader delle diverse Chiese e confessioni cristiane allo scopo di promuovere “maggiore comprensione” tra le due fedi. “Musulmani e cristiani – si legge nella prima delle 29 pagine del documento, pubblicato dalla BBC - insieme rappresentano più della metà della popolazione mondiale. Senza pace e giustizia tra queste due comunità religiose, non ci può essere una pace significativa nel mondo. Il futuro del mondo dipende dalla pace tra musulmani e cristiani”. “Se cristiani e musulmani non sono in pace – si legge più avanti – il mondo non può essere in pace”. A firmare il documento - scritto nell’anniversario di quello che 38 esponenti islamici inviarono al Papa in risposta alla lectio di Regensburg - tra gli altri, il segretario generale della Organizzazione della Conferenza islamica, da un componente del Consiglio superiore degli ulema sauditi, da uno del Supremo consiglio per gli affari islamici della Nigeria, dal segretario generale del Consiglio degli ulema indonesiani, dai Gran muftì di Egitto, Giordania, Bosnia, Russia, Croazia, Kossovo, Siria, Emirati arabi uniti, Oman, dal muftì di Istanbul, dal capo del Fatwa Council dello Yemen, da ministri ed ex ministri degli Affari religiosi di Algeria, Sudan, Mauritania, Giordania e Marocco, dal presidente dell’università Al-Azhar, da esponenti governativi ed universitari iraniani. La lettera evidenzia le molte similitudini che esistono tra la Bibbia ed il Corano, affermando che “le differenze non debbono essere causa di odio e conflitto” e sottolineando in particolare l’atteggiamento che essi indicano verso “i vicini”, ossia tutti coloro che credono nell’unico Dio. Di qui la convivenza che, sulla base della fede, essi debbono promuovere. Nulla, invece, si dice sulla violenza che oggi viene esercitata proprio in nome della fede, proprio nell’islam. (Asianews, 11/10/2007)

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I costi della guerra (Agi, 11/10/2007)

Guerre civili e conflitti sono costati all'Africa "circa 300 miliardi di dollari in quindici anni: l'equivalente degli aiuti internazionali arrivati al Continente nello stesso periodo che va dal 1990 al 2005". E' quanto emerge da uno studio condotto da tre prestigiose organizzazioni non governative -'Oxfam International', 'International Action Network on Small Arms' e 'Safeworld'- e che va sotto il titolo di "I miliardi scomparsi in Africa". Si e' trattato del primo tentativo di quantificare gli effetti complessivi di conflitti sul prodotto interno lordo dell'Africa e quindi sulle mancate possibilita' di sviluppo. La ricerca sottolinea che nel periodo esaminato 23 dei 53 Paesi di quel continente sono stati coinvolti in misura diversa in conflitti. "I costi sono sconvolgenti. Sebbene le nostre siano stime per difetto dimostrano che i conflitti costano alle economie afficane una media di 18 miliardi di dollari l'anno", ha spiegato il consigliere politico di Oxfam per l'Africa, Irungu Houghton, "Quei soldi avrebbero potuto risolvere emergenze sanitarie come l'Aids, la tubercolosi e la malaria; fornire acqua potabile, strutture sanitarie e scolastiche". Joseph Dube, coordinatore di Iansa per l'Africa, ha sottolineato che lo studio "descrive alcuni dei piu' devastanti impatti del commercio internazionale di armi, cosi' scarsamente regolato, e del grado terribile di sofferenza umana provocato da questo stato di cose". E ha aggiunto una nota personale: "Da africano imploro tutti i governi africani e i governi di Paesi produttori di armi a adoperarsi per un forte ed efficace Trattato sul commercio di armi". Entrando nello specifico, lo studio cita il conflitto del 1998-1999 in Guinea-Bissau e afferma che l'economia del piccolo Paese dell'Africa occidentale registro' una flessione del 10,15 per cento contro una previsione di crescita del 5,24 per cento se non vi fosse stata la guerra civile. Il rapporto rivela anche che il fucile Kalashnikov e' l'arma piu' comune usata nei conflitti africani e che per il 95 per cento e' prodotto fuori da questo continente cui appartengono 23 dei Paesi piu' impoveriti al mondo. Nella presentazione del rapporto, Ellen Johnson Sirleaf, la presidente della Liberia, un Paese che e' stato devastato da quattordici anni di guerra fino al 2003, ha esortato l'Africa e la comunita' internazinale a lavorare con serieta' su un trattato per il controllo del commercio delle armi. (Agi,11/10/2007)

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Fame e bio-combustibili: “benzina verde sì, ma aspettiamo la scienza” (GB, Misna, 11/10/2007)

“Cinque anni di sospensione in attesa che progressi della scienza consentano di impiegare gli scarti della produzione agricola per la produzione dei bio-combustibili”: lo ha proposto Jean Ziegler, l’inviato dell’Onu per il diritto all’alimentazione, annunciando la presentazione di una moratoria all’Onu sull’impiego dei prodotti agricoli per la produzione di carburante. Secondo Ziegler, la conversione di sempre maggiori estensioni di terra a questo tipo di colture è all’origine dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità e costituisce un rischio che non ci si può permettere: “Per gli affamati del mondo è una totale catastrofe”. Ziegler ha sottolineato di non essere contro i bio-combustibili, ma ha sostenuto che i progressi della scienza potrebbero consentire da qui a cinque anni di impiegare gli scarti della produzione agricola e le piante non-agricole che crescono naturalmente in terreni aridi. “Attualmente – ha detto Ziegler – occorrono 232 chili di mais per un pieno di 50 litri di bio-etanolo; con la stessa quantità di mais si potrebbe sfamare un bambino per un anno intero”. Citando il caso del Brasile, Ziegler ha chiarito: se 10 ettari coltivati a canna da zucchero per fini alimentari possono dare lavoro anche a 10 agricoltori, con la destinazione della coltura fini energetici è un solo agricoltore a poterci vivere. (GB, Misna,  11/10/2007)

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Dopo stagione delle piogge, rischio meningite? (MZ, Misna, 11/10/07)

L’eccezionale stagione delle piogge che si va concludendo in gran parte dell’Africa potrebbe scatenare la peggior epidemia di meningite degli ultimi decenni nel continente, almeno a parere dei rappresentanti della comunità sanitaria africana riuniti in questi giorni in Burkina Faso per un incontro d’emergenza voluto dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Gli esperti ritengono che circa 80 milioni di persone nei 21 paesi della cosiddetta ‘fascia della meningite’ - regione sub-sahariana con 300 milioni di abitanti, dall’Etiopia in Africa orientale alla Mauritania in quella occidentale - debbano essere vaccinati come misura di prevenzione. Secondo i partecipanti al convegno, le piogge crescenti hanno provocato il progressivo aumento del numero di casi nelle ultime due stagioni. Da dicembre a maggio dello scorso anno sono stati 53.000 gli ammalati e 4000 le vittime nell’intera regione; tra il 1995 e il ‘97, quando si sviluppò l’epidemia più grave, morirono circa 25.000 persone e 250.000 vennero contagiate . L’incontro di Ouagadougou, oltre a coordinare meglio le attività tra i paesi interessati, soprattutto, intende organizzare una raccolta di almeno 12 milioni di dosi di vaccino, come suggerito dall’Oms, che auspica una cospicua scorta in ogni paese. La meningite si presenta di solito nella stagione secca tra dicembre e giugno. (MZ, Misna, 11/10/07)

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Gli africani sono comunitari in Spagna (Calcioblog, 07/10/2007)

E’ questa la notizia che rischia di sconvolgere il calcio europeo a anni di distanza dalla sentenza Bosman: da ora i giocatori africani che giocano in Spagna sono comunitari. La rivoluzione parte come al solito da una singola richiesta, da un caso particolare, Real Madrid e Getafe infatti hanno chiesto alla federazione spagnola l’equiparazione tra atleti africani e europei, la federazione ha dato l’ok dopo aver consultato FIFA e UEFA. Tutto questo nasce dalla convenzione di Cotonou sottoscritta dall’unione europea e dai paesi facenti parte dell’ACP. Le tre lettere stanno per Africa-Pacifico-Caraibi, le zone da dove provengono i 75 paesi facenti parti della convenzione. L’accordo firmato in Benin nel 2000 ha come obbiettivo quello di sostenere questi paesi in via di sviluppo creando dei vantaggi economici negli scambi con l’Europa. (Calcioblog,07/10/2007)

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UA smentisce Kouchner, Mugabe al vertice con l'UE (Agi/Afp, 06/10/2007)

I diplomatici africani all'unisono si oppongono all'eventualita' che il controverso presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe non partecipi al vertice Europeo-africano di Lisbona in programma a dicembre. "L'Unione africana vuole che tutti vi prendano parte", ha spiegato dietro condizione di anonimato un funzionario dell'organismo dal quartiere generale di Addis Abeba. Era stato ieri il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner a riferire che dall'Ua erano disposti a escludere Mugabe viste le resistenze europee, in primis di Londra. L'anziano ex leader della rivolta contro il governo coloniale britannico della ex Rhodesia e' accusato di violazione dei diritti umani e di aver precipitato lo Zimbabwe in una crisi economica disastrosa. Da Addis Abeba fanno notare che l'Ua e' consapevole dei problemi dello Zimbabwe ma "rispetta il principio di non interferenza", limite valicabile "solo in caso di genocidio e violenza. Del resto lo Zimbabwe non e' il solo Paese a non rispettare la democrazia, basta guardare al Togo, il Niger....in realta' i problemi principali del Paese sono con Londra e si tratta di una vicenda bilaterale che non ci riguarda. Se gli europei insistono su questo punto il summit rischia di fallire". Previsto originariamente a aprile del 2003 e' stato ripetutamente rinviato proprio per il rifiuto di molti Paesi del vecchio continente di ospitare Mugabe. (Agi/Afp, 06/10/2007)

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La diaspora africana invia ogni anno 17 miliardi di dollari nei Paesi di origine (LM, Fides, 03/10/2007)

I lavoratori africani emigrati in altri continenti inviano ogni anno in Africa dai 14 ai 17 miliardi di dollari statunitensi sotto forma di trasferimenti a familiari e conoscenti. Lo afferma un rapporto della Banca Africana di Sviluppo che sottolinea che questa cifra corrisponde pressappoco alla somma dei bilanci annuali di tre Stati dell’Africa Orientale: Kenya, Tanzania e Uganda. Si tratta quindi di una fonte di entrata importante, in diversi casi fondamentale, per molte famiglie africane, ma vi sono da superare delle difficoltà per facilitare il trasferimento del denaro degli emigrati. Il Presidente della Banca Africa di Sviluppo, Donald Kaberuka, ha infatti lanciato un appello per rendere più efficiente il sistema interbancario in Africa, facendo notare che gli alti costi del trasferimento del denaro sono il principale ostacolo alle rimesse dei lavoratori africani espatriati. Questi costi variano dal 5 a al 15% della somma versata. (…) “Ad esempio, in Mali” ha aggiunto il Presidente della Banca Africana di Sviluppo “dove 3 milioni e mezzo dei 4 milioni di espatriati vive in altre parti dell’Africa, le rimesse dei soli immigrati in Francia, inviate attraverso canali ufficiali, ammontano a 120 miliardi di Franchi CFA, una somma simile ai fondi per lo sviluppo che il Paese riceve dai Paesi donatori”. Secondo lo studio della Banca, le rimesse della diaspora del Marocco, Senegal e Comore sono pari rispettivamente al 750%, al 218% e al 346% dell’assistenza allo sviluppo. Con la differenza che gli aiuti ufficiali spesso si disperdono in mille rivoli e le rimesse degli emigrati finiscono direttamente nelle tasche di chi ne ha bisogno. (LM, Fides, 03/10/2007)

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Rapporto Fortress Europe di settembre: 1.096 morti nel 2007 (Prima, 03/10/2007)

E’ stato pubblicato il rapporto di settembre di Fortress Europe, edito da La Infinito edizioni. Sconcertanti i risultati: 99 migranti morti lungo le rotte dell’immigrazione clandestina verso l’Europa nel mese di settembre, 1.096 dall’inizio del 2007, 43 vittime alle Canarie; 19 al largo di Mayotte; 11 tra Algeria e Andalusia; 13 nel Canale di Sicilia e 10 in Grecia. Tre bambine cecene assiderate mentre attraversano con la madre la frontiera Ucraina-Polonia a piedi. Diminuiscono gli sbarchi ma i morti in Sicilia sono già 500, contro i 302 di tutto il 2006, 95 iracheni respinti in un mese da Bari e Ancona, mentre Turchia e Arabia Saudita costruiscono muri alle frontiere. In Libia ancora in carcere i 600 eritrei di Misratah, mentre nuove retate colpiscono Zawiyah. L’Unione europea finge di non vedere, Frattini invia forniture a Qaddafi e annuncia: pattugliamenti Frontex con Tripoli nel 2008. Dal 1988 si contano almeno 10.355 migranti che hanno perso la vita lungo le frontiere europee. (Prima,03/10/2007)

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Notizie dai conflitti nel mondo (Loredana Brigante, 7Magazine, 03/10/2007)

Una petizione per chiedere "DIMMI DI PIÙ" ai direttori di Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto, Tg La7, La Repubblica, Repubblica.it, Il Corriere della Sera, Corriere.it, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero”. - «Informare sugli orrori delle guerre è una parte del cammino della pace» è il motto di War News http://warnews.it/ - notizie dai conflitti nel mondo, un’associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 2001 a Torino da Enrico Piovesana. Gestita da un gruppo di volontari che si occupano prevalentemente di un sito Internet (www.warnews.it), essa è volta soprattutto alla sensibilizzazione sui temi dei conflitti, “riservando un'attenzione particolare a quelle guerre di periferia, spesso dimenticate dai media commerciali”. In giorni come questi, dove l’attenzione è alta su ciò che accade in Birmania, sentiamo anche noi il dovere di aderire a questo motto facendolo nostro. Sono tante, infatti, le popolazioni oppresse da decenni e di cui quasi nessuno parla: 35 o 37, difficile stabilire con esattezza, visto che si tratta spesso di guerre civili. Concentrate per lo più in Africa, non mancano tuttavia nel resto del mondo; per fare alcuni nomi, Sudan, Uganda, Congo R.D., Nigeria, Somalia, Burundi, Liberia, Nepal, Sri Lanka, Haiti, Kashmir, ecc. L’elenco è lungo, ma lo è ancora di più quello delle vittime: migliaia di civili (nel Darfur, per esempio, 200.000 dal 2003 ad oggi), bersaglio dei gruppi armati che, in mancanza di uno stato di diritto, si sentono legittimati ad usare le armi e la violenza. Armi che, il più delle volte, vengono fornite dalle multinazionali o dagli Stati esteri, rendendo i conflitti più lunghi e più cruenti. Un quadro sconcertante della situazione mondiale ci viene offerto anche da Medici senza frontiere, che da tre anni pubblica un Rapporto sulle crisi dimenticate da quotidiani, periodici e telegiornali italiani. Per dare un’idea del silenzio e dell’indifferenza dei media, dall’ultima analisi risulta che nel 2006 i 22 quotidiani e i 13 periodici nazionali presi in considerazione hanno dedicato alla Cecenia solo 92 articoli, di cui quasi la metà è dedicata all’eclatante assassinio della giornalista Anna Politkovskaja e all'uccisione del leader separatista Basayev. MSF,inoltre, è promotrice della Campagna “Dimmi di più”. Questo l’appello: “Se credi di avere diritto a un'informazione completa e a conoscere il mondo in cui vivi, se sei stanco di leggere ciò che accade nel resto del mondo solo quando sono in gioco interessi italiani, firma anche tu per chiedere "DIMMI DI PIÙ" ai direttori di Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto, Tg La7, La Repubblica, Repubblica.it, Il Corriere della Sera, Corriere.it, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero”. Spesso rara e approssimativa, in effetti, si rivela l’informazione sia sulle condizioni di vita dei civili in questi Paesi sia sulle sorti delle migliaia di sfollati e rifugiati che, come nel nord Kivu, “portano sopra la testa il materasso, l’unica cosa che sono riusciti a salvare, per fuggire alla violenze”. - Testimonianza, quest’ultima, di un missionario che opera nel Congo e che all’Agenzia Fides confida: «Vi sono strategie precise dietro questi avvenimenti. Niente è lasciato al caso. Ho visto, ad esempio, che la stampa occidentale ha dedicato ampio spazio all’uccisione dei gorilla di montagna del parco Virunga. Si tratta di un modo per impedire che nell’area vengano turisti e ricercatori stranieri interessati ai gorilla, in modo da eliminare la presenza di testimoni scomodi su quello che sta avvenendo da queste parti». (Loredana Brigante, 7Magazine,  03/10/2007)

Una dichiarazione forte e sconcertante, e un mondo (quello dell’informazione) non solo distratto e disinteressato, ma anche complice e manipolatore nei confronti di guerre che forse (?) sono dimenticate di proposito.

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Unodoc: stretto rapporto tra i traffici di droga, di armi, di esseri umani e il terrorismo (LM, Fides, 03/10/2007)

Il traffico di droga in Africa occidentale è collegato al terrorismo e ad altre attività illecite. È quanto emerge da una serie di rapporti emanati da diversi organismi internazionali come l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). I governi africani stanno prendendo coscienza di questa realtà e stanno adottando delle misure per affrontare il problema. Uno dei nodi da risolvere è mettere sotto controllo la fascia che delimita gli Stati dell’Africa occidentale da quelli dell’Africa settentrionale. Si tratta di una vastissima area desertica utilizzata dai trafficanti di armi, di droga e di immigrati clandestini, dove sono attivi alcuni gruppi di guerriglia e di terroristi. Le reti criminali che operano in questa area “estremamente ben organizzate e finanziate, non solo sostengono il terrorismo ma sono attive anche nel traffico di armi a partire dai Paesi che sono appena usciti dalla guerra. Fanno anche traffici di cocaina, un’attività a sua volta legata al trasferimento di immigrati clandestini” ha detto Amado Philip de Andres, Direttore Aggiunto dell’UNODC al giornale algerino “La Tribune” che ha dedicato un ampio servizio alla questione dei traffici attraverso l’Africa occidentale e il Maghreb. L’Algeria infatti è preoccupata per le attività di Al Qaida nel Maghreb Islamico, la formazione nata dal Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento algerino, che si propone non solo di rovesciare il governo algerino ma di destabilizzare l’area compresa tra l’Africa settentrionale e quella occidentale. La crescente ondata migratoria dall’Africa occidentale per il nord Africa nasconde, oltre al dramma di popolazioni in cerca di un futuro migliore, altri disegni criminali. I trafficanti infatti chiedono 14mila euro per un “biglietto” per l’opulenta Europa. La maggior parte dei migranti clandestini non dispone di una somma simile e accetta quindi di trasportare un carico di droga. Spesso però il viaggio si interrompe con una tragica fine: oltre 500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere le Canarie, secondo i dati ufficiali del governo spagnolo. Si tratta di un flusso migratorio destinato ad aumentare. La popolazione attuale dell’Africa occidentale infatti, conta 290 milioni di persone; saranno 430 milioni nel 2025. Il 45% della popolazione locale ha meno di 15 anni ed è nata nelle bidonville delle città, dove spesso si è perso il senso dei valori tradizionali e i legami tradizionali di solidarietà. Questi giovani possono quindi diventare facili prede della criminalità comune e organizzata così come dell’estremismo. La presenza di organizzazioni criminali ed estremiste è ormai una realtà consolidata. Le organizzazioni mafiose nigeriane sono inserite a pieno titolo nel traffico mondiale di droga e operano in tutto il mondo (di recente sono stati arrestati trafficanti nigeriani persino in Cina). Al Qaida nel Maghreb Islamico è attiva nei traffici di sigarette e nelle estorsioni in Mali, Mauritania e Niger. Vi sono inoltre gruppi criminali colombiani in Guinea Bissau e in altri Paesi dell’area. Oltre al traffico di cocaina queste organizzazioni sono dedite al contrabbando di farmaci contraffatti, come il Viagra, prodotti in laboratori clandestini nigeriani e ivoriani. La risposta a questa minacce deve passare per la collaborazione tra gli Stati interessati. A settembre a Ouagadougou (Burkina Faso) si è tenuta l’ottava riunione degli organismi antidroga dei Paesi della CEDEAO (Comunità Economica dell’Africa occidentale). Un’altra struttura importante è il Gruppo Intergovernativo contro il riciclaggio del denaro e il finanziamento del terrorismo nell’Africa Occidentale (GIABA). L’Unione Europea ha attivato di recente in Portogallo un centro di controllo dei traffici di droga che passano per l’Atlantico e il Mediterraneo. Una struttura che intende coordinarsi con i Paesi della CEDEAO. (LM, Fides, 03/10/2007)

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Aiutare l’Africa a inserirsi nei commerci mondiali: aperto in Tanzania un meeting internazionale (LM, Ag. Fides, 02/10/2007)

Aiutare l’Africa a inserirsi nel sistema di commercio internazionale per promuovere il suo sviluppo economico. È lo scopo di un meeting al quale partecipano i Ministri economici africani che si apre ieri, 1 ottobre, a Dar es Salaam, capitale della Tanzania. Il convegno, che si concluderà il 3 ottobre, è organizzato dalla Banca Africana di Sviluppo e rientra nell’iniziativa “Aid for Trade”, promossa dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio e dalla Banca Mondiale. - In Asia diversi Paesi hanno raggiunto un buon livello di sviluppo e ridotto la povertà grazie ai commerci internazionali. Si pensi solo alla Corea del Sud, a Singapore e alla Cina. Ci si chiede perché non replicare lo stesso successo anche in Africa. Il continente, pur disponendo di risorse naturali che sono considerate strategiche dall’industria mondiale, conta solo per circa il 3% sul totale dei commerci internazionali. Negli anni ’50 questa percentuale era del 10%. Dopo decenni di declino, negli ultimi 20 anni la situazione è in via di miglioramento: i commerci sono cresciuti di cinque volte e le esportazioni africane sono aumentate del 15% all’anno, dal 2000 in poi. Per aumentare il volume delle esportazioni e la quota africana dei commerci mondiali occorrono nuove infrastrutture e un’armonizzazione delle legislazioni nazionali. La mancanza di infrastrutture comporta infatti costi aggiuntivi per le imprese: i costi di trasporto rappresentano il 13% dei costi di una merce africana destinata all’esportazione, mentre è del 8-9% negli altri Paesi in via di sviluppo e del 5,2% in quelli sviluppati. Per affrontare il problema delle infrastrutture servono massicci investimenti per costruire porti, strade, ferrovie, aeroporti, reti elettriche e di telecomunicazione. La Banca Mondiale ha calcolato che per costruire le reti stradali che collegano le capitali africane alle principali città occorrono 20 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono un miliardo di dollari all’anno per la manutenzione. Un prezzo alto ma che permetterebbe di incrementare i commerci per un valore di 250 miliardi di dollari in 15 anni, con le aree rurali a trarre i maggiori benefici. - Un altro fattore da modificare è il sistema burocratico doganale dei Paesi africani che ritarda la consegna della merce in media di 11 giorni, rispetto ai 7 giorni dei Paesi dell’America Latina e ai 5 giorni e mezzo di quelli asiatici. Secondo l’Organizzazione per lo Sviluppo Economico la riduzione di 6 giorni dei ritardi dovuti alle procedure doganali comporterebbe un aumento del 10% delle esportazioni africane.Gli organismi internazionali del commercio stanno valutando con i Paesi africani, l’avvio di programmi per la formazione degli impiegati doganali e la forniture di sistemi computerizzati per accelerare le procedure alla frontiera. Nell’ambito dell’iniziativa “Aid for Trade” gli esportatori africani imparano ad adottare gli standard di qualità e sanitari richiesti dai mercati dei Paesi sviluppati. La riduzione della povertà in Africa passa anche per il commercio internazionale, ma bisogna ricordare anche l’importanza della lotta alla corruzione, favorita dalla presenza dei cosiddetti “paradisi fiscali” (LM, Ag. Fides,02/10/2007)

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I marines alla conquista dell'Africa (Stefano Liberti, Il Manifesto/Terre Libere, 02/10/2007)

I marines sbarcano nel continente nero. Non è una nuova operazione Restore Hope, l'intervento in Somalia conclusosi con l'uccisione di 18 soldati nel 1993 e l'ignominiosa ritirata decretata da Clinton. È uno sbarco soft, che mira ad avere conseguenze più durature sulla strategia Usa a sud del Mediterraneo. Annunciata nel febbraio scorso, la creazione del nuovo Comando unificato per l'Africa (Africom) è stata ieri resa ufficiale. Finora divisa tra il comando europeo in Germania (responsabile di circa 43 paesi), il comando centrale di Tampa, in Florida (sotto la cui egida ricadevano Egitto, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Somalia e Kenya) e il comando per il Pacifico (che si occupava di Madagascar, Mauritius, Comore e Seychelles), l'Africa ha ormai diritto a un unico comando, che comprenderà tutto il continente eccetto l'Egitto. Rivendicata dal Pentagono come una semplice razionalizzazione e un «sostegno ai paesi africani nel creare istituzioni democratiche e promuovere una buona governance», la mossa testimonia in realtà di un rafforzato interesse per le ricche risorse minerarie del continente, diventato secondo il Wall Street Journal la prima fonte energetica degli Stati uniti. E mostra la volontà di fronteggiare la sempre più irruente e inarrestabile avanzata cinese in Africa. A capo di Africom è stato nominato il generale William «Kip» Ward, già responsabile delle truppe Usa in Bosnia e vice-capo del comando europeo, nonché unico afro-americano a cinque stelle dell'esercito americano. In un'intervista all'agenzia Reuters, l'interessato si è affrettato a chiarire, scanso equivoci, la sua posizione: «La protezione di infrastrutture strategiche e delle infrastrutture energetiche è una preoccupazione di ogni stato sovrano. Anche noi abbiamo questa preoccupazione». (…) Diversi paesi si sono affrettati non solo a indicare la loro contrarietà, ma anche a cercare di creare un fronte di opposizione comune: alla fine di agosto il ministro della difesa sudafricano Mosiuoa Lekota ha dichiarato in toni altisonanti che «i paesi africani si oppongono alla creazione di un comando africano sul continente». Per far capire l'antifona, Lekota si è rifiutato a più riprese di incontrare Ward, nonostante le ripetute richieste. La posizione sudafricana è stata assunta come linea comune dalla Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc), l'organizzazione regionale che raggruppa 14 paesi. L'obiettivo di Pretoria è far sì che questa diventi la linea di tutta l'Unione africana. Per il momento, oltre ai membri della Sadc, anche l'Algeria, il Marocco e la Libia hanno dichiarato di non essere disponibili. Ma comunque Washington guarda altrove. I principali interessi Usa sono situati nel Golfo di Guinea, il grande bacino petrolifero da cui attingono a piene mani le varie compagnie americane. Per fronteggiare la concorrenza della Cina e le turbolenze armate dei ribelli del Delta del Niger, l'ideale sarebbe stabilire il comando proprio in quella zona. I candidati naturali sarebbero tre: Sao Tomé e Principe (il piccolo arcipelago di fronte alla Nigeria in cui da anni si parla di una base Usa), la Guinea Equatoriale e la Liberia. In un intervento pubblicato sul sito allafrica.com la presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf ha lasciato intendere che non sarebbe contraria, sostenendo che «l'Africom potrebbe aiutare lo sviluppo della società civile e il miglioramento delle condizioni di vita degli africani». (Stefano Liberti, Il Manifesto/Terre Libere,02/10/2007)

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La Banca Mondiale chiede una proroga sugli EPA (DavidCronin, IPS, 28/09/07)

Peter Mandelson, Commissario europeo per il commercio, ha più volte avvertito i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), con la minaccia di imposte esorbitanti sulle loro esportazioni all’Ue se non firmeranno gli Accordi di partnership economica (EPA) entro il 31 dicembre. Malgrado sostengano di favorire azioni che incoraggino il commercio tra Europa e Africa, gli economisti della Banca Mondiale costituita da 185 paesi chiedono una proroga ritenuta necessaria a definire il tipo di accordo per la liberalizzazione totale del mercato promosso dalla Commissione Europea. Questo punto è stato sollevato durante le recenti discussioni tra la Banca e funzionari dell’Ue. Un importante rappresentante della Banca presso la sua sede centrale di Washington, ha detto che mentre l’idea degli EPA era da diversi anni nell'agenda delle relazioni Ue con l’Africa, le consultazioni finalizzate alla effettiva realizzazione risalgono solo agli ultimi due anni. ”È un periodo piuttosto breve per raggiungere un certo grado di sicurezza”, ha rivelato all’IPS una fonte che chiede l’anonimato. Secondo la fonte, vi è scarsa chiarezza su alcune delle questioni chiave dei negoziati, compreso il livello di assistenza che sarà concesso ai paesi ACP perché riescano ad avvalersi delle nuove opportunità commerciali. A maggio, i governi e la Commissione dell’Ue si sono impegnati promettendo 2 miliardi di euro (2,75 milioni di dollari) in “aiuti per il commercio” annuali entro il 2010. ”Non è chiaro per gli africani e onestamente non è del tutto chiaro neanche a noi quanta parte degli aiuti per il commercio sarà un supplemento (rispetto a fondi precedentemente assegnati agli aiuti allo sviluppo)”, ha detto la fonte. Alcuni economisti della Banca ritengono inoltre che l’Ue non dovrebbe fare pressione sugli africani perché accettino velocemente le clausole relative a questioni di investimento e concorrenza previste dagli EPA. (…)(DavidCronin, IPS,  28/09/07)

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Le nuove rotte del narcotraffico (Anita Borselli, Equilibri, 28/09/07)

Lo scorso giugno l’Ufficio delle Nazioni Unite contro il Crimine e la Droga (UNODC) ha pubblicato il suo Annual Report 2007. Dalla presentazione fatta dal direttore esecutivo dell’organizzazione, Antonio Maria Costa, è emerso un dato allarmante: l’aumento dei traffici di droga nel continente africano, i quali potrebbero avere risvolti pericolosi. - Essendo il narcotraffico un’attività illecita, i dati attraverso i quali si può inquadrare la sua diffusione e il suo giro d’affari sono essenzialmente quelli raccolti da differenti istituzioni, nazionali e internazionali, attraverso ricerche, ma anche arresti e sequestri. Una miriade di dati provenienti dai governi africani, dalle loro forze di polizia e dagli uffici dell’UNODC è dunque confluita nell’Annual Report 2007. - Per quanto riguarda l’Africa, questa ha rinforzato il suo ruolo all’interno della complessa economia sommersa che il traffico di droga porta con sé. In alcuni paesi, in particolare di Africa Centrale ed Occidentale, sta crescendo il consumo di droga. L’aumento del numero di consumatori probabilmente va collegato ad un aumento della disponibilità di sostanze stupefacenti sul suolo africano, che non necessariamente è data da un aumento della produzione in loco. È cresciuta infatti l’importanza dell’Africa come crocevia di rotte della droga provenienti dall’Asia, per quanto riguarda gli oppiacei e l’eroina, e dall’America Latina per quanto riguarda la cocaina. Si è diffuso inoltre l’uso di droghe sintetiche, mentre la produzione di derivati della cannabis, in particolare di resina di hashish, di cui il leader mondiale della produzione è il Marocco, rimane elevata nonostante i duri colpi inferti grazie all’impegno dell’amministrazione del regno marocchino. Il traffico di droga in Africa è un fenomeno relativamente nuovo: fino agli anni Novanta l’Africa non vi aveva giocato che un ruolo marginale e tuttora non è gestito da organizzazioni locali se non in misura minore. La produzione, la raffinazione o semplicemente il trasporto e la commercializzazione richiedono infatti risorse e impianti organizzativi notevoli. Chi viene coinvolto dunque in queste operazioni lo è a un livello subordinato, ovvero le sue mansioni si limitano nella maggioranza dei casi a quelle di corriere. La diffusione di queste pratiche è aumentata anche per la generale situazione di instabilità politico-sociale che affligge gran parte degli stati africani. Dunque, oltre alla posizione geografica, corruzione, scenari di conflitto presenti o passati, governi poco efficaci, difficoltà di controllo del territorio, in particolare delle frontiere, e una generalizzata cultura dell’impunità sono essenzialmente ciò che rende l’Africa luogo particolarmente adatto a fare da punto di raccordo per queste operazioni. (…)(Anita Borselli, Equilibri, 28/09/07)

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Migranti: sempre più fughe e vittime verso lo Yemen (CC,Misna, 28/09/07)

Almeno 89 morti e 154 dispersi è il bilancio delle vittime registrate in mare, nella traversata del Golfo di Aden, tra la Somalia e lo Yemen, dal 1° al 26 settembre scorso. E’ stato comunicato oggi dall’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), precisando che nello stesso periodo una cinquantina di imbarcazioni, circa due al giorno, con a bordo 4741 persone, sono arrivate sulle coste yemenite. Rispetto all’anno scorso, il numero di migranti su questa tratta di mare è cresciuto del 70%. “Le ultime cinque navi sono giunte mercoledì, con 600 passeggeri di nazionalità etiopica e somala; una persona è morta e 22 risultano disperse" si legge in una nota dell’Hcr. “Secondo le testimonianze di sopravissuti, i migranti sono stati maltrattati dai trafficanti, che li hanno picchiati con sbarre di ferro, cinte e tubi di plastica, persino accoltellati” indica la stessa nota, nella quale si legge anche che all’arrivo in Yemen, sempre secondo racconti di migranti, le guardie costiere avrebbero aperto il fuoco, uccidendo un Somalo di 70 anni; i trafficanti avrebbero risposto al fuoco. L’ufficio dell’Hcr in Yemen è il contatto con il governo locale per chiarire questi episodi, esprimendo vive inquietudini per la sorte dei civili; dal canto loro, i dirigenti yemeniti si dicono preoccupati dall’arrivo sulle coste di trafficanti con arme e droga. Secondo stime, sarebbero 13.887 i migranti sbarcati in Yemen ques’anno; almeno 356 non sono sopravissuti alla traversata e 272 risultano dispersi.(CC, Misna,  28/09/07)

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Ue-Africa/2: "Stop EPA Day". Giornata mondiale contro gli Epa (Vita, 27/09/07)

Il 27 settembre ricorre il quinto anniversario dell'avvio dei negoziati tra Unione europea e Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, per la firma degli Accordi di Partenariato Economico (APE/EPA). A cinque anni di distanza e pochi mesi dalla scadenza fissata per prossimo 31 dicembre 2007, la società civile europea e di Africa, Caraibi e Pacifico si mobiliterà per opporsi alla logica degli interessi di espansione degli affari europei che ormai permea questi accordi di liberalizzazione. In Italia la Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Fair e Manitese, tra i promotori della rete nazionale “L'Africa non è in vendita!”, saranno in prima linea, chiedendo al Parlamento italiano di dire la propria su questi accordi e colmare il deficit di democrazia che caratterizza la loro conduzione.
Il Commissario europeo al Commercio Peter Mandelson e quello per lo Sviluppo Louis Michel hanno scritto una lettera aperta alle organizzazioni degli attivisti che oggi in tutto il mondo hanno dato vita allo "Stop Epa Day" contro i nuovi accordi di partenariato economico (Epas) in arrivo entro l'anno tra Paesi di Africa, Caraibi, Pacifico (Acp) ed Europa. Oggetto centrale della missiva il convincerli che non e' vero che le politiche commerciali e di sviluppo dell'Unione stanno facendo sui piu' poveri ''pressioni diverse'' da quelle necessarie a capire ''come utilizzare il commercio per aiutare i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico a costruire economie piu' forti che possano contribuire alla riduzione della poverta' e a rompere la loro dipendenza dalle preferenze offerte loro sulle materie prime agricole''. L'intenzione dell'Europa, spiegano i commissari, non e' quella di ''far mostrare i muscoli'' a imprese, prodotti e investimenti nostrani in quei mercati, anche perche', ricordano, ''commerciamo con l'Africa subsahariana meno di quello che scambiamo con la sola Corea del Sud''. L'Europa non vuole ''stirare'' le regioni Acp e spingerle a firmare entro l'anno, assicurano i commissari, ''ma al contrario stiamo facendo tutto cio' che e' in nostro potere per essere piu' flessibili possibile, mentre i nostri partners stanno lavorando sodo per raggiungere la firma dell'accordo entro l'anno, come stabilito''. – Per saperne di più clicca qui: Da dove vengono gli EPA – I rischi dei nuovi accordi http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=85115 (Vita, 27/09/07)

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Economie africane a rischio con i nuovi trattati commerciali con l’Unione Europea?(LM, Ag. Fides, 26/09/07)

I Paesi africani e l’Unione Europea sono in trattativa per concludere entro dicembre un nuovo accordo commerciale conosciuto come Economic Partnership Agreements (EPA). Il 1° gennaio 2008, infatti, scadono gli accordi di Lomé che per decenni hanno regolato gli scambi commerciali tra l’Unione Europea e i cosiddetti Paesi ACP (Africa Caraibi e Pacifico). Gli EPA hanno lo scopo di aprire i mercati domestici dei Paesi africani a quasi tutti i prodotti europei nel periodo compreso dal 2008 al 2020. In base agli accordi EPA si prevede inoltre la liberalizzazione del settore dei servizi, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la standardizzazione delle certificazioni e delle misure sanitarie e veterinarie, la definizione di regole di concorrenza e di promozione, e la difesa degli investimenti delle imprese estere. I Paesi africani sono indecisi se firmare questi accordi che sostituiscono le precedenti intese tra Unione Europea e Stati ACP, che prevedevano un trattamento preferenziale (tramite esenzione di imposte) per alcune merci provenienti da questi Paesi nel mercato europeo. Questi accordi sono stati dichiarati illegali dall’Organizzazione Mondiale del Commercio in quanto contrari alla libera concorrenza. Gli EPA prevedono di continuare a garantire l’esenzione d’imposta alle merci africane ma in cambio i mercati africani dovranno aprirsi ai prodotti europei. Gli Stati africani temono di essere invasi dalle merci europee a basso prezzo (perché non saranno più soggette alle tariffe doganali attualmente in vigore), con grave danno per i produttori locali, già colpiti dall’afflusso di articoli provenienti dall’Asia. I Paesi africani si trovano di fronte ad un cruciale dilemma: se entro dicembre non viene raggiunto un accordo con l’Unione Europea le loro esportazioni nel mercato europeo saranno soggette a tariffe dell’8%. Per alcune categorie di prodotti la tariffa doganale prevista è del 25%. Non raggiungere un accordo significa rinunciare a un mercato estero importante per la crescita della loro economia. Una possibile soluzione è quella di prevedere specifiche garanzie per un determinato periodo per i prodotti dai quali le economie nazionali sono fortemente dipendenti. I Paesi africani inoltre non sembrano avere un fronte comune nel negoziare con le controparti europee. Gli EPA infatti sono suddivisi per area continentale: Africa centrale, Africa occidentale, Africa Sud – orientale.(LM,Ag. Fides,  26/09/07)

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Un manuale per aggiornare Sarkozy (E.Citterio, Vita, 26/09/07)

Un manuale di storia per aggiornare le conoscenze di monsieur Nicolas Sarkozy sull'Africa. A lanciare l'iniziativa è stata la studiosa di storia Adame Ba Konaré, consorte dell'ex-presidente del Mali Alpha Oumar Konaré, attuale presidente della Commissione dell'Unione Africana. Il presidente francese lo scorso giugno all'università ‘Cheikh Anta Diop' di Dakar aveva affermato che l'Africa era al margine della Storia, in uno stato stazionario e di immobilità, suscitando il malcontento e le proteste degli studenti universitari senegalesi . Chiedo agli storici africani – ha detto la signora Konaré - di produrre ognuno un articolo nel proprio settore di studio entro la fine del 2007. Prenderemo le misure necessarie per far giungere un esemplare di questa opera al presidente Sarkozy e alle autorità francesi, così che possano aggiornare il loro livello di conoscenza della Storia dell'Africa”. La voce della signora Konaré non è unica, come riporta oggi l'agenzia Misna. Anche una trentina di intellettuali africani che vivono e lavorano all'estero hanno annunciato la pubblicazione di “un volume di reazioni di alto livello scientifico alle parole del presidente francese”. A guidare l'iniziativa è lo scrittore ed ex-ministro senegalese Makhily Gassama; l'opera, che dovrebbe includere il lavoro di intellettuali dello spessore del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura , e Amadou Mactar Mbow, ex-rappresentante dell'Unesco dovrebbe essere in libreria entro il febbraio 2008. “È difficile tollerare accuse, come quelle contenute nelle parole pronunciate dal capo di Stato francese davanti alla gioventù africane di Dakar. Sarkozy ha osato riprendere, con vigore, i grandi argomenti e i cliches dei teorici del razzismo” ha sottolineato Gassama. (E.Citterio, Vita, 26/09/07)

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Questa è l’Africa in cammino (MariapiaBonanate, Fam Cristiana, 25/09/07)

La svela una pediatra keniana, al suo terzo toccante romanzo. Un libro da non perdere per diversi motivi. Offre un volto dell’Africa in cammino verso una promozione umana e sociale dalla quale molto abbiamo da imparare e di cui poco si parla, distratti dalle grandi tragedie che lacerano il Continente nero. Affronta il tema della morte con profondità e leggerezza, restituisce al momento del trapasso quella speranza umana e cristiana che consegna un significato alla vita, diventa sorgente di conoscenza di valori dimenticati. Aiuta a scoprire come quello che possiamo toccare e vedere non è necessariamente l’unica verità, né la più importante. Dimostra che «nessuna vita è un caso, nessuna vita è del tutto senza significato, nessuna vita è senza scopo». - Veramente brava Margaret Ogola, pediatra e direttrice sanitaria dell’Ospedale Cottolengo Hospice per orfani malati di Aids in Kenya, madre di cinque figli, al suo terzo romanzo. Amor, la protagonista di questo racconto ricco di speranza, discende direttamente da lei. È un’imprenditrice di successo alle soglie dei 50 anni, che ha creato un’azienda in continua espansione. Vive nella Nairobi colta e benestante, dove l’inferno degli slum che fanno da sudario alla città compare di scorcio, ma è illuminato nei suoi drammi da una determinata volontà di riscatto. Donna fortunata con una vita felice e una bella famiglia, costruita con un marito al quale è legata da una profonda intesa, scopre all’improvviso di avere pochi mesi di vita per un cancro al fegato. Dopo i primi momenti di smarrimento e di cupa sofferenza, decide di affrontare in piedi la morte e di trasformare il tempo che le resta per intessere un testamento umano e spirituale capace di aiutare chi la circonda a vivere con più pienezza e autenticità la propria esistenza. A cominciare da sé stessa. Impara così a guardare con occhi nuovi le bellezze e le risorse della propria terra tormentata, ma giovane e pulsante di vita, a porsi domande fondamentali sul destino dell’uomo e sul mistero che lo circonda, sulla fede e su quel Dio che aveva accantonato, sulla fine che si sta avvicinando. «Devo riuscire a meditare sulla morte e cercare di capirla, di viverla. Moriamo, comunque, perché non farlo trovando la pace?». La sua trasformazione umana e spirituale cambia l’esistenza dei familiari e degli amici, i quali, intervenendo con le loro voci, fanno da coro a questa splendida vicenda che si conclude con un auspicio: «Che l’amore sia sempre la causa della vita, che l’amore sia il traguardo». (MariapiaBonanate, Fam Cristiana, 25/09/07)

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Sorprese in una nuova classifica sul buon governo nel continente (MZ, Misna, 25/09/07)

Sicurezza; stato di diritto, trasparenza e corruzione; partecipazione politica e diritti umani; sviluppo economico durevole e sviluppo umano: questi i cinque valori presi in esame dall’ ‘Indice Ibrahim per la Governance in Africa’, la classifica pubblicata oggi in contemporanea a Londra e Città del Capo e realizzata dalla Fondazione creata lo scorso anno da Mo Ibrahim - l’imprenditore sudanese che ha creato ‘Celtel’ il principale operatore di telefonia mobile di tutto il continente africano – per promuovere il ‘buon governo’ in Africa. L’indice di quest’anno, il primo di una serie di classifiche annuali che verranno messe a punto dalla Fondazione, segna il successo delle Isole Mauritius, che si sono dimostrate il paese con il miglior livello di buon governo dell’intero continente ottenendo un ‘voto’ di 86,2 punti su una scala totale di 100. Insieme all’arcipelago Mauriziano in testa alla classifica spiccano Seychelles (83,1 punti), Botswana (73), Capo Verde (72,9) e Sudafrica (71,1). Nessuna sorpresa nella coda della classifica, chiusa dalla Somalia, unico paese al mondo che dal 1991 ad oggi è stato ‘governato’ da uno stato perenne di anarchia. Insieme all’ex-colonia italiana, che ha ottenuto 28,1 punti, agli ultimi cinque posti della classifica figurano la Repubblica democratica del Congo (38,6), Ciad (40) Guinea Bissau e Liberia (entrambi con 42,7 punti). L’indice Ibrahim ha esaminato i dati provenienti da 48 paesi dell’Africa sub-sahariana ed è stato stilato da un gruppo di accademici africani coordinati dal professor RobertRotberg, dell’Università di Harvard, in collaborazione con la Kennedy school of Government. “Non si tratta di un lavoro perfetto, non è un prodotto finale ma un lavoro in corso” ha detto Mo Ibrahim presentando il primo rapporto e sottolineando che lo scopo dell’Indice è solo quello di fornire un termine di paragone per registrare i progressi del continente e aiutare così chi sta lavorando per la sua crescita. Esaminando bene la classifica contenuta nell’indice emerge chiaramente come paesi più conosciuti e considerati più avanzati siano spesso scavalcati da nazioni ‘minori’, soprattutto in termini economici o ‘mediatici’. Così la Nigeria, con il suo 37esimo posto (su 48), è solo due scalini più avanti della Sierra Leone; oppure il Kenya (al 15 esimo posto) viene superato da Lesotho (11 esimo), Malawi (12) e Tanzania (14). Lo Zimbabwe 31esimo non è poi così lontano dall’Uganda al 25 esimo posto. Da segnalare anche le classifiche interne a ciascuno degli elementi presi in esame e dalle quali emerge che il paese primo in “sicurezza” è il Gabon (ultimo il Sudan e terzultimo il Sudafrica, che invece figura tra i primi classificati in quasi tutti gli altri indicatori), in testa alla graduatoria per “stato di diritto, trasparenza e mancanza di corruzione” è ilBotswana, mentre le Mauritius guidano quella riguardante alla “partecipazione e diritti umani” e le Seychelles quelle “dell’opportunità economica sostenibile”. (MZ,Misna, 25/09/07)

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Puliamo il mondo raccontandola tutta sui rifiuti (DiegoBarsotti, Greenreport, 25/09/07)

In questi giorni in tutta Italia è in programma l’iniziativa di Legambiente Puliamo il mondo, che anno dopo anno si arricchisce di iniziative e di comuni che aderiscono. Operazione buona in sé a prescindere, perché oltre all’aiuto materiale al nostro ambiente, prima di tutto punta sull’educazione dei giovani. La speranza quindi è quella che la sensibilità ecologista dei tanti partecipanti all’iniziativa diventi sempre più una costante dell’agire quotidiano. Eppure anche un’iniziativa come Puliamo il mondo sconta le sue contraddizioni, e così come qualche giorno fa avevamo rilevato la stranezza del premio riconosciuto a Coca-cola daGreenpeace, oggi evidenziamo che gli sponsor di Puliamo il mondo sono da una parte Unicredit banca (che dopo aver dichiarato nel 2001 di voler cessare le operazioni legate all’export di armi ricompare con quote rilevanti, 86,7 milioni nel 2006, nella lista indicata nell’ultima relazione della presidenza del consiglio), e dall’altra parte Eni, con la sua controllata Snam Rete gas. - «La vicenda nigeriana Eni la deve chiarire come tutte le altre multinazionali davanti alla comunità internazionale – spiega StefanoCiafani, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente – anche all’Eni sono stati fatti molti rilievi non solo per l’inquinamento da gas flering ma anche per i diritti civili e quindi attendiamo di vedere quali risposte darà. Detto questo però va sottolineato che lo sponsor di Puliamo il mondo non è Eni ma Snam rete gas. Ora noi siamo i primi fautori della liberalizzazione del mercato del gas e ci auguriamo che avvenga prima possibile, ma oggi purtroppo chi importa e distribuisce è quasi in regime monopolistico Snam e rete gas. Siccome Legambiente sostiene che in attesa del modello basato su risparmio e sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili, in questa fase di transizione si debba sostituire i derivati del petrolio e del carbone con il gas, la scelta di Snam è assolutamente coerente. Anche perché l’alternativa al gas è lo stesso petrolio estratto in modo vergognoso in Nigeria e in altri parti del mondo, oppure il carbone ancor più sporco di sangue che viene estratto nelle miniere cinesi». (…)(DiegoBarsotti, Greenreport, 25/09/07)

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Approvato dispiegamento forza ‘ibrida’ in Cad e Cntrafrica (AdL, Misna, 25/09/07)

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato oggi il dispiegamento di una forza ibrida Onu-Unione Europea nel Ciad orientale e nel nord-est della Repubblica Centraficana e che rientra nel più vasto progetto di una missione di pace internazionale per il Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno con gravi ripercussioni sul piano umanitario. La proposta, presentata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, BanKi-moon, consiste in una presenza internazionale "multidimensionale” dispiegata per un anno nella regione; vale a dire una missione di polizia dell’Onu appoggiata militarmente dall’Unione Europea. Il contingente sarà costituito prevalentemente da soldati francesi.Parig, infatti, può contare sia in Ciad che in Centrafrica sulla presenza di contingenti e di basi militari garantite da accordi di Difesa di era coloniale con entrambe i paesi. L’identificazione del contingente francese con la nuova forza di pace potrebbe essere fonte di problemi, dato che nei mesi scorsi l’esercito francese ha offerto sostegno logistico, quando non è addirittura intervenuto militarmente, sia al governo ciadiano sia quello centrafricano nelle operazioni contro le rispettive ribellioni interne. Tuttavia, nella risoluzione approvata oggi si precisa che la missione mira a “creare le condizioni favorevoli per il rimpatrio volontario e durevole di rifugiati e sfollati”. Secondo stime correnti in Ciad si troverebbero 236.000 rifugiati provenienti dal Sudan e oltre 173.000 sfollati interni, mentre la Repubblica Centrafricana conta oltre 200.000 tra profughi e sfollati interni. (AdL,Misna, 25/09/07)

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Appello Unicef per emergenza alluvioni (Agi, 24/09/07)

Ghana, Togo e Burkina Faso sono i paesi più colpiti dalle gravi alluvioni in Africa centrale e occidentale, con oltre 175.000 persone che necessitano di aiuti immediati. Da quando piogge torrenziali hanno investito la regione, circa un mese fa, l'UNICEF ha fornito assistenza a diversi paesi dell'area, in particolare Mauritania, Nigeria e Mali. In Africa orientale, più di 400.000 bambini hanno bisogno di aiuto immediato a causa delle alluvioni in Uganda. In Ghana e Togo le alluvioni hanno colpito alcune delle regioni più povere e con i peggiori indicatori sanitari e nutrizionali riguardanti l'infanzia. Le alluvioni, inoltre, hanno colpito nel pieno della stagione malarica, e le acque stagnanti favoriscono la riproduzione delle zanzare. Entrambi i fattori produrranno conseguenze di lungo termine nella regione, anche quando le acque si saranno ritirate. In Ghana oltre 75.000 persone risultano in gravi condizioni, di cui circa 15.000 - il 20% - sono bambini. A causa della perdita di terre coltivabili l'UNICEF teme gravi ripercussioni sullo stato nutrizionale dei bambini, già provato tra giugno e luglio da 2 mesi di grave siccità. Inoltre, la perdita di bestiame, terra e mezzi di sussistenza provocherà un aumento dei prezzi alimentari. L'UNICEF sta effettuando con le organizzazioni partner e il Governo una valutazione degli interventi prioritari; è alto l'allarme per il rischio di epidemie, a causa della contaminazione delle fonti idriche e delle gravi condizioni igienico-sanitarie. Finora l'UNICEF ha inviato nelle aree colpite kit sanitari, medicinali di base e aiuti per l'istruzione: le scorte inviate comprendono farmaci, compresse per la potabilizzazione dell'acqua, kit per l'igiene infantile, utensili per cucinare, zanzariere anti-malaria trattate con insetticidi, teli impermeabili per allestire ripari d'emergenza, tende, sapone, kit scolastici d'emergenza, contenitori per la raccolta dell'acqua e recipienti. Nel Togo settentrionale circa 8.000 persone risultano sfollate e 60.000 senzatetto. Gravi i danni alle infrastrutture, con oltre 100 ponti e canali spazzati via dalle acque. Tra i bisogni immediati delle popolazioni vi è l'esigenza di ripari, medicinali d'emergenza, acqua potabile e aiuti per l'igiene: come in tutte le alluvioni, è concreto il rischio di malattie veicolate da acqua contaminata. A oggi l'UNICEF ha distribuito 30 rotoli di teli impermeabili (50mx4m) per allestire ripari temporanei e 10 di corde; 30 latrine d'emergenza; 240 confezioni da 50 compresse per la potabilizzazione dell'acqua; 3 cisterne da 5.000 litri e le attrezzature necessarie a collegarvi rubinetti per la distribuzione. In Burkina Faso le persone colpite dalle alluvioni sono 40.637 in circa 45 distretti. L'UNICEF ha finora fornito al Governo aiuti d'emergenza, biscotti BP5 ad alto valore proteico e zanzariere trattate con insetticida contro la malaria. - In Uganda l'UNICEF ha lanciato un appello d'emergenza di 7,2 milioni di dollari per l'assistenza a oltre 400.000 bambini, oltre 200.000 dei quali hanno bisogno immediato di ripari d'emergenza. Della popolazione colpita dalle alluvioni in Uganda, l'80% sono bambini. (AGI, 24/09/07)

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Africa - La nuova offensiva Tuareg (AlbertoGrossetti, Equilibri, 21/09/07)

Il Mali e il Niger si stanno confrontando con la ripresa delle violenze messe in atto dai ribelli Tuareg, tornati alle armi dopo gli accordi di pace del 1995. Responsabili delle rivolte sono due storici leader del movimento Tuareg: Ibrahim Bahanga, capo del Niger Movement for Justice (MNJ) che si prefigge di lottare per lo sviluppo del paese, e Assane Fagaga, colonnello dell’esercito maliano ritornato alla guerriglia con l’assalto del 23 maggio 2006 alla guarnigione di Kidal. Il movimento e le rivendicazioni Tuareg hanno perso ormai molta forza, e nella popolazione appare viva l’esigenza di pace e stabilità dopo anni in cui il conflitto armato ha reso critiche le possibilità di sopravvivenza in un territorio già di per sé arido e inospitale. Non è da escludersi però un’escalation della violenza, che comprometterebbe inoltre lo sfruttamento delle risorse petrolifere e dell’uranio presenti nel nord del Mali e del Niger, proprio zone in cui la presenza dell’etnia Tuareg è preponderante. (…) (Alberto Grossetti, Equilibri,  21/09/07)

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Ogni anno 148 miliardi di dollari sottratti dalla corruzione (LM, Fides, 21/09/07)

Ogni anno l’Africa perde 148 miliardi di dollari a causa della corruzione. È quanto affermano le Nazioni Unite e la Banca Mondiale che hanno varato un’iniziativa comune per recuperare le ricchezze sottratte illecitamente agli abitanti del continente, la “Stolen Assets Recovery Initiative” (STAR). (…) Secondo i dati della Banca Mondiale, dai 20 ai 40 miliardi di dollari vengono intascati ogni anno da politici e amministratori corrotti dei Paesi più poveri; una cifra equivalente al 40% dei fondi che questi Paesi ricevono in aiuti dagli Stati più sviluppati. Il Presidente della Banca Mondiale ha mostrato un esempio di come possono essere utilizzati i fondi recuperati alla corruzione e alla malversazione. “Con 100 milioni di dollari si possono vaccinare 4 milioni di bambini, fornire acqua potabile a 250mila abitazioni oppure offrire un ciclo completo di trattamento per un anno a 600mila sieropositivi e malati di AIDS”. La questione è però quella di combattere i cosiddetti “paradisi fiscali” (Stati con una legislazione poco trasparente e nel quale il segreto bancario è una norma osservata rigidamente) e costringere gli istituti finanziari a collaborare con le autorità statali. Di recente le autorità svizzere hanno collaborato con quelle nigeriane nel recuperare 505 milioni di dollari che erano stati nascosti in banche elvetiche da parte dell’ex dittatore Sani Abacha. Ma si tratta di una goccia in un mare di petrodollari, visto che dal 1960 ad oggi sono stati sottratti ai cittadini nigeriani 400 miliardi di dollari di proventi petroliferi . In Africa comunque aumenta la consapevolezza del problema della corretta utilizzazione delle risorse africane: oltre alla corruzione è spesso la cattiva gestione a impedire lo sviluppo di diverse economie. La stampa del Mali, ad esempio, si chiede come mai, con il prezzo internazionale dell’oro sempre più alto, il Paese incassi così poco dalla vendita del metallo prezioso. Il Mali è il terzo produttore africano di oro. L’Associazione Maliana dei Diritti dell’Uomo ha presentato un rapporto di una commissione d’inchiesta internazionale nel quale si analizzano i diversi fattori che hanno impedito che la promessa di ricadute positive dello sviluppo dell’industria mineraria non è stata realizzata.(LM, Fides, 21/09/07)

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Inondazioni in 18 paesi, appello Croce Rossa (Swissinfo, 21/09/07)

Oltre un milione di persone è stato colpito dalle inondazioni in 18 Paesi africani, ha affermato oggi a Ginevra la Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa lanciando un appello alla solidarietà internazionale. Dall'Uganda al Ghana, numerose regioni del continente sono state devastate da precipitazioni torrenziali, persistenti e ripetitive, provocando 250 morti, 650mila senzatetto, senza contare le colture e le riserve alimentari distrutte, afferma la Federazione in una nota. A causa delle previste nuove precipitazioni nelle prossime settimane, si teme inoltre un peggioramento della situazione. "L'entità della catastrofe richiede uno sforzo d'assistenza massiccio per aiutare le centinaia di migliaia di vittime delle inondazioni a superare la crisi e a ricostruire la loro esistenza", ha detto Niels Scott, coordinatore per l'Africa della Federazione. Particolarmente colpito l'Uganda, paese per il quale la Federazione ha già lanciato un appello di fondi di 5,1 milioni di euro.(Swissinfo, 21/09/07)

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Sotto la pioggia e l’indifferenza (Joshua.Massarenti, Panorama, 20/09/07)

(…)Non usa mezzi termini la portavoce di Ocha (Ufficio di coordinamento Onu degli affari umanitari), Elisabeth Byrs, per definire la catastrofe ambientale che da luglio sta stravolgendo il continente africano, letteralmente sommerso dalle acque in seguito a ondate di piogge violentissime abbattutesi senza tregua negli ultimi tre mesi dall’Africa occidentale al mar Rosso. Il bilancio complessivo è di circa 270 morti e 1,5 milioni di persone colpite dalle inondazioni. Il Sudan è stato il paese più martoriato con oltre 130 vittime e 500mila persone costrette ad abbandonare le proprie dimore. Secondo i bilanci locali raccolti dall’agenzia di stampa Afp, si calcola che in Nigeria sarebbero state uccise 42 persone, 22 in Burkina, 20 in Togo, 18 in Rwanda e una decina in Niger. Drammatica è la situazione nel nord del Ghana dove finora sono morte 32 persone mentre altre 260mila devono ormai fare i conti con i rischi di insicurezza alimentare e di epidemie. Raggiunto telefonicamente da Panorama.it, il direttore regionale di Ocha/Africa occidentale, Hervé Ludovic de Lys, ha espresso tutta la sua inquietudine sull’arrivo di nuove piogge nei prossimi giorni: “Il Senegal rischia di fare la fine di molte regioni del Ghana, del Niger, del Mali e del Burkina Faso, tutti paesi in una vera e propria emergenza sanitaria e alimentare”. Secondo de Lys, “si sono verificati casi di colera in zone difficilmente accessibili, dove i centri sanitari non hanno gli strumenti necessari per far fronte all’epidemia”. Sul fronte alimentare, “la devastazione dei terreni afflitti dalle piogge rischia nel medio termine di mettere a durissima prova la vita di centinaia di migliaia di persone”. Da qui l’appello lanciato dal Programma alimentare mondiale (Pam) per una raccolta fondi di 60 milioni di dollari per l’Uganda mentre la Croce rossa internazionale ha chiesto 880mila euro da destinare a 60mila persone in Ghana. Entrambe le richieste fanno però sorgere più di un dubbio sulla tempestività delle risposte rispetto a un’emergenza in corso dal luglio scorso. (…)(Joshua.Massarenti, Panorama,20/09/07)

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A Londra il primo istituto islamico per formare 'imam moderati'(Corriere della Sera, 18/09/07)

Apre a Londra il primo istituto islamico per formare 'imam di moschee moderati'. Lo riferisce stamani il quotidiano panarabo al Sharq al Awasat. Mohammed al Sharqawi, il direttore dell'istituto 'Accademia di al Rahman' che fa capo all'Universita' di al Azhar in Egitto, interpellato dal giornale, ha detto: ''Il nuovo istituto non sara' riservato ai soli studenti musulmani, ma accogliera' le domande d'iscrizione di tutti coloro che lo desiderano a prescindere della loro fede oppure nazionalita'''. ''L'istituto - ha aggiunto il direttore - e' il primo del suo genere che a fianco delle scienze della Shariya islamica insegnera' anche le norme di diritto britanniche''. (Corriere della Sera,18/09/07)

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Traffici illeciti di armi? Ecco come scoprirli dalle quotazioni di Borsa (Mariangela Maritato, Il Sole 24 ore, 17/09/07)

Rintracciare i traffici illeciti di armi attraverso l'analisi dell'andamento delle quotazioni azionarie delle ditte produttrici nei mercati finanziari mondiali. Due studiosi italiani, Stefano Della Vigna, docente di Economia comportamentale alla Berkeley University ed Eliana La Ferrara, docente di Economia politica all'università Bocconi, hanno recentemente proposto ed illustrato questo metodo nello studio intitolato "Detecting Illegal Arms Trade". Il rapporto focalizza la sua attenzione su otto Paesi sottoposti a embargo dall'Onu tra il 1990 e il 2005: Angola, Etiopia, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sudan e (ex) Jugoslavia. Il traffico illegale di armi continua ad alimentare conflitti tra Paesi vincolati dall'embargo imposto dalle Nazioni Unite. Queste armi sono responsabili di migliaia di morti ogni giorno: si stima che solo nella Repubblica Democratica del Congo la guerra civile abbia provocato 3,8 milioni di morti dal '98 a oggi. Il presupposto della ricerca è che operatori, brokers ed investitori siano in possesso di informazioni non di dominio pubblico sui traffici illegali di armi. Vengono quindi presi in considerazione alcuni eventi che possono far aumentare o diminuire l'intensità del conflitto in corso, esaminando contemporaneamente la dinamica dei prezzi dei titoli azionari delle suddette industrie belliche. Se un'azienda ha un traffico illecito, gli eventi che aggravano il conflitto produrranno un aumento della domanda di armi: l'azienda "illegale" ne beneficerà vedendo aumentare il prezzo delle proprie azioni. Viceversa, se un'azienda commercia legalmente con il Paese sottoposto a embargo, i prezzi potrebbero non subire variazioni significative o venire influenzati in negativo, in quanto l'aggravarsi del conflitto potrebbe causare un ritardo nella rimozione dell'embargo stesso e le sanzioni economiche continuare o addirittura inasprirsi. (…) Nella sua prima parte, il rapporto non riesce a stabilire alcuna correlazione significativa, a livello statistico, tra episodi di guerra e corsi di borsa. Ma - spiegano gli autori - questo potrebbe derivare dal fare di ogni erba un fascio, dalla difficoltà di distinguere imprese viziose da quelle virtuose, per cui la salita dei titoli delle une compenserebbe la discesa di quelli delle altre. Si procede quindi a suddividere le imprese dedite al commercio di armi secondo i parametri di corruzione e trasparenza utilizzati dall'organizzazione "Transparency International" che annualmente stila una classifica dei Paesi più corrotti. L'idea è che sia più agevole, o meno oneroso dal punto di vista economico, perseguire scopi illeciti in Paesi con un quadro legislativo debole e un elevato grado di corruzione. Introducendo questa distinzione, emerge un quadro in linea con le predizioni dei due autori. Dopo ogni evento bellicoso, i prezzi delle azioni di società che hanno sede in Paesi più corrotti aumentano a livelli anomali. Analogamente, diminuiscono per quelle che hanno sede in Paesi meno corrotti. Proseguendo su questa pista si riescono anche ad identificare le singole imprese e gli episodi bellicosi a cui associare un possibile comportamento illecito. Il documento originale redatto dai due studiosi italiani (in PDF) (Mariangela Maritato, Il Sole 24 ore,17/09/07)

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Diamanti: il Kimberley Process (Noemi Dal Monte, Equilibri,14/09/07 )

Secondo il World Diamonds Council circa il 65% dei diamanti presenti nel mondo, per un fatturato di $8,4 miliardi l’anno, vengono dall’Africa, e contribuiscono significativamente alla crescita delle economie del continente, dando lavoro a circa 10 milioni di persone. I diamanti, però, soprattutto negli anni ’90 sono stati il principale mezzo di finanziamento di numerose guerre civili che hanno insanguinato l’Africa. Oggi, molti di questi diamanti, la stima si aggira attorno al 99%, sono oramai formalmente “fuori dai conflitti” grazie al Kimberley Process and Certification Scheme (KPSC), un’iniziativa a partnership pubblico-privata, comprendente stati, imprese del settore e ONG, sviluppato per prevenire che “diamanti insanguinati” riescano a penetrare nel mercato attraverso i legittimi canali commerciali. Esso è in vigore dal 2003 e vi partecipano 71 stati, tra i quali numerosi stati Africani, ricchi di tale minerale, e stati occidentali, 45 dei quali sedi delle principali industrie diamantifere e gioiellerie. - I risultati di quattro anni di applicazione: la risposta delle case diamantifere ai vincoli di Kimberley. Dal 2003 il Kimperly Process è riuscito a imporre globalmente un sistema regolatorio su di un mercato che si aggira sui 13,4 miliardi di dollari all’anno, nonché a far scendere la percentuale di diamanti provenienti da zone di conflitto dal 4 al 0,2 %. Sebbene alcune guerre africane che si finanziavano grazie ad essi siano oggi concluse, il calo di “diamanti insanguinati” presenti sul mercato è dovuto anche all’adozione di politiche di responsabilità sociale d’impresa in linea con le richieste del KPCS da parte delle grandi ditte occidentali. Da un lato vi sono gli stati che, secondo Kimberley, sono obbligati a non accettare l’entrata nel mercato interno di diamanti grezzi senza un certificato KPSC convalidato dal governo del paese di provenienza della merce. Inoltre le gemme devono essere trasportate in appositi container, e registrate con un numero unico. Dall’altro lato vi sono diverse imprese, che, dovendo maneggiare unicamente gemme che abbiano seguito questo percorso, hanno trovato conveniente integrare i vincoli del KPSC nelle politiche aziendali. Quando nel 2000, Amnesty International e Global Witness resero noto all’opinione pubblica mondiale l’esistenza di “diamanti insanguinati” presenti sul mercato mondiale, stimolando i negoziati che portarono alla creazione del KPSC, molte ditte si trovarono di fronte alla ridefinizione delle loro politiche commerciali. La francese Cartier e l’olandese De Beers, ad esempio, hanno messo in piedi politiche di grande trasparenza. Nei loro siti internet si trovano le informazioni sulla loro partecipazione a Kimberley e sui “diamanti dei conflitti”. Entrambe dichiarano di imporre gli stessi obblighi ai quali sottostanno anche ai loro partner e fornitori in loco, nonché di vendere al dettaglio solamente nei loro negozi ufficiali, assicurando così il pieno controllo di tutto il percorso fatto dalle pietre, dall’estrazione, alla lavorazione, alla vendita. Entrambe inoltre hanno adottato un parallelo meccanismo di monitoraggio, talmente indipendente da aver collaborato diverse volte anche con Amnesty International e Global Witness. Altre case però, come la parigina Chaumet o la londinese Graff, nonostante il prestigio e il fatturato, non hanno ancora adottato simili politiche. (…) (Noemi Dal Monte, Equilibri, 14/09/07)

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Infuria il maltempo. In Sudan, 131 morti; in Uganda rischio di epidemie (BB, Radio Vaticana, 14/09/07)

Ancora maltempo in Africa. Finora le forti precipitazioni hanno provocato centinaia di morti e decine di migliaia gli sfollati, oltre ad aver danneggiato numerose abitazioni e migliaia ettari di coltivazioni. In Sudan il bilancio più grave: 131 i morti e oltre 200 mila i senza tetto. In Uganda a rendere ancora più difficile la situazione, c’è il rischio di contrarre colera, malaria e dissenteria. L’agenzia Misna riferisce che circa 300 mila persone rischiano di essere contagiati dalle epidemie. Secondo il ministero della Sanità dell’Uganda, i casi di malaria sono raddoppiati nelle zone alluvionate e la situazione potrebbe peggiorare anche dopo il prosciugamento delle acque. Intanto il ministero ha distribuito due milioni di vaccini contro morbillo e poliomielite e ha lanciato una vasta campagna di informazione e sensibilizzazione. (BB, Radio Vaticana, 14/09/07)

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Unicef: nel 2006 morti meno di 10 milioni di bimbi, la prima volta dal '90 (Agi, 13/09/07)

Per la prima volta dal 1990, sono meno di 10 milioni i bambini al di sotto dei 5 anni uccisi da fame, guerre e malattie nel mondo. Ad annunciarlo e' stato l'Unicef, che pero' ha sottolineato come "la morte di 9,7 milioni di bimbi nel 2006 rimanga un fatto totalmente e assolutamente inaccettabile". Si tratta, comunque, di un importante passo in avanti verso il raggiungimento dell'Obiettivo del Millennio che punta a ridurre la mortalita' infantile di due terzi entro il 2015, come ha sottolineato il direttore esecutivo, Ann Veneman, alla presentazione del rapporto. Obiettivo, spiega il documento del Fondo mondiale dell'Onu per l'Infanzia, che potrebbe essere raggiunto da America Latina e Caraibi, mentre resta una chimera per l'Africa subsahariana, dove nell'ultimo anno sono deceduti 4,8 milioni di bambini, quasi la meta' del totale. Diversi i fattori che hanno inciso sul calo della mortalita' infantile, scesa dai 13 milioni del 1990 ai 9,7 del 2006: vaccinazioni piu' efficaci e capillari, diffusione massiccia di zanzariere nei Paesi dove e' piu' diffusa la malaria, trattamenti antiretrovirali per i piccoli malati di Aids e campagne di informazione sull'allattamento al seno, interrotto prima del dovuto da molte mamme africane. Nonostante i progressi raggiunti, secondo il dottor Peter Salama, che guida il dipartimento Salute globale dell'Unicef, due terzi dei bambini morti nel 2006 si sarebbero potuti salvare con cure mediche adeguate. Un dato che "fa riflettere", ha spiegato Salama, e deve "accelerare il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio". E soprattutto quello che si impegna a ridurre di due terzi la mortalita' infantile tra il 1990 e il 2015, un risultato che nei prossimi otto anni salverebbe la vita di altri 5,4 milioni di bambini. Secondo il rapporto dell'agenzia Onu, un rapido declino della mortalita' sotto i 5 anni si e' avuto nelle regioni di America latina e Caraibi, Europa centrale e orientale, ex Unione Sovietica, Asia orientale e Pacifico. I Paesi che hanno compiuto i passi avanti piu' significativi sono stati Marocco, Vietnam e Repubblica Dominicana, con la riduzione dei tassi di mortalita' di oltre un terzo, seguiti da Madagascar e Sao Tome e Principe. Dei 9,7 milioni di morti infantili che si verificano ogni anno, 3,1 milioni avvengono in Asia meridionale e 4,8 in Africa sub-sahariana. Qui, la situazione e' migliorata in Malawi, dove dal 2000 al 2004 la mortalita' e' diminuita del 29%, oltre che in Etiopia, Mozambico, Namibia, Niger, Ruanda e Tanzania, dove e' calata del 20%. Ma poco e' cambiato, rispetto agli anni passati, in Africa centrale e occidentale, mentre nella parte meridionale del continente i progressi faticosamente ottenuti sono messi a rischio dalla crescente diffusione dell'Aids. "I nuovi dati dimostrano che i progressi sono possibili", ha dichiarato il direttore generale Unicef, Ann M. Veneman, "quando si agisca con rinnovata urgenza per estendere gli interventi che si sono gia' rivelati efficaci". Ma, ha sottolineato, "vi e' un immediata necessita' di intervenire, in Africa come altrove". I risultati raggiunti, ha evidenziato il rapporto Unicef, sono stati possibili anche grazie all'adozione su vasta scala di interventi sanitari di base, all'aumento degli stanziamenti globali e alle piu' estese alleanze tra governi, settore privato, fondazioni internazionali e societa' civile per contrastare la poverta' e la diffusione di malattie. (Agi, 13/09/07)

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Il forte rialzo dell’euro danneggia le esportazioni dei Paesi legati alla divisa europea (LM, Fides, 13/09/07)

Il forte rialzo dell’euro sul dollaro preoccupa i governi dei Paesi dell’area Franco CFA. Questa divisa infatti è legata alla moneta comune europea. Se si rafforza l’Euro, le esportazioni di questi Paesi diventano meno competitive nelle economie che adottano il dollaro come moneta di scambio. Oggi, 13 settembre, il cambio dollaro/euro ha registrato un nuovo record arrivando (alle 9,15 ora di Greenwich) a 1,397 dollari per un euro. I Paesi maggiormente colpiti dal rialzo dell’euro sono Costa d’Avorio, Camerun, Niger, Senegal e Togo. L’unico vantaggio deriva dalla diminuzione delle spese per l’acquisto di idrocarburi, che si pagano in dollari. Ma i Paesi esportatori di petrolio prevedono una diminuzione delle loro entrate se il tasso di cambio del dollaro rimane così debole. “Se la caduta del dollaro prosegue avrà gravi conseguenze sul budget 2007, perché era previsto di ottenere circa 700 miliardi di franchi CFA grazie alle rendite petrolifere” spiega a Cameroon Tribune, Isaac Tomba, professore alla Facoltà di Economia dell’Università di Yaoundé, in Camerun. (…) L’economia del Camerun dipende in gran parte dalle esportazioni agricole: cacao, caffè, banane, cotone, legname, oltre che dalla royalties derivanti dall’oleodotto che porta il petrolio del Ciad sulla costa atlantico passando per il territorio camerunese. Tutte attività che risentono del calo del dollaro. Il franco CFA è la moneta utilizzata da 14 paesi africani, che sono stati colonie francesi (con le eccezioni rappresentate dalla Guinea Equatoriale, ex-colonia spagnola e la Guinea-Bissau, ex-colonia portoghese): Benin, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Congo Brazzaville, Costa d'Avorio, Gabon, Guinea Equatoriale, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Repubblica Centrafricana e Togo.(…) Dopo l’introduzione dell’Euro è stato stabilito un tasso di cambio fisso (1 euro corrisponde a 655,957 franchi CFA). Per ovviare a questa situazione gli esperti economici africani propongono di legare il franco CFA a un “paniere” di monete (dollaro, euro, yen, franco svizzero, sterlina), ma per far questo occorre il consenso della Francia e della Banca Centrale Europea, oltre che della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale. (LM, Fides, 13/09/07)

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Esperti africani mettono a punto un piano di lotta al traffico di droga (BC, Radio Vaticana, 13/09/07)

In base alle stime delle Nazioni Unite, riportate dall’agenzia Misna, la quantità di cocaina sequestrata nella regione occidentale africana è passata dalle 2 tonnellate nel 2005 alle 14 tonnellate del 2006. Un incremento dovuto alla mancanza di mezzi di controllo doganali, ai conflitti regionali, alla povertà e alla corruzione. Ne è convinto Abdullahi Shehu, responsabile della Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale (Ecowas/Cedeao), al quale è stato affidato il compito di condurre un programma regionale di lotta contro il riciclaggio di denaro sporco. Uno dei tanti aspetti presi in considerazione nel piano di contrasto al traffico di droga elaborato da esperti dell'Africa occidentale per tentare di frenare l'ingresso crescente di cocaina proveniente dal Sudamerica e di eroina asiatica. Un programma, messo a punto in un vertice di esperti riuniti in Senegal, che dovrà essere ora sottoposto ai governi dei 15 paesi membri della Cedeao. Stando a quanto hanno reso noto, l’Africa negli ultimi anni è diventato il luogo di passaggio, smistamento e scambio per i carichi di stupefacenti diretti in Europa. (BC, Radio Vaticana,  13/09/07)

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Sahel: il costo della desertificazione (Luca Rolandi, La Stampa, 13/09/07)

“La desertificazione minaccia la sopravvivenza di 50 milioni di abitanti”: lo ha detto ieri il presidente mauritano, Sidi Mohamed Ould Cheikh Abdellahi, aprendo la riunione annuale del Comitato interstatale di lotta contro la desertificazione (Cilss), un organismo nato esattamente 34 anni, nel settembre 1973, che conta 9 Stati membri e lavora coordinando gli sforzi e gli aiuti scientifici, tecnologici e materiali nelle regione del Sahel contro l’avanzare del deserto. La siccità del Sahel negli anni Settanta e Ottanta creò una carestia che uccise un milione di persone e ne colpì oltre 50 milioni. In origine si credeva che la siccità fosse stata causata dall'eccessivo sfruttamento umano delle risorse naturali della regione, con il sovrasfruttamento, la deforestazione e una generale cattiva gestione del suolo. Alla fine degli anni Novanta i modelli climatici elaborati suggerirono che la siccità non era causa dell'uomo, bensì da cambiamenti climatici su larga scala. Tuttavia, negli anni 2000, dopo la scoperta dell'oscuramento globale, nuovi modelli hanno suggerito in modo speculativo che la siccità sia stata causata dall'inquinamento atmosferico dell'Europa e del Nord America. L'inquinamento ha cambiato le proprietà delle nuvole sopra l'oceano Atlantico, diminuendo l'irraggiamento sulla superficie terrestre e disturbando il processo dei monsoni e spostando le piogge tropicali più a sud. Questo disturbo dei normali cicli del clima tropicale ha causato la fine delle piogge estive nei territori sub-sahariani per due decenni e il conseguente grave tributo in vite umane. Quest’anno i paesi del Sahel – un’area che va dal Ciad al Capo Verde – discuteranno di come “Investire nella lotta contro la desertificazione nelle zone aride”. L’avanzare della desertificazione, che come è stato ribadito più volte anche nel convegno internazionale in corso a Madrid proprio in questi giorni è alimentata soprattutto dai cambiamenti climatici planetari, sta facendo diventare la situazione negli Stati del Sahel drammatica. Come ha spiegato il presidente mauritano nella regione, il "95% delle popolazioni della regione sfrutta terre vulnerabili alla desertificazione e fra esse, il 62%, cioè più di 27 milioni, vive al di sotto della soglia di povertà”. Sul piano economico, il presidente in carica del Cilss, ha dichiarato che il deterioramento delle terre costa all’intera regione "quasi 42 miliardi di dollari all'anno”. La desertificazione ha anche un costo sociale nella misura in cui genera insicurezza, conflitti e "l'emigrazione di giovani verso orizzonti ipotetici a rischio delle loro vite”. Per finire il suo discorso su una nota meno allarmante, il presidente del Cilss ha ricordato che “nonostante le previsioni scure fatta al momento delle siccità negli anni ‘70 e ‘80 in Sahel, non c'è stato il predetto crollo ecologico”. (Luca Rolandi, La Stampa, 13/09/07)

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Iniziato ieri sera il ramadan in Libia e Nigeria (Alice/Apcom, 13/09/07)

Al via stasera, 12 settembre, in Libia e Nigeria il ramadan, il mese di preghiera, purificazione e digiuno osservato dalla popolazione musulmana, che per la maggior parte della comunità islamica, comincerà domani. In una nota l'Ucoii (Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia) ha annunciato che: "giovedì 13 settembre sarà il primo giorno del mese di Ramadan (che prevede) astinenza completa dall'alba al tramonto, per coloro che ne hanno le capacità fisiche, purificazione del corpo e dello spirito, adorazione e preghiera. Durante tutta la durata del mese del digiuno - prosegue il comunicato - è prevista la preghiera del Tarauih, preghiera comunitaria purificatrice". Nei territori palestinesi il ramadan di quest'anno è segnato dalla scissione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Il ministro per l'informazione dell'Anp Riad Malki ha invitato i leader religiosi delle moschee a non fare sermoni politici che possano fomentare violenze. Il mese di Ramadan è il nono mese dell'anno lunare islamico, composto di 12 mesi lunari. (Alice/Apcom, 13/09/07)

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Cellulari contro la povertà: presto reti di telefonia mobile in 79 villaggi (Mariangela Maritato, Il sole 24 ore, 11/09/07)

Circa mezzo milione di persone, che le Nazioni Unite definiscono "i più poveri tra i poveri" presto saranno in grado di fare telefonate con i cellulari. Abbattere il digital divide nei paesi economicamente svantaggiati è una priorità che riguarda tutto il mondo industrializzato. Le iniziative sono molteplici e tra queste si inserisce il programma Millennium Villages dell'Onu, che si pone come obiettivo quello di estendere le reti della telefonia mobile in quelle zone che non vengono considerate importanti dalle società telefoniche perché non garantiscono un adeguato ritorno degli investimenti. Parliamo dell'Africa rurale, in particolare di 79 villaggi di 10 regioni africane. Tutte aree – ha sottolineato l'Onu – dove la denutrizione è cronica ed è spesso accompagnata da malattie (curabili nei Paesi industrializzati), impossibilità di accedere alle cure sanitarie e grave carenza di infrastrutture. L'iniziativa, che vede la collaborazione dell'Earth Institute della Columbia University, è partita nel 2004 a Sauri, in Kenya e prevede che nei prossimi mesi sarà possibile dotare 79 villaggi africani di regioni come il Mali, l' Uganda, il Senegal e l'Etiopia, di reti mobili che potrebbero notevolmente migliorare la qualità della vita degli abitanti di queste aree, che molto spesso non hanno accesso a servizi basilari come l'acqua corrente o l'energia elettrica. Per Jeffery Sachs, consigliere speciale Onu, «il ruolo delle tecnologie mobili si sta notevolmente rafforzando, specialmente nelle aree remote, dove la capacità di comunicare è vitale». È ormai dimostrato infatti che l'uso delle comunicazioni mobili è un potente traino per la crescita economica: secondo la London Business School , una penetrazione mobile del 10% è in grado di spingere la crescita annuale di un Paese dello 0,6%, dal momento che in molti Paesi in via di sviluppo i cellulari rappresentano l'unica infrastruttura disponibile in grado di migliorare la produttività. (…) Tuttavia resta ancora molto da fare, rispetto al resto del mondo, per quanto riguarda la copertura internet. Nel 2005 meno del 4% degli Africani aveva accesso alla rete, contro il 9% di media dei Paesi in via di sviluppo. La banda larga non raggiunge l'1% della popolazione.Le lacune delle infrastrutture si traducono con dei costi d'uso più elevati sia per i singoli utenti che per le aziende, il 70% del traffico internet africano passa su reti impiantate fuori dal continente. Senza contare che le moderne tecnologie mobili e wireless dovrebbero garantire l'accesso a internet a banda larga, permettendo di bypassare la necessità di costruire infrastrutture fisse. (…)(Mariangela Maritato, Il sole 24 ore, 11/09/07)

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Milioni di africani colpiti da piogge, alluvioni e smottamenti(MZ, Misna, 31/08/07)

Centinaia di morti, decine di migliaia di senza tetto e milioni di persone danneggiate a vario titolo: questo l’impatto avuto su gran parte del continente africano dalle forti precipitazioni che hanno caratterizzato la stagione delle piogge di quest’anno. Come accaduto in Asia con i monsoni, anche il continente africano ha registrato in questi mesi precipitazioni record in una stagione che in vari paesi ha fatto segnare le piogge peggiori degli ultimi decenni, alimentando così alluvioni e smottamenti del terreno che hanno provocato ingenti danni in tutte le zone dell’Africa dal Senegal alla Somalia e dal Ciad al Sudafrica, con particolare rilievo nella zona del Sahel e in Africa orientale. L’assenza di bilanci certi, dato che spesso ad essere colpite sono le regioni più povere e remote dei rispettivi paesi, e la mancanza di un coordinamento sia informativo che di gestione delle emergenze, fanno si che in circolazione vi siano stime che possono solo dare un vaga idea dell’impatto avuto dal maltempo. (…)(MZ,Misna,  31/08/07)

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L'Africa non vuole il nuovo comando militare americano(MZ, Misna, 30/08/07)

L'Africa non vuole che gli Stati Uniti costituiscano una nuova base militare americana sul continente. Lo ha detto, senza troppo giri di parole, il ministro della Difesa sudafricano Mosiuoa Lekota, il quale parlando ai giornalisti ha esplicitamente detto che il nuovo comando militare (Africom) annunciato nei mesi scorsi da Washington non sarà il benvenuto in Africa. “Un afflusso di forze americane in questo o quel paese africano rischia di minacciare le relazioni tra i paesi del continente” ha detto Lekota, aggiungendo che in occasione del recente vertice dei paesi membri della Comunità di sviluppo dell'Africa autrale (Sadc) i ministri della Difesa delle 14 nazioni che ne fanno parte hanno deciso che nessun paese della regione ospiterà la futura base americana. Lekota ha poi aggiunto che la stessa posizione – definita “una posizione continentale” - è stata espressa dalla quasi totalità dei paesi africani anche in sede di Unione Africana. Ad incrinare il compatto fronte del no alla creazione di una base militare americana in Africa sembrerebbe essere rimasta solo la Liberia, il cui presidente, la signora Ellen Johnson Sirleaf, ha già fatto capire di essere disponibile ad offrire terreni del suo paese per la nuova base americana. Il ministro della Difesa sudafricano ha comunque sottolineato che la maggioranza dei paesi africani ha deciso di prendere le distanze dai militari americani e che in democrazia “è la maggioranza che prevale”. Lekota ha poi aggiunto che i paesi africani che decideranno di seguire una linea autonoma dovranno essere pronti a considerare le conseguenze.(MZ, Misna,  30/08/07)

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Alluvioni: si aggravano conseguenze in Nigeria e Somalia (AdL, Misna, 29/08/07)

Almeno 24 persone sono morte in seguito alle alluvioni che hanno colpito lo stato del Bauchi nel nord della Nigeria nelle ultime sei settimane, mentre 787 tenute e circa 600 abitazioni sono state distrutte. Lo annuncia il governo locale secondo cui 108 villaggi sarebbero interessati dagli allagamenti causati dalle forti piogge. Il maltempo, inoltre, ha già causato almeno 50 morti, secondo i bilanci diffusi dalla stampa locale, nello stato centrale nigeriano del Plateau. Le piogge hanno causato danni e lo sfollamento di un migliaio di persone anche a Lagos. L’emergenza alluvioni riguarda anche la Somalia dove le piogge hanno distrutto almeno 4000 ettari di campi nella regione meridionale della media Jouba, coinvolgendo oltre 12.000 persone. Gli episodi più violenti si sono registrati a Jowhar, capoluogo della regione, dove il fiume Shabelle ha rotto gli argini la scorsa settimana. Secondo l’agenzia Irin l’inondazione ha interessato numerosi villaggi che sorgono sulle rive del fiume e sono attualmente raggiungibili solo con imbarcazioni. La situazione nel paese è aggravata dal fatto che dalla caduta del regime di Siad Barre, nel 1991, nessuna autorità si è occupata di dragare i letti dei fiumi o gestire le chiuse dei corsi d’acqua. Il Programma Alimentare Mondiale (Pam) ha dichiarato che il numero delle persone che necessitano di aiuti in Somalia ha raggiunto quota 1,2 milioni, 200.000 in più rispetto a quelli previsti, in seguito all’insicurezza alimentare nelle regioni della bassa e media Jouba. in Somalia l’assenza di un’autorità nazionale e lo scarso coordinamento interno rende impossibile tracciare bilanci affidabili sul numero di vittime o sull’entità dei danni causati.(AdL, Misna,  29/08/07)

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Il Pam acquista cibi sempre più in loco (Vita, 29/08/07)

Negli ultimi cinque anni, Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) ha acquistato oltre due milioni di tonnellate di cibo sui mercati locali dell'Africa australe – l'equivalente della fornitura di una razione completa di cibo a 12 milioni di affamati per un intero anno. L'agenzia per l'assistenza alimentare ha annunciato oggi che ha speso quasi 430 milioni di dollari da quando l'Africa australe fu soggetta per la prima volta a ricorrenti crisi alimentari, nel 2002. I fondi sono stati usati per acquistare 2.020.000 tonnellate di cereali, legumi, olio vegetale, miscela di mais e soia, sale e zucchero in otto paesi della regione, principalmente in Sudafrica, Zambia, Malawi e Mozambico. (…) Josette Sheeran, Direttore Esecutivo del PAM, (…) ha detto che, quest'anno, il PAM ha già acquistato in Malawi e Mozambico più cibo di quanto mai fatto precedentemente e, se ci saranno ulteriori contributi in contanti, gli acquisti potrebbero raggiungere livelli record in Zambia. (…) Con parti dell'Africa australe soggette ancora una volta a gravi penurie di cibo, il PAM mira ad assistere oltre quattro milioni di persone a rischio in tutta la regione prima del prossimo raccolto principale previsto per aprile 2008. Il PAM sta al momento incrementando le proprie operazioni nei paesi maggiormente colpiti, in particolare nello Zimbabwe, nel Lesotho e nello Swaziland. (…) Negli ultimi cinque anni, il PAM ha acquistato cibo in: Sudafrica (1.275.000 tonnellate; 259 milioni di dollari), Zambia (285.000 tonnellate; 62 milioni di dollari), Malawi (203.000 tonnellate; 46 milioni di dollari), Mozambico (125.000 tonnellate; 29 milioni di dollari), Lesotho (81.000 tonnellate; 18 milioni di dollari), Namibia (25.000 tonnellate; 7 milioni di dollari), Zimbabwe (20.500 tonnellate; 7 milioni di dollari) e Swaziland (5.500 tonnellate; 1 milione di dollari). (Vita, 29/08/07)

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La rivolta dell'Africa: "L'uranio è solo nostro" - Multinazionali sotto ricatto (Domenico Quirico, La Stampa, 28/08/07)

I marajia dell'acciaio, i Mittal, che hanno appena annesso quanto resta degli altoforni d'Europa, sono stati i primi ad accorgersi che in Africa i tempi, almeno quelli estrattivi e minerari, stanno cambiando. La Liberia, con cui avevano siglato un accattivante accordo da un miliardo di dollari per il ferro, ha annunciato che intende rinegoziare il contratto, le antiche condizioni non sono più accettabili visto l'andamento dei mercati mondiali. Quindi è stata la volta della Tanzania, che è diventata uno dei maggiori produttori di oro in Africa e ha ritrovato le furie terzomondiste dei tempi di Nyerere. Il governo ha presentato un rapporto in cui accusa le compagnie di barare e esige che assumano le loro responsabilità verso le popolazioni locali. Traduzione: bisogna pagare di più, preparate i dollari aggiuntivi. Lo Zambia, che produce il 60% del rame estratto in Africa, ha annunciato l'aumento dei diritti per i nuovi contratti. Nessuno sconto per quelli antichi, occorre rinegoziare. Il Congo, l’autentico scrigno minerario dell'Africa australe, appena riagguantate le province orientali dove si praticava l'estrazione selvaggia, ha deciso di riscrivere completamente 60 contratti. La Guinea, che è il primo esportatore mondiale di bauxite, vuole essere ancor più radicale: rimetterà mano all'intero codice minerario. Anche il Ghana ha appena lanciato una «Iniziativa per la trasparenza nell'industria estrattiva». Nel Niger la francese Areva, primo gruppo al mondo nel nucleare, si cullava nelle beatitudini del monopolio. Adesso dovrà lottare: il governo vuole liste aperte per gli appalti a più imprese, per strappare contratti migliori e punire i francesi di avere rapporti peccaminosi con i ribelli Tuareg. Si affaccia anche nelle trattative una parola che le compagnie estrattive ascoltano con orrore: ecologia. Il Mali ha introdotto l'obbligo di procedere prima dell'estrazione a studi sull'impatto ambientale. Pressati da opinione pubblica e Ong, gli africani si sono accorti finalmente dei fiumi inquinati, dell'uso del mercurio, delle infrastrutture derelitte dopo la fine dell'estrazione. Nel Ghana Anglogod Ashanti e Gold Fields sono sotto accusa per i giacimenti d'oro di Obuasi e di Tarwa. Bisogna pagare i danni, investire in attrezzature e tecniche sicure. I costi crescono. Un guaio. L'Africa si è accorta che può far rendere molto di più le sue ricchezze minerarie, che finora ha tratto elemosine, che il terzomondismo può astutamente rivivere, stavolta battendosi a colpi di regole del mercato. Il continente possiede il 30% delle riserve minerarie mondiali; ma in molti settori le sue riserve sono largamente in testa. Il 98% del platino ad esempio si trova in Africa, l'81% del cromo, il 59% del manganese e del cobalto; per l'oro è al 40%, nei diamanti al 46. L'uranio, ormai strategico e preziosissimo, è ancora in gran parte da scavare. (…)(Domenico Quirico, La Stampa, 28/08/07)

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Nuova agenzia cattolica pan-africana (Dia-Mancini/Radiovaticana, 28/08/07))

Un’agenzia di stampa cattolica che copra l’Africa intera, sia essa francofona, anglofona, arabofona. Il progetto è stato messo in moto dallo Sceam, il Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar, l’11 agosto scorso a Nairobi. La Commissione episcopale panafricana per i mezzi di comunicazione sociale ha convocato nella capitale del Kenya i Segretari generali delle Conferenze episcopali regionali d’Africa, vale a dire dell’Africa orientale anglofona (Amecea), e dell’Africa Centrale (Aceac). I Segretari sono stati invitati ad un confronto con gli esponenti delle agenzie di stampa CISA (Catholic Information Service for Africa), MISNA e New people media Center. La constatazione comune è stata che in Africa, dopo la chiusura di ANB-BIA nel dicembre del 2003, sono soltanto due le agenzie di stampa cattoliche effettivamente operanti sul continente, vale a dire la CISA, che ha sede a Nairobi, e la DIA (Documentation et Informations Africaines), che ha sede a Kinshasa. Da qui l’esigenza di una agenzia cattolica panafricana. I partecipanti ai lavori di Nairobi hanno costituito un gruppo di lavoro, che sta redigendo l’inventario delle risorse disponibili e delle scadenze. La prossima riunione sarà ancora a Nairobi in settembre. La capitale keniana è stata scelta perché vi ha sede la CISA, che rappresenterà il nucleo operativo intorno al quale si svilupperà la grande agenzia cattolica di stampa. Il gruppo di lavoro auspica che essa veda la luce prima dello svolgimento del Sinodo per l’Africa previsto nel 2009. Intanto sono giunti suggerimenti e consigli da Zenit e daUcanews. (Dia-Mancini/Radiovaticana, 28/08/07)

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Europa ed Africa: al via tunnel sotto Gibilterra (Apcom, 23/08/07)

Se tutto va bene il primo colpo di piccone sarà assestato verso la fine dell'anno prossimo. Poi ci vorranno circa diciotto anni per realizzare il progetto: un tunnel ferroviario sotto il Mediterraneo, via lo stretto di Gibilterra, per collegare Spagna e Marocco. Un'opera faraonica, per la quale oggi sono stati completati gli studi geologici e di fattibilità economica, che non avrà nulla da invidiare al Canale di Panama o al tunnel sotto la Manica. Concepito da una società svizzera, la Lombardi Engineering di Lugano, come ricorda oggi il quotidiano elvetico Le Temps, il progetto costerà circa 5 miliardi di euro. Il Marocco e la Spagna sono separati da 16 chilometri di mare ma, in considerazione della struttura geologica, il progetto del tunnel porta su un tracciato di 37,7 chilometri di lunghezza, di cui 27,7 sotto il mare. Il tunnel collegherà Punta Paloma e Capo Malabata, vicino Tangeri. La profondità massima sarà di 340 metri sotto il livello del mare. Il tragitto in treno prenderà mezz'ora contro un'ora della traversata attuale, preceduta però da lunghissime attese.(Apcom, 23/08/07)

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Save the Children, milioni di bambini sono schiavi (Corriere del Ticino, 23/08/07)

Milioni di bambini vengono regolarmente sottoposti a violenza fisica o sessuale e trattati come degli schiavi: è quanto conclude un rapporto pubblicato oggi dall'associazione di beneficenza Save the Children, dal quale emerge che nel mondo 1,8 milioni di bambini - 5.000 nella sola Gran Bretagna - vengono obbligati a prostituirsi o utilizzati in materiale pornografico. Secondo lo studio - pubblicato oggi in concomitanza con la giornata mondiale della memoria della schiavitù - sarebbero 1,2 milioni i bambini che ogni hanno vengono venduti come schiavi, finendo a lavorare fino a 15 ore al giorno nell'Europa occidentale, nelle Americhe e nei Caraibi. In Africa, Asia e SudAmerica sono oltre un milione quelli che ogni giorno rischiano la vita lavorando in cave e miniere, mentre 300.000 ragazzi sotto i 15 anni sono impiegati nelle forze armate. In Congo sono11.000 i giovani guerrieri obbligati a combattere. Una delle forme di schiavitù "più nascoste, ma più diffuse", emerge dal rapporto, è quella del matrimonio forzato, con bambine dai quattro anni in su vendute per posta o su internet e obbligate a vivere, lavorare e avere rapporti con il marito, spesso intrappolate in una casa dalla quale non possono fuggire. "Le ragazze di meno di 15 anni sono cinque volte più a rischio di morire durante la gravidanza o il parto delle donne sopra i 20 anni. In Afghanistan la metà delle ragazze è sposata prima dei 16 anni", si legge nello studio. "La schiavitù infantile non è un fenomeno storico. E' una dura realtà per milioni di bambini sia nei paesi ricchi che in quelli poveri. I governi di tutto il mondo - Regno Unito incluso- non stanno facendo abbastanza contro la piaga di questi bambini obbligati a vivere in condizioni disumane", ha dichiarato Jasmine Whitbread, direttrice di Save theChildren. (Corriere del Ticino, 23/08/07)

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Un pipistrello il portatore del virus Marburg (Marco Letizia, Corriere della Sera, 23/08/2007)

Alcuni già la chiamano la «Stele di Rosetta» dei virus emorragici. La scoperta fatta dai ricercatori dell'Istituto Francese di Ricerca per lo Sviluppo (Ird) insieme al Centro di Controllo delle malattie infettive (Cdc) di Atlanta e al centro internazionale di ricerche mediche di Franceville nel Gabon (Cirmf) che il virus Marburg (chiamato così perché la prima infezione di questo tipo fu diagnosticata nella città tedesca di Marburg in Germania nel 1967) virus analogo al più ben noto Ebola, è presente in una specie di pipistrelli della frutta africani, potrebbe infatti spiegare l'origine di organismi causa di febbri pericolosissime e incurabili. - Da anni ricercatori di tutto il mondo sono alla caccia dell'ospite in cui i virus emorragici come Marburg o Ebola rimangono vivi e silenti prima di esplodere in pericolosissime epidemie che hanno tassi di mortalità anche dell'80-90% (per intenderci la temutissima influenza spagnola che nel 1918 provocò oltre 50 milioni di morti, aveva un tasso di mortalità di circa il 5%). Lo studio pubblicato dal Public Library of Science journal (PLoS One) suggerisce che il virus di Marburg potrebbe essere molto più comune di quanto si pensi. Lo studio però suggerisce che tenere sotto controllo la popolazione di pipistrelli della frutta portatrice sana del virus potrebbe rendere meno pericolosa la minaccia di epidemie. Attualmente non esiste cura per l'infezione provocata da Marburg come pure da Ebola. Una volta infettati con il contatto con fluidi di persone ammalate sopraggiungono prima febbre e mal di testa, poi la progressiva liquefazione degli organi interni. La morte sopraggiunge in genere dopo 8 o 9 giorni di atroci sofferenze. (Marco Letizia, Corriere della Sera, 23/08/2007)

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26 miliardi di dollari per incentivare i giovani a non fuggire in Europa (Peacereporter, 22/08/07)

L'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (Uemoa) ha annunciato che investirà 6 miliardi di dollari per arginare l'emigrazione dei giovani verso l'Europa. Il programma, ha detto il portavoce Amadou Diop, prevede miglioramenti in ambito sanitario e lavorativo, in modo da incentivare l'impiego nei Paesi di origine. Il primo progetto prevede di scavare 3.000 pozzi in modo da favorire l'accesso all'acqua e portare dei benefici all'agricoltura delle aree più aride, in particolare del Sahel. La maggior parte del denaro, 5 miliardi di dollari, è stata messa a disposizione dalla Banca africana per lo sviluppo nel novembre scorso, ma i programmi non sono ancora del tutto operativi. Solo nel 2006 si calcola che 6.000 persone siano morte nel tentativo di lasciare l'Africa per dirigersi verso l'Europa passando per le Canarie.(Peacereporter, 22/08/07)

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La «green machine» a 100 dollari arriva fra due mesi (Massimo A.Alberizzi, Corriere della Sera, 22/08/2007)

Il progetto è ambizioso. Dotare tutti i bambini del mondo, e soprattutto quelli che vivono nei Paesi poveri, di un computer portatile. Non un apparecchio spartano, provvisto soltanto delle caratteristiche essenziali, ma una macchina completa delle ultime innovazioni tecnologiche, compresa la possibilità di connettersi a Internet senza fili. La parte più sorprendente dell’iniziativa è il prezzo del laptop: 100 dollari. L’idea «Un portatile per ogni bambino» è venuta cinque anni fa al professor Nicholas Negroponte, fondatore e direttore del «Media Lab» al prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, al ritorno da un viaggio nella giungla cambogiana. Naturalmente, poiché dovrà essere utilizzato in aree lontane e spesso prive di energia elettrica, il portatile è dotato di una piccola dinamo manovrata a manovella con il compito di ricaricare le batterie. La produzione del portatile è cominciata un paio di mesi fa e la consegna partirà in ottobre: saranno i ragazzini di Etiopia, Nigeria, Brasile, Pakistan, Nepal a sperimentare per primi il nuovo apparato.(…) Negroponte prevede che ogni anno ne saranno assegnati tra 100 e 150 milioni. (…) Il portatile, il cui prototipo è stato presentato a Tunisi nel novembre 2005 durante il «Net summit» delle Nazioni Unite (l’incontro organizzato per studiare come ridurre il gap tecnologico tra Paesi poveri e Paesi ricchi) e si può visionare nel sito www.laptop.org, è dotato infatti di una carrozzeria ermetica con la tastiera avvolta in un guscio verde di soffice gomma (da qui il nomignolo con cui viene ora chiamato: «green machine», macchina verde). La green machine è dotata di un display visibile alla luce forte del sole (molte scuole hanno classi all’aperto) e adopera un «inchiostro elettronico» che richiede una piccola quantità di energia per lavorare egregiamente. Mentre giganti dell’informatica, come Google, o guru dei media, come Rupert Murdoch, hanno dimostrato interesse per l’iniziativa accettando di sostenerla, l’idea di un computer a bassissimo costo è stata ridicolizzata e criticata fin dal primo accenno di Negroponte, nel 2002, da Craig Barret, presidente di Intel, la società leader nella produzione di microprocessori, che l’ha definita strampalata, e da Bill Gates, il padre di Microsoft, che ha messo in discussione la mancanza di un disco rigido. Ma i rimproveri più pesanti sono venuti da chi ritiene che il computer non sia la necessità più impellente per Paesi che soffrono di mancanza di cibo, d’acqua e di strutture sanitarie. Negroponte ha risposto tranchant: «Il mio non è un semplice progetto di laptop,ma un programma di istruzione e formazione. Ogni singolo problema di povertà, di pace e di tutela ambientale si può risolvere con l’educazione». (Massimo A.Alberizzi, Corriere della Sera,  22/08/2007)

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Ogni minuto muoiono 8 bambini sotto 5 anni (Swissinfo, 21/08/07)

Ogni minuto in Africa muoiono otto bambini sotto i cinque anni, per malattie per le quali esistono vaccini. Lo hanno denunciato oggi a Maputo alcune organizzazioni delle Nazioni Unite. I decessi sono dovuti principalmente a poliomielite, a tetano o al morbillo, precisa un comunicato diffuso nella capitale del Mozambico in occasione di un incontro fra i Paesi africani di lingua portoghese (Palop), l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef). La riunione, che si protrarrà fino al 31 agosto, mira a incrementare la vaccinazione dei bambini in Africa. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni nel continente è adesso di 155 su 1.000, secondo il Fondo delle Naizoni Unite per la popolazione (Unfpa). L'obiettivo dell'Oms e dell'Unicef è di dimezzarlo entro il 2015.(Swissinfo, 21/08/07)

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I cambiamenti climatici minacciano parchi e biodiversità (Greenreport, 20/08/07)

Secondo il Kenya Wildlife Service (Kws) il cambiamento climatico sarebbe responsabile dell’aumento dei conflitti tra esseri umani e fauna selvatica in Africa orientale e sta intensificando il rischio che si diffondano malattie tra gli animali. Il rapporto annuale dell´equipe di ricerca sulla biodiversità del Kws chiede di mettere in campo strategie urgenti per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, altrimenti la fauna selvatica ed i parchi potrebbero subire danni irreparabili. Il Global Warming avrebbe già provocato il prosciugamento di interi fiumi, con la conseguente emigrazione di massa di specie alla ricerca di nuovi habitat, e causato il cambiamento di interi ecosistemi. Questo ha portato carnivori come i leoni ad avvicinarsi sempre più ai centri abitati vicini ai parchi per uccidere animali domestici come le pecore e le capre. I contadini si lamentano anche per gli elefanti, i rinoceronti ed i bufali che, mentre escono dalle aree protette alla ricerca d’acqua, distruggono tutti i raccolti e le riserve di cibo che incontrano lungo la loro strada. Tutto questo sta rendendo problematico combattere anche la rinderpest, un´infezione virale di bovini, ovini e caprini, che si pensava di debellare nell’area entro il 2010. Secondo il Kws il cambiamento climatico e la dispersione ecologica potrebbe aver portato all’aumento significativo di morti nelle popolazioni di fauna selvatica a causa di malattie contagiose. I più colpiti sembrano gli uccelli ed i mammiferi, tanto che la morte improvvisa ed in massa dei fenicotteri del lago Nakuru, nel Kenia centrale, sarebbe avvenuta proprio a causa del cambiamento climatico e non per influenza aviaria, come era stato ipotizzato in un primo momento. (…)(Greenreport, 20/08/07)

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Soffocata da miliardi buste di plastica (Ansa, 20/08/07)

Come la piaga biblica delle cavallette, sciami di sacchetti di plastica hanno invaso l'Africa e miliardi di buste abbandonate fanno ormai tristemente parte del paesaggio di molte regioni del continente. Secondo l'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, si tratta di un problema molto serio, anche se alcuni Paesi hanno gia' adottato misure per affrontarlo. ''Nessuno sa dire quante sono, ma in Africa le buste di plastica sembrano essere ovunque, in citta' e in campagna, preda del vento per strada, sui rami degli alberi, galleggiano nei fiumi, intasano gli impianti di drenaggio e le reti fognarie. Costituiscono un problema anche per gli animali che possono morire soffocati se li ingurgitano'', ha spiegato all'Ansa Nick Nuttall, portavoce dell'Unep. ''Inoltre lo spettacolo dei paesaggi invasi da sacchetti di plastica non piace ai turisti'', ha aggiunto, sottolineando l'importanza dell'industria turistica per numerosi Paesi africani. Abbandonato, il sacchetto di plastica puo' inoltre riempirsi d'acqua piovana e fornire cosi' un rifugio ideale per le zanzare anophele che trasmettono la malaria, terribile killer per i bambini africani. Nel 2005, un rapporto finanziato dall'Unep dal National Environment management Authority (Nema) del Kenya ha preconizzato la messa al bando dei sacchetti di plastica troppo sottili, poiche' spesso inutilizzabili dopo un singolo impiego, e l'introduzione di una tassa sui sacchi di plastica piu' spessi. Per l'Unep le entrate generate dalla tassa devono essere usate anche per finanziare un vero processo di riciclaggio dei rifiuti: in questo modo, ha spiegato Nuttall, il sacchetto di plastica in Africa potrebbe essere non solo un disastro, ma anche un'opportunita', quella di generare le risorse finanziare per il riciclaggio. L'invasione dei sacchetti di plastica e' relativamente recente in Africa, ma l'Unep ed altre organizzazioni si stanno muovendo ed alcuni Stati hanno introdotto o stanno introducendo misure per lottare contro questa nuova piaga. In Ruanda, la busta di plastica e' stata bandita. Recentemente anche le autorita' dell'Uganda hanno annunciato una simile messa al bando e misure per la promozione delle foglie di banano. Kenya e Tanzania continentale intendono scoraggiarne l'uso con una tassa 'adhoc'. (Ansa, 20/08/07)

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Naomi Campbell: le modelle nere sono discriminate (Ansa, 20/08/07)

Naomi Campbell se la prende con riviste patinate ed agenzie che a suo dire discriminano le modelle nere in favore di quelle con la pelle bianca o chiara. E rivela che persino lei ha difficoltà a finire sulla copertina di Vogue. Secondo quanto riporta oggi il Times, la top model 37enne afferma che "é un peccato che la gente non apprezzi la bellezza nera. Le modelle nere vengono emarginate dalle maggiori agenzie". "Anch'io non me la passo bene nel mio Paese, l'Inghilterra - continua Naomi, che è stata intervistata in Kenya - Per esempio, raramente finisco sulla prima pagine dell'edizione inglese di Vogue. Solo le modelle bianche, alcune delle quali non sono famose come me, vanno in copertina. Non voglio lasciare il lavoro di modella fino a quando non vedrò che le modelle nere hanno uguale spazio e riconoscimento dai media mondiali". Campbell intende lanciare una propria agenzia in Kenya per reclutare bellezze africane. Ma ammette che ci vorrà tempo a far cambiare la mentalità nel mondo della moda. "Puoi guardare a tutte le grandi riviste e vedere centinaia di modelle, ma non una sola che sia nera. Così tutto quello che aumenta il numero delle presenze africane è positivo, ma ci vorrà tempo prima di vedere un grande cambiamento in questa industria". (Ansa, 20/08/07)

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Gran Bretagna: bimbi schiavi, la denuncia dell'Independent (Corriere della Sera, 13/08/2007)

Il primo caso ufficiale di traffico di bambini in Gran Bretagna risale al 1995 e da allora non e' stato mai avviato alcun procedimento giudiziario. E' la denuncia lanciata dalle pagine del quotidiano 'The Independent' da organizzazioni non governative e avvocati dei diritti dell'uomo. Un "esercito invisibile" quello dei bambini sottratti ai propri genitori in Nigeria, Ghana e Uganda con la promessa di un'istruzione e invece introdotti in Gran Bretagna sotto falsa identita', con falsi passaporti per poi venire ridotti in schiavitu', costretti a prostituirsi, picchiati. Il ministro degli Interni britannico Vernon Coacker ha ammesso che ben poco e' stato fatto in tutti questi anni per debellare questo fenomeno, che non e' neppure in via di riduzione. (Corriere della Sera, 13/08/2007)

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La banca delle donne per sradicare la poverta'(AGI/AFP, 09/08/07)

Una banca pan-africana al femminile per combattere la poverta' nel continente attraverso l'emancipazione della donna. Se ne parlera' dal 15 al 17 ottobre a Johannesburg, in Sudafrica, in un mega-convegno cui parteciperanno almeno 3.000 delegate da 53 Stati africani. L'idea, che ha entusiasmato molte leader politiche, tra cui il premio Nobel per la Pace 2004, la kenyana Wangari Maathai, potrebbe copncretizzarsi entro il 2010. Almeno secondo la signora Eno Ben-Udensi, che dirige l'organizzazione che ha lanciato il progetto, la 'Glorius Women'. L'attivista nigeriana, che e' anche presidente della Conferenza pan-africana delle donne, ha invitato le donne africane a investire tutte le loro risorse ed energie per sradicare la poverta' dal continente. "La poverta' genera violenza, crimine, disoccupazione, prostituzione", ha dichiarato, "ecco perche' dobbiamo sconfiggerla una volta per tutte".(AGI/AFP, 09/08/07)

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Il dramma silenzioso dell'immigrazione clandestina (Radio Vaticana, 05/08/07)

Sono centinaia le vittime dell’immigrazione clandestina dall’Africa all'Europa. Il tratto di mare tra la Libia, Malta e la Sicilia è diventato una fossa comune. Gabriele Del Grande ha percorso per 3 mesi queste vie di fuga verso la speranza di una vita migliore, raccogliendo le testimonianze di chi ce l’ha fatta. Da questa esperienza è nato il libro inchiesta: “Mamadou va a morire” pubblicato da Infinito Edizioni. Antonella Villani gli ha chiesto cosa deve affrontare chi emigra clandestinamente: “Chi parte oggi dall’Africa Occidentale per raggiungere la Libia, da cui ci si imbarca per la Sicilia, deve prima attraversare il deserto del Sahara; si fa a bordo di un fuori strada, un camion, e nel deserto del Sahara sono già morte 1079 persone ma è un dato sicuramente inferiore al dato reale. C’è anche la situazione gravissima nei Paesi della riva sud del Mediterraneo, penso soprattutto alla Libia dove avvengono continue violazioni dei diritti di queste persone, e soltanto nel mese di maggio, 2137 persone sono state arrestate e saranno detenute per mesi nelle carceri libiche per poi essere rimpatriate verso i Paesi di origine. E se non si muore nel deserto, se non si viene arrestati, portati in carcere, torturati per mesi, non resta che buttarsi in mezzo al mare e sperare che vada bene. (…) Ci sono quelli che invece vengono deportati nella riva sud del Mediterraneo, c’è questa pratica per cui si viene riaccompagnati alla frontiera, anche là dove la frontiera è una frontiera desertica, per cui ci sono centinaia, migliaia di persone che si trovano bloccate nelle oasi desertiche tra l’Algeria ed il Mali, o tra la Libia e il Sudan. Poi ci sono quelli che non ce la fanno, che annegano in mezzo al mare. Nel Canale di Sicilia sta avvenendo una vera e propria strage: nel mese di giugno almeno 139 persone hanno perso la vita e nessuno sa quello che succede al largo, dove non ci sono testimoni. Nel Canale di Sicilia, dal 1988 ad oggi, abbiamo documentato 2148 vittime. (…)(Radio Vaticana,  05/08/07)

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Cina: politica energetica ad alto rischio (E. Roscini Vitali, Pagine di difesa, 30/07/07)

Il 24 giugno, in un hotel di Nairobi, il presidente somalo Abdullahi Yusuf e i dirigenti della Chinese national offshore oil corporation (Cnooc) hanno firmato un accordo per l’esplorazione dei giacimenti petroliferi nel Puntland, la provincia della Somalia settentrionale che ha dichiarato la sua semi-autonomia nel 1998. La notizia, ripresa il 13 luglio scorso dal Financial Times (Somalia oil deal for China), conferma l’intesa promossa durante i colloqui tenutisi nel 3° forum China-Africa di Pechino e sottoscritta dal governo di transizione somalo e la compagnia cinese nel maggio 2006. Il colosso cinese del petrolio si lancia così nella ricerca e nello sfruttamento delle risorse naturali di una delle regioni più turbolente e insicure del pianeta, giunta all’apice della violenza dopo oltre 15 anni di anarchia, terra off-limits per le compagnie occidentali. Oltre alla Cnooc, che inizierà i lavori il prossimo settembre, parteciperà all’impresa la China international oil and gas (Ciog), una piccola società che si occupa di impianti di estrazione del gas. Il contratto prevede l’esplorazione della regione settentrionale di Mudug, circa 500 km a nord est di Mogadiscio; la produzione annua prevista è tra i 5 e il 10 miliardi di barili e i ricavi verrebbero suddiviso nel 49% per la società cinese e nel 51% per il governo di transizione somalo. I dati sulle possibilità di estrazione sono stati forniti da una delle poche società occidentali presenti nel Puntland, l’australiana Range resources, e trovano lo scetticismo dall’agenzia americana per l’informazione sull’’energia, la US energy information administration. Sembra infatti che in Somalia le capacità di produzione siano già state sondate durante la dittatura Barre da compagnie quali la Conoco, l’Amoco, la Shell, la Chevron e l’Agip, e che la ricchezza petrolifera del Paese africano sia decisamente inferiore. Al contrario, secondo quanto riportato dal Financial Times, un diplomatico occidentale in missione a Nairobi sarebbe certo che negli ultimi due anni il governo somalo ha già firmato altri tre contratti che autorizzano tre diversi gruppi industriali a estrarre greggio dal sottosuolo. Anche se le due company cinesi non rappresentano l’avanguardia dell’espansione del colosso asiatico nel Corno d’Africa, sono però parte di un progetto che punta a raggiungere la sorgente degli approvvigionamenti energetici. A costo di grandi rischi, Pechino cerca di strappare alle società occidentali quella parte di mercato che le compagnie americane ed europee hanno abbandonato da tempo, supplendo così al gap tecnologico nell’esplorazione di giacimenti e alla scarsa esperienza contrattuale. Nel continente africano la Cina è già impegnata in aree ritenute insicure: nonostante la guerra civile, negli anni 90 la China petroleum pipeline engineering corporation (Cppec) ha costruito in Sudan un oleodotto di 1.700 km che collega la parte meridionale del Paese al Mar Rosso. In Sudan, secondo fornitore africano di petrolio dopo l’Angola, 13 delle 15 compagnie petrolifere straniere sono cinesi. In Eritrea ed Etiopia le società di costruzioni si stanno aggiudicando lo sviluppo delle reti telefoniche e telematiche, delle infrastrutture e dei collegamenti stradali e ferroviari. Nel sud dell'Algeria, dove imperversa il terrorismo islamico dell’Organizzazione di al-Qaeda per il Maghreb, la Sinopec sta sviluppando il giacimento di Zarzatine. In Uganda la Cppec costruirà un oleodotto di 320 km che raggiungerà i porti del vicino Kenya, dove sono già in atto i lavori di esplorazione in mare e sulla terra. In Niger finanzia un progetto di esplorazione di giacimenti petroliferi ed è particolarmente attiva nella estrazione dell’uranio. In Nigeria, la Petro-China e la Cnooc hanno firmato un accordo con la Nigerian national petroleum corporation per lo sfruttamento di un giacimento offshore. (…) Conseguenza della spericolata politica di Pechino è però il rischio a cui sono sottoposti i dipendenti delle società impegnate nelle zone più calde dell’Africa. In Nigeria si è assistito al rapimento di diversi impiegati della China national petroleum corp (Cnpc), la società petrolifera che opera nel Delta del Niger; in Niger, presso il sito di uranio di Teguidan Tessoumt, è stato rapito un cittadino cinese che lavorava per la China nuclear engineering and construction corporation (Cnec); nei pressi di Abole, Etiopia occidentale, sono stati uccisi 74 dipendenti della Cnpc, tra cui nove cinesi. (…) (Eugenio Roscini Vitali, Pagine di difesa, 30/07/07)

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Equo e solidale: fairtrade, arance, limoni e mango dall'Africa (Agi, 30/07/07)

Arance, limoni, mango e avocado equosolidali prodotti in Ghana, Senegal, Sudafrica. Da oggi i prodotti freschi certificati 'Fairtrade' provenienti dall'Africa si possono trovare sui banchi frutta di Coop e Pam. Due delle aziende che li producono sono ormai da anni all'interno del circuito equosolidale certificato: 'Prudent', in particolare con gli ananas, e 'Apad', gruppo di produttori di mango del Senegal che e' stato inserito in questo circuito grazie ad un progetto dell'ong Cospe. 'Halls / mat safeni trust', per l'avocado, e 'Riverside Enterprises' per arance e limoni, entrambe Sudafricane, fanno il loro ingresso in Italia per la prima volta. (Agi, 30/07/07)

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Giornalismo via smartphone ( Gaia Bottà,Punto-informatico.it, 30/07/07)

Video interviste che testimoniano la difficoltà delle donne di accedere al mercato del lavoro e mordaci editoriali che denunciano la violazione dei diritti umani dei detenuti in Kenia, report che ripercorrono con ironia la storia della telefonia mobile in Ghana e la sua utilità per i commercianti kenioti. Sono questi i primi risultati di Voices Of Africa     http://www.africanews.com/site/page/voicesofafrica), un progetto segnalato da Smart Mobs e lanciato in maggio dall'olandese Africa Interactive Media Foundation  http://www.africa-interactive.net/index.php?TreeID=7 )con l'intento di sviluppare "dal basso" un circuito mediatico e un processo di newsmaking a mezzo telefonino, sostenibile in ambito africano. Affidandosi alla telefonia mobile che, a differenza di personal computer e Internet, in molti paesi africani va diffondendosi, saranno sempre più i cittadini che potranno partecipare alla costruzione della sfera mediatica del proprio paese. Ai "camjo", i camera journalist, verrà affidato il compito di postare testimonianze dirette di eventi e di denunciare realtà sconosciute ai più, sarà offerta loro la possibilità di rappresentare il proprio paese e di costruirsi un impiego: il loro lavoro verrà retribuito proporzionalmente agli accessi che i contributi pubblicati riusciranno a generare. Il progetto, tuttora in fase di avvio, ha iniziato a coinvolgere Ghana, Kenia, Sudafrica e Mozambico: individuati i referenti, dato loro il tempo di rodare la tecnologia, si procederà al reclutamento dei citizen journalist, da equipaggiare con un Nokia N61i provvisto di tastiera, unico strumento del mestiere. I venti giornalisti grassroot reclutati nella prima fase del progetto non parteciperanno in qualità di contributori amatoriali, come avviene per Reuters e Yahoo! o per realtà africane come Reporter.co.za: verranno addestrati per diventare camjo a tutti gli effetti. Verranno loro forniti i rudimenti del giornalismo e della tecnologia che stringeranno fra le mani, e verrà affidato loro l'incarico di raccogliere immagini, di imprimere in video spaccati di realtà o eventi irripetibili. Lo smartphone in dotazione consentirà loro di effettuare l'upload diretto dei contenuti prodotti presso un server offerto da Skoeps, organizzazione olandese che a sua volta ha fatto del citizen journalism un modello di business. Scardinati i complessi apparati organizzativi, operativi e tecnologici del giornalismo tradizionale, Voices Of Africa intende snellire e adattare all'ambiente africano le dinamiche agili del publishing online, dinamiche che, osserva un blogger locale, iniziano ad attecchire in tutto il continente. A differenza di blogger e netizen africani, per operare e accedere al progetto non sarà necessario affidarsi a connessioni Internet lente e costose o ad affollati Internet café: ai camjo sarà garantita la possibilità di testimoniare in maniera tempestiva con lo smartphone in dotazione, e i lettori potranno restare agevolmente aggiornati anche mediante telefonino, ammesso che ci si trovi in aree coperte dal servizio GPRS. A tale proposito, un nutrito gruppo di studenti olandesi è stato sguinzagliato in 20 paesi africani per verificare copertura e qualità del servizio, determinanti per la fattibilità del progetto. "Voices of Africa è una rivoluzione", annuncia Olivier Nyirubugara http://www.africanews.com/site/list_messages/10175 , uno dei coordinatori del progetto. Permetterà di costruire un impianto mediatico indipendente e di valore, raccogliendo e amplificando le voci di coloro che finora non hanno avuto alternative al silenzio. Si spera così di offrire all'Africa la possibilità di affrancarsi da un'informazione edificata su fonti ufficiali, per costruire una società civile solida e partecipe, per trasmettere all'estero un'immagine non mediata delle sfaccettature della realtà africana. Quella di Voices Of Africa rischia però di essere una rivoluzione che, per offrire i suoi frutti, dovrà passare per una diffusione più massiccia della telefonia mobile. Una tecnologia in espansione, ma, rivela uno dei reporter kenioti, ancora troppo costosa, per quasi nove persone su dieci.(Gaia Bottà,Punto-informatico.it, 30/07/07)

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Sarkozy prospetta l'Eurafrica (Ansa, 28/07/07)

La Francia non vuole mantenere un 'rango' in Africa, chiede ai paesi con cui più ha rapporti di modernizzarsi, propone uguali diritti ed uguali doveri ed ipotizza un'Eurafrica, il modo per riportare nella storia un continente che non si è mai lanciato verso il futuro. Nicolas Sarkozy è arrivato a Libreville nel Gabon dopo aver sostenuto a Dakar la rottura col passato e la necessità di rapporti tra nazioni "uguali nei diritti e nei doveri". Ricevuto dal presidente Omar Bongo Ondimba, al potere dal 1967, Sarkozy si è fatto precedere da un'intervista sul giornale governativo locale, l'Union, nella quale ha ricordato che il suo paese "non cerca di mantenere un 'rango' in Africa". Ha anche sostenuto che la relazione privilegiata tra Francia e Gabon deve "essere modernizzata" e "adattata alla evoluzione mondiale". Ieri all'università Anta Diop di Dakar Sarkozy non ha negato i crimini e le colpe, dello schiavismo come della colonizzazione, ma ha detto che "non si può chiedere ai figli di pentirsi degli errori dei propri padri". - A Libreville ha insistito "non di può addossare tutto alla colonizzazione (...) la corruzione, i dittatori, i genocidi". Chiarita la propria posizione sul passato, Sarkozy ha chiesto all'Africa e agli africani di fare autocritica."L'Africa ha la sua parte di responsabilità per i suoi guai: il colonialismo non è responsabile delle guerre sanguinose che gli africani fanno tra loro, dei genocidi, delle dittature, del fanatismo, della corruzione e della prevaricazione". Il dramma dell'Africa per Sarkozy è legato anche al fatto che "l'uomo africano non è stato abbastanza parte della storia, non si è mai lanciato verso il futuro. In un universo dove la natura comanda tutto, l'uomo resta immobile al centro di un ordine immobile, dove tutto è gia scritto" e dove "non c'é posto né per l'avventura umana né per l'idea di progresso". La salvezza dell'Africa arriverà per Sarkozy dall'incontro con una parte della civiltà europea, per arrivare all'Eurafrica che il suo progetto di Unione mediterranea prefigura. Il presidente francese ha quindi detto ai giovani di acquisire fuori dal continente le competenze e il sapere per mettere poi al servizio dell'Africa i talenti sviluppati. - Un discorso che ha suscitato diverse reazioni e che non è piaciuto ai giornali di Dakar che, ad esclusione del foglio filo governativo, hanno criticato 'la lezione agli africani'' e la "missione civilizzatrice" che sta dietro il discorso, paragonato da alcuni a quello dei "missionari venuti in Africa per 'civilizzare' i nostri antenati". Un intervento condannato anche dai socialisti francesi che l'hanno giudicato 'disonesto'. "Quando Sarkozy è a Dakar diventa l'amico degli africani , quando è a Parigi li stigmatizza e li espelle. Promette l'Eurafrica ma vuole in realtà trasformare l'Europa in una fortezza di paesi ricchi" ha detto Faouzi Lamdaoui, responsabile del partito per l'uguaglianza e la promozione sociale. Criticata anche la posizione di Sarkozy sull'immigrazione che porta "al sequestro delle intelligenze africane con l'introduzione dell'immigrazione mirata". (Ansa, 28/07/07)

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I progetti per connettere il continente (Vita, 26/07/07)

Il lancio di un sistema satellitare permetterà di offrire servizi di telecomunicazione - telefonate internazionali, collegamenti internet e ricezione di trasmissioni radiofoniche e televisive - attraverso tutta l'Africa e a costi più contenuti. Il progetto è dell'Organizzazione regionale africana di comunicazione via satellite (Rascom), che raggruppa 45 paesi del continente, e ha ottenuto oltre 36 milioni di euro dalla Banca africana per lo sviluppo (Bad). (…) Sempre di questi giorni è la notizia che l'India aiuterà l'Africa a superare il ritardo nello sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione e informatiche (‘digital divide') grazie a un progetto che consentirà a scuole e ospedali di tutto il continente africano il collegamento con le principali istituzioni indiane. Annunciato dal ministro degli Esteri indiano Pranab Mukherjee durante una sua recente visita in Etiopia, l'e-network panafricano, così si chiama l'iniziativa, dovrebbe permettere a New Delhi di raggiungere in pratica tutto il continente; attraverso la tele-medicina e l'istruzione a distanza gli indiani offriranno a basso prezzo agli africani le loro conoscenze in questi due settori vitali per la sopravvivenza e il benessere delle popolazioni. I primi progetti pilota sono stati avviati in Etiopia, insieme con promesse di collaborazione bilaterale in importanti iniziative riguardanti collaborazione tecnica, sviluppo delle risorse umane e commerci. Se la Cina resta il primo paese asiatico in Africa con massicci investimenti per lo sfruttamento delle risorse naturali e lo sviluppo di progetti comuni, l'India la segue di pochi passi: i commerci con il continente (petrolio escluso) sono cresciuti dai 914 milioni di dollari del 1990-91 agli oltre nove miliardi nel 2004-5. L'India ha inoltre stretto accordi petroliferi con Sudan, Nigeria e Angola e ha investito in modo consistente nelle aree petrolifere dell'Upper Nile. (Vita,26/07/07)

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Rifugiati. Amato: accogliamoli come fu per nostri padri (Agi, 25/07/07)

I rifugiati politici e i richiedenti asilo che oggi, da ogni parte del mondo, giungono in Italia sono mossi dallo stesso istinto di sopravvivenza che muoveva "i padri della mia generazione". A parlarne e' il ministro dell'Interno Giuliano Amato, spiegando il contenuto dell'accordo firmato oggi con il sindaco di Roma Walter Veltroni per dare il via a un progetto integrato che prevede, tra le altre cose, la creazione di un centro per l'accoglienza, la formazione e l'integrazione nella Capitale. "Chiunque e' titolare di asilo politico - spiega Amato -, visto che i precedenti servono, dobbiamo saperlo assimilare ai padri della mia generazione, i quali, perche' antifascisti o perche' ebrei, dovettero lasciare dalla sera alla mattina l'Italia, con le valige di cartone e portandosi dietro i loro bambini, per trasferirsi in un altro Paese nel quale non sapevano come avrebbero potuto vivere. Il caso e' questo - conclude Amato - perche' se vengono donne e bambini dall'Eritrea o da altri luoghi del Corno d'Africa che hanno un colore diverso dai padri della mia generazione, essi ed esse lo fanno per la medesima ragione e, dunque, hanno titolo ad aspettarsi da noi quello che i padri della mia generazione ebbero dalla Francia, dall'Inghilterra, dagli Stati Uniti e da altri Paesi". (Agi, 25/07/07)

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Aminata Traorè: L'Africa, discarica e serbatoio di ricchezza per il mondo (Federico Taverniti, Prima pagina, 20/07/07)

L'Africa muore, annaspa, è incapace di muoversi con le proprie gambe. E la colpa di chi è? Anche dei governi africani ma soprattutto del fallimento della globalizzazione, che ha saputo soltanto trasformare un continente in una discarica e in un serbatoio di ricchezze da saccheggiare. Sono le parole dure, impietose, piene di rabbia di Aminata Traorè ex ministro della cultura del Mali, una delle ideatrici e fondatrici del Forum sociale africano. Un intervento deciso, dritto al cuore della platea della seconda giornata del Meeting di San Rossore 'I Bambini, le Donne'. - 'L'immagine dell'Africa che viene proiettata da voi, in Europa, e in tutto il mondo, è quella di un continente malato. È questa l'immagine che vi viene data in pasto. Ma nessuno parla di quella felice, di quella che funziona, che vuol vivere e prosperare. L'Africa – aggiunge la Traorè – ha bisogno di aiuti umanitari, ma soprattutto di umanità. Ci portate cibo, medicine e acqua ma senza pensare alle conseguenze di questo. Sono in realtà le nostre ricchezze a fare gola al mondo globalizzato'. Donne e bambini, oltre ai più vecchi (almeno quelli che riescono ad arrivare a una certà età in Africa…), sono le persone che sopportano maggiormente le conseguenze di questa situazione drammatica. 'Lo sguardo che il mondo ci rivolge – prosegue – è uno sguardo di pietà. Vorrei uscire da questa visione nei nostri confronti. Questa immagine di fallimento è il frutto del fallimento della globalizzazione voluta dai potenti del mondo. Donne e bambini che scappano dall'Africa ne sono lo specchio. E la guerra che l'Europa sta facendo a queste persone è inaccettabile. I morti che hanno scelto la fuga, le persone che vengono trovate in mezzo al mare o attaccate alle reti dei pescherecci, sono la dimostrazione dell'insuccesso delle politiche di cooperazione condotte dai ricchi delmondo'. Multinazionali, G8, corruzione: sono queste le cause principali della tragedia africana. 'Noi in realtà non siamo poveri – aggiunge l'ex ministro del Mali – ma vittime della nostra ricchezza. Come avviene ad esempio in Darfour: credete che se non ci fosse il petrolio si troverebbe in questa situazione? Anche noi possiamo essere competitivi, come tanti altri paesi europei. Non chiediamo pietà ma verità e giustizia. Ci hanno detto – ha concluso Aminata Traorè – che avrebbero annullato il nostro debito. In realtà è soltanto un ricatto per adeguarsi alle imposizioni delle organizzazioni internazionali. Il vero potere è quello in mano alle multinazionali. La posta in gioco è talmente alta che alla guida di tanti paesi africani vengono messi leader molli, insignificanti, facilmente manipolabili. Anche ONU e Unicef hanno le loro colpe. Unicef ha fatto una sorta di auto censura, cercando soprattutto di raccogliere i soldi dei paesi ricchi ma senza intervenire per risolvere i problemi alla radice'. (Federico Taverniti, Prima pagina,  20/07/07)

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Petrolio, miniere guerra e povertà, il paradosso africano (Umberto Mazzantini, Greenreport, 20/07/07)

Molti Paesi africani vivono dello sfruttamento delle loro risorse naturali, in particolare dell’estrazione di risorse del sottosuolo. Si stima che, dal 1990 in poi, il 65% degli investimenti stranieri in Africa riguardino il petrolio, il gas e le miniere, ma questo afflusso imponente di investimenti e infrastrutture dedicate, come ci ricordano periodicamente i sequestri di tecnici stranieri nel Delta del Niger, non si é tradotto in un significativo miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Al contrario, si constata sempre di più una coincidenza tra la presenza di risorse naturali e la povertà, la corruzione, l’instabilità politica, la dittatura ed i regimi autoritari, gli scontri etnici e la guerra vera e propria. Molti paesi ricchi di gas e petrolio, come Angola e Nigeria, hanno tassi di povertà elevati e raggiungono livelli di sviluppo umano tra i più bassi del pianeta. Studi condotti dalla Banca mondiale e da altri organismi internazionali dimostrano che una delle cause essenziali di questo paradosso é la bassa qualità dei governi nazionali alla quale si aggiunge la mancanza di trasparenza nel settore estrattivo, con una commistione inestricabile tra multinazionali, magari non più solo occidentali ma anche cinesi, ed elite locali. Senza rimuovere questi ostacoli sarà difficile ridurre la povertà e ridistribuire parte dei proventi che derivano dalle risorse petrolifere e minerarie. - L’unica cosa che abbonda in Africa insieme alle risorse del sottosuolo sono le armi con cui eserciti nazionali, armate private, guerriglieri etnici e signori della guerra si disputano, per conto di Paesi stranieri ed imprese mondiali, le ricchezze immense di un continente che rimane povero. La Banca mondiale ha lanciato un’iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive (alla quale hanno recentemente aderito 26 Paesi africani), per avviare un processo che, coinvolgendo governo, imprese statali e private, società civile ed esperti, organizzi comitati nazionali per la pubblicazione di rapporti che contengano dichiarazioni certificate dei pagamenti versati dalle compagnie petrolifere e minerarie e la dichiarazione delle entrate riscosse dai governi. Che dovrebbero almeno corrispondere. Poi il rapporto dovrebbe essere reso pubblico. - Rimane il mistero di come simili documenti possano essere resi pubblici da regimi che riempiono i loro conti segreti all’estero con le sostanziose bustarelle che derivano dalla svendita delle risorse nazionali o come una società civile debolissima e impaurita ed un’opposizione politica spesso perseguitata possano controllare governanti e militari. (…) Le analisi economiche dimostrano che tra il 2000 ed il 2010 i governi africani avranno incassato più di 300 miliardi di dollari provenienti dall’estrazione di petrolio e nello stesso tempo, vista la domanda crescente delle materie prime e dei loro prezzi, progettano un aumento imponente delle entrate minerarie. (…)(Umberto Mazzantini, Greenreport,  20/07/07)

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Prevista situazione alimentare difficile per vari paesi (Newsfood, 17/07/07)

Il previsto rallentamento della produzione cerealicola nei paesi a basso reddito con deficit alimentare (LIFDC) sommato al persistere di prezzi internazionali alti, potrebbe causare l’anno prossimo una situazione alimentare difficile in questi paesi, secondo l’ultimo rapporto della FAO Crop Prospects and Food Situation (Prospettive dei raccolti e situazione alimentare). Dopo quattro anni consecutivi di crescita relativamente forte, si prevede che nel 2007 la produzione cerealicola dei paesi LIFDC aumenterà solo dell’1,2 per cento rispetto al 2006, percentuale inferiore al tasso di crescita della popolazione. E se si escludono Cina ed India, i produttori maggiori, per la produzione cerealicola complessiva di questi paesi si prevede in realtà un leggero calo rispetto allo scorso anno. In Marocco quest’anno la produzione cerealicola è stata gravemente compromessa dalla siccità e si stima sarà appena un quarto di quella dell’anno scorso. In Sudafrica l’esito dei recenti raccolti cerealicoli principali è contrastante – con una produzione fortemente ridotta a causa della siccità in Namibia e Swaziland ma con raccolti record, o comunque superiori alla media, in Malawi, Angola, Mozambico, Madagascar e Zambia. Per quanto riguarda l’Africa occidentale, a causa delle piogge irregolari, la stagione del raccolto è stata sinora piuttosto lenta nel Sahel. In Africa orientale, le prospettive sono favorevoli nella maggior parte dei paesi, ad eccezione della Somalia, dove si prevede una produzione ridotta. Gravi difficoltà alimentari persistono in altri paesi, secondo il rapporto FAO. Prolungati periodi di siccità e piogge irregolari in Zimbabwe, Swaziland e Lesotho sono all’origine dei cattivi raccolti di quest’anno, tra i peggiori mai registrati in questi paesi. La produzione 2007 di mais, alimento base, si prevede calerà di circa il 43 per cento in Zimbabwe, del 51 per cento in Lesotho e del 60 per cento in Swaziland, rispetto al 2006. Produzione più scarsa ed aumento dei prezzi a livello nazionale e regionale avranno effetti molto pesanti sulla sicurezza alimentare di oltre 4 milioni di persone vulnerabili in Zimbabwe. L’inflazione alle stelle ha superato in maggio il 4.500 per cento, riducendo drasticamente il potere d’acquisto e limitando molto alle famiglie a reddito basso e medio-basso l’accesso ai prodotti disponibili. In Africa orientale continua a destare preoccupazione il sud della Somalia. La generale situazione di violenza che affligge quella regione, soprattutto la capitale Mogadiscio, ha causato centinaia di migliaia di sfollati e limitato grandemente le attività economiche e commerciali. In Sudan le ostilità in corso e l’insicurezza rimangono i fattori principali che inibiscono l’accesso al cibo, specialmente nella tribolata regione del Darfur. (Newsfood,17/07/07)

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Aiuto necessario per combattere il traffico di esseri umani (Peacereporter, 16/07/07)

Secondo alcuni esperti, l'Africa ha bisogno di sostegno a livello mondiale per fermare il traffico illegale di esseri umani. Alcuni procuratori hanno dichiarato, ad un incontro nella capitale dell'Angola, Luanda, che l'Africa è il continente con il maggiore tasso di traffico illegale di esseri umani, la maggior parte donne e bambini. Molti vengono venduti in schiavitù o prostituzione o adozioni illegali. Il pubblico ministero del Kenya, Keriako Tobiko, ha dichiarato che il traffico di esseri umani è un problema internazionale. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto sapere che i criminali guadagnano tra i 5 e 7 miliardi di euro all'anno dal traffico mondiale di esseri umani e che il 60% del traffico viene condotto nelle regioni africane al sud del Sahara. (Peacereporter,  16/07/07)

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Sforzi contro il morbillo: ridurre del 90 per cento i morti entro il 2010 (Valeria Confalonieri, Peacereporter, 15/07/07)

Duecento casi di morbillo. L’ultima segnalazione viene dallo Zambia, che si aggiunge a Nigeria e Repubblica Democratica del Congo: tutti Paesi africani da cui, nel solo mese di giugno, sono arrivate segnalazioni di casi e vittime della malattia infettiva. Per quanto riguarda lo Zambia, i numeri parlano, come si diceva, di 200 casi in diversi distretti del Paese, dove sono stati inviati medici. Non ci sono notizie di vittime, al contrario di quanto successo in Nigeria, dove un paio di settimane fa, nel Nord, veniva segnalata un’epidemia con 400 casi di infezione e da 20 a 60 vittime, partita dalla capitale e poi diffusa in diverse regioni. Sempre a giugno, all’inizio del mese, anche la Repubblica Democratica del Congo si è confrontata con la malattia infettiva virale, (che ha interessato una decina di villaggi nella regione Katanga), con 3.500 casi in due settimane: i bambini morti sarebbero 150. Qualche giorno dopo sono stati segnali 11 casi di morbillo fra bimbi da 0 a 5 anni anche nella provincia di Sankuru, nessuno mortale; la diffusione dell’infezione è stata attribuita alle difficoltà nel raggiungere i bambini con le campagne di vaccinazione contro il morbillo per gli spostamenti delle popolazioni e per le difficoltà di accesso in alcune zone. (…)(Valeria Confalonieri, Peacereporter,  15/07/07)

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Progetto di un ponte tra Asia e Africa (Rainews24, 14/07/07)

Un enorme ponte - rivela oggi il Corriere della Sera - potrebbe collegare Africa e Asia e venir realizzato dall'azienda del fratellastro di Osama bin Laden. Lo chiamano gia' «il ponte del secolo« e, se sara' realizzato - scrive Massimo Alberizzi sul Corriere della Sera - battera' tutti i Guinness dei primati collegando le coste di Gibuti con quelle dello Yemen. Tareq Mohammed Bin Laden, principale azionista del Saudi Bin Laden Group e fratellastro del ben piu' conosciuto califfo del terrore, Osama, ha fatto la spola piu' volte nelle ultime settimane tra le due sponde dello stretto di Bab El Mandeb («Porta delle Lacrime«) per avere dai presidenti dei due Paesi l'adesione alla sua grandiosa idea. Ora ha ottenuto l'ok. Il progetto del ponte - aggiunge il quotidiano - e' stato affidato alla societa' Middle East Development, sempre del gruppo Bin Laden, ed e' quasi pronto, ma i dettagli sono segreti.Si sa solo che sara' sospeso, con un'autostrada e una ferrovia e, ai punti di partenza sulla terraferma, due agglomerati urbani di lusso. Nei dettagli, il solo viadotto costera' tra i 10 e i 20 miliardi di dollari a seconda del disegno, del piano di lavoro e dei finanziamenti, mentre il progetto nel suo complesso potrebbe arrivare a 50. Per completare l'opera saranno necessari dai 7 ai 9 anni. Potranno passare da una sponda all'altra 100 mila auto al giorno e 50 mila viaggiatori in treno. Lo stretto di Bab El Mandeb, che separa l'Africa dall'Asia, misura nel punto in cui la distanza e' minore, tra Ras Siyan, in Gibuti, e Ras Manhe-li, in Yemen, 27,4 chilometri. L'isola di Perim lo divide in due canali: quello orientale, Bab Iskender («stretto di Alessandro «) e' largo piu' o meno tre chilometri e profondo 30 metri. Quello occidentale, Dact El Mayun, e' largo poco meno di 25 chilometri e arriva a toccare la profondita' di 310 metri. (Rainews24, 14/07/07)

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Iniziano i giochi africani, “grande festa sportiva” per il continente(CO, Misna, 12/07/07)

Oltre 9000 atleti provenienti da 47 paesi africani sono pronti a sfidarsi in 27 diverse discipline sportive per la IX edizione degli ‘All Africa Games’, i Giochi africani, tornati ospiti dell’Algeria dopo 24 anni. Definendola “una grande festa per la famiglia africana”, il presidente del comitato organizzatore, Yefsah Djaffar, ha sottolineato l’impegno della manifestazione, in programma dall’11 al 23 luglio, “in favore degli sportivi e nella lotta al doping”. Oltre quaranta località del paese africano accoglieranno gli eventi sportivi, prima fra tutti la capitale Algeri, la cui cittadella olimpica ha subito per l’occasione un’ampia ristrutturazione, e che accoglierà nello stadio ‘5 luglio’ le prove di atletica e la finale del torneo di calcio. Anche altri centri come Blida, Boumerdes e Tipasa ospiteranno gare sportive. Il governo algerino ha speso complessivamente circa 100 milioni di dollari per rinnovare otto villaggi destinati agli atleti. Un migliaio di algerini e 450 giornalisti stranieri sono stati accrediti per seguire la manifestazione che due anni fa si svolse ad Abuja (Nigeria). A tre giorni dalla fine dei Giochi Africani, Algeri ospiterà anche i Giochi afro-asiatici, previsti dal 26 luglio al 4 agosto. In seguito all’attentato di ieri a Lakhdaria, nella regione orientale della Cabilia - con un bilancio di otto militari uccisi e una trentina di feriti - sono state aumentate le misure di sicurezza sia nella capitale che in altre località. (CO, Misna, 12/07/07)

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Droga: il continente nero sempre più “bianco” (CO, Misna, 11/07/07)

“L'Africa ormai è diventata una zona dove la droga viene prodotta, consumata e trafficata": lo ha detto Jean-Michel Louboutin, direttore esecutivo dell'Interpol, aprendo ad Arusha, in Tanzania, l'8ª riunione africana dei capi dei servizi nazionali specializzati nella lotta contro la droga. Il continente “è diventato il crocevia privilegiato per il traffico di stupefacenti" ha aggiunto Loboutin, citando i dati del rapporto del 2006 pubblicato dall'Ufficio Internazionale per il controllo dei narcotici (Incb). Grossi carichi di cocaina partono dal Sud America per raggiungere via mare le coste dell'Africa occidentale: Nigeria, Ghana, Togo, Capoverde sono utilizzati come luogo di transito e stoccaggio della cocaina destinata al mercato europeo. Analogo il percorso dell’eroina proveniente dal sud-est asiatico, che transita per l'Africa orientale prima di essere spedita in Europa e in misura minore nel Nord America. Sempre secondo il rapporto Incb, molti paesi del continente africano non dispongono di una legislazione aggiornata e conforme ai trattati internazionale in materia di droga, né meccanismi di controllo e risorse umane qualificate per gestire il commercio illegale di droga. Le loro politiche e le attività di controllo hanno, pertanto, effetti limitati. Saidi Ally Mwema, ispettore generale della polizia tanzaniana lo conferma: "I confini estesi e permeabili della maggior parte degli stati africani, associati alle scarse risorse, rendono difficile un'incisiva azione di controllo lungo i punti di ingresso e di uscita del traffico di droga". Ma l’Africa non è solo territorio di scambio: il transito delle droghe nel paese corrisponde sempre più ad un aumento dell’abuso di stupefacenti. Un problema che si somma alla già precaria situazione socio-sanitaria di molti paesi del continente, costretti a destinare risicate risorse alle spese per la salute pubblica anche a causa di errate scelte politiche locali e dei tagli imposti in passato dal Fondo monetario internazionale. (CO, Misna,  11/07/07)

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Africa Oggi: La malaria non si ferma (f.c.\aise, 11/07/07)

La malaria rimane la più importante malattia parassitaria che infetta gli esseri umani. Ogni anno, se registrano circa 5 miliardi di episodi clinici collegati alla malaria, circa 600 milioni di casi clinici di malaria, e circa 1 milione di decessi per malaria. La grande maggioranza dei casi affligge le comunità rurali dell’Africa Sub-sahariana e le morti colpiscono soprattutto i bambini sotto i cinque anni. Inoltre, è considerata uno dei maggiori freni allo sviluppo di questa regione. Questi i dati allarmanti diffusi da Amref e dall’associazione Africa Oggi. Eppure, fanno sapere le associazioni, la terapia per debellarla costerebbe poco più di un dollaro a persona. Ma i soldi non ci sono. Quando in Italia si parla di malaria, si pensa a Fausto Coppi: il campionissimo è morto, nel 1960, per malaria falciparum, la terzana maligna. Il suo collega e amico, il corridore francese Raphael Geminiani, compagno di Coppi in quel viaggio sfortunato in Burkina-Faso, si salvò: la sua malaria venne subito riconosciuta dai medici coloniali francesi e guarita velocemente. "Conosciamo quasi ogni segreto di questa malattia", dice Mario Marsiaj, fondatore del Centro medico del Negrar, oggi medico in Uganda. "Se diagnosticata e curata in tempo è meno grave di una semplice influenza". Questo è lo scandalo della malaria. In Italia, nel 2003, si sono contati 640 casi di malaria. I decessi (sempre per un ritardo di diagnosi) si contano sulle dita di una sola mano. I Paesi occidentali hanno debellato la malaria. Ma, questa malattia è la più diffusa sulla Terra, un terzo dell’umanità, un centinaio di Paesi (cinquanta su cinquantatre in Africa), ne è colpito. Ogni anno si ammalano da 300 a 500 milioni di persone. Secondo stime approssimative dell’Organizzazione mondiale della sanità, nove su dieci vivono in Africa e il 90% sono bambini. Le vittime sono oltre un milione: muore un bambino ogni trenta secondi. "In Burkina-Faso, spesso, non si dà un nome ai figli fino ai cinque anni", racconta Andrea Bosman, medico all’Oms, esperto in farmaci antimalarici. "Fino a quando, cioè, non si è sicuri che può sopravvivere". Ogni anno la malaria, secondo le stime dell’Oms, costa 12 miliardi di dollari alle economie dei Paesi più poveri della Terra: riduce il loro Pil dell’1,3%. In quindici anni, dal 1980 al 1995, un quinto della possibile ricchezza africana è stato divorato dalla malaria. In 35 anni, lo sviluppo del continente è stato rallentato del 32%. Un quarto dei bilanci di una famiglia africana con un malato in casa se ne va per le sue cure. Le giornate di lavoro perdute per colpa della malaria, nelle zone rurali, riducono la resa dei terreni agricoli del 40%. Il 37% dei ricoveri ospedalieri in Zambia sono da malaria (50mila morti ogni anno). In Malawi, la metà delle visite ambulatoriali è per questa malattia, il 40% delle donne incinte ne è afflitta. Il 24% della mortalità ospedaliera in Mozambico è provocata dalla malaria. "In tutto il mondo sono stati fatti progressi nella lotta a questa malattia – continua Bosman – ma in Africa, no. La situazione è stagnante. Anzi, sta peggiorando". Negli ultimi 12 anni, infatti, si stima che la mortalità infantile da malaria sia raddoppiata in Senegal, nell’Africa orientale e in quella australe. Nel gennaio del 2004, dalle pagine della rivista Lancet, 13 ricercatori hanno scritto della loro preoccupazione. Sta fallendo Roll Back Malaria, l’iniziativa lanciata dall’Oms nel 1998, per dimezzare la mortalità entro il 2010. Il tentativo di un gruppo di ricercatori dell’Università di Barcellona è quello di sperimentare, in Mozambico, con finanziamenti della GlaxoSmithKline e della fondazione di Bill e Melinda Gates, un vaccino capace di avere una copertura del 58%. Rimane incerta, però, la sua efficacia nel tempo. La malaria è davvero un killer perfetto, la cui minaccia potrebbe essere messa sotto controllo. I nuovi farmaci costano solo poco più di un dollaro. (f.c.\aise,  11/07/07)

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Nel 2015 al via il gasdotto transahariano (Euronews, 10/07/07)

Nel 2015 entrerà in funzione un megagasdotto in gardo di fornire di metano il continente africano dalla Nigeria fino all'Algeria e di qui l'Europa. Un maxi progetto finanziato in parte dall'Unione Europea per un ammonatre complessivo di circa dieci miliardi di euro. In ballo c'è la fornitura fino a 30 miliardi di metri cubi di metano: una cifra che dovrebbe colmare gli attuali gap produtivi. "La diversificazione delle forniture, dice il commissario all'energia, è destinata ad avere un ruolo chiave nella straetgia di approvigionamento energetico. Voglio inoltre sottolineare l'importanza del gasdotto che oltrepasserà il Sahara: è questa la nuova fonte di energia per l'Unione Europea". Lungo ben 4300 chilometri il gasdotto parte dalla Nigeria per poi attraversare lungo ottocento chilometri il Niger e infine il percoso piu lungo, oltre duemia trecento chilometri, in Algeria fino alla costa del mar Mediterraneo. Se l'intervento dell'Unione sull'intera operazione dal punto di vista finanziario è dato per scontato, mancano all'appello le organizzazioni internazionali quali la Banca Mondiale e le grandi società petrolifere. A Bruxelles sono fiduciosi che vista l'importanza del progetto gli investitori internazionali metteranno la mano al portafoglio. (Euronews,10/07/07)

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Under 20: l'Africa è la nuova frontiera (Viola News, 10/07/07)

Rassegna stampa - Africa Unite: l'Africa resta unita e compatta dopo la prima fase del Mondiale Under 20. Definito il quadro degli ottavi e, in attesa dei big-match Spagna- Brasile, Usa-Uruguay e Cile-Portogallo, la sorpresa viene dal «Black Power»: 4 qualificate su 4, con exploit finali di Congo e Gambia. «Il futuro del calcio è in Africa» è una di quelle profezie ricorrenti e costantemente rimandate, come la fine del petrolio o il frigorifero che fa la spesa da solo. A 3 anni dal mondiale sudafricano, però, fra i giovani qualcosa si muove. Tanto più che 3 delle formazioni agli ottavi non appartengono alla solita geografia calcistica: Nigeria a parte, Congo, Zambia e Gambia sono quasi delle debuttanti, non hanno stelle europee, ma giocatori formati in patria. - È il caso del Congo, la Repubblica del Congo, più piccola della Rep. Democratica del Congo, ex-Zaire, che fece anche a un Mondiale «vero» nel '74 nell'allora Germania Ovest. Qui l'80 per cento dei giocatori della rosa viene dalla stessa squadra, o meglio da un centro di formazione creato da dei francesi. L'affare nasce nel 2004 quando il vicepresidente dell'Auxerre, Gerard Bourgoin, chiede per la sua azienda, la Prestoil, delle concessioni petrolifere in Congo. Il presidente del paese Sassou-Nguesso pone una strana condizione: l'affare si fa se l'Auxerre aiuterà il calcio congolese. Nasce un centro di formazione, con metodi e tecnici francesi, arriva la vittoria nel campionato africano U20 e il debutto in Canada. «Oil for Football », con l'aggiunta del fatto che il c.t. dell'Under 20 è Eddie Hudanski, lo scopritore di Eto'o in Camerun. Un nuovo Eto'o, in questo Congo, non c'è, ma il centrocampista Filanckembo e le punte Ibara e Nguessi hanno un futuro. - Hanno fatto tutto da soli, invece, in Gambia: il governo ha lanciato un programma di reclutamento nelle scuole, portando i migliori dodicenni nei centri federali. Così una delle più piccole nazioni africane (1,4 milioni di abitanti) è arrivata nel calcio che conta. Il Mondiale U17 in Perù fu il debutto in una fase finale, esaltato da un 3-1 sul Brasile che portò la gente in strada a festeggiare. Lo stesso gruppo, una riuscita coabitazione di etnie e religioni diverse (musulmana, cristiana, animista), sta facendo strada in Canada. Dopo il 2005 colpì il portiere Gomez, che sostenne provini con Roma, Bologna e St. Etienne, oggi la stella è il musulmano Ousman Jallow, attaccante del Raja Casablanca, in Marocco, capocannoniere della Champions africana. - Il segreto del buon rendimento è anche la lunga preparazione: lo Zambia è in ritiro da oltre un mese, tanto che il centrocampista Mwansa ammette: «Facciamo la fila per telefonare a casa». È arrivato last-minute, invece, la stella Mulenga, attaccante che gioca in Sudafrica: prima i playoff, poi alcune tormente gli hanno impedito di partire e si è perso la prima gara. In questo contesto, i nigeriani sono i veterani (già 2 finali Under 20): 2 anni fa Mikel e Co. persero l'ultimo atto con l'Argentina. Ora Bala, punta veloce e tecnica del Lyn, in Norvegia, e Ideye, degli Ocean Boys, sperano di fare almeno altrettanto: «E poi — sogna il primo — raggiungo Mikel al Chelsea». (Viola News,10/07/07)

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Colonizzata dal fumo under 18 (Domenico Quirico, La Stampa, 07/07/07)

La Nigeria fa causa ai giganti del tabacco: «Per guadagno » - Il mondo dei ricchi, in nome della salute, mette al bando la sigaretta, la cancella dal bon ton, le vieta la pubblicità? Niente paura: i giganti del tabacco hanno un nuovo continente prediletto dove i bilanci possono nuovamente indorarsi, dove non ci sono legislazioni seccanti, dove tutti vogliono fumare, anche i bambini. Eccola l’Africa che piace ai consigli di amministrazione, che non bada alla scritta «fumare uccide»; diamine, ci sono lì già tante ragioni per essere ammazzati, la fame, l’Aids, la guerra, che non si può certo temere il lento impalpabile killer che si nasconde in una boccata di fumo! Il continente dei bambini soldato, dei bambini schiavi che arrancano nelle piantagioni, dei bambini che vivono nelle fogne, diventa l’eldorado assassino dei bambini fumatori. Il dodici per cento dei giovani africani tra i dodici e in quindici anni sono fumatori abituali, in alcuni Paesi come il Mali si sale al 28 per cento. Sono indagini di mercato che fanno brillare i computer della Borsa a New York e Londra: in questo modo si allevano i sicuri consumatori di domani. Qui la crescita è del tre, quattro per cento l’anno, a provvidenziale compensazione del tracollo nei Paesi industrializzati. Ma c’è un’altra previsione di cui non tengono conto: che a questo ritmo, nel 2020 il continente fornirà con gli altri Paesi in via di sviluppo il 70 per cento delle morti imputabili al tabagismo. Il cancro alla gola e ai polmoni da aggiungere alla piaga della malaria, dell’Aids, della tubercolosi, alle conseguenze della malnutrizione.
Qualcosa però comincia, lentamente, a muoversi, nasce la coscienza di questo nuovo sfruttamento: il colonialismo del fumo. Lo Stato federale del Kano, uno dei maggiori della Nigeria, ha trascinato in giudizio due giganti come la British American Tobacco e la Philip Morris, accusandoli di utilizzare la distribuzione gratuita di sigarette e la sponsorizzazione di eventi sportivi e musicali per diffondere subdolamente il fumo tra i più giovani. (…)
In Mali per la prima volta un tribunale ha condannato la marca americana «Craven A» per violazione della legge sul divieto della pubblicità del fumo. Pena solo simbolica, un franco di risarcimento, ma il principio farà solida giurisprudenza. (…)
Il Sud Africa è andato ancora più avanti: aumentando del 300 per cento le tasse sul tabacco e lottando efficacemente contro il contrabbando.
Ma la battaglia è ineguale, come hanno ricordato alla prima «Conferenza africana su tabacco e salute», che si è tenuta lo scorso dicembre a Casablanca.(…) Secondo uno studio della facoltà di medicina della università di Dakar, tra il 2002 e il 2004 le «cinque Sorelle» del tabacco hanno accumulato 15 milioni di dollari di utile in Africa. Mentre Zimbabwe e Malawi, grandi produttori di tabacco, sopravvivono con la carità internazionale. E i diserbanti usati nelle coltivazioni della pianta del tabacco uccidono la terra e fanno ammalare chi ci lavora: altri bambini. (Domenico Quirico, La Stampa, 07/07/07)

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Sos di Save the children contro le mutilazioni genitali femminili (C.Reschia, La Stampa, 06/07/07)

Il caso di Budur Ahmed Shakir, la bambina egiziana di 11 anni morta due settimane fa a Minya durante un’operazione di circoncisione decisa per "festeggiare" la sua promozione a scuola, sta diventando in Egitto, il Paese dove la pratica è più diffusa, il simbolo della rivolta contro una pratica che tutti a parole rifiutano, ma che pure resta fiorente. Nel mondo, denuncia Save the Children, ogni anno circa 3 milioni di bambine fra i 4 e i 15 anni subiscono mutilazioni geni