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AFRICA 1 - 2007
Notizie dal 01/01/2007
al 30/03/2007

NOTIZIE DAL 1 APRILE 2007

Nuova strategia USA per l'espansione economico-militare (Sergio Porcu, Equilibri, 02/04/07)

L’espansione del microcredito (Mirko Costa, Equilibri, 30/03/07)

Johnson&Johnson in campo contro le infezioni intestinali (Vita, 29/03/07)

Africa Paradis: i clandestini saremo noi (Adriana Marmiroli, La Stampa, 28/03/07)

Paesi arabi primi investitori in Africa (Il Denaro, 28/03/07)

Coppa d'Africa: ok Angola e Costa Avorio. (RaiSport, 26/03/07)

Come arrestare la fuga dei cervelli? (NewsItalia, 23/03/07)

La peste del XX secolo (Pravda, 22/03/07)

Africa, Asia e America Latina: Storie e volti sul grande schermo (il Meridiano, 19/03/07)

Meningite: pochi vaccini per la vasta epidemia (Amisnet,15/03/07)

Campagna “Dimmi di più” (Mosaico di pace, 13/03/07)

Trecento leader africane a Madrid per il Forum delle donne (Euronews, 08/03/07)

La Bibbia e il dollaro conquistano il continente (D.Quirico, La Stampa, 03/03/07)

Il continente sempre più crocevia del traffico internazionale di droga (MZ, Misna, 02/03/07)

Contro la fame «Sovranità alimentare» (La Gazzetta del Mezzogiorno, 27/02/07)

Tensioni commerciali con l'Unione Europea (Joshua Massarenti, Vita,27/02/07)

Al Qaida risorge in africa,e minaccia la spagna (Giulio Gelibter, Ansa, 26/02/07 )

UE: 135 mln euro contro malnutrizione in Africa e Asia (Aki, 26/02/07)

Africa - Sparito in 10 anni il 70% dei leoni (Ecquologia, 26/02/07)

Amnesty International a Viareggio: storie di minori migranti nei centri di detenzione (Nove da Firenze,18/02/07)

Sabato 17 febbraio, ore 20.30: L’Africa delle donne (Africa, 16/02/07)

Chirac: l’ultimo vertice (AprileOnLine, 16/02/07)

"Africa au revoir" : La svolta di Sarkozy – Analisi (La Stampa, 15/02/07)

Firmato accordo di non ingerenza tra Sudan Ciad e Car (SwissInfo, 15/02/07)

Silenzio stampa per pandemie e carestie nei Paesi poveri (RadioVaticana, 14/02/07)

Pechino: visita del presidente cinese, “un grande successo” (MZ, Misna, 12/02/07)

Safari cinese caccia di materie prime. (Il Giornale, 12/02/07)

La presenza cinese disturba i cartelli minerari (MoviSol, 11/02/07)

Al cuore del potere cinese (Joshua Massarenti, Vita, 11/02/07)

Africom: il punto di vista africano. (Alessandro Ursic, Peacereporter, 08/02/07)

Usa, un nuovo comando militare contro al Qaeda (Vita, 06/02/07)

'Liberiamo i bambini dalla guerra' (Ansa, 06/02/07)

Cresce internet a banda larga e senza fili (Quo Media, 06/02/07)

23.000 sanitari africani l'anno se ne vanno nei paesi ricchi (Cani Sciolti, 05/02/07)

Unicef: 250mila i bambini-soldato in tutto il mondo (Ag.Radicale, 05/02/07)

Il grande balzo della cina (Carlo Benedetti, Altrenotizie, 02/02/07)

Liberta' di stampa: RsF, internet sempre piu' sotto 'dittatura' ( (Corriere della Sera, 01/02/07)

Prosegue lo scontro tra Agnoletto e la Bonino sugli Epa (Vita, 31/01/07)

Il Ghana sara' il prossimo presidente dell'U.A.. (AGI, 29/01/07)

Cina: difficile viaggio di Hu Jintao in Africa (PB, Asianews, 29/01/07)

Unicef: trentatre crisi umanitarie nel mondo. “Dimenticate” (L’Unità, 29/01/07)

Minori: Unicef, urgono 635 mln dlr per 33 emergenze umanitarie (AGI, 29/01/07)

Darfur: Unione africana, da onu urgono fondi per missione pace (AGI, 29/01/07)

Darfur e Somalia al centro dei lavori del vertice dell'Unione africana (Arab Monitor, 29/01/07)

54esima Giornata mondiale dei malati di lebbra (Vita, 28/01/07)

Confini contesi tra Nigeria e Camerun, delimitazione in corso (RC, Misna, 27/01/07)

Blood Diamond-Edward Zwick: "Consumare è un atto politico" (Federico Pontiggia, Magazine, 25/01/07)

Blood Diamond: Amnesty rilancia la campagna "diamanti di guerra" (Vita,25/01/07)

Il Presidente Cinese visita 8 Nazioni Africane (Cinaoggi, 24/01/07)

Fame nel mondo, Fao sollecita una riforma degli aiuti alimentari (Yahoo/Reuters, 24/01/07)

Bulgaria: Africani chiedono cittadinanza (ADUC, 23/01/07)

I Paesi africani guardano con crescente interesse al nucleare (LM, Fides, 18/01/07)

Medicina tradzionale e cura dell'aids: dialogo possibile? (Aise, 17/01/07)

Rapporto Onu: crescita economica insufficiente per dimezzare povertà (RC, Misna, 13/01/07)

Debito: le cancellazioni non hanno risolto il problema (E. Citterio, Vita, 11/01/07)

Papa: mantenere l'Africa al centro dell'attenzione (Emanuela Citterio, Vita, 08/01/07)

Oltre 200 milioni di bambini rischiano uno scarso sviluppo mentale (Le Scienze, 07/01/07)

Francia: la presenza francese in Africa subsahariana (Silvia Simeoni, Equilibri, 04/01/07)

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Nuova strategia USA per l'espansione economico-militare (Sergio Porcu, Equilibri, 02/04/07)

Nei prossimi decenni, l'Africa giocherà un ruolo decisivo nello scacchiere internazionale. Le grandi potenze, percepita questa nuova prospettiva di sviluppo (con interessanti risvolti economici), fin da ora, si stanno fronteggiando per non perdere l'occasione. Il crescente interesse per i Paesi del Continente nero, da parte di Russia e Cina, ha visto, in risposta, un riavvicinamento alla dinamiche africane da parte dell'Amministrazione Bush. - Sono diverse le ragioni che hanno spinto Washington a riconsiderare largamente il modo di rapportarsi con l'Africa. In primi luogo, la lotta la terrorismo: evitare che alcuni Stati africani si trasformino in un nuovo Afghanistan è la principale preoccupazione dell'Amministrazione americana; ipotesi tutt'altro che remota, se si considerano le recenti vicende che hanno infiammato il Corno d'Africa. Altra area calda, particolarmente sensibile al richiamo terroristico, il Sahel, dove intere aree sono al di fuori dal controllo dei governi centrali e nelle mani di guerriglieri, tra i quali le organizzazioni terroristiche reclutano con facilità nuovi adepti. Inoltre, l'assoluta mancanza di controlli – gli eserciti regolari, molto spesso, preferiscono impedire che i guerriglieri estendano la loro area di influenza, piuttosto che rischiare scontri frontali nei territori caldi – favorisce l'utilizzo delle stesse aree come campi di addestramento per i terroristi. La guerra al terrorismo – dichiarata ufficialmente in seguito all'attacco alle Twin Towers di New York e al Pentagono di Washington – e che vede impegnati gli USA in Afghanistan e in Iraq, secondo i piani del Dipartimento di Stato, sarà sempre più focalizzata proprio sull'Africa, vero e proprio terreno di scontro. (…)L'interessamento per l'Africa da parte degli Stati Uniti – che ha visto nella recente dichiarazione, fatta personalmente dal Presidente Bush, della creazione dell'AFRICOM, un comando militare unificato per l'Africa – è un aspetto rilevante della nuova politica estera americana. Difficilmente subirà un cambio di direzione, con l'eventuale vittoria dei democratici nello scontro presidenziale previsto per il 2008. Il Continente nero avrà un ruolo di primo piano, nel prossimo futuro, all'interno dello scenario internazionale: lo hanno capito la Cina e la Russia, che sono partite alla conquista dei mercati africani, portando l'amministrazione Bush a scontrarsi pacificamente sullo stesso terreno. E' una corsa contro il tempo, tra le grandi potenze, che giocano una partita economica, diplomatica e militare, per aggiudicarsi un ruolo strategico, e di primo piano, in Africa. (Sergio Porcu, Equilibri,  02/04/07)

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L’espansione del microcredito (Mirko Costa, Equilibri, 30/03/07)

Il microcredito, ossia la fornitura di servizi finanziari alle persone meno abbienti, si è sviluppato nel mondo seguendo percorsi e modalità diverse. Secondo uno studio del CGAP (Consultative Group to Assist the Poorest) realizzato nel 2005, l’Africa occupa il secondo posto a livello mondiale per numero di IMF (Istituzioni di Micro Finanza), con oltre il 32%. Il mercato del microcredito africano, dominato dal ruolo preponderante delle ONG (Organizzazioni Non Governative), si concentra soprattutto sulle donne (che costituiscono il 61% dei clienti) e viene alimentato dai circuiti della cooperazione internazionale. (…)Il problema principale che condiziona l’operatività del microcredito africano è dovuto alla scarsa performance finanziaria delle IMF africane, le quali presentano il tasso di rendimento più basso a livello mondiale (pari a circa il 2%). La ragione risiede nelle tradizionali cause strutturali che frenano la crescita economica e il risparmio del continente africano (mancanza di infrastrutture e vie di comunicazione, scarsa densità della popolazione, arretratezza tecnologica, ambiente rurale). Maggiormente incoraggianti sono invece i dati relativi alle prospettive di crescita del microcredito africano: il fatto che il 57% delle IMF prese in esame dal CGAP siano state create nel corso degli ultimi otto anni dimostra che il fenomeno del microcredito africano è piuttosto recente ma in via espansione (la portata finanziaria delle IMF è quasi raddoppiata tra il 2001 e il 2003). (…)(Mirko Costa, Equilibri,  30/03/07)

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Johnson&Johnson in campo contro le infezioni intestinali (Vita, 29/03/07)

Il Gruppo Johnson & Johnson e la Task Force per lo sviluppo e la sopravvivenza dei bambini hanno ufficialmente annunciato la partnership nata per aiutare la riduzione della rilevanza di STH (Soil Transmitted helminthiasis - elmintiasi trasmessa via terreno), una malattia infettiva che colpisce i bambini attraverso i vermi intestinali. L'accordo prevede la donazione di 50 milioni di dosi di Mebendazolo, il medicinale noto come anti-elmintiasi distribuito da Janssen-Cilag, azienda farmaceutica del gruppo J&J, uno dei farmaci più utilizzati ed efficaci per combattere le malattie infettive causate dai vermi intestinali. - Il virus colpisce più di 1,2 miliardi di persone, ossia il 20% della popolazione del mondo. Tuttavia, il WTO stima che nel 2005 meno del 20% dei 400 milioni di bambini a rischio ST elmintiasi è stato curato, una percentuale molto inferiore rispetto all'obiettivo del World Health Assembly's che prevede di arrivare curare il 75% dei bambini a rischio entro il 2010. L'annuncio è stato fatto in occasione di una cerimonia svoltasi in Camerun, dove milioni di bambini sono affetti o a rischio di STH. Quattro milioni di dosi di mebendazolo costituiscono la prima tranche della donazione di farmaci che verrà ricevuta dal paese africano; oltre al Camerun, il programma prevede che diversi paesi, per esempio il Bangladesh e l'Uganda, ricevano le dosi mebendazolo gratuitamente. Ampiamente diffusa nelle aree tropicali e sub-tropicali, STH annovera tra i sintomi rigonfiamento addominale, dolore, diarrea, stanchezza. Questi sintomi impattano particolarmente sui bambini, perché causano malnutrizione, predispongono ad altri tipi di infezione e possono causare l'arresto della crescita. Se non curata, la malattia può provocare problematiche a livello cognitivo, di performance e, non ultimo, anche a livello riproduttivo. (Vita,  29/03/07)

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Africa Paradis: i clandestini saremo noi (Adriana Marmiroli, La Stampa, 28/03/07)

In Francia Africa Paradis è un piccolo caso, nato dal passaparola su Internet e dai primi spettatori che hanno fatto volantinaggio per le vie di Parigi, dai media che sono stati contagiati e hanno fatto da grancassa. Un film che, senza distributore, è uscito in una sola sala, dove da 4 settimane fa il tutto esaurito, e da dove poco per volta sta conquistando altre sale: a Parigi (ora sono tre), in periferia e prossimamente in provincia. Ha trovato la via dei cinema in Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio. Lo aspettano al Festival Vue d'Afrique di Montréal, È richiesto da scuole e università (il 5 aprile è alla Sorbona). Anche gli americani sono interessati. In questi giorni è passato a Milano, al Festival del Cinema Africano: qui, come a Parigi, ha fatto il pienone, gente in piedi in sala e gente fuori delusa di non poter entrare. Il passaparola evidentemente funziona molto bene. Africa Paradis è il film di Silvestre Amoussou, regista del Benin da vent'anni a Parigi, che ha messo in scena una storia paradossale ma semplice nella sua esemplarità: nel 2033 saranno i ricchi Stati Uniti d'Africa a essere presi d'assalto dai migranti di un'Europa impoverita e allo sbando, dove c'è gente ormai disposta a tutto per un visto d'ingresso o un posto da spazzino o badante, e tanti sono quelli che entrano clandestinamente. Dove i clandestini sono due francesi, un ingegnere informatico e un'insegnante, i politici pro e contro la loro integrazione sono africani, e africano il capo della polizia che arma la mano di un ragazzetto bianco per innescare la repressione e fare fallire ogni istanza liberale. Insomma, con tocco gentile e nei toni della commedia Amoussou ha semplicemente ribaltato quanto è davanti agli occhi di noi tutti ogni giorno, solo smussando gli spigoli e la violenza delle situazioni. «Non volevo fare un documentario, né un film rivendicativo, ma una commedia che ponesse degli interrogativi e nascere dubbi. Mettersi nei panni degli altri per capire». Una cosa piccola e semplice. Ma rivoluzionaria. «Il pubblico resta spiazzato, perplesso. La gente si vede allo specchio, in uno specchio che rovescia l'esistente». (Adriana Marmiroli, La Stampa, 28/03/07)

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Paesi arabi primi investitori in Africa (Il Denaro, 28/03/07)

Come ai tempi dei Califfi, la penisola arabica parte alla conquista dei Paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo. Ma stavolta, le armi degli arabi non sono il Libro e la Spada, ma i petrodollari. I Paesi del Golfo nel 2006 sono diventati i primi investitori nel Nordafrica superando anche l'Europa (nel 2005 avevano già superato gli Stati Uniti). Una crescita iniziata dopo l'11 settembre, quando i mercati occidentali sono diventati meno accessibili agli arabi, e alimentata dall'aumento del prezzo del greggio.Secondo i dati elaborati da Anima (la rete delle agenzie euromediterranee per la promozione degli investimenti), gli investimenti effettuati dai Paesi del Golfo nel 2006 ammontano a 33,466 miliardi di dollari e rappresentano il 39,2 per cento del valore degli investimenti stranieri nell'area Meda, quella dei Paesi mediterranei partner dell'Unione europea: Algeria, Autorità Palestinese, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia. Gli investimenti di Usa e Canada nella stessa area sono ammontati a 22,647 miliardi di dollari, il 26,5 per cento, quelli europei a 17,683 miliardi, il 20,7. Il sorpasso del Golfo sull'Occidente ha una causa primaria: l'11 settembre, dopo il quale gli emiri hanno incontrato ostacoli crescenti a muoversi sui mercati americani ed europei. Per loro è diventato conveniente rivolgersi ad un'area culturalmente più vicina, l'universo islamico di Maghreb, Mashreq e Turchia. (…)(Il Denaro, 28/03/07)

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Coppa d'Africa: ok Angola e Costa Avorio. (RaiSport, 26/03/07)

Vittorie rotonde per Angola e Costa d'Avorio negli incontri di qualificazione alla fase finale della Coppa d'Africa. Le Antilopi Nere, riferisce il sito della Confederazione africana, hanno travolto 6-1 l'Eritrea. Gli Elefanti si sono invece imposti 3-0 in casa del Madagascar. Altri risultati: Egitto-Mauritania 3-0, Botswana-Burundi 1-0, Lesotho-Niger 3-1, Mauritius-Sudan 1-2, Kenya-Swaziland 2-0, Mali-Benin 1-1, Libia-Namibia 2-1, Congo-Zambia 0-0, Zimbabwe-Marocco 1-1. (RaiSport,26/03/07)

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Come arrestare la fuga dei cervelli? (NewsItalia, 23/03/07)

Etiopia: 70 milioni di abitanti e 7 specialisti ortopedici in tutto il paese. Mozambico: 2 medici ogni 100.000 persone. La carenza di personale sanitario qualificato è particolarmente grave nell'Africa sub-sahariana, dove 24 paesi su 47 hanno solo una scuola di medicina e 11 non ne possiedono alcuna. Ma non è solo un problema di formazione. Sono migliaia gli infermieri e i medici africani che ogni anno lasciano i loro paesi di origine per andare a lavorare nel nord del mondo. Una "fuga di cervelli" che sta facendo collassare interi sistemi sanitari. Come arrestarla? Se ne parlerà oggoi 24 marzo, a Padova, in un incontro organizzato da Medici con l'Africa Cuamm. Il personale sanitario riveste un'importanza strategica nella performance dei sistemi sanitari nazionali così come nelle iniziative internazionali di controllo delle malattie. Lo spostamento di professionisti della salute dalle aree rurali alle aree urbane, e dai paesi del Sud a quelli del Nord del mondo ha raggiunto, negli ultimi anni, proporzioni estreme. E non è solo una questione di denaro. Alla frustrazione economica, si aggiunge lo sconforto determinato dal confronto quotidiano con il peso di morti evitabili: se solo ci fossero i farmaci e le soluzioni per la reidratazione orale, se si potesse disporre di una macchina per le radiografie. Si alimenta così un circolo vizioso che, insieme ai buchi di organico lasciati dalle molte morti per Aids tra il personale, sta portando al collasso interi sistemi sanitari africani. Quali sono le cause di questa fuga? Quali gli approcci strategici alla gestione del fenomeno e le possibili vie d'uscita? Il dibattito sarà arricchito dalla testimonianza del dottor Asmamaw Mirutse, medico etiope a Padova per uno stage formativo presso la clinica ortopedica dell'Azienda Ospedaliera, grazie a un protocollo di scambio tra l'Università di Padova e l'Università di Addis Abeba. A maggio Asmamaw ritornerà a curare la sua gente, nell'Ospedale di Makallè, in Etiopia, dove lavora come chirurgo dal 1992. (…)(NewsItalia, 23/03/07)

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La peste del XX secolo (Pravda, 22/03/07)

E' trascorso piu' di un quarto di secolo da quando, in Africa, hanno iniziato a diffondersi i primi focolai di Aids, ma la temibile malattia continua implacabile a mietere vittime nei quattro angoli del continente fino a farla diventare un morbo evocativo di epidemie dimenticate. Lo dimostrano i dati annuali diffusi lo scorso dicembre dall’Unaids, che da soli commentano con efficacia la spaventosa velocitа di propagazione del virus: un contagiato ogni otto secondi, 11.000 al giorno, 8.000 decessi quotidiani. Quasi 40 milioni i malati, 2,6 in piu' rispetto al 2004. La regione piu' martoriata dall’Hiv resta l’Africa subsahariana, dove il numero di infezioni, in controtendenza con il resto del mondo, continua a crescere di anno in anno. Qui il resoconto dell’Unaids e' apocalittico: oltre 28 milioni di sieropositivi, 2,8 milioni di nuovi casi (il 65 per cento dei 4,3 del mondo intero) solo lo scorso anno, mentre i decessi per cause legate alla malattia sono stati 2,9 milioni. Negli ultimi vent’anni la speranza di vita in Africa subsahariana si è ridotta da 62 a 47 anni ed entro il 2010 raggiungerа' i 40 anni. Il dato che colpisce maggiormente e' quello per cui il 59 per cento dei malati sono donne. In generale si considera che le ragazze tra i 15 ed i 24 anni corrano un rischio quattro volte superiore rispetto ai coetanei di contrarre il virus e il tasso di morte per Aids tra le donne tra i 25 ed i 34 anni si и moltiplicato per cinque dal 1997, mentre per gli uomini tra i 30 ed i 44 e' poco piu' che raddoppiato. La situazione e' particolarmente grave anche per i bambini. Secondo un rapporto redatto lo scorso novembre dal Centro di ricerca per la salute riproduttiva dell’Universitа di Witwatersrand con sede a Johannesburg, nell’Africa subsahariana ogni anno 1,6 milioni di bambini, molto spesso figli di madri sieropositive che gli hanno trasmesso il virus al momento della nascita, muoiono prima di giungere al primo mese di vita (tra di essi circa 500.000 non superano il primo giorno). Tutto cio' in mancanza delle piu' elementari cure sanitarie. L’emergenza piu' critica a livello di decessi infantili si registra in Liberia dove muoiono 66 neonati su 1.000. Per fare un confronto, in Giappone sempre su 1.000 ne muoiono meno di due. (Pravda, 22/03/07)

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Africa, Asia e America Latina: Storie e volti sul grande schermo (il Meridiano, 19/03/07)

(…)Dal 19 al 25 marzo il Festival sull’Africa, Asia e America Latina porterà a Milano le voci e le immagini del cinema del Sud del mondo. (…)Giunto alla sua diciassettesima edizione il Festival torna nelle sale del capoluogo lombardo con un programma articolato all’insegna della contaminazione dei generi e degli incroci culturali. A inaugurare l’edizione di quest’anno lunedì 19 sarà infatti la musica con le note dai profumi esotici e dai ritmi arcaici del quartetto jazz nippo-argentino Gaia Cuatro che si esibirà al teatro del Verme (via S. Giovanni sul Muro, 2) in una serata di musica e cinema organizzata in collaborazione con “Incroci sonori”. Il festival procede fino al 25 marzo con la proiezione di più di cento opere, tra lungometraggi, cortometraggi e documentari, nelle numerose sale cinematografiche che ospitano la manifestazione. Tra i lungometraggi in concorso segnaliamo “Ezra” di Newton I.Aduaka, vincitore dell’ultimo Fespaco e primo film a trattare il tema dei bambini soldato ambientato in Burkina Faso, “Indigènes” di Rachid Bouchared candidato all’Oscar come migliore film straniero per avere portato sullo schermo l’emarginazione e lo sfruttamento delle truppe africane che combatterono contro la Francia durante la seconda guerra mondiale e Africa Paradis una commedia molto originale che immagina un mondo all'inverso, dove gli europei si battono per ottenere un visto e raggiungere il paradiso economico dell’Africa. Da non perdere anche “Daratt” di Mahamat Seleh Haroun, film ambientato in Ciad nel 2006, vincitore del Gran premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes e Crossino the Dust, di Amin Korki, storia on the road nell’Irak del 2003 nei giorni della caduta di Saddam. Di grande attualità è la sezione “Musalsalat e il terrorismo sugli schermi arabi”, una selezione delle più importanti produzioni cinematografiche e televisive realizzate nei paesi arabi in grado di rivelare agli spettatori il punto di vista di autori mediorientali e nordafricani sulle tematiche del terrorismo e sulla relazione tra Islam e Occidente. Tra questi, in prima europea, Making of di Nouri Bouzid, film che racconta per la prima volta sugli schermi la lenta trasformazione di un giovane tunisino in un kamikaze. Con questa programmazione il festival insegue l’obiettivo di contribuire alla formazione e al consolidamento di un atteggiamento aperto all’intercultura, allo scambio e al confronto dedicando particolare attenzione al mondo delle scuole e alle università. Alle scuole è infatti riservato un programma speciale e dal 2000 è nata una giuria degli studenti delle scuole secondarie superiori per l’assegnazione del miglior cortometraggio africano in concorso al Festival. Tra gli eventi paralleli segnaliamo la retrospettiva dedicata a Idrissa Ouédraogo, uno dei più grandi registi del Burkina Faso, e la mostra, ospitata dalla Fnac, “Un giorno in Africa”. Per info su orari e programmi www.festivalcinemaafricano.org. (Valeria Varini, il Meridiano, 19/03/07)

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Meningite: pochi vaccini per la vasta epidemia (Amisnet,15/03/07)

Un epidemia di meningite sta attraversando l'Africa, seminando vittime nell'area che si estende dall'Uganda alla Repubblica del Congo, con una forte concentrazione in Sud Sudan.Anche 8 stati dell’Africa occidentale sono stati colpiti dal contagio e "per tamponare l'emergenza nelle ultime settimane abbiamo vaccinato 860.000 africani, a cui se ne andranno ad aggiungere altri 600.000 nella sola capitale del Burkina Fasu"- comunica un portavoce di Medici Senza Frontiere. A maggio Sanofi-Pasteur, il solo fornitore del vaccino A/C, ha annunciato il trasferimento della sua produzione a un altro luogo. Di conseguenza, quest’anno non sarà possibile produrre altri vaccini; questo è estremamente preoccupante tenuto conto del fatto che i bisogni potrebbero aumentare in maniera considerevole se venissero colpiti altri paesi. In assenza di cure, la meningite batterica uccide fino al 50% delle persone colpite e una persona colpita su cinque soffre comunque a posteriori di sordità o ritardo mentale. (Amisnet,  15/03/07)

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Campagna “Dimmi di più” (Mosaico di pace, 13/03/07)

Pandemie, crisi alimentari che ogni anno falciano milioni di vite, interi popoli in fuga da guerre e violenze... - È sconcertante il silenzio dei media su decine di "crisi dimenticate", dice il III rapporto di Medici Senza Frontiere, che nel 2006 ha analizzato 22 quotidiani, 13 periodici e i principali Tg. Ai primi posti della top ten: Somalia, RdC, Sri Lanka, Colombia, Cecenia, malnutrizione, Haiti, tubercolosi (contagia 9 milioni di persone, ne uccide 2 milioni ogni anno, ha avuto 6 servizi sui Tg contro i 410 sull'aviaria), malaria (6 notizie, di cui 4 su un italiano morto in Congo). Partendo da questo dato, Medici Senza Frontiere lancia la Campagna "Dimmi Di Più", per spingere il pubblico a chiedere un'informazione più attenta. (Mosaico di pace,13/03/07)

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Trecento leader africane a Madrid per il Forum delle donne (Euronews, 08/03/07)

Chiedono meno disuguaglianze nella politica, nell'economia e nella vita quotidiana. Per questo in occasione della festa della donna, 300 fra leader, imprenditrici e intellettuali africane si sono riunite a Madrid. Fra loro anche la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, unica donna capo di stato del continente africano. Luisa Diogo, primo ministro del Mozambico - che l'anno scorso ha ospitato la prima edizione di questo forum - ha insistito sull'importanza delle pari opportunità nell'educazione: "Prima di tutto dobbiamo investire in formazione perché è con l'accesso al sapere che si danno possibilità di scelta". Non è casuale che la seconda edizione del Forum delle donne per un mondo migliore si tenga in Spagna, uno degli unici Paesi al mondo ad avere un governo esattamente paritario. (Euronews,  08/03/07)

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La Bibbia e il dollaro conquistano il continente (D.Quirico, La Stampa, 03/03/07)

Quando voi lavorate per la vostra azienda siete sacerdoti di Dio» proclama spavaldo il pastore Kenneth Ulmer alla folla, che gli risponde con amen e alleluja che hanno il fragore del tuono. Ulmer è in missione: che significa una predica oggi a Randburg, banlieue di Johannesburg in Sud Africa e poi via, domani in Uganda, in Kenya, in Nigeria. Folle vibranti nel continente più povero del pianeta, che vive con un dollaro al giorno, sono pronte a farsi convertire dai suoi capitalistici sermoni: «Ascoltatemi, il Businnes può essere un destino e condurre al regno di Dio». E infatti la setta evangelica di cui Ulmer è un tenore, a Los Angeles ha creato una florida azienda «per fare soldi senza vergognarsene». Qui ha trentamila fedeli, la più grande congregazione dell'ex paese dell'apartheid. Fa arrivare dagli Usa uomini di affari che investono nei paesi africani, soprattutto quelli ricchi di materie prime e petrolio, e porta in America ragazzi che frequentano il «seminario». Che però assomiglia sl centro di formazione di una multinazionale e cura soprattutto il corso di leadership. Nel 1900 in Africa si contavano otto milioni di cristiani. Oggi sono 400 milioni: grazie alle sette protestanti, in grande maggioranza statunitensi. Sono loro, con l'Islam, le forze più dinamiche del continente. I due grandi evangelizzatori stanno cambiando l'anima dell'Africa, quotidianamente: spesso usando gli stessi mezzi, la semplicità del messaggio e la forza dei salvadanai, sostituendosi agli Stati che non esistono o sono putrefatti da violenza e corruzione. Le marce élitès li adorano, perchè non emettono scomuniche. Ormai le sette entrano nei Palazzi del potere, condizionano, dirigono, suggeriscono. Comandano. In nome di Dio certo, ma anche del business e di Bush. (…) A Nairobi gli evangelici hanno duramente lottato contro una mostra che illustrava, con ossa di ominidi, l'evoluzione. In Zimbabwe sono a, fianco a Mugabe nella sua ossessione senile di perseguitare gli omosessuali. In Uganda scoraggiano la diffusione dei preservativi per limitare l'aids , invocando la pratica della astinenza. Li guida una convertita di spicco, la moglie del presidente-padrone Museweni, il grande amico africano di Bush. Appunto. (D.Quirico, La Stampa,  03/03/07)

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Il continente sempre più crocevia del traffico internazionale di droga (MZ, Misna, 02/03/07)

L’Africa è diventata uno dei principali crocevia del commercio internazionale di droga. Lo sostiene l’Ufficio internazionale per il controllo dei narcotici (Incb) nel suo rapporto annuale, in cui si conferma una tendenza evidenziata già negli scorsi anni da molti esperti. Secondo i dati raccolti nel 2006 dall’organo indipendente delle Nazioni Unite - con sede a Vienna e incaricato di vigilare sull'applicazione delle convenzioni internazionali per il controllo della droga – il continente africano è divenuta una tappa obbligata per i commercianti di droga provenienti sia dal continente americano che da quello asiatico. “Avvantaggiandosi dei deboli controlli sul territorio di molti stati del continente, le reti di trafficanti di droga internazionali stanno utilizzando sempre di più la regione come un’area di transito per trafficare la cocaina proveniente dal Sudamerica e l’eroina proveniente dal sud-est asiatico” si legge nel rapporto. L’organismo definisce “uno sviluppo particolarmente preoccupante” il coinvolgimento dell’Africa, dove spesso i grandi cartelli del narcotraffico americano e asiatico si incontrano per scambiare cocaina con eroina. I due ‘prodotti’ poi dall’Africa ripartono alla volta dell’Europa (dove il consumo di cocaina negli ultimi anni ha subito un’impennata trasformando il ‘vecchio continente’ nel secondo mercato mondiale dopo gli Usa, con una diffusione particolarmente alta in Spagna e Inghilterra) o del nord America. (MZ, Misna,  02/03/07)

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Contro la fame «Sovranità alimentare» (La Gazzetta del Mezzogiorno, 27/02/07)

Si chiama «Sovranità Alimentare» ed è il principio rivendicato da contadini, agricoltori, pastori, pescatori ma anche consumatori e ambientalisti di 98 paesi del mondo riuniti al Forum di Selinguè (Mali), per cambiare le politiche agricole e alimentari imposte dalle grandi organizzazioni economiche occidentali: Wto, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale in testa. «Sovranità alimentare – spiega Mohamaedu Maga uno dei rappresentanti del Roppa (La rete di organizzazioni dei produttori allevatori e agricoltori dell’Africa Occidentale) – significa innanzitutto non dipendere dai paesi occidentali per l'approvvigionamento di cibo ed esserne sovrani. Per raggiungere questo obiettivo bisogna tutelare i mercati locali, le produzioni regionali, sostenendo il mondo rurale». Parole che è facile sentire anche in Europa pronunciate dalle grandi organizzazioni agricole impegnate nella tutela dei prodotti tipici. «Oggi più che mai è necessario riconoscere il diritto dei popoli di definire autonomamente le proprie politiche nel settore agricolo e alimentare», afferma Andrea Ferrante presidente dell’Aiab (l'associazione Italiana Agricoltura Biologica) unica organizzazione agricola invitata al Forum di Selinguè «un principio che, se mai sarà ripreso il round di Doha, troverà uniti tante organizzazioni del nord e del sud del mondo a contestare le fallimentari politiche neoliberiste i poste dal Wto». «Nel mondo – aggiunge Mohamaedu Maga – più di 800 milioni di persone soffrono la fame e questa è la prova più chiara che le politiche grandi industrie alimentari occidentali non sono lo strumento giusto per far uscire il sud del mondo dalla fame». Il rappresentante del Roppa fa l’esempio dei paesi della Cedeao (la comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest di cui fanno parte 15 paesi fra cui il Mali, il Senegal, la Nigeria, il Burkina Faso) dove non si riesce, ad esempio, a impostare una filiera lattiero-casearia «perchè dall’occidente - spiega – arrivano enormi quantità di latte in polvere di bassa qualità a prezzi stracciati rendendo poco remunerative le produzioni indigene». «Il nostro obiettivo – prosegue Maga – è di ottenere dagli accordi bilaterali UE-Cedeao che sono attualmente in corso di affrontare il problema di una dipendenza alimentare dall’Europa sempre più crescente e che invece deve diminuire, la valorizzazione del lavoro agricolo e della politica agricola regionale della Cedeo con la creazione attraverso delle misure protezionistiche di un mercato regionale dei prodotti agricoli locali». (La Gazzetta del Mezzogiorno,  27/02/07)

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Tensioni commerciali con l'Unione Europea (Joshua Massarenti, Vita,27/02/07)

I negoziatori dell'Unione europea e di sei regioni Acp (Africa-Caraibi e Pacifico) si stanno confrontando da ieri sugli accordi di partenariato economico (Epas) la cui entrata in vigore è prevista entro il 1 gennaio 2008. Al termine di questi "giri di consultazione" si terrà il 1 marzo, presso il Segretariato dei paesi Acp a Bruxelles, la riunione del Comitato interministeriale tra ministri del commercio Ue e i loro omologhi Acp. In ballo, c'è la fine dei regimi tariffari preferenziali concessi dall'Ue ai paesi Acp, in base agli accordi di Cotonou del 2000. Infatti, dal 1 gennaio 2008 dovrebbe entrare in vigore nuove regole commerciali improntate sulla libera circolazione dei beni e dei prodotti tra l'Unione europea e l'area Acp. - Finora discreti, questi negoziati stanno attirando l'attenzione dei media dopo che al Forum sociale mondiale di Nairobi, le società civili africana ed europea hanno lanciato un grido di allarme sui rischi che comportano gli Epa per i paesi africani. Per Jacob Kotcho, segretario permanente dell'Associazione cittadina di difesa degli interessi dcollettivi del Cameroun (Acdid), "nella situazione attuale dell'Africa centrale e occidentale, i negoziati in corso dimostrano che i futuri accordi di libero scambio non andranno a favore degli africani. Il settore della produzione e la capacità di offerta dei paesi di entrambi le regioni sono estremamente deboli. Qualora entrassero in una zona di libero scambio, ecco che gli africani si trasformeranno in semplici consumatori". Kotcho prende lesempio del pollo congelato del suo paese: "In Camerun, le tariffe doganali esterne comuni, pari al 20% rispetto ai prodotti agricoli, non hanno impedito l'invasione di polli congelati provenienti dall'Unione europea. Provate a immaginare quando queste barriere doganali scompariranno. La produzione di pollo crollerà dall'oggi all'indomani perché non potrà minimamente competere con i prezzi dei polli europei". A ruota, Oxfam e ActionAid chiedono ai negoziatori africani di non cedere alle pressioni dei loro omologhi europei. Entrambi le organizzazioni non governative invitano la Commissione europea, e in particolar modo il suo commissario incaricato di seguire gli Epas, Peter Mandelsson, di trovare assieme ai Paesi Acp soluzioni alternative agli accordi di partenariato economico. (Joshua Massarenti, Vita,  27/02/07)

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Al Qaida risorge in africa,e minaccia la spagna (Giulio Gelibter, Ansa, 26/02/07 )

Stampa e osservatori spagnoli danno l'allarme sul pericolo di un'espansione dell'attività di Al Qaida non solo in Afghanistan e in Medio Oriente, ma anche in Africa e soprattutto nel Sahel. Da cui, secondo fonti marocchine, potrebbe partire una 'crociata' per la "liberazione" dei territori spagnoli di Ceuta e Melilla. "La rinascita di Al Qaida", titolava nei giorni scorsi la stampa americana denunciando il rafforzamento, a partire dalla centrale in Pakistan del Nord, delle connessioni operative con i gruppi affiliati in Medioriente, Europa e Africa settentrionale. E gli analisti spagnoli sono d'accordo, a cominciare dalla situazione nel vicinissimo continente nero. "E' da tempo che Al Qaida sta rafforzando le proprie posizioni in Africa e soprattutto nella zona del Sahel da dove punta a controllare nazioni fragili senza mezzi per opporsi" dice all'ANSA Gustavo de Aristegui, esperto di politica internazionale del Partito Popolare (PP) autore di un libro sulla Guerra Santa. "L'obiettivo, spiega, è controllare le frontiere sud di paesi come l'Egitto e il Sudan e il centro dell'Africa ed avere anche una base operativa verso l'Europa". Il quotidiano El Pais, vicino al governo, titola da parte sua un editoriale 'Al Qaida in Africa' in cui scrive che "i movimenti salafiti starebbero raggruppandosi sotto l'ombrello di Al Qaida in tutto il Sahel (un cinturone che attraversa il continente tra il Sahara e gli stati più a sud passando per Senegal, Mauritania, Mali, Niger,Chad, Sudan,Somalia,Etiopia). Il giornale afferma che se il fenomeno non è nuovo, "ora sembra far parte di una strategia più ampia", e che "Al Qaida, secondo informazioni provenienti da Rabat, potrebbe considerare Ceuta e Melilla come obiettivi diretti di 'liberazione'", o utilizzare la crisi nel Sahara per destabilizzare il Marocco. Le informazioni sui tentativi di Al Qaida di stabilire basi nel Sahel risalgono al 2002. Cacciata dall'Afghanistan, senza essere davvero in sicurezza né in Pakistan né in Iran, la rete aveva cominciato a cercare altre 'oasi' per istallarsi e addestrare i propri uomini. E non a caso l'Algeria, riferisce sempre El Pais, ha annunciato nei giorni scorsi di avere arruolato 3000 Tuareg per far fronte alla minaccia. Il ministro dell'interno marocchino, Shakib Benmussa, denuncia d'altra parte, ancora sul Pais, la connessione fra i salafiti algerini e bin Laden. E avverte sul rischio che rappresenta la zona del Sahel "costituita da vasti territori poco controllati". E sostiene che la soluzione del conflitto del Sahara sventerebbe il pericolo dando sicurezza alla regione. Ma le affermazioni di Benmussa, così come le analisi del Pais e di altri giornali sull'escalation della minaccia nel Sahel, vanno forse prese con qualche cautela. Ricordando che in passato si era esagerato il pericolo di infiltrazioni integraliste a Ceuta o Melilla, principali porte terrestri dei clandestini subsahariani in Europa, poi spostatesi sulle Canarie. E il Marocco ha da poco respinto l'ipotesi di un referendum sul Sahara occidentale approvato dall'Onu, mentre la Spagna di Zapatero è accusata dal Polisario di aver ormai preso le parti di Rabat nel conflitto. Già lo scorso anno d'altro canto Rabat aveva cercato di accreditare l'ipotesi, smentita, che Al Qaida stesse reclutando fra gli uomini del Polisario. E i Tuareg armati per combattere Al Qaida sono gli stessi disarmati nel Mali con la mediazione degli algerini. E Aristegui sottolinea che la preoccupazione sull'espansione di Al Qaida è piuttosto frutto di una "presa di coscienza del problema" che non di sviluppi nuovi importanti. (Giulio Gelibter, Ansa,  26/02/07 )

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UE: 135 mln euro contro malnutrizione in Africa e Asia (Aki, 26/02/07)

La Commissione Europea ha approvato un pacchetto finanziario pari a 135 milioni di euro in aiuti alimentari destinato alle popolazioni malnutrite di Africa e Asia. "Oggi, circa 820 milioni di persone soffrono di malnutrizione: e' intollerabile. In troppi Paesi intere popolazioni non sono in grado di nutrirsi e dipendono dall'aiuto internazionale per sopravvivere", lamenta in una nota il commissario europeo allo Sviluppo e agli Aiuti Umanitari, Louis Michel. Il nuovo contributo Ue, destinato a circa 12,5 milioni di persone, si concentrerà sulla distribuzione di aiuti alimentari alle popolazioni colpite da catastrofi naturali, crisi economiche o conflitti armati, ma anche al sostegno della produzione alimentare e al sostentamento dei bambini nelle zone in crisi cronica.In particolare, i progetti saranno attuati attraverso il programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp, World Food Programme) e il Comitato internazionale della Croce Rossa. I 135 milioni di euro verranno distribuiti in diciannove "zone prioritarie" stabilite da Bruxelles dopo un'attenta valutazione dei bisogni alimentari a livello globale: Sudan, Ciad, Etiopia, Burundi, Repubblica democratica del Congo, Tanzania, Uganda, Repubblica Centrafricana, Zimbabwe, Costa d'Avorio, Niger, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Liberia, Caucaso, Timor Est, Birmania e Nepal. (Aki,  26/02/07)

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Sparito in 10 anni il 70% dei leoni (Ecquologia, 26/02/07)

(…) In dieci anni la popolazione dei leoni africani si e' decimata e il numero di esemplari e' passato da 100.000 a 23.000. Un dato allarmante se si considera che la meta' di quelli tuttora esistenti vive in Parchi e Riserve ed e' ormai rarissimo incontrarli al di fuori delle aree protette. A lanciare l'allarme e' il Wwf. Minaccia il futuro dei grandi felini, spiega l'associazione, principalmente la distruzione dell'habitat originario che ha come conseguenza diretta la diminuzione delle prede a disposizione. Se a questo si aggiunge la crescita della popolazione, il perdurare delle guerre e l'intensificarsi dell'agricoltura, "si delinea un quadro preoccupante dove gli ambienti per la vita di questa specie si fanno sempre piu' frammentati". Nel corso degli anni, poi, "e' stata perpetrata una caccia indiscriminata (oggi il leone resta il quinto trofeo di caccia piu' ambito nei safari) che ha portato a una drastica diminuzione del numero di esemplari presenti nella regione". Guardando piu' indietro nel tempo, la presenza dei leoni nel corso delle diverse epoche storiche si e' andata sempre piu' assottigliando. Il leone scomparve infatti dall'Europa circa 2000 anni fa e dal Nord-Africa come dall'Asia sud-occidentale intorno al 1850. Oggi nel continente asiatico sopravvive solo in alcune foreste indiane e in non piu' di 250 esemplari, mentre anche i territori africani a sud del Sahara sembrano non essere piu' il suo habitat ideale. Condizioni difficili che hanno portato la Iunc (unione mondiale per la Conservazione della natura) a inserire questa specie nella sua Lista rossa alla categoria "vulnerabile". Un ulteriore campanello di allarme che si affianca all'impegno del Wwf indirizzato alla sopravvivenza del leone anche attraverso il sostegno alle popolazioni indigene. Queste comunita' basano la loro vita sulle risorse naturali. "Sostenere il loro modello produttivo ha quindi come conseguenza diretta la salvaguardia del leone stesso". In questo senso il Wwf e' impegnato in numerosi progetti avviati in diverse regioni africane al fine di tutelare la biodiversita' del continente. "Coinvolgere gli abitanti del luogo con progetti legati all'ecoturismo, favorire la loro educazione ambientale e attivare una sensibilita' verso la salvaguardia della specie e la lotta al bracconaggio, divengono oggi piu' che mai strumenti preziosi per contrastare il diffondersi di questa vera e propria epidemia". Contestualmente sono stati avviati progetti scientifici per il monitoraggio dei leoni da parte di biologi e ricercatori che hanno messo collari identificativi e dato nomi agli animali. In questo modo, spiega ancora il Wwf, saranno seguiti i loro spostamenti, studiate le abitudini e intercettati i bisogni. Il Laikipia predator project, ad esempio, analizza proprio la conservazione di quegli animali che entrano in conflitto con le comunita' umane. "La convivenza tra uomini e leoni e' possibile: puo' essere garantita solo con l'impegno di tutti". (Ecquologia,  26/02/07)

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Amnesty International a Viareggio: storie di minori migranti nei centri di detenzione (Nove da Firenze,18/02/07)

Il corteo di Amnesty International al Carnevale di Viareggio 2007 è dedicato ai bambini e adolescenti migranti detenuti in Italia. Al contrario dei loro coetanei italiani, non hanno la possibilità di sfilare mascherati. I loro diritti in quanto minori, fra cui quello di poter giocare in libertà, sono come invisibili. Ogni anno centinaia di minori arrivano in Italia attraversando il Mediterraneo su piccole barche insicure, insieme a più ampi gruppi di adulti: viaggiano da soli o fra le braccia dei genitori richiedenti asilo. Provengono da Eritrea, Etiopia, Somalia, Tunisia, Marocco, Iraq e altri paesi in cui violenza e povertà ne hanno causato la partenza. Dopo l’arrivo, l’Italia li tiene molti giorni nei centri di detenzione per migranti, nonostante le norme internazionali stabiliscano che la detenzione dei minori è una misura eccezionale da applicare solo in casi estremi. Le leggi italiane li trascurano e le statistiche non li contano, rendendoli invisibili. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty, i minori detenuti nei centri per migranti irregolari e richiedenti asilo sono centinaia ogni anno. Dalle testimonianze provenienti da essi stessi, dai loro genitori, dagli operatori delle organizzazioni non governative e dagli avvocati, emergono allarmanti denunce circa le condizioni inadeguate dei trasferimenti, l’illegittimità della detenzione, la mancata separazione dagli adulti e l’insufficiente accesso alle informazioni sui diritti e sull’accoglienza. Le loro storie sono riportate nel libro Invisibili: minori migranti detenuti all’arrivo in Italia, a cura di Amnesty International (EGA Editore, con prefazione di Andrea Camilleri). Per proteggere la loro sicurezza, i nomi attribuiti non sono quelli autentici e la nazionalità non viene menzionata. (…) Amnesty chiede che i minori non vengano mai detenuti, se non in casi estremi e rispondenti al loro superiore interesse, e che la detenzione di migranti e richiedenti asilo non sia generalizzata e rispetti gli standard internazionali. Amnesty chiede inoltre che i centri di detenzione e i dati statistici siano resi accessibili al monitoraggio indipendente delle organizzazioni non governative e che l’Italia adotti, finalmente, una legge organica in materia di asilo, conforme agli standard internazionali, ponendo così fine al vuoto di tutela che favorisce il perpetrarsi di queste e di altre violazioni.(Nove da Firenze, 18/02/07)

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Sabato 17 febbraio, ore 20.30: L’Africa delle donne (Africa, 16/02/07)

“Hai un sogno?” “Un recinto che impedisca agli animali di entrare nel mio orto” “No io volevo dire qualche desiderio… un sogno. .” “Si,ho capito,il mio sogno e’ un recinto!” cosi’ dice una giovane donna del Burkina Faso al microfono de La7: una risposta imprevedibile per noi, che fa riflettere, su un Africa essenziale, declinata soprattutto al femminile, che vive lontano dai vertici internazionali e dalle roboanti dichiarazioni di intenti, che spera,e prova come puo’ a trasformare il suo presente. E’ proprio di questo, di piccole grandi storie di donne coraggiose, che si occuperà lo speciale a cura del TGLA7 – primo di una serie in programma nei prossimi mesi - in onda sabato 17 febbraio alle 20.30. A di là dagli impegni spesso non mantenuti prospettati nei grandi meeting con i potenti del mondo, ci sono donne che combattono le loro piccole battaglie quotidiane,alle quali basta dare una possibilità per metterle in grado di reagire alla povertà, e anche solo di immaginarsi un futuro. Le telecamere del TgLA7 sono andate in Burkina Faso e in Kenya a scoprire e raccontare storie di donne , dalla prostituta a chi sogna solo di coltivare il suo piccolo orto di cipolle, tutte accomunate da un unico obiettivo: quello di farcela, di riuscire, anche con poco, di darsi una possibilità e migliorare la propria vita. - Lo speciale è a cura di Paola Palombaro e realizzato da Daniela Grandi e Silvia Resta per il TGLA7. (Africa, 16/02/07)

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Chirac: l’ultimo vertice (AprileOnLine, 16/02/07)

Condanna delle violenze in Guinea e preoccupazione per la situazione nel Darfur, per la quale anche oggi il presidente sudanese Omar el Bashir ha respinto la proposta di una forza di pace Onu, sono stati i nodi cruciali dei lavori del ventiquattresimo vertice Francia-Africa conclusosi oggi a Cannes, l'ultimo appuntamento ufficiale del presidente Jacques Chirac con i rappresentanti di un continente da lui sempre amato. E' stato un vertice dove emozione e politica si sono incrociate, fino all'appello finale di Chirac ai candidati alle presidenziali di aprile perché "abbiano coscienza dell'importanza capitale che l'Africa ha per il mondo' e che 'l'aiuto per lo sviluppo dell'Africa ha per l'equilibrio e la stabilità". Chirac ha messo in rilievo come le relazioni con il continente siano "essenziali" per la Francia, cercando di rassicurare i dirigenti africani sulla continuità di una politica filo-africana anche dopo la sua uscita dall'Eliseo. L'altra faccia del vertice, quella più immediatamente politica, ha visto le forti preoccupazioni per quanto sta accadendo in Guinea. I capi di stato hanno condannato "le violenze e espresso preoccupazione per il grande numero di vittime innocenti" e "per la grave crisi istituzionale che scuote la Guinea, colpisce la sicurezza delle popolazioni civili, minaccia la stabilità regionale". L'appello è alle autorità della Guinea ad "onorare gli impegni in base all'accordo firmato con le organizzazioni sindacali" il 27 gennaio. Un'altra ombra ha segnato i lavori di questo ventiquattresimo vertice, la situazione drammatica nel Darfur e nelle aree vicine anche per le ripercussioni sulla stabilità regionale. In un documento è tata salutata "la firma da parte dei presidenti del Centro-Africa FrancoisBozizié, del Sudan Omar el-Bechir e del Ciad Idriss Deby Itno di un accordo che mira, con l'appoggio della comunità internazionale, a favorire la ripresa del dialogo con l'obiettivo di un processo di riconciliazione nella regione". I paesi si impegnano "a rispettare le sovranità e a non sostenere movimenti armati", a un lavoro di concertazione e a sostenere l'impegno dell'Onu con l'Unione africana. In passato altri accordi di non sostenere gruppi armati erano rimasti lettera morta. E proprio oggi il presidente sudanese ha confermato il suo no ai visti per una delegazione delle Nazioni Unite che voleva verificare le condizioni delle popolazioni e dei profughi sotto l'aspetto del rispetto dei diritti umani. Chirac nel corso dei lavori non ha rinunciato a una tirata contro gli Stati Uniti perché "in nome della morale" non sovvenzionino più i loro produttori di cotone a discapito di quelli africani. Il valore della materia è per Chirac "totalmente perturbato nei suoi corsi da sovvenzioni scandalose, totalmente ingiustificate, perfettamente immorali". Anche il presidente del Mali Amadou Toumani Touré ha messo in luce questo problema che "soffoca 16 milioni di agricoltori africani". Poi alla fine i saluti con l'ospite francese: visi noti, molti amici, comunque referenti di un mondo che anche ieri Chirac ha detto di amare per la sua gente, la sua cultura e il suo paesaggio. href="http://www.aprileonline.info/1825/chirac-africa-lultimo-vertice">(AprileOnLine, 16/02/07)

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"Africa au revoir" : La svolta di Sarkozy – Analisi (La Stampa, 15/02/07)

Era «l'ami Jacques», certo, ma soprattutto l'alleato-padrone; che sapeva fingere con parigina signorilità entusiasmo e stupefazione davanti a una maschera dogon, o che si fermava, gran seduttore, a chiacchierare con le signore in boubou griffato. Poi, al momento buono, e ce ne sono stati tanti, spediva i Mirages e la Legione per puntellare Palazzi dispotici e vacillanti. A Cannes da ieri per il summit Africa-Francia 48 dirigenti di paesi africani (su 53 paesi del continente) sono venuti a accomiatarsi dal loro passato e a spiare un futuro che si annuncia assai più mosso, affollato e promettente. Le élites africane entrano, dubbiose o avide, in una era di sudditanza multipolare, come ai tempi della Guerra Fredda. Con meno illusioni di allora, ma pronti ad arraffare i loro tornaconti. Nigeria, Sud Africa, Etiopia e Uganda sono già pronte a lavorare per Cina e Stati Uniti, in cambio del ruolo di proconsoli obbedienti nei punti chiave del continente. Una cosa è certa. Il padrone non abita più qui, nel paese che, destra o gauche non importa, ha allegramente conciliato Marsigliese e «Mafiafrique». Il vero compromesso storico postcoloniale. I nuovi padroni sono a Pechino. Per ora è un esercito invasore armato soltanto di yuan, tanti yuan, che promette l'equivalente di cento miliardi di dollari di aiuti «disinteressati» ogni anno fino al 2010: l'Africa la stanno comprando, i cinesi, e già ci sono regimi, il Sudan per esempio, che devono la loro sopravvivenza politica e militare a Pechino. L'altro padrone, Washington, ha scelto una via div sa, quella del cow boy, del dispiegamento della forza. Adesso c'è l'«Africa Command» per coordinare le future operazioni militari nel continente. Prove generali già compiute in Somalia. E' il segno che c'è da accudire un interesse strategico. La sede anche se non è ufficiale sarà a Gibuti, fino a ieri base della Royal e della Legione francese. Assai simbolica quindi. La lotta al terrorismo è un pretesto: l'avversario è la Cina. E l'America si è accorta che la privatizzazione delle ricchezze del ontinente, il supermercato gestito dai warlords, non funziona più. Per disputare le materie prime ai cinesi bisogna essere lì, con la flotta e i soldati. Chirac, in tutto questo sommovimento, era un sopravvissuto. Anche nella sua ultima versione terzomondista e antiglobal, curioso mélange di De Gaulle e del Bové di Porto Alegre, il suo orizzonte era limitato alla «Françafrique», che viveva solo in assenza di concorrenti o per delega americana. Funzionava, certo, visto che ha tenuto in piedi dinosauri come Omar Bongo padrone del Gabon dal 1976, ha puntellato Paul Biya in Cameroum, Idriss Deby e il suo tribalismo arraffone in Ciad, Denis Sassou Nguesso in Congo. Relazioni privilegiate e occhi chiusi sulla corruzione e sui metodi delle democrazie all'africana, ma soprattutto gendarme. Fino all'ultimo, visto che l'anno scorso i Mirages hanno salvato il ciadiano Deby assediato dai ribelli nella sua capitale e il centrafricano Patassé ormai con la corda al collo. Ma l'Africa è o non è il cortile francese? I satrapi africani hanno occhio per saggiare le sfumature della forza. Sanno che Sarkozy non ha passione per l'Africa: in visita a Bamako si lamentava delle zanzare e preferiva la pisina alle chiacchiere dei capi tribali. L'Africa lo preoccupa, perché sforna clandestini. Gollista assai tiepido trascura il motto del Generale: senza l'Africa la Francia è una potenza diterz'ordine. E Ségolène Royal, che è nata a Dakar? In un documento spedito alla rivista Témoignage Chrétien ha denunciato la politica di Chirac di «privilegiare le amicizie personali» con i capi africani e ha annunciato tempi di trasparenza. Poi è arrivata una smentita: scusate, spedito per errore. Gli Africani avevano già capito: la capitale non è più Parigi.a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200702articoli/18042girata.asp"> (La Stampa, 5/02/07)

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Firmato accordo di non ingerenza tra Sudan Ciad e Car (SwissInfo, 15/02/07)

I presidenti di Sudan, Ciad e Repubblica Centro Africana (Car) non appoggeranno piu' le milizie che nei tre Paesi tentano di abbattere i governi legittimi. E' quanto ha annunciato il ministro degli Esteri di Khartum, Lam Akol, a margine del vertice Africa-Francia di Cannes in cui e' stato siglato un triplice accordo di non ingerenza. "Ci siamo impegnati affinche' ogni Paese rispetti la sovranita' degli altri e nessun governo supporti rivolte (nelle nazioni vicine,ndr)", ha spiegato Akol. Le relazioni tra Sudan e i suoi due vicini si sono deteriorate da quando il conflitto nella regione occidentale del Darfur ha cominciato dopo il 2003 ad avere ripercussioni in Ciad e Car. Khartum era stata accusata di aver appoggiato attacchi di ribelli ciadiani e del Car oltre confine e a sua volta ha puntato il dito contro i due governi, ritenendoli colpevoli di sostenere i ribelli in Darfur. L'accordo e' stato firmato dai presidenti di Sudan, Omar el-Beshir, del Ciad, Idriss Deby Itno, e della Car, Francois Bozize, con la mediazione del capo di Stato egiziano Hosni Mubarak e di quello del Ghana, Johnufuor, in qualita' di presidente dell'Unione Africana. (SwissInfo, 15/02/07)

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Silenzio stampa per pandemie e carestie nei Paesi poveri(RadioVaticana, 14/02/07)

Non c’è spazio nei media italiani per pandemie, guerre e crisi alimentari che ogni anno costano milioni di vite: lo denuncia il Rapporto annuale sulle crisi dimenticate, realizzato per il terzo anno consecutivo da “Medici Senza Frontiere” con la collaborazione gratuita dell’Osservatorio di Pavia. La presentazione, questa mattin , nella Sala stampa estera, a Roma. C’era per noi Paolo Ondarza: Silenzio stampa su oltre 70 Paesi colpiti da guerre, carestie, disastri naturali e pandemie. Lo denuncia “Medici Senza Frontiere”. Le crisi più ignorate riguardano la Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Colombia, Cecenia, Haiti, Repubblica Centrafricana e India centrale. Eppure, migliaia di cittadini italiani consultano quotidianamente il sito di MSF per conoscere e capire cosa succede in questi aesi, e sono centinaia di migliaia quelli che attraverso le loro donazioni contribuiscono all’azione dell’organizzazione. Dunque, l’interesse da parte della gente c’è. Tra i 22 quotidiani analizzati, i più attenti alle crisi umanitarie sono risultati prima di tutto “Avvenire”, seguito da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera”. Tra i periodici, “Famiglia Cristiana”, “Panorama”, “L’Espresso” e il “Venerdì” di “Repubblica”. I Tg RAI sono meno disattenti di quelliMediaset; promosso il Tg3, fanalino di coda è “Studio aperto” di Italia1. Non mancano paradossi: alla Cecenia, in un intero anno sono stati dedicati solo 92 articoli dai 22 quotidiani e dai 13 periodici presi in considerazione, ma di questi ben 42 si riferiscono a due singoli episodi eclatanti, e cioè l’uccisione del leader separatista Basayev e l’assassinio della giornalista Anna Politovskaja, mentre è praticamente inesistente lo spazio dedicato alle condizioni di vita e alle sofferenze dei civili ceceni di cui proprio la giornalista, coraggiosamente, scriveva. Non solo: alla tubercolosi che contagia nove milioni di persone e ne uccide due milioni ogni anno, i telegiornali hanno dedicato tre notizie, nel 2006; alla malaria, che uccide un bambino ogni 30 secondi, sei notizie, mentre all’influenza aviaria che ha registrato, nel 2006, 80 morti in tutto il mondo, sono stati dedicati ben 410 servizi dai telegiornali. Per dire “basta”, “Medici Senza Frontiere” lancia l’iniziativa “Dimmi di più”, che punterà a coinvolgere il grande pubblico nel chiedere un’informazione più attenta alle crisi umanitarie.RadioVaticana,  14/02/07)

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Pechino: visita del presidente cinese, “un grande successo” (MZ, Misna, 12/02/07)

“Un grande successo”: così la stampa cinese ha definito il recente viaggio in Africa del suo presidente, Hu Jintao, che in 12 giorni, dal 30 gennaio al 10 febbraio, ha toccato otto paesi africani (Camerun, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, Sudafrica, Mozambico e Seychelles) siglando accordi commerciali, cancellando debiti e aumentando la propria influenza politica ed economica sul continente. “Il viaggio del presidente è stato un grande successo soprattutto nel promuovere legami amichevoli e di cooperazione tra la Cina e l’Africa” ha detto il ministro degli Esteri Li Zhaoxing, dopo il rientro in patria del capo di Stato cinese. “Cooperazione allo sviluppo con i paesi africani senza porre condizioni, la Cina è pronta a condividere le proprie esperienze in materia di sviluppo” titola oggi il quotidiano ufficiale cinese China Daily, in cui viene respinta la tesi, avanzata da molti media occidentali, secondo cui l’interesse del gigante asiatico per il continente sia legato solo alla sete di risorse naturali con cui alimentare il proprio sviluppo. “È una situazione che crea benefici per entrambe le parti e che contrasta fortemente col precedente sfruttamento coloniale del continente” scrive ancora il giornale. “La Cina cerca un’amicizia con l’Africa che duri generazioni” scrive l’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua’, in cui si sottolinea come durante il recente viaggio di Jintao siano stati siglati oltre 50 accordi di cooperazione, la maggior parte riguardanti l’implementazione dei risultati ottenuti nel corso del Forum per la cooperazione sino-africana tenutosi lo scorso novembre a Pechino. “Il nuovo tipo di partnership strategica tra la Cina e l’Africa avrà un futuro radioso” aggiunge Xinhua, sottolineando come durante il suo viaggio il presidente abbia raccolto il parere positivo di tutti i capi di Stato e di governo incontrati sul “nuovo modo di gestire la cooperazione internazionale” intrapreso da Pechino. Ma è il quotidiano cinese China Daily ha spiegare come i risultati positivi ottenuti da Pechino nel continente nero siano soprattutto frutto di una volontà politica che ha messo l’Africa in cima all’agenda della politica estera cinese. “ Dal 1991 - scrive il quotidiano ufficiale - i ministri degli Esteri cinesi hanno visitato i paesi africani con cadenza annuale”. Sulla stampa africana per il momento non è ancora comparso alcun bilancio complessivo della visita del presidente cinese, anche se i giornali di alcuni paesi (soprattutto quelli sudafricani e mozambicani) hanno accolto con favore la promessa di maggiore attenzione fatta da Jintao in risposta alle preoccupazioni di chi, soprattutto nel settore tessile, è spaventato dall’invasione dei prodotti a basso costo cinesi, che, secondo le stime dei sindacati, sarebbero costati la perdita di circa 100.000 posti di lavoro solo in Sudafrica. “La Cina prende sul serio le preoccupazioni riguardo allo squilibrio nella struttura del commercio sino-africano” aveva detto Hu Jintao rivolgendosi a 1500 studenti dell’Università di Pretoria promettendo “misure efficaci” per risolvere il problema. (MZ, Misna, 12/02/07)

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Safari cinese caccia di materie prime. (Il Giornale, 12/02/07)

Conclusa la visita del presidente Hu Jintao, che cancella debiti e promette aiuti in cambio di petrolio, gas e altro. Torna a casa dopo dodici giorni in otto capitali africane fra tappeti rossi e fanfare che hanno nascosto male risentimenti popolari verso il suo Paese, nonostante i regali che ha distribuito e le promesso che ha fatto: debiti cancellati, qui un ospedale, là uno stadio, strade, ferrovie, porti, scuole, investimenti, e, si capisce, nuovi, sontuosi palazzi presidenziali. Il capo dello Stato cinese e del Pcc, Hu Jintao, ha concluso l’altro giorno alle Seychelles, col porto di Victoria punto strategico nell'Oceano Indiano, un tour del continente nero nel quale Pechino è da tempo impegnata nell’acquisizione di materie prime. Il leader del colosso asiatico, tradizionalmente a fianco dei Paesi in sviluppo col richiamo alle comuni esperienze del dominio coloniale, si è trovato sulla difensiva a proclamare che la Cina non praticherà mai il colonialismo. Lo ha fatto in Sud Africa, il cui presidente, Thabo Mbeki, ha ammonito a non replicare «rapporti di tipo coloniale»: l'invasione di tessili cinesi ha causato la perdita di 100 mila posti di lavoro. Hu ha risposto affermando che la politica cinese «non è nuovo colonialismo» e che la Cina «non farà mai nulla che danneggi gli interessi dell'Africa». Sarà. Ma il viaggio, che segue un vertice Cina-Africa tenutosi a Pechino a novembre con 53 capi di Stato e di governo, e visite del premier e del ministro degli Esteri, corona e rilancia l'impegno cinese nella partita di caccia grossa per le risorse del continente: petrolio, gas, legname, minerali. Un terzo delle importazioni petrolifere cinesi viene dalla Nigeria, dove Pechino ha investito tre miliardi di dollari, e da Angola e Sudan: in questi due Stati, investendo sei miliardi di dollari e concedendo prestiti preferenziali, è stata la Cina ad avviare estrazioni petrolifere, costruendo anche oleodotti e porti. In credito verso tutto il mondo, con un surplus commerciale salito nel 2006 del 75 per cento a 177 miliardi di dollari, la Cina è in deficit con l'Africa da cui importa materie prime. Gli scambi, che nel 2000 erano solo di 10 miliardi di dollari, sono saliti nel 2006 a 50 miliardi. Terzo partner del continente dopo Stati Uniti e Francia, Pechino punta ad aumentare le concessioni petrolifere e minerarie, promettendo impianti industriali, telecomunicazioni e infrastrutture; in cui però impiega soprattutto personale proprio, riservando a quello locale il lavoro più pesante e pericoloso. Vi sono oggi in Africa, con imprese statali e private, circa 80 mila cinesi. Gli altri Paesi visitati sono Sudan, Camerun, Liberia, Mozambico, Zambia, Namibia: qui, oltre che da tappeti rossi, è stato accolto da proteste per la questione dei diritti umani; nello Zambia, da proteste per le condizioni di lavoro in imprese cinesi e per le pesanti ingerenze. L'anno scorso, cinquanta minatori sono morti per un incidente in una miniera di rame cinese: alle proteste per la mancanza di sicurezza, le guardie cinesi risposero aprendo il fuoco. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, l'ambasciatore cinese minacciò il ritiro di investimenti se fosse stato eletto il candidato dell'opposizione, che infatti fallì. Una prevista visita di Hu Jintao alla miniera è stata cancellata. In Sudan, che grazie al sostegno cinese respinge l'intervento dell’Onu per fermare le stragi in Darfur, Hu ha toccato con prudenza questo problema, invitando il presidente Omar al Bashir a risolvere il problema. Un equilibrismo verso altri Paesi del continente nero, che hanno appena bocciato l'aspirazione di Khartum di ottenere la presidenza dell'Unione Africana, bilanciato da un prestito di 12 milioni di dollari per il nuovo palazzo presidenziale di Khartum. La penetrazione cinese in Africa si basa su aiuti e prestiti non condizionati al rispetto dei diritti umani, alla lotta alla corruzione,come pretese invece da enti internazionali e governi occidentali. Alle critiche per i suoi rapporti con regimi impresentabili, Pechino si richiama alla regola della non ingerenza e, al tempo stesso, si pone come modello di sviluppo senza democrazia. Suggestione potente per tanti autoritari leader africani. La democrazia non sarà esportabile. Ma di autoritarismo ce n'è ancora troppo in giro perché lo si diffonda o lo si rafforzi.(Il Giornale,12/02/07)

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La presenza cinese disturba i cartelli minerari (MoviSol, 11/02/07)

Il 29 gennaio, Timesonline ha riportato una notizia, perlopiù ignorata dai media internazionali: il 25 gennaio (…), i maggiori esponenti dei cartelli minerari mondiali, riuniti in un gruppo ribattezzato “i governatori”, si sono dati appuntamento per un incontro semi-segreto, durato sei ore, presso l'hotel Fluela nella città svizzera. (…) L'articolo riferisce che “i governatori” hanno accusato la Cina di volerli estromettere dal continente africano, attraverso l'offerta, che gli asiatici vengono facendo alle varie nazioni africane, di forti incentivi, come “costruzione di dighe, infrastrutture di telecomunicazione, stadi di calcio, strade, ferrovie e centrali elettriche in tutto il continente. In cambio di questi progetti regalati o fortemente scontati, essi vincono i diritti di esplorazione e sfruttamento di vaste aree.” La Banca Mondiale stima che l'anno scorso la Cina abbia speso più di 10 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali in Africa, tra cui autostrade in Nigeria, una rete telefonica in Ghana e una fonderia di alluminio in Egitto. La Cina inoltre sta esercitando sforzi significativi anche in campo diplomatico: il Presidente Hu Jintao il 30 gennaio ha iniziato un tour di otto paesi africani ed ha firmato accordi per grandi progetti infrastrutturali ed economici, ma anche generose cancellazioni di debiti. Ad esempio, tra il 2 e il 3 febbraio il Presidente cinese, in visita in Sudan, ha firmato un accordo per un prestito teso a finanziare una linea ferroviaria tra Khartoum e Port Sudan e per cancellare alcuni debiti sudanesi verso la Cina. Tecnici agronomi cinesi, inoltre, sono attesi in Sudan per consulenze sull'uso di tecnologie in agricoltura. Oltre a ciò, è cinese una grande porzione dell'attività estrattiva del petrolio sudanese. Di converso, l'anno scorso, 48 leader africani (tra i quali anche Robert Mugabe, Presidente dello Zimbabwe, uno dei politici africani più invisi ai Britannici e ai cartelli minerari occidentali) si sono recati a Pechino per discutere di partnership economiche ed hanno ricevuto complessivamente 5 miliardi di dollari in prestiti per lo sviluppo. Per porre fine a questa pratica, gli oligarchi dell'estrazione mineraria hanno proposto di: “chiedere alle Nazioni Unite di imporre a questi paesi di firmare accordi che richiedano alle parti di rispettare alti standard ambientali e di sicurezza. Il settore minerario cinese gode di una scarsa reputazione in quell'area”; collaborare con l'International Finance Corporation della Banca Mondiale e lavorare con gruppi ambientalisti e con organizzazioni che incoraggino i leader africani a chiedere più garanzie dalla Cina. (MoviSol,11/02/07)

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Al cuore del potere cinese (Joshua Massarenti, Vita, 11/02/07)

(…)Mentre le avventure si Prodi si limitano a sporadiche visite di cortesia (sia nelle vesti di ex Presidente della Commissione europea che di attuale premier italiano), c'è chi, come Hu Jintao, ha macinato sul continente africano decine di migliaia di chilometri. Dal suo arrivo al potere (nel marzo 2003), il Presidente della Repubblica popolare cinese ha dato una svolta "strutturale" ai rapporti sino-africani, al punto da fare dell'Africa un continente strategico per lo sviluppo economico della Cina. La dimostrazione ci è stata offerta dal tour de force intrapreso da Hu Jintao tra il 30 gennaio e il 10 febbraio scorso. Dodici giorni durante i quali il presidente cinese ha visitato ben otto paesi africani (nell'ordine: Camerun, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, Sudafrica, Mozambico e Seychelles). Come sottolineato dall'ex direttore dell'Economist, Bill Eliott, nell'analisi pubblicata su Repubblica, nonostante la sua recente penetrazione commerciale, per Pechino l'Africa non sarà una passeggiata. Se inizialmente la sua linea politica ha privilegiato la non intromissione negli affari interni degli Stati con cui sviluppa rapporti commerciali fruttuosi, da alcuni mesi la Cina risulta, al pari delle potenze occidentali, oggetto di contestazioni molto virulenti da parte di alcuni partner africani. Basti pensare alle compagnie cinesi accusate di deforestazione in Gabon e in Congo, oppure alle accuse rivolte alle sue politiche commerciali aggressive che minacciano il settore impiegatizio come quello sudafricano. E poi, cosa dire dei sequestri di operai cinesi nel Delta del Niger? O della "caccia" ai dipendenti di aziende targate made in China verificatesi in Camerun? Nonostante gli scambi commerciali tra la Cina e l'Africa sia passato dai 10 miliardi di dollari del 2000 agli attuali 56 miliardi di dollari (2006), nonostante la presenza sul continente di un migliaio di imprese e di oltre 100mila cittadini cinesi, Pechino è confrontato ai suoi primi, improvvisi, ostacoli. Questo ci consente di fare il punto su chi, all'interno della diplomazia cinese, è incaricato di reagire ai contraccolpi precedentemente evocati. "Chi sono questi signori (e signore) Africa di Pechino?", è il titolo di un documento sorprendete pubblicato dal Gruppo editoriale Indigo. Sorprendente perché sotto l'ala di due viceministri degli Esteri cinesi, Zhai Jun e Lu Guozeng (ex ambasciatore in Tunisia), si scopre che a dirigere la politica africana sono due donne. La prima si chiama Zu Jinghu, direttrice generale del dipartimento Africa del ministero degli affari Esteri (il dipartimento è poi suddiviso in sette uffici regionali), mentre Li Liqing fa da alterego all'interno del partito comunista cinese (di cui dirige il quarto ufficio del dipartimento relazioni esterni presso il Comitato centrale). (…)Sul versante commerciale, gli affari petroliferi (fondamentali per Pechino) sono gestiti da Londra, dove le tre majors cinesi (Cnpc, Sinopec e Cnooc) hanno aperto i loro uffici regionali. Per quanto riguarda le telecomunicazioni, altro settore chiave dell'espansione cinese in Africa, sono sotto lo stretto controllo di due imprese (Huawei e ZTE) impiantate a Johannesburgh (Sudafrica). (Joshua Massarenti, Vita,  11/02/07)

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Africom: il punto di vista africano. (Alessandro Ursic, Peacereporter, 08/02/07)

Spesso considerata fuori dai giochi di potere internazionali e dimenticata dal resto del mondo, l’Africa tra breve avrà la stessa importanza degli altri continenti. Almeno agli occhi del dipartimento della Difesa statunitense, che il prossimo anno istituirà l’Africom: un centro di comando militare regionale comprendente i 53 paesi africani tranne l’Egitto, che va ad aggiungersi ai cinque comandi già esistenti. (…) Gli analisti concordano che il crescente interesse degli Stati Uniti verso l'Africa è dovuto in particolare a due fattori, uno dei quali è l’espansione del terrorismo islamico. I recenti raid aerei statunitensi sulla Somalia, effettuati con lo scopo di uccidere tre sospetti terroristi di Al Qaeda coinvolti negli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998, testimoniano la crescente presenza di Washington nel Corno d’Africa. Un’area su cui il dipartimento alla Difesa ha messo gli occhi da tempo: dal 2002, 1.500 soldati Usa sono stanziati a Gibuti, centro delle operazioni Usa nella regione, tanto che il Pentagono programma di estendere la superficie della base Camp Lemonier da 88 a 600 ettari (anche per questo, Gibuti sembra essere la candidata più credibile per ospitare la sede dell’Africom). (…) Oltre al contenimento dell’estremismo islamico, gli Usa saranno sempre più legati all’Africa dal punto di vista energetico. Oggi gli Usa importano da qui quasi il dieci percento del petrolio che consumano, in particolare da Nigeria e Angola; nel 2005 il 17,6 percento delle importazioni statunitensi di greggio sono venute dall’Africa, una quantità maggiore rispetto a quella proveniente dal Medio Oriente: (…) entro il 2015 è previsto che l’Africa fornisca agli Usa il 25 percento delle loro importazioni di gas e petrolio. (…) Dal punto di vista africano, le preoccupazioni però sono altre. “La creazione dell’Africom ha portato un certo nervosismo nel continente”, spiega a PeaceReporter Patrick Smith, direttore di Africa Confidential, un osservatorio specializzato sull’Africa. “La preoccupazione è che, come ai tempi della Guerra fredda, in Africa venga combattuta una ‘guerra per procura’, questa volta tra gli Usa e gli stati mediorientali. E i musulmani in Africa percepiscono la ‘guerra al terrorismo’ in realtà come una ‘guerra all’Islam’: anche per questo, un’accresciuta presenza Usa nella regione è potenzialmente destabilizzante”. C’è poi anche la questione del rapporto tra Stati Uniti e regimi corrotti, nonché autori di violazioni di diritti umani. In un editoriale pubblicato sul quotidiano Mail and Guardian, l’analista politico Charles Cobb ha scritto che “non c’è combinazione più pericolosa di quella tra un potere militare sostenuto da un altro Paese e l’allineamento di questo Paese con gli obiettivi politici dei regimi locali. Le peggiori oppressioni vengono compiute in nome della sicurezza e della stabilità”. Come capitò per esempio nel 2005, quando il primo ministro Meles Zenawi fece reprimere nel sangue le proteste post-elettorali dell’opposizione, provocando 193 morti. Il timore è condiviso da Smith: “C’è il rischio che, se stai dalla parte della guerra al terrorismo, hai poi mano libera su come gestisci il tuo Paese”. (Alessandro Ursic, Peacereporter, 08/02/07)

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Usa, un nuovo comando militare contro al Qaeda (Vita, 06/02/07)

Il Pentagono istituira' un nuovo comando regionale per coordinare le attivita' militari in Africa. Lo ha annunciato il segretario alla Difesa, Robert Gates, nel corso di un'audizione davanti ai senatori della commissione Forze armate. Gates ha spiegato che il presidente, George W. Bush, ha deciso di creare un quinto comando regionale che sara' guidato da un generale a quattro stelle. A questo riguardo il Pentagono si consultera' con il Congresso e con i governi locali. Non e' chiaro se il quartier generale avra' sede su quel continente o negli Stati Uniti come per il Comando centrale, il Comando meridionale e per il Comando Pacifico. La decisione di Bush rientra nel quadro di un rafforzamento dell'attivita' militare nella regione, finalizzato a contrastare l'azione di gruppi islamici locali legati ad 'al Qaeda'. A tutt'oggi parte dell'Africa ricade sotto il Comando statunitense in Europa -su cui sono andate a gravare anche nuove responsabilita' nelle relazioni con la Russia e le ex repubbliche sovietiche- mentre il Corno d'Africa e i Paesi dell'Africa orientale che si affacciano sull'Oceano Indiano sono pertinenza del Comando centrale. "Una suddivisione retaggio della 'Guerra Fredda' e ormai superata", ha sottolineato Gates. (Vita,  06/02/07)

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'Liberiamo i bambini dalla guerra' (Ansa, 06/02/07)

PARIGI - Gli 'impegni di Parigi' per contro il reclutamento dei bambini soldato e contro l'impunità di quanti li sfruttano nelle guerre sono stati sottoscritti da 58 paesi al termine della conferenza internazionale 'Liberiamo i bambini delle guerre' conclusasi oggi nella capitale francese. L'Italia aveva dato ieri il suo pieno appoggio all'iniziativa ed aveva assicurato, attraverso il vice ministro degli esteri sen. Franco Danieli, la determinazione a "sostenere gli sforzi dei paesi impegnati in questa azione a favore dei bambini". Il flagello coinvolge circa 250 mila adolescenti in tutto il mondo ma soprattutto in Asia ed Africa. Oggi per la prima volta gli stati che hanno aderito si sono "impegnati solennemente a ad applicare e rispettare i principi della lotta contro il reclutamento e l'utilizzazione dei bambini nei conflitti armati", ha detto il ministro degli esteri francese Philippe Douste-Blazy, co-presidente della conferenza con la direttrice generale dell'Unicef, Ann Veneman. Tra i firmatari ci sono anche 10 dei 12 paesi dove, secondo le Nazioni Unite, bambini e adolescenti sono usati in prima linea: Burundi, Costa d'Avorio, Sudan, Ciad, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Colombia, Nepal, Sri Lanka e Somalia. Gli altri due paesi interessati, Filippine e Birmania, non hanno preso parte alla conferenza. Tra gli stati finanziatori degli aiuti internazionali peril recupero dei bambini e delle bambine coinvolti (queste ultime rappresentano circa il 40% del totale) e il loro reinserimento in un ambiente normale, hanno dato il loro sostegno all'iniziativa quelli della Ue, il Giappone e il Canada. Gli Stati Uniti non erano rappresentati alla conferenza. (…)(Ansa,  06/02/07)

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Cresce internet a banda larga e senza fili (Quo Media, 06/02/07)

Le connessioni a banda larga raddoppieranno entro il 2011 in Africa. Internet veloce – Adsl, WiMAx, 3G, ecc. – raggiungerà i 7 milioni entro il 2011 partendo dai 3 milioni odierni. Lo studio è del BMI-TechKnowledge, istituto di ricerca del Sudafrica. Lo sviluppo delle reti di connessione a banda larga sono legate alla penetrazione della tecnologia WiFi nelle varie regioni africane, che farebbe diminuire drasticamente i costi di infrastruttura a carico degli operatori e, di conseguenza, anche il singolo costo di connessione. Inoltre, il continente è ancora indietro con le privatizzazioni delle telco (quasi tutte statali) e i mercati non sono in concorrenza. Il paese, per ora, più connesso è il Sudafrica. (Quo Media, 06/02/07)

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23.000 sanitari africani l'anno se ne vanno nei paesi ricchi (Cani Sciolti, 05/02/07)

L’Africa ha bisogno di medici e i pochi che ha se ne vanno. Fino a 23.000 professionisti sanitari l’anno abbandonano il continente per lavorare negli ospedali del Regno Unito, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia. Una perdita che acuisce la crisi dei sistemi sanitari del continente che, se già erano fragili un decennio fa, adesso devono per di più affrontare la pandemia dell’aids. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) calcola che nel continente mancano un milione di medici. Questa situazione minaccia inoltre di far fallire gli Obiettivi per lo Sviluppo del Millennio. (…) L’evoluzione è stata repentina: negli anni settanta, emigravano 2.000 medici l’anno. Negli anni ottanta erano già 8.000 l’anno ed adesso secondo la OMS sono circa 23.000. Ci sono più dottori etiopi a Chicago che in Etiopia, lavorano più professionisti del Ghana all’estero che nel loro paese. Il 70% dei medici che si sono laureati in Zimbawe negli anni novanta se ne è andato. Soltanto tra il 2000 e il 2004, secondo l’Organizzazione di Medici Sudafricani, 4.000 medici sudafricani sono emigrati. La scarsa remunerazione non è l’unica ragione dell’esodo. La mancanza di risorse negli ospedali, le scarse possibilità di promozione e specializzazione e il sovraccarico di lavoro causato dall’aids si sommano a delle politiche di assunzione molto attive da parte dei paesi sviluppati. (…) L’invecchiamento della popolazione occidentale e degli stessi professionisti sanitari, sommato ad una politica di formazione professionale inadeguata, hanno generato una domanda nei paesi ricchi che trova offerta nei paesi poveri. I paesi della Commonwealth si sono riuniti per la redazione di un codice etico e il commissario europeo per lo sviluppo Louis Michel ha presentato alla fine del 2005 una strategia per aiutare i paesi interessati dal problema. Tuttavia, secondo Keith non è sufficiente: “L’Africa ha bisogno di un piano Marshall”, sostiene. (…) – Font: El Paìs, www.rebelion.org/noticia.php?id=45677 30-01-2006, Lali Cambra - traduzione di Laura Del Longo per Cani Sciolti (Cani Sciolti,05/02/07)

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Unicef: 250mila i bambini-soldato in tutto il mondo (Ag.Radicale, 05/02/07)

"Sono circa 250 mila i bambini coinvolti nei conflitti armati in tutto il mondo: sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi e le bambine in particolare sono costrette a subire abusi sessuali, deprivandole dei loro diritti e della loro infanzia"; a ricordarlo e' il direttore generale dell'Unicef, Ann M,Veneman, annunciando una conferenza mondiale sul tema dei bambini nei conflitti armati, organizzata dal governo francese e dall'Unicef oggi e domani a Parigi. "Alla conferenza- spiega, in una nota, l'associazione internazionale per l'infanzia- partecipano rappresentanti di Paesi in cui i bambini sono coinvolti nei conflitti armati e di Paesi donatori". E, nel corso dell'incontro, "verranno discussi una serie di impegni e di principi per porre fine al reclutamento dei bambini e per smobilitare e reintegrare i minori che sono stati coinvolti nei gruppi armati". L'Unicef mostra preoccupazione sul fenomeno perche' "nonostante le risoluzioni delle Nazioni Unite e gli standard legali internazionali definiti nell'ultimo decennio su questo tema, rimangono molte lacune". E Veneman ribadisce la preoccupazione sottolineando: "Abbiamo un impegno condiviso per aiutare i bambini intrappolati nelle guerre degli adulti e per proteggere, liberare e reintegrare i bambini soldato". Certo, continua il direttore generale, "abbiamo fatto progressi nel riportare i bambini dai campi di battaglia alle loro comunita' e alle loro classi, ma resta ancora molto da fare". Consolanti sono anche i dati resi noti in occasione della conferenza. Secondo l'organizzazione Onu, per l'infanzia "dal 1998 in Burundi sono stati smobilitati e reintegrati 3.015 minori, 1.194 in Costa d'Avorio, 27.346 nella Repubblica Democratica del Congo, 360 in Somalia, 16.400 in Sudan, 2.916 in Colombia, 5.900 in Sri Lanka, 20.000 in Uganda, 11.780 in Liberia, 3.200 in Angola, 4.000 in Afghanistan e 8.334 in Sierra Leone". - fonte Dire (Ag.Radicale,  05/02/07)

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Il grande balzo della cina (Carlo Benedetti, Altrenotizie, 02/02/07)

Non è proprio una novità, ma è pur sempre una grande notizia. Pechino, rilanciando con forza la sua politica verso l’Africa, si presenta sulla scena mondiale con un originale piano di intervento che va a coinvolgere otto importanti paesi di quel continente. A lanciare l’offensiva è il capo dello Stato Hu Jintao che lascia Pechino per dieci giorni per portare il suo piano direttamente ai governi del Camerun, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, Sudafrica, Mozambico e Seicelle. E per ogni tappa ha un pacchetto di proposte che spaziano in vari settori: dalla politica all’economia, dal campo dell’istruzione culturale all’attività sanitaria. Senza dimenticare un piano di maggiori aiuti ed investimenti, che prevede, tra l’altro, la riduzione del debito e l'esenzione dai dazi doganali. Le misure previste da Hu Jintao comprendono anche l'istituzione di zone di sviluppo per la cooperazione economico-commerciale e di centri di sviluppo delle tecnologie agricole e la formazione delle risorse umane. In pratica: una pacifica invasione cinese destinata a raccogliere, sul campo, risultati di grande valore geopolitico. Anche per il fatto che ormai non passa giorno senza che l'economia di Pechino faccia registrare cifre record, suscitando l'invidia dei paesi capitalisti occidentali. "La Cina – scrive in proposito Der Spiegel - sta conquistando i mercati globali grazie a un inedito misto di economia pianificata e capitalismo sfrenato" tanto che si può anche sostenere che il Pc cinese “é ormai una facciata dietro cui agiscono leader che da tempo hanno ridefinito gli obiettivi politici del paese. Vogliono creare una Cina grande e forte che giochi un ruolo di primo piano sulla scena internazionale". Ed ora ecco il grande balzo verso l’Africa con il viaggio del Capo dello stato cinese che è in pieno svolgimento. E’ la prima missione all’estero che Hu Jintao compie in questo 2007 dopo il notevole successo dell’ultimo Forum di cooperazione sino-africano. Otto i paesi africani presenti nell’agenda di Hu Jintao. E con tutti Pechino ha già ottimi rapporti:

 Camerun: ha allacciato le relazioni diplomatiche con la Cina nel 1971, ed è un suo importante partner economico-commerciale nell'Africa centrale. Negli ultimi anni la cooperazione tra i due paesi si è continuamente rafforzata.

 Liberia: dopo il ripristino dei rapporti diplomatici con la Cina nel 2003, le relazioni economico-commerciali hanno visto un rapido sviluppo.

 Sudan: dopo l'allacciamento dei rapporti diplomatici nel 1959, le relazioni hanno visto un continuo e stabile sviluppo. Dal gennaio al dicembre 2006 l'interscambio commerciale ha toccato i 2,9 miliardi di dollari.

 Zambia: l'amicizia tradizionale tra Cina e Zambia è molto profonda. Sin dall'allacciamento dei rapporti diplomatici nel 1964, le relazioni bilaterali si sono favorevolmente sviluppate.

 Namibia: prima della sua indipendenza, la Cina ha appoggiato attivamente il popolo della Namibia nella lotta per la liberazione nazionale. Dopo l'indipendenza del 1990, Cina e Namibia hanno allacciato regolari rapporti diplomatici.

 Sudafrica: la Cina ha sempre appoggiato a lungo la lotta contro la segregazione razziale del popolo sudafricano. I rapporti diplomatici con questo paese risalgono al 1998.

 Seicelle: dopo l' allacciamento dei rapporti diplomatici nel 1976, le relazioni tra i due paesi hanno visto un agevole sviluppo. Negli ultimi anni, il commercio bilaterale ha registrato una rapida crescita.

I cinesi non fanno mistero dei loro piani. Sono gli stessi alti funzionari del ministero degli Esteri a spiegare in forma ufficiale che gli obiettivi principali dell'attuale missione africana sono puntati a rafforzare, consolidare e sviluppare ulteriormente l'amicizia tradizionale sino-africana. Il piano prevede otto “misure”, in primo luogo quelle che si riferiscono al valore politico dell’iniziativa. E qui va ricordato che negli ultimi 50 anni, Cina e Africa hanno prestato attenzione alla cooperazione bilaterale di mutuo vantaggio nel nuovo quadro internazionale. E questo è diventato il problema seguito con maggiore attenzione dai leader dei vari paesi nel corso dell’ultimo summit di Pechino. Quando la Cina avanzò proposte concrete relative all'ampliamento delle dimensioni dell’assistenza all’Africa, alla riduzione e/o cancellazione del debito, all'ulteriore apertura dei mercati. Tutte misure che in quel momento del summit sino-africano furono viste come questioni future. Ma ora con il viaggio di Hu Jintao il quadro generale cambia decisamente. Si fa sempre più concreto e si caratterizza come una vera svolta, positiva. Ci sono poi gli aspetti prettamente economici e quelli degli investimenti. Pechino, in questo viaggio che è in un certo senso epocale, pone l’accento sul fatto che in questa epoca di globalizzazione Cina ed Africa sono di fronte al compito comune del superamento delle difficoltà e dell'auto-sviluppo. Di pari passo con il proprio sviluppo, i cinesi, quindi, sostengono l'impegno congiunto dei paesi africani per il proprio rafforzamento e la realizzazione dello sviluppo sostenibile. E si parla già del fatto che entro il 2010 l'interscambio commerciale generale arriverà a quota 100 miliardi di dollari. Altri interventi quelli che riguarderanno le zone di sviluppo per la cooperazione commerciale. Tutto nel quadro di precise intese per una programmazione a lungo termine. La Cina ribadisce, infatti, il suo sostegno all'auto-rafforzamento congiunto e alla soluzione indipendente dei problemi del continente da parte dei paesi africani. Sostiene l'impegno delle organizzazioni regionali e sub-regionali nella promozione dell'integrazione economica e l'applicazione da parte dei paesi africani del piano di nuove partnership per lo sviluppo dell'Africa. Settori di grande importanza saranno poi quelli dell’istruzione, della cultura, della sanità. La Cina in tal senso si impegna ad ampliare gradualmente la dimensione dell'assistenza, in particolare quella diretta alla vita delle popolazioni locali. Quindi un piano per la riduzione della povertà ed un ampliamento delle cure mediche, promuovendo la cooperazione fra le imprese cinesi e africane e rafforzando la formazione del personale africano. Spazio, infine, anche alle varie economie dei paesi africani che potranno godere in Cina di un trattamento di esenzione dai dazi doganali. Sarà così offerta la possibilità alle imprese africane di effettuare investimenti nell’immenso territorio cinese. Tutto questo porta ad una considerazione generale. E cioè che la Cina con questo balzo in Africa lancia un nuovo guanto di sfida all’intero occidente. Costruisce, con la sua realpolitik, nuovi ponti per stabilire legami e collegamenti. Prefigura aperture sociali e un clima diverso nel mondo della globalizzazione sfrenata. (Carlo Benedetti, Altrenotizie, 02/02/07)

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Liberta' di stampa: RsF, internet sempre piu' sotto 'dittatura'  (Corriere della Sera, 01/02/07)

E' stato diffuso il Rapporto annuale 2007 di Reporters sans Frontieres (www.rsf.org), che "fotografa" la situazione della liberta' di stampa in 98 paesi. Le "dittature di Internet" sembrano aver intensificato il loro controllo sui navigatori della Rete. Almeno 60 persone sono state imprigionate per aver pubblicato on-line dei testi critici nei confronti delle autorita' dei loro paesi. La Cina, pioniera in questo campo, ha dato l'esempio: Vietnam, Siria, Tunisia, Libia, Iran hanno seguito le orme del gigante asiatico, mentre le prigioni per blogger e altri cyberdissidenti si moltiplicano. Ma anche l'Europa non sta ottimamente: la controversia sulle caricature di Maometto pubblicate in Danimarca ha portato scarso appoggio da parte degli Stati democratici, registra l'associazione, e numerosi giornalisti sono stati minacciati o arrestati. In Medio Oriente, almeno 65 professionisti dell'informazione sono stati uccisi in Iraq e i rapimenti si sono moltiplicati nel Paese e nei Territori Palestinesi. In America latina, l'uccisione di una decina di giornalisti in Messico - crimini rimasti quasi sempre impuniti - la detenzione di piu' di venti giornalisti a Cuba, la degradazione della situazione in Bolivia, rappresentano alcuni esempi allarmanti. Le violazioni della liberta' di stampa in Asia raggiungono livelli allarmanti: 16 professionisti dei media sono stati uccisi, almeno 328 sono stati fermati, 517 sono stati aggrediti o minacciati e ben 478 media sono stati censurati nel 2006. Rari sono i paesi del Continente asiatico dove tutto puo' essere detto o scritto. Gli assassini dei giornalisti - per esempio in Gambia, in Burkina Faso e nella Repubblica democratica del Congo - beneficiano quasi sempre della protezione di governi complici. (Corriere della Sera,01/02/07)

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Prosegue lo scontro tra Agnoletto e la Bonino sugli Epa (Vita, 31/01/07)

«Le decisioni del Wto non si discutono, si applicano. Non importa quale sia il prezzo. Non importa se l'Africa é destinata a sprofondare ancor più nella miseria. Al massimo l'Ue può aumentare per qualche anno gli aiuti". A parlare così, almeno secondo quanto riferisce Vittorio Agnoletto, europarlamentare del Gruppo della Sinistra europea, è Emma Bonino, la quale avrebbe ribadito la sua decisione di procedere senza alcun ripensamento verso l'approvazione degli EPA (gli accordi di partenariato economico che l'Europa vuole imporre all'Africa) entro il 1 gennaio 2008. "La Bonino ignora forse che i diktat del Wto non sono il Vangelo e che nell'ultimo decennio le politiche delle grandi istituzioni liberiste sono state criticate in ogni angolo del pianeta da decine di milioni di persone?" s'interroga Agnoletto. "E che alcuni milioni di questi hanno votato il governo Prodi non per veder riproposte le stesse politiche del governo Berlusconi nei rapporti nord/sud del mondo?". Nel Forum Sociale Mondiale conclusosi a Nairobi giovedì scorso tutti i movimenti africani, i sindacati e l'assemblea parlamentare si erano pronunciati duramente contro gli Epa e avevano chiesto una moratoria di alemno venti anni. L'Undp, l'Agenzia per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, aveva lanciato un forte allarme: se vengono applicati gli Epa, se i Paesi africani sono obbligati ad abbattere i propri dazi doganali (che proteggono i loro prodotti), mentre l'UE mantiene le sovvenzioni per l'esportazione dei propri prodotti agricoli, per l'Africa sarà una catastrofe. In un solo anno l'Etiopia perderà circa 187 milioni di dollari, il Kenia 348, il Ruanda 17,125... Non solo, gran parte del già fragilissimo commercio interafricano verrebbe dirottato verso l'UE, provocando quindi una diminuzione degli scambi commerciali interni all'Africa (- 2,5 milioni per il Kenia, - 3,285 milioni per l'Etiopia). A Nairobi, la viceministra Sentinelli aveva solennemente dichiarato la propria opposizione agli Epa. "Qual é la posizione del governo?" chiede Agnoletto. "Come si muoverà l'Italia nel Consiglio Europeo? Il tempo stringe, le decisioni vanno assunte entro la fine del 2007. Sarà al fianco dei movimenti africani o delle multinazionali europee?". (Vita, 31/01/07)

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Il Ghana sara' il prossimo presidente dell'U.A.. (AGI, 29/01/07)

Il Ghana sara' il prossimo presidente dell'Unione Africana. Lo ha deciso il vertice che si tiene ad Addis Abeba, dal quale il grande sconfitto e' il Sudan. La presidenza dell'UA era stata in qualche modo promessa a Khartum da almeno un anno ma alla fine ha pesato in maniera determinante il comportamento del governo sudanese nel Darfur, la regione devastata da una guerra civile, dove la sua inerzia ha fatto da velo alla complicita' con i janjaweed, le milizie arabe ritenute responsabili di abusi, stupri di massa e rapimenti di civili. La decisione finale sulla presidenza dell'UA non e' stata, dunque, inaspettata. Khartum prevedeva di non poter arrivare a quel ruolo, che richiede quantomeno un profilo etico decente; cio' che invece il Ghana sembra poter vantare nel cinquantesimo anno della propria indipendenza. "La scelta e' buona. Il Sudan ha volontariamente accettato di rifiutare in favore del Ghana. Il Ghana e' una grande nazione, l'abbiamo scelta per mantenere l'unita' del Continente", ha detto il ministro degli esteri sudanese, Lam Akol, senza far riferimento all'intransigenza mostrata dalla propria delegazione fino a ieri, quando i sudanesi non vedevano "alternative" a una presidenza di Khartum. Il vertice, d'altronde, si era aperto con Alpha Oumar Konare, il presidente attuale, che ha accusato esplicitamente Khartum: "lanciamo un appello al governo sudanese affinche' fermi gli attacchi ai civili in Darfur e invece ristabilisca la pace". Nello stesso tempo erano arrivate le proteste delle organizzazioni internazionali umanitarie e di Amnesty International che deprecavano l'eventualita' di una leadership sudanese dell'Unione africana. Infine, gli Stati Uniti, che hanno spesso usato il termine 'genocidio' per la situazione nel Darfur, hanno fatto capire di non poter tollerare ai vertici dell'UA un Paese considerato in passato, ma forse anche oggi a Washington, rifugio sicuro per i terroristi islamici. Il Sudan, a quanto sembrato, ha preferito perdere la guida dell'Unione Africana che cedere sulla presenza dei caschi blu dell'Onu nella regione, proposta sulla quale insiste la comunita' internazionale. Il segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon, ne ha parlato nella capitale etiopica con il presidente sudanese Omar al-Beshir ma, dopo un'ora e mezzo di colloquio, Ban ha dovuto accontentarsi di una vaga intesa per "intensificare gli sforzi congiunti dell'Unione Africana e delle Nazioni Unite per la preparazione di una missione di peacekeeping". Ban ha riferito di una lettera inviata a Khartum nella quale si ipotizza un invio nella regione sudanese di 2.300 tra caschi blu e funzionari civili dell'Onu come primo passo verso il dispiegamento di una forza di pace "mista" UA-ONU. La prima reazione di Beshir sarebbe stata "positiva" ma Ban si aspetta una "conferma per iscritto". (AGI, 29/01/07)

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Cina: difficile viaggio di Hu Jintao in Africa (PB, Asianews, 29/01/07)

Inizia domani un viaggio difficile del presidente cinese Hu Jintao in Africa. In 12 giorni visiterà 8 Stati, tra cui alcuni critici verso Pechino. In Sudan cercherà una soluzione per il Darfur. Nei precedenti viaggi Hu si è presentato come un amico desideroso di portare aiuto economico e commerciale e ha celebrato con grande clamore accordi economici e concessioni di prestiti. Ma ora la Cina è sempre più accusata di colonialismo economico, di essere interessata solo a portare via le materie prime e a cercare mercati per i suoi prodotti. Con il Sud Africa la Cina ha rapporti diplomatici dal 1997 e ci vivono oltre 400mila cinesi; ma a dicembre i sindacati hanno protestato – non per la prima volta - che i prodotti tessili cinesi distruggono l’industria locale e hanno fatto perdere 67mila posti di lavoro in 4 anni, e il presidente Thabo Mbeki ha ammonito che l’Africa deve evitare che il rapporto con Pechino diventi “una relazione coloniale”. In Zambia i minatori si sono ribellati contro lo sfruttamento cui sono sottoposti e ci sono state proteste di piazza con atti vandalici contro proprietà cinesi. In Liberia la Cina ha fornito truppe per la missione di pace delle Nazioni Unite dopo la guerra civile, ma si è anche dedicata alla ricerca di giacimenti petroliferi. Pechino per anni ha protetto il governo del Sudan contro la richiesta di sanzioni e di intervento delle Nazioni Unite per il genocidio in atto nel Darfur, che ha visto più di 200mila morti e oltre 2,5 milioni di fuggitivi; intanto ha portato avanti lucrosi accordi petroliferi e venduto i suoi prodotti, comprese le armi. Ma ora l’Onu ha chiesto alla Cina di usare la sua influenza su Karthoum per risolvere la crisi e Pechino ha invitato il Sudan a collaborare con l’Onu per trovare una soluzione.Shi Yinhong, professore presso l’università Renmin di Pechino, prevede che Hu potrà convincere Karthoum a permettere l’ingresso della forza di pace dell’Onu. Un successo, prosegue Shi, sarebbe “anche utile per i rapporti della Cina con Stati Uniti, Unione europea e l’intera Africa”. D’altra parte l’Africa è spesso trascurata dai leader di altri Paesi e ha bisogno dell’aiuto estero per crescere. Hu visiterà Camerun (prima sua tappa il 30 gennaio ), Namibia, Mozambico e le Seychelles, in un itinerario che – commenta Sanusha Naidu, esperto in studi sulla Cina all’università di Sellenbosch in Sud Africa - appare scelto per dimostrare che Pechino ha interesse per tutti gli Stati africani e non solo per quelli ricchi di materie prime. “Non ricordo – aggiunge – l’ultima volta che [il presidente Usa Gorge W.] Bush è stato in Africa”. Francis Kornegay, analista di Johannesburg, concorda che la Cina offre all’Africa “una forza rivale all’egemonia Usa”. Touna Mama, consigliere economico del premier camerunese, sintetizza l’attuale crocevia osservando che “la crescita fenomenale e il dinamismo” della Cina “ispirano sia rispetto che timore”. Ma Tarah Shaanika, capo della Camera di commercio della Namibia, avverte che “la nostra sfida è cessare di esportare materie prime per esportare prodotti lavorati”. Peraltro Pechino chiede ai partner africani di chiudere i rapporti diplomatici con Taiwan e si aspetta voti di sostegno all’Onu. A gennaio il Sud Africa ha votato insieme a Pechino contro una censura al Myanmar per gli abusi contro i diritti umani, attirandosi la critica di avere dimenticato la propria storia. Gli scambi commerciali tra Cina e Africa sono stati 40 miliardi di dollari nel 2005 e Pechino ha investimenti per 6 miliardi nel Continente. (PB, Asianews, 29/01/07)

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Unicef: trentatre crisi umanitarie nel mondo. “Dimenticate” (L’Unità, 29/01/07)

Trentatre crisi umanitarie nel mondo. Ma, per la maggior parte, «dimenticate». L’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, lancia il suo appello ai donatori (per lo più privati e aziende) per il procacciamento di 635 milioni di dollari destinati a far fronte alle situazioni di crisi che, in tutto il pianeta, mettono a repentaglio la sopravvivenza di milioni di donne e di bambini. Appello che è anche un’occasione per tracciare un bilancio sull’opera svolta fino ad oggi dall’organizzazione e, cosa ben più importante, sulle tante emergenze per le quali il lavoro da fare è ancora tanto. (…)la «grande dimenticata» è senza dubbio l’Africa. Quindici pagine sulle cinquantasei che compongono il rapporto sono dedicate proprio al continente africano. «Negli ultimi dieci anni, l’Africa orientale e meridionale è stata colpita dalle emergenze umanitarie più di qualsiasi altra regione del mondo. Conflitti armati e guerre civili, crollo di governi e amministrazioni, siccità, alluvioni e varie epidemie hanno rappresentato delle notevoli barriere alla realizzazione dei diritti delle donne e dei bambini». La regione continua a dover far fronte a complesse crisi umanitarie e il 2006 non ha costituito un’eccezione, con il Corno d’Africa devastato prima dalla siccità e poi dalle alluvioni, e la Somalia, dove le tensioni riemerse alla fine dell’anno hanno limitato le possibilità di ingresso dall’estero, impedendo così l’arrivo di aiuti umanitari destinati a quasi due milioni di persone. Non sono migliori le condizioni della parte occidentale del continente. «La situazione nutrizionale nella regione del Sahel (Benin settentrionale, Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) rimane estremamente critica, con tassi di malnutrizione infantile acuta tra i più alti al mondo e una diffusa malnutrizione cronica dovuta alla limitata disponibilità di servizi, all’inadeguata alimentazione infantile, a pratiche igieniche non corrette e alla mancanza d’acqua». Senza dimenticare la piaga del colera, che ha ucciso lo scorso anno quasi mille persone. (…)(L’Unità,29/01/07)

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Minori: Unicef, urgono 635 mln dlr per 33 emergenze umanitarie (AGI, 29/01/07)

Violenze e disastri naturali hanno portato Haiti ad avere il piu' alto tasso di mortalita' infantile di tutta la regione delle Americhe; i bambini eritrei sono tormentati dal conflitto sui confini e da cicliche siccita'; quelli della Repubblica Centroafricana sono forse i piu' trascurati dell'intero continente. Sono alcune delle "emergenze dimenticate" emerse dal rapporto sull'intervento umanitario Unicef 2007, in cui il Fondo mondiale per l'Infanzia lancia un appello ai donatori per 635 milioni di dollari, necessari ad aiutare bambini e donne di 33 emergenze, conosciute e ignorate. "Le emergenze, dovute sia a disastri naturali che a nuovi o prolungati conflitti", ha spiegato il direttore generale Unicef Ann M. Veneman, "hanno continuato a esigere un pesante prezzo in termini di vite di bambini e donne nel mondo". "Molte crisi", ha sottolineato, "rimangono fortemente sotto-finanziate, le attivita' essenziali salva-vita per milioni di bambini non possono essere portate avanti e la vita di quei bambini continuera' a essere a rischio". Dei 635 milioni di dollari richiesti, circa un quinto, 121 milioni, e' destinato al Sudan, inclusi i programmi nella regione del Darfur. Il perdurare del conflitto e l'insicurezza in quell'area hanno distrutto le condizioni di vita di circa 4 milioni di persone, di cui 1,8 milioni bambini. Ma, si legge nel rapporto, "sono milioni gli sfollati in molte altre emergenze che non godono dell'attenzione che, a livello mondiale, circonda il Darfur". Il rapporto svela cosi' le condizioni dei bambini della Colombia, costretti a fuggire dalle loro case a causa della violenza e reclutati come combattenti, di quelli dello Zambia, che fare i conti ogni giorno con poverta' cronica e insicurezza alimentare. Stessa sorte per molti piccoli del Ciad. Al primo novembre 2006, i fondi per l'emergenza raccolti dall'Unicef nell'anno passato ammontavano a 513 milioni di dollari, a copertura di 53 emergenze. "Tragedie immediate hanno continuato a guadagnare l'attenzione dei media mondiali durante lo scorso anno", ha spiegato la Veneman, "ma le cosiddette emergenze dimenticate sono state finanziate soltanto per il 37%". Complessivamente, gli appelli Unicef per le emergenze sono stati finanziati per il 49%. (AGI, 29/01/07)

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Darfur: Unione africana, da onu urgono fondi per missione pace (AGI, 29/01/07)

Le Nazioni Unite devono finanziare completamente la forza di pace dell'Unione africana (Ua) dispiegata in Darfur, la regione nord occidentale del Sudan dove quattro anni di guerra sanguinosa hanno provocato almeno 200.000 morti e 2,5 milioni di sfollati. Lo ha affermato il presidente della Commissione dell'Unione africana, Alpha Oumar Konare', durante la riunione tenuta dai ministri degli Esteri del continente ad Addis Abeba, in Etiopia, per preparare l'agenda dei lavori del vertice della prossima settimana. Korane' ha lamentato la cronica mancanza di soldi ed equipaggiamenti dei 7.500 'caschi verdi', che con enormi sforzi e difficolta' cercano di mantenere la sicurezza nella regione sudanese, dove negli ultimi tempi sono aumentati gli attacchi dei 'janjaweed', i predoni arabi responsabili delle violenze in Darfur e considerati vicini al governo centrale di Khartum. "E' cruciale", ha detto, "che la questione del finanziamento della missione passi immediatamente nelle mani delle Nazioni Unite". Della stessa opinione si e' detto Samir Hosni, il rappresentante della Lega araba, che ha trasferito 15 milioni di dollari (circa 11,6 milioni di euro) all'Ua e spera presto di dare altri finanziamenti. La questione dei finanziamenti sembra tuttavia rimanere legata ai negoziati ancora in corso sul numero dei 'caschi blu' che Palazzo di Vetro inviera' in Darfur. L'accordo raggiunto e approvato a tavolino da Nazioni unite e Khartum ha ancora parecchi punti da definire. Se dal Palazzo di Vetro alcuni membri del Consiglio premono per inviare il maggior numero possibile di 'caschi blu' in territorio sudanese, Khartum e la Lega araba parlano di alcune centinaia di uomini impegnati prevalentemente sul fronte della logistica e delle comunicazioni. La faccenda sara' discussa al vertice di Addis Abeba dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, e dal presidente del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, come ha confermato il ministro degli Esteri di Khartum, Lam Akol. (AGI, 29/01/07)

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Darfur e Somalia al centro dei lavori del vertice dell'Unione africana (Arab Monitor, 29/01/07)

Si è aperto nella capitale etiopica il vertice dei Paesi dell'Unione africana con la questione del Darfur e della Somalia al centro dei lavori. Il nuovo segretario generale dell'Onu Bam Ki Moon ha sollecitato il consenso attorno alla proposta di un urgente dispiegamento di forze congiunte dell'Onu e dell'Unione africana nella provincia sudanese del Darfur. L'altra questione scottante è la Somalia. Sino ad ora solo tre Paesi, Uganda, Malawi e Nigeria, hanno aderito al progetto di inviare i propri soldati in Somalia per una missione definita ufficialmente di "mantenimento della pace". Il contingente dovrebbe contare su 8mila uomini. Alla presidenza dell'Unione africana è stato eletto il Ghana nonostante il Sudan per il secondo anno consecutivo avesse manifestato il desiderio di assumere l'incarico. (Arab Monitor, 29/01/07)

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54esima Giornata mondiale dei malati di lebbra (Vita, 28/01/07)

(…) Secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 2005 sono stati registrati circa 300mila nuovi casi. «Come la malattia del sonno, la filariasi o la leishmaniosi, la lebbra resta una malattia dimenticata delle fasce più vulnerabili, che spesso vivono in condizioni di miseria e d'igiene insufficiente», accusa Sunil Deepak, responsabile dell'ufficio scientifico dell'associazione italiana AIFO, in prima linea nella lotta alla malattia. «Le industrie farmaceutiche e gli enti di ricerca non stanziano fondi e non se ne occupano come dovrebbero». Secondo Deepak servono test per diagnosticarla prima che appaiano i sintomi, ovvero durante un periodo d'incubazione lunghissimo che può durare da cinque a dieci anni e in cui la persona malata può essere già contagiosa. Ma è necessaria anche una cura più breve, oltre che efficace. La polichemioterapia, una combinazione di farmaci scoperta nell'82 e usata in modo uniforme dal ‘91, deve essere somministrata per almeno dodici mesi: una vera impresa in zone remote o martoriate dalla guerra. «Qui - continua Deepak – c'è bisogno di personale medico e paramedico. In Africa, per esempio, la situazione è resa più drammatica dall'Aids, che ha ucciso un'intera generazione di forza lavoro». I servizi sanitari scarsi e inaccessibili, tuttavia, non sono l'unica causa della continua diffusione della malattia. Ci sono anche barriere invisibili che costringono gli infetti a nascondersi e a non farsi curare. «Nel sud del mondo i pregiudizi verso la lebbra, vista fin dai tempi antichi come una maledizione, sono ancora fortissimi», ci spiega l'operatore di AIFO. «I malati spesso perdono il lavoro, sono cacciati da casa e da scuola, non possono sposarsi o sono lasciati dal partner». «Abbiamo paura della lebbra, perché fa pensare alla morte», ha detto il missionario del Pime in India Carlo Torriani. Parole dure per descrivere un morbo che progressivamente provoca insensibilità, danneggia i tessuti, determina mutilazioni e danni permanenti a pelle, nervi, arti e occhi. Oggi circa 14 milioni di persone, anche se guarite, subiscono le conseguenze fisiche e sociali della malattia. (…)(Vita, 28/01/07)

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Confini contesi tra Nigeria e Camerun, delimitazione in corso (RC, Misna, 27/01/07)

Circa 461 chilometri della frontiera terrestre tra Nigeria e Camerun sono già stati delimitati: lo ha riferito il mauritano Ahmedou Ould Abdallah, presidente della ‘Commissione mista’ tra i due paesi incaricata di eseguire la sentenza emessa nel 2002 dalla Corte internazionale di giustizia (Cig/Cij) dell’Aja, nei Paesi Bassi, sulle dispute frontaliere tra Abuja e Yaoundé. “Entro marzo – ha aggiunto Abdallah – ne saranno demarcati altri 275 e entro la fine dell’anno saranno 1200 i chilometri delimitati in totale”. Lo scorso 18 agosto, la penisola del Bakassi – ricca di giacimenti petroliferi e di acque pescose – è stata formalmente ceduta dalla Nigeria al Camerun, come la Cig aveva deciso nel 2002 dopo anni di scontri e violenze che avevano portato i due paesi sull’orlo di un conflitto. Per chiudere in modo definitivo la controversia tra Nigeria e Camerun, la Commissione mista deve ora delimitare e demarcare le acque territoriali tra i due paesi. Secondo il presidente Abdallah, l’equipe di esperti ha già identificato in alto mare 22 punti che delimiteranno i confini marittimi. (RC, Misna, 27/01/07)

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Blood Diamond-Edward Zwick: "Consumare è un atto politico" (Federico Pontiggia, Magazine, 25/01/07)

"La distanza tra noi e l'Africa è minore di quanto crediamo, le nostre vite e i nostri destini sono collegati ai loro, perché quando facciamo un acquisto, le ripercussioni sono globali: essere consumatore significa avere un atteggiamento politico". Per il regista Edward Zwick  è questo il messaggio di Blood Diamond, il film con Leonardo Di Caprio ,Jennifer Connelly  e Djimon Hounsou  sul contrabbando di pietre preziose in Sierra Leone, che esce venerdì 26 gennaio in 280 copie distribuito da Warner Bros.. Candidato a cinque premi Oscar, Blood Diamond racconta "la verità e la rinconciliazione in Africa: la nostra società - dice Zwick - deve capire la differenza tra responsabilità e pubblicità. "Ed è triste che l'industria dei diamanti continui a negare i tragici fatti avvenuti nel Continente Nero a fine anni '80" rincara la dose il regista alla notizia riportata dall'International Herald Tribune secondo la quale i commercianti di pietre preziose offrirebbero 10mila dollari da devolvere in beneficenza agli attori che indosseranno diamanti sul red carpet degli Academy Awards. (…) "Sono nato in Africa, e da bambino ho avuto esperienza diretta di tanti conflitti: i bambini-soldato, i profughi, la corruzione, l'ingerenza occidentale rendono questo film la storia umana più potente mai uscita da Hollywood", dice Djimon Hounsou, alla sua seconda nomination agli Oscar. "Da culla della vita - prosegue l'attore - l'Africa si è trasformata nella culla della morte, e siamo tutti responsabili". "In Mozambico dove abbiamo girato - dice Zwick - abbiamo portato 30-40 milioni di dollari, una goccia nell'oceano, ma che, a differenza dei contributi della Banca Mondiale che si perdono nei mille rivoli della corruzione, sono stati un'iniezione in vena per l'economia locale". Inoltre, aggiunge Di Caprio "è sorprendente toccare con mano, per esempio negli orfanotrofi che ho visitato, i frutti concreti della solidarietà occidentale: i contributi alle organizzazioni umanitarie fanno davvero la differenza". Per contrastare il traffico di preziosi, per Di Caprio "il consumatore deve esigere un certificato di provenienza del diamante, che attesti non arrivi da una zona di guerra. Ci si chiede spesso se un film possa fare la differenza, bene, Blood Diamond l'ha fatto ancor prima di uscire in sala: la sensibilizzazione sul tema ha fatto sì che oggi il commercio di diamanti sia più trasparente". (…)(Federico Pontiggia, Magazine,25/01/07)

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Blood Diamond: Amnesty rilancia la campagna "diamanti di guerra" (Vita,25/01/07)

In occasione dell'uscita in Italia del film Blood Diamond, prodotto dalla Warner Bros, la Sezione Italiana di Amnesty International rilancia la propria campagna ‘contro i diamanti della guerra', che culminera' in una serie di iniziative il 14 febbraio, giorno di San Valentino. Il commercio miliardario dei diamanti provenienti da zone di guerra ha finanziato e finanzia ancora oggi guerre civili che in Africa dall'inizio degli anni ‘90 hanno provocato piu' di 3,7 milioni di vittime e milioni di rifugiati in Angola, Liberia, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo e Costa d'Avorio. Il denaro ottenuto con il commercio dei diamanti ha permesso ai gruppi ribelli in questi paesi di acquistare illegalmente armi e finanziare conflitti devastanti, con la complice indifferenza dell'industria dei diamanti e degli Stati coinvolti. Blood Diamond (Diamante insanguinato) solleva il velo su questo turpe commercio. Ambientato all'apice della guerra civile che ha devastato la Sierra Leone alla fine degli anni '90 (un conflitto che ha provocato piu' di 370 mila morti e durante il quale sono stati impiegati decine di migliaia di bambini soldato), il film mostra senza indulgenza il terribile legame fra lo sfruttamento delle pietre preziose e la carneficina e le violazioni dei diritti umani che le fazioni rivali hanno fatto soffrire alla popolazione civile, anche grazie al denaro ricavato con il commercio illegale dei diamanti. (…) Ancora oggi il denaro ricavato dai diamanti finanzia guerre civili: nell'ottobre 2006 un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che diamanti per un valore di 23 milioni di dollari provenienti dalla Costa d'Avorio – nella cui parte settentrionale e' in corso un conflitto civile – sono stati infiltrati nel commercio legale passando dal Ghana, Stato che ha partecipato al Processo di Kimberley, dove vengono certificati come ‘diamanti liberi da conflitto'. Blood Diamond non e' dunque soltanto un film di finzione e la storia che racconta non riguarda soltanto il passato, come afferma l'industria mondiale dei diamanti, secondo la quale oggi il commercio dei diamanti della guerra non supera l'1% del traffico globale. Diamanti della guerra o ‘insanguinati' raggiungono ancora le vetrine delle gioiellerie di tutto il mondo sfruttando l'inefficacia degli strumenti di controllo attualmente in atto. Puoi scaricare la documentazione sul Processo di Kimberley– Clicca su Processo (Vita, 25/01/07)

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Il Presidente Cinese visita 8 Nazioni Africane (Cinaoggi, 24/01/07)

Il portavoce del Ministero degli Esteri Liu Jianchao ha annunciato martedi' che il Presidente Cinese Hu Jintao visitera' 8 nazioni africane a partire dal 30 Gennaio per concludere la missione diplomatica il 10 Febbraio. Le 8 nazioni in questione sono Cameroon, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, South Africa, Mozambique e Seychelles. Liu' durante una conferenza stampa ufficiale, ha detto :"Queste visite saranno un ulteriore passo diplomatico verso il consolidamento delle relazioni tra Cina ed Africa dopo il summit tenutosi a Pechino lo scorso Novembre". Il portavoce ha detto anche che il viaggio di Hu punta ad approfondire la tradizionale amicizia ed a portare a termine gli accordi stretti in occasione del vertica di Pechino. Cio' include la definizione degli impegni presi con le 8 nazioni africane per gli aiuti destinati alle stesse. Dalla conferenza stampa e' emerso che nella visita in programma, il presidente Hu incontrera' i leader di 8 paesi, con i quali egli scambiera' opinioni circa rapporti bilaterali e questioni di reciproco interesse. Liu ha poi aggiunto :"La Cina crede che la visita di Hu promuovera' una sostanziale cooperazione in numerosi settori ed accellerera' la sua nuova strategia di partnership con l'Africa". Fonte:Xinhua (Cinaoggi, 24/01/07)

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Fame nel mondo, Fao sollecita una riforma degli aiuti alimentari (Yahoo/Reuters, 24/01/07)

I programmi di aiuti alimentari devono essere rivisti per rendere più efficace la campagna di lungo termine contro la fame nel mondo, ha detto oggi l'agenzia per l'organizzazione alimentare dell'Onu. Milioni di vite sono state salvate finora grazie agli aiuti, ma sul lungo periodo questi potrebbero destabilizzare i mercati, creare dipendenza dalle importazioni e ritardare le riforme necessarie per aumentare la produzione interna, scrive l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) in un rapporto diffuso oggi. "Le riforme del sistema internazionale di aiuti all'alimentazione sono necessarie ma dovrebbero essere intraprese valutando in modo appropriato le necessità di coloro le cui vite sono a rischio", scrive la Fao in un rapporto sullo stato dell'alimentazione e dell'agricoltura nel 2006. "Ogni qualvolta è possibile, è sempre meglio insegnare e aiutare la gente a pescare piuttosto che dare loro del pesce", scrive il direttore generale della Fao Jacques Diouf. Circa 854 milioni di persone in tutto il mondo non hanno cibo sufficiente per condurre vite attive e salutari e oltre il 90% sono cronicamente affamate, scrive la Fao. Gli aiuti per l'alimentazione devono concentrarsi sulle emergenze e focalizzarsi solo su chi ne ha veramente bisogno, mentre gli sforzi di più lungo termine dovrebbero puntare a creare fondi, abilità e altre condizioni necessarie per ridare vita all'agricoltura e al commercio locali. Se tutti gli aiuti alimentari fossero equamente distribuiti tra gli 850 milioni di persone malnutrite, darebbero meno di 12 chili a persona. "Chiaramente, gli aiuti alimentari sono troppo pochi per fornire una sicurezza alimentare a tutte le persone bisognose", afferma la Fao. "Sebbene l'imperativo morale di fornire assistenza alla gente che soffre la fame estrema sia innegabile .. . alcuni chiedono se tali aiuti possano essere in effetti controproducenti nel ridurre in modo sostenibile a lungo termine la fame e la povertà", scrive l'agenzia. La Fao dice di favorire la vendita degli aiuti dove possibile sui mercati locali per raccogliere fondi da destinare allo sviluppo e sollecita i donatori a orientarsi verso un'assistenza sotto forma di liquidità mirata, come dei voucher, quando il cibo è localmente disponibile. Gli aiuti alimentari sono calati a meno del 3% del commercio mondiale complessivo di cereali negli ultimi anni dalla quota di circa il 10% negli anni 70, ma rappresentano ancora il 5-10% delle importazioni nette di cibo nei paesi che le ricevono. Per alcuni paesi in stato di crisi, gli aiuti alimentari possono rappresentare una parte importante delle risorse disponibili, come accaduto nella Corea del nord e in Eritrea negli anni 2001-2003, quando gli aiuti rappresentavano rispettivamente fino al 22% e al 46% delle risorse. (Yahoo/Reuters,24/01/07)

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Bulgaria: Africani chiedono cittadinanza (ADUC, 23/01/07)

'Africani chiedono la cittadinanza bulgara': e' il titolo oggi in prima pagina del quotidiano di Sofia 'Standart'. Il giornale cita il presidente della Commissione statale per i profughi, Svetoslav Micev, secondo il quale dall'inizio di quest'anno, quando la Bulgaria e' entrata nell' Ue, vi e' stata una vera e propria invasione di profughi da Nigeria, Congo, Somalia e Sudan che chiedono la cittadinanza bulgara. Dal primo gennaio a oggi piu' di cento immigrati provenienti prevalentemente dall'Africa, ma anche da Afghanistan, Iran e Iraq, hanno chiesto alle autorita' il passaporto bulgaro. La cifra e' di varie volte superiore rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il giornale mette in risalto che soltanto un immigrato su dieci possiede documenti d'identita' in regola. Intanto la polizia bulgara ammonisce che alcuni di questi profughi sono trafficanti di droga o criminali ricercati nei loro paesi d'origine. (ADUC,23/01/07)

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I Paesi africani guardano con crescente interesse al nucleare (LM, Fides, 18/01/07)

I Paesi africani sono sempre più interessati all'utilizzo della tecnologia nucleare per risolvere i loro problemi energetici e di sviluppo. È quanto emerso dalla recente Conferenza che si è tenuta ad Algeri (9-10 gennaio) dedicata all'utilizzazione del nucleare in Africa, a cui hanno partecipato delegati provenienti da 45 Paesi del continente. Oltre che per la produzione di energia elettrica, i Paesi africani desiderano utilizzare le tecnologie nucleari in campo agricolo, industriale, medico - sanitario (soprattutto per la lotta per la pandemia quali la malaria) e nella gestione delle risorse idriche. (…) L'Africa è l'unico continente (se si eccettua l'Antartide) privo di armi nucleari, dopo che il Sudafrica ha smantellato sul finire del regime dell'Apartheid il suo piccolo arsenale atomico (costituito nonostante l'embargo internazionale) e ha smantellato le attrezzature per l'arricchimento dell'uranio. Di fronte all'aumento del prezzo del petrolio e guardando alla prospettiva del progressivo esaurimento delle fonti di idrocarburi, diversi Stati africani sembrano interessati ad adottare l'opzione nucleare per far fronte alle proprie esigenze energetiche. Si tratta di una tendenza che si riscontra anche in altre parti del mondo, dall'Europa all'Asia, passando per le Americhe, ma che pone seri interrogativi, sia in campo ecologico sia per la possibile diffusione di armamenti nucleari. Al momento l' unica centrale nucleare esistente nel continente è quella di Città del Capo in Sudafrica (che ha due reattori nucleari per la produzione di energia elettrica), alla quale si aggiungono reattori di ricerca in Egitto, Libia, Algeria, Nigeria, Ghana, Repubblica Democratica del Congo, Marocco e Sudafrica. Alcuni Paesi africani hanno espresso l'intenzione di dotarsi della tecnologia per l'arricchimento dell'uranio e di utilizzare l'energia nucleare per produrre acqua potabile da quella di mare. Le più importanti miniere di uranio africane si trovano nella Repubblica Democratica del Congo, in Niger, nel Gabon e in Sudafrica. (LM, Fides, 18/01/07)

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Medicina tradzionale e cura dell'aids: dialogo possibile? (Aise, 17/01/07)

"Prevenzione, trattamento dell'Aids in Africa e medicina tradizionale": questo il titolo della conferenza promossa da "Medici con l'Africa Cuamm" in programma sabato prossimo, 20 gennaio, dalle 9.15 alle 13 nella sede di via San Francesco 126 a Padova. Gli effetti dell'Aids sulle società africane sono profondamente estesi e richiedono sempre più la realizzazione di interventi integrati: è possibile individuare una strada che combini approcci occidentali e approcci tradizionali nella prevenzione e nel trattamento dell'Aids in Africa? In che modo si possono trovare efficaci metodi di dialogo con un pensiero e una prassi terapeutica "altra" rispetto alle nostre tradizioni? Queste le domande cui si cercherà risposta durante l'incontro tenendo presente che in gran parte dell'Africa sub-sahariana l'Aids rappresenta un vero e proprio flagello e un grave impedimento per lo sviluppo socio-economico dei paesi coinvolti. L'esperienza di intervento di Medici con l'Africa Cuamm in Angola, Etiopia, Kenya, Mozambico, Rwanda, Tanzania, Uganda con circa 30 progetti di lotta alla malattia, dimostra che nel contrastare quest'emergenza è essenziale tenere in considerazione gli aspetti culturali e sociali che l'epidemia chiama in causa, in un dialogo costante con la medicina tradizionale. (…) Prenderanno parte al dibattito, impostando una riflessione multidiciplinare sul tema Alessio Panza, consulente Unione Europea, esperto in Hiv/Aids nei PVS, Mara Mabilia, docente di antropologia culturale, Università di Padova, e Donata Dalla Riva, Medici con l'Africa Cuamm. (Aise,  17/01/07)

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Rapporto Onu: crescita economica insufficiente per dimezzare povertà (RC, Misna, 13/01/07)

La prevista crescita economica di circa il 5,6% nel 2007 rappresenta una “svolta importante rispetto ai precedenti decenni di stagnazione”, ma è “insufficiente per raggiungere gli obiettivi di sviluppo che ridurrebbero sensibilmente la povertà e migliorerebbero le condizioni di vita nel continente”. Lo sostiene il rapporto annuale ‘Situazione economiche mondiale e prospettive” redatto dall’Onu. “La maggior parte dei paesi africani non sono stati capaci di sostenere sufficientemente sul medio termine gli alti tassi di crescita” prosegue il documento, precisando che, tra il 1998 e il 2006, solo 7 nazioni sulle 52 monitorate dalla Commissione economica per l’Africa (Eca) dell’Onu hanno conseguito crescita media del prodotto interno lordo superiore al 7%. Questo aumento, tuttavia, non è stata sempre convertita in maggiori posti di lavoro, uno dei requisiti indispensabili per dimezzare la povertà. “La situazione deve cambiare e gli stati africani devono sviluppare le loro industrie di trasformazione” ha osservato Hakim Ben Hammouda, direttore dello sviluppo economico, finanziario ed economico dell’Eca presentando il rapporto. Anche la mancanza di infrastrutture efficienti ostacola il conseguimento di tassi di crescita alti e sostenibili: secondo lo studio, il continente ha una densità stradale inferiore a sette chilometri ogni 100 chilometri quadrati, mentre in America latina è di 12 e in Asia 18. Inoltre, “nonostante una sostanziale dotazione di risorse energetiche, meno del 30% della popolazione africana ha accesso all’elettricità”. Dati che, conclude il rapporto, costituiscono a loro volta “una condizione critica per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo nazionali”. (RC, Misna, 13/01/07)

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Debito: le cancellazioni non hanno risolto il problema (E. Citterio, Vita, 11/01/07)

Il debito continua a strozzare i Paesi più poveri. A ricordarlo è stato Benedetto XVI durante il discorso di inizio anno al corpo diplomatico. Il Papa ha indicato fra le sfide «da affrontare insieme» l'impegno per accelerare il processo di cancellazione del debito dei Paesi più poveri, ha poi ricordato «l'impegno dei paesi sviluppati a destinare lo 0,7% del loro prodotto interno lordo all'aiuto internazionale» e ha auspicato la ripresa dei negoziati per rivedere le regole del commercio internazionale del “Doha Developement Roud”. Il debito è ancora un ostacolo allo sviluppo anche secondo la Fondazione giustizia e solidarietà, nata dalla campagna per la riduzione del debito lanciata durante il giubileo del 2000 dalla Conferenza episcopale italiana. «L'impegno messo in atto finora dai governi e dalle istituzioni internazionali è senza dubbio positivo, ma clamorosamente insufficiente» afferma il direttore della Fondazione, l'economista Riccardo Moro. «Solo 29 su 80 Paesi a basso reddito sono stati coinvolti nell'iniziativa di riduzione del debito Hipc (Heavily Indebted poor countries), e fra questi solo 20 finora hanno ottenuto una cancellazione quasi totale. La sproporzione appare grave se si considera che l'iniziativa ha comportato un impegno stimato dalla Banca mondiale in 64 miliardi di dollari, quando il debito della sola Africa Subshariana è di oltre 200 miliardi e quello globale dei Paesi in via di sviluppo supera i 2.500». C'è inoltre un nuovo fenomeno: i Paesi esclusi dall'iniziativa di cancellazione pagano il debito con l'emissione di titoli pubblici, così il debito estero si riduce, ma aumenta quello interno, con tassi di interesse molto più elevati. La Fondazione Giustizia e Solidarietà quest'anno porterà a termine il proprio impegno di conversione del debito in progetti di sviluppo in Guinea Conakry e Zambia, realizzato con i 17 milioni di euro raccolti da gruppi e parrocchie in tutta italiana durante la campagna del 2000. «Il 2007 è il settimo anno dal Giubileo e intendiamo dedicarlo a rilanciare l'attenzione sul tema del debito internazionale, del finanziamento allo sviluppo e degli scandalosi squilibri fra nord e sud del mondo», afferma Riccardo Moro. (E. Citterio, Vita,  11/01/07)

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Papa: mantenere l'Africa al centro dell'attenzione (Emanuela Citterio, Vita, 08/01/07)

L'Africa deve rimanere al centro dell'attenzione internazionale. Lo ha detto stamattina Benedetto XVI durante il discorso al corpo diplomatico. Ha parlato del Darfur dove “la comunità internazionale sembra impotente da ormai quattro anni, malgrado le iniziative destinate ad alleviare le popolazioni provate e a dare una soluzione politica”, dela situazione del Corno d'Africa “aggravata con la ripresa delle ostilità e l'internazionalizzazione del conflitto”, dell'Uganda e ha citato “l'arruolamento di numerosi bambini costretti a farsi soldati”, della regione dei Grandi Laghi dove “si intravedono nuove speranze” dopo gli “anni di guerra senza pietà”. Ha citato anche la Costa d'Avorio e l'Africa Australe dove “milioni di persone sono ridotte ad una situazione di grande vulnerabilità”. Il Papa ha anche ricordato “l'impegno dei paesi sviluppati a destinare lo 0,7% del loro prodotto interno lordo all'aiuto internazionale” e ha detto che “segnali positivi per l'Africa vengono anche dalla volontà espressa dalla comunità internazionale di mantenere questo continente al centro della sua attenzione”. (Emanuela Citterio, Vita,  08/01/07)

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Oltre 200 milioni di bambini rischiano uno scarso sviluppo mentale (Le Scienze, 07/01/07)

Oltre duecento milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni non riescono a sviluppare le proprie potenzialità cognitive a causa della povertà, della salute precaria, della malnutrizione e di una insufficiente assistenza. È quanto denuncia l’articolo di apertura del numero di questa settimana della rivista The Lancet, primo di una serie di tre dedicati all’argomento. Il 66 per cento di questi 219 milioni di bambini svantaggiati (pari a 145 milioni) è concentrato in dieci nazioni in via di sviluppo: India, Nigeria, Cina, Bangladesh, Etiopia, Indonesia, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Uganda e Tanzania. "Questi bambini svantaggiati – ha detto Sally Grantham-McGregor, uno degli autori del rapporto – difficilmente frequentano la scuola; di conseguenza sono destinati a una vita con redditi modesti, prole numerosa, scarsa assistenza ai figli, in un circolo di trasmissione intergenerazionale della povertà.” - Nel secondo articolo i ricercatori indicano le cause principali dello scarso sviluppo di questi bambini: malnutrizione, deficienze di iodio e ferro, esposizione a piombo e arsenico, malattie infettive quali malaria e HIV, ma anche stato depressivo della madre e inadeguatezza degli stimoli cognitivi e socio-emotivi. Un intervento che elimini o riduca questi fattori, concludono gli autori nel terzo articolo, può ridurre lo svantaggio di cui soffrono questi bambini. La stimolazione – in esperimenti pilota – attraverso progetti che mirino al loro coinvolgimento con il gioco, e che provvedano a un miglioramento dell’ambiente familiare anche attraverso programmi di educazione dei genitori ha mostrato di essere in grado di migliorare il loro QI e le loro prestazioni scolastiche. I benefici sono risultati ancora superiori quando lo stimolo psicosociale è stato accompagnato da un miglioramento nella dieta di neonati e bambini. (Le Scienze,  07/01/07)

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Francia: la presenza francese in Africa subsahariana (Silvia Simeoni, Equilibri, 04/01/07)

La Francia ha storicamente intessuto e mantenuto rapporti con gli Stati africani che sono stati sue colonie. Parigi ha sempre stretto accordi di cooperazione economica, sociale, militare e culturale con questi paesi. Per comprendere l’ampiezza dell’impegno militare ed economico della Francia nel continente africano basti pensare che attualmente i 2/3 dell’esercito francese impegnato in missioni fuori dai confini nazionali (circa 2.900 uomini) si trovano in Africa. La Francia ha speso 1,2 miliardi di euro dal 2002 ad oggi in Costa d’Avorio a seguito dello scoppio della guerra civile, con l’obiettivo prima di stroncare il colpo di stato e nel tentativo poi di sedare le rivolte dei ribelli nel nord del paese. Negli ultimi mesi Parigi è intervenuta militarmente in Africa centrale, cosa che non accadeva dagli anni ’80, per supportare i governi legittimi del Ciad e della Repubblica Centrafricana contro i ribelli delle regioni orientali. L’intervento militare ha sollevato malumori anche in Francia, che si sta preparando alle elezioni presidenziali, poiché non è stato preceduto da un dibattito parlamentare. - La comunità internazionale ha a volte considerato questi comportamenti come il tentativo di mantenere dei legami di carattere neocoloniale e di influenza politico-economica con Stati che sono, ormai da decenni, indipendenti. - L’Eliseo risponde a queste accuse dichiarando di intervenire, anche militarmente, come è accaduto in Ciad ed in Repubblica Centrafricana, in quanto previsto da trattati stipulati tra due Stati sovrani. Parigi difende i propri interventi considerandoli indispensabili affinché non avvengano guerre intestine che coinvolgano la popolazione e considera le proprie operazioni necessarie in un’area ritenuta fragile. Per far fronte anche alle recenti critiche, Parigi ha dichiarato che gradirebbe un maggior interessamento sulle questioni africane da parte dell’Unione Europea. Secondo questa affermazione, ripetuta anche nelle ultime settimane dopo gli avvenimenti in Ciad, Parigi vorrebbe allargare al consesso europeo decisioni a vario titolo riguardo Stati in cui la sua presenza non è mai venuta meno dopo l’indipendenza. Così facendo la Francia perderebbe la maggior parte della sua influenza su questi Stati, influenza che ha utilizzato più volte in seno al Consiglio di Sicurezza a favore dei suoi protetti e all’interno della Banca Mondiale per far affluire fondi agli Stati africani alleati. Il comportamento della Francia è stato più volte criticato, anche aspramente, dall’opinione pubblica africana che più volte lo ha chiaramente bollato neocolonialista. Sempre secondo l’opinione pubblica africana, l’Eliseo si sarebbe schierato a favore di capi di Stato di dubbia democraticità pur di mantenere i propri privilegi e non perdere lo status quo acquisito. Infine, se negli anni della guerra fredda Parigi è intervenuta attivamente in Africa per evitare l’aumento dell’influenza di Stati Uniti e U.R.S.S., oggi giustifica la propria presenza in nome della lotta al terrorismo islamico e, seppur velatamente, tenta di arginare l’ingresso economico della Cina negli Stati francofoni. (…)(Silvia Simeoni, Equilibri,  04/01/07)

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