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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 22/11/2012 Nigeria: Quattro persone uccise in scontri, in fiamme una chiesa |
Ancora violenza in Nigeria. Quattro persone sono state uccise nel nord del Paese durante scontri provocati da giovani musulmani. All’origine una frase ritenuta blasfema contro Maometto. Durante gli scontri una chiesa e alcuni negozi sono stati dati alle fiamme.La furia dei giovani è esplosa nella piccola citta' di Bichi, proprio mentre nella capitale Abuja era in corso un incontro sulla riconciliazione tra cristiani e musulmani alla presenza dell'ex premier britannico Tony Blair e di Justin Welby, arcivescovo di Canterbury designato. Protagonisti e vittime dei brutali episodi i due gruppi etnici rivali del Paese: gli Hausa, musulmani, e gli Igbo, cristiani e animisti. Secondo i quotidiani locali, che citano testimoni, a pronunciare la frase incriminata sarebbe stato un sarto Igbo, che avrebbe usato la parola 'Chibuike', che nella lingua hausa significa abito, ma sbagliando la pronuncia avrebbe detto ''il Profeta e' venuto al mercato'', scatenando l'ira degli estremisti islamici. Per il momento la polizia non ha confermato il bilancio delle vittime, mentre un commissario ha riferito al quotidiano di Abuja, Daily Trust, che le forze dell'ordine hanno inviato rinforzi nella zona. Un'infermiera dell'ospedale di Bichi ha riferito che il sarto, accusato di blasfemia, e' stato portato via dalla citta' e curato in una struttura ospedaliera per le gravi ferite riportate nei feroci tafferugli. - Radio Vaticana |
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| 22/11/2012 R. D. Congo: Continuano le ostilità nel Kivu, i ribelli di M23 non si ritirano da Goma |
Continuano le ostilità nel Kivu, i ribelli di M23 non si ritirano da GomaNella Repubblica Democratica del Congo, continua la crisi politica e militare nella regione orientale del Kivu. Iribelli del Movimento dell’M 23 si sono asserragliati a Goma nonostante gli appelli dei leader regionali a lasciare la citta' e sembrano non abbandonare l’intenzione di marciare su Kinshasa. Scontri si registrano anche nell'area di Sake dove sono stati uditi colpi di mortaio. Intanto il leader del movimento, Lugerero, e' stato richiamato in Uganda, per colloqui con il presidente. E un appello a fermare le ostilità e a rispettare l’integrità territoriale del Congo è arrivato dai vescovi di 34 Paesi africani, riuniti in questi giorni a Kinshasa. “Siamo scandalizzati e sconvolti per la crescente violenza armata” che ancora una volta sta provocando “una enorme tragedia umana”, scrivono i presuli, ricordando anche le migliaia di uomini, donne e bambini colpiti dal conflitto. Un appello a favore dei bambini rimasti orfani a causa dei combattimenti è arrivato anche dalla Ong “Sos Villaggi dei Bambini”, che definisce “disastrosa” la condizione dei minori, specificando che “la Repubblica Democratica del Congo continua ad essere il Paese africano con il più alto tasso di bambini soldato”. Il servizio è di Davide Maggiore. “Resteremo a Goma, aspettando i negoziati”, ha detto il leader politico dei ribelli, Jean Marie Runiga, che ha ribadito di non aver intenzione di fermare l’avanzata ancora in corso dei miliziani. Ieri, i ribelli avevano minacciato di marciare sulla capitale Kinshasa. Runiga ha spiegato che l’inizio dei colloqui con il presidente congolese Joseph Kabila è “la premessa” per qualsiasi altra decisione. Peggiora intanto la situazione umanitaria: l’Onu parla di esecuzioni sommarie ad opera dei guerriglieri e a Goma mancherebbero, secondo alcune testimonianze, acqua potabile ed elettricità. Le congregazioni missionarie presenti in città hanno però deciso di restare accanto alla popolazione, come ha riferito uno di loro all’agenzia Misna. Non si ferma, invece, la fuga dei civili verso la città di Bukavu, teatro ieri di proteste. A descrivere la situazione è padre Justin Nkunzi, direttore della commissione "Giustizia e Pace" dell’arcidiocesi di Bukavu, contattato telefonicamente da Marie Duhamel, della redazione francese della nostra emittente: R. – Ce matin, Bukavu s’est bien réveillé ; tout le monde est au travail … - Questa mattina, Bukavu si è svegliata bene: tutti sono andati al lavoro – anch’io sono venuto a lavorare; il centro della città è aperto, la circolazione a tuttora è ancora normale ... Ma soprattutto ieri, la gente era in fermento: hanno alzato le barricate per le strade, hanno fatto delle manifestazioni … In città si attende ora di capire quale impatto avrà l’arrivo dei profughi, che la Caritas di Goma ha stimato in circa 100 mila. Ancora padre Nkunzi: R. – Nous sommes en train de compter beaucoup sur la solidarité des gens, … - Facciamo grande affidamento sulla solidarietà della gente, sull’impegno ad evitare azioni inutili, pronti ad affrontare ogni eventualità con serenità … Abbiamo fiducia nelle nostre istituzioni ; speriamo che la situazione possa essere ancora recuperabile : non tutto è ancora perduto. Vedremo cosa succederà … E sull’avanzata dei ribelli, Paolo Ondarza ha sentito Luciano Scalettari, giornalista di "Famiglia Cristiana" esperto dell’area: R. – Se i ribelli dell’M23 non si fermano - perché hanno annunciato di voler andare avanti - arriveranno a Bukavu, capitale del sud Kivu. Qualora questo avvenisse, significa che tutta la fascia di confine con il Rwanda e il Burundi viene presa da questo movimento ribelle. Consideriamo che si tratta di una fascia molto ricca, la cui presa di possesso da parte dei ribelli comporterebbe uno spostamento di equilibri nel controllo sulle risorse D. – Ma chi sono i ribelli dell’M23 che puntano a marciare su Kinshasa? R. – Questi sono ex-disertori, ex-militari, ex-generali, con interessi forti proprio nell’ambito del commercio delle materie prime e del controllo delle miniere di coltan, oro, diamanti. C’è di tutto in quella zona. Prendono queste ricchezze, le vendono e, con il ricavato, si riforniscono di armi. Di per sé è un processo che è inarrestabile finché non interviene un agente esterno che riesca, in qualche modo, a mettere sotto controllo la zona. L’insofferenza della popolazione nei confronti dell’Onu nasce proprio da questo: cioè questo unico agente esterno che potrebbe essere un intervento Onu, un intervento super partes, non arriva mai. D. – Tra l’altro l’M23 sembra godere dell’appoggio del Rwanda nonostante le autorità del Paese neghino ogni loro coinvolgimento… R. – I Paesi confinanti con quella zona, sono tre: Uganda, Rwanda e Burundi. Il Burundi ha già troppi problemi per sé per occuparsene. Tuttavia, l’M23 viene descritto come una forza con apparati di comunicazione sofisticati, armamento decisamente superiore a quello delle forze armate congolesi: queste armi da qualche parte dovranno pure arrivare! Questo va precisato per andare oltre il “balletto” delle smentite. D. - Intanto, la situazione umanitaria degenera, la popolazione è allo stremo, manca l’acqua potabile… R. – La popolazione congolese in quella zona, per la stragrande maggioranza, non ha riserve. L’emergenza si crea nel giro di 72 ore: non ci sono frigoriferi, gran parte della gente non li ha e la fame inizia a farsi sentire dopo due giorni in cui non ci si riesce a procurare cibo nel mercato locale. In questo momento il problema è proprio la fame, la sete. E’ una zona di altipiano, c’è il freddo notturno, e quindi si diffondono malattie polmonari, malattie dei bambini... Nell’immediato il problema è assistere la popolazione. Ci arrivano notizie dal centro dei salesiani di Ngangi dove da settemila adesso i rifugiati accolti sono diventati diecimila. Io ho visto il centro e mi chiedo dove potranno trovare spazio diecimila persone! Tutte le altre realtà missionarie presenti che hanno spazi, che hanno luoghi, stanno accogliendo persone, stanno fornendo cibo, però è chiaro che i missionari hanno un po’ di riserva in magazzino, ma non per diecimila persone, è un numero veramente imponente. Credo che nell’immediato ci sia bisogno di una risposta in termini puramente umanitari, ammesso che i militari, l’M23, l’esercito, consentano il passaggio degli aiuti. Poi, come dicevo, occorrerà un intervento delle Nazioni Unite e dell’Unione Aricana, che metta la parola fine a decenni di sofferenze di quest’area del pianeta che è veramente una delle più frustrate e vessate al mondo. - Radio Vaticana |
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| 22/11/2012 R. D. Congo: Controffensiva dell’esercito a Sake, migliaia di civili in fuga |
Intensi combattimenti sono in corso da circa un’ora nei pressi di Sake, centro abitato a una trentina di chilometri ad ovest di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu (est della Repubblica democratica del Congo) da 48 ore sotto il controllo dei ribelli del M23. Atlas lo ha appreso da fonti locali, le quali precisano che soldati dell’esercito regolare congolese e loro alleati starebbero aprendo il fuoco dalle colline circostanti la cittadina. Le forze regolari proverrebbero dall’area nord di Sake e più precisamente dalla zona del Masisi. Fonti locali e internazionali segnalano la fuga di milgiaia di abitanti di Sake dalla città in direzione di Goma, mentre in senso inverso si assiste a un flusso di rinforzi del M23 che da Goma si stanno recando a Sake per dare sostegno ai propri compagni. Un altra colonna di ribelli, secondo informazioni non pienamente confermate, si troverebbe tra Sake e Minova, sulla strada per Bukavu, capoluogo del Sud Kivu e prossima tappa, annunciata, dell’avanzata del movimento ribelle che ha conquistato Goma. - Atlasweb |
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| 22/11/2012 R. D. Congo: I militari ribelli non lasceranno Goma. Vogliono trattare col presidente Kabila |
I militari ribelli del movimento M23 che nella Repubblica Democratica del Congo hanno preso il controllo della città di Goma respingono l’invito a ritirarsi, che gli era stato avanzato da tre leaders africani. Gli insorti si dicono disposti a trattare, ma chiedono di farlo direttamente col presidente Joseph Kabila. “E’ triste che il governo abbia permesso ai ribelli di impadronirsi della città. Spero che presto tutto torni alla normalità. Anche se dobbiamo convivere coi ribelli, restiamo lo stesso fiduciosi. Andiamo avanti, non abbiamo alternative”. Dopo aver conquistato Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, l’M23 ha preso anche il controllo di Sake, che si trova sul confine col Ruanda, e ciò senza sparare un colpo. In tutta la regione, duemila militari e 500 poliziotti si sono uniti ai ribelli. Nella Repubblica Democratica del Congo il conflitto armato per il controllo delle ingenti risorse naturali (dal coltan ai diamanti) ha causato una sanguinosa guerra civile, che ha coinvolto i paesi confinanti, a cominciare dal Ruanda, e ha provocato finora oltre mezzo milione di vittime. - Euronews - (vedi anche: http://www.missionaridafrica.org/news_speciali.asp#a143) |
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| 22/11/2012 R. D. Congo: Goma, Sake e poi? si può fermare l’avanzata dei ribelli del M23? |
Sono contraddittorie le notizie arrivate nelle ultime ore in merito all’avanzata dei ribelli del M23 che martedì hanno preso il controllo di Goma. Ieri i ribelli hanno proseguito la loro marcia in direzione di Sake, una trentina di chilometri da Goma, dove si erano attestati gli uomini dell’esercito congolesi ritiratisi dalla capitale del Nord Kivu. Secondo fonti locali e della croce rossa interpellate da Atlas i combattimenti intorno alla zona di Sake avrebbero provocato oltre una decina di morti, soprattutto tra le fila dei militari congolesi. Dopo la presa di Sake, avvenuta nella mattinata di ieri, i ribelli avrebbero proseguita verso Minova, altro importante centro abitato in direzione di Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu. Fonti di Atlas interpellate a Bukavu ieri notte riferivano si una clima in città calmo, ma pregno di tensione. In serata la popolazione ha assistito alla partenza di numerosi militari verso il nord della città, diretti verso quelli che alcuni già definiscono la nuova linea del fronte. Tuttavia, dopo i fatti di Sake, gli spostamenti del M23 si sono fatti meno chiari. Nelle stesse ore in cui i movimenti dei ribelli sono diventati più discreti, da Kampala, in Uganda, veniva diffusa una nota al termine dell’incontro tra i presidente di Congo, Joseph Kabila, di Uganda, Yoweri Museveni, e del Rwanda, Paul Kagame, paese, quest’ultimo, ritenuto ispiratore e manovratore del M23 così come di tutti i movimenti armati antigovernativi attivi negli ultimi anni nell’est del Congo. Nella nota i tre capi di Stato hanno preteso che il Movimento 23 Marzo si ritiri da Goma. “L’M23 deve cessare immediatamente l’offensiva e ritirarsi da Goma” si legge nella nota, nella quale si precisa che “un piano” sarà trasmesso quanto prima ai ribelli e nel quale il governo congolese prende l’impegno di affrontare in tempi rapidi le cause dei disordini nell’est del suo territorio e di porvi rimedio. Nel testo i presidenti Museveni e Kagame (da molti ritenuti gli sponsor occulti dei ribelli) hanno detto chiaramente che, pur esistendo rivendicazioni legittime da parte del M23, non può essere accettata l’estensione di questa guerra o il rovesciamento del governo legittimo di Kinshasa. Le radici della ribellione - La ribellione del Movimento 23 marzo (M23) che da aprile controllava alcune aree del Nord-Kivu e martedi, dopo un’offensiva durata cinque giorni, ha preso il controllo del capoluogo Goma, sarebbe secondo molte fonti sostenuta dal Rwanda, a sua volta stretto alleato dell’Uganda. Entrambi i paesi confinano con la ricca provincia mineraria del Nord-Kivu, dalla quale traggono lucrosi profitti, perlopiù attraverso traffici illeciti. Intanto ieri a Goma la popolazione ha assistito impotente all’autoproclamazione dell’M23 a nuovo padrone della città, della regione e alle sue mire espansionistiche. Dallo stadio della capitale provinciale un portavoce del movimento antigovernativo ha dichiarato di voler proseguire l’avanzata verso Bukavu, il capoluogo della vicina provincia del Sud-Kivu, e poi verso la capitale Kinshasa. La popolazione congolese sta cominciando a reagire con manifestazioni di protesta in più città, da Bunia a Kisangani, da Kinshasa a Beni. Per i congolesi dell’Est e alcuni analisti si rischia effettivamente la partizione del paese, parte di un piano messo a segno dal governo del presidente Kagame, molto influente nella regione. Le radici dell’attuale situazione del Nord-Kivu risalgono al genocidio ruandese del 1994, quando milioni di profughi, civili ma anche perpetratori del massacro dei tutsi, si riversarono nella regione, dove in molti sono rimasti. Le guerre successive, a partire da quella del 1996/97 per far cadere il dittatore congolese Mobutu Sese Seko, furono appoggiate dai contingenti ruandese e ugandese che occuparono poi l’est del paese. Il Rwanda non si è mai ritirato totalmente, o se l’ha fatto, ha fatto in modo di instaurare gruppi armati che per procura fanno i suoi interessi. Interessi che sono da ricercare nel lucroso commercio di minerali congolesi che ormai, attraverso piccoli aeroplani vengono trasportati in territorio ruandese e da qui rivenduti in tutto il mondo, al punto da trasformare Kigali in un hub internazionale del commercio di minerali. Kigali nega in blocco tali accuse e sostiene che il problema del Nord-Kivu è intracongolese. - Atlasweb |
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| 22/11/2012 R. D. Congo: Dopo conquista Goma ribelli M23 puntano su Bukavu |
Dopo aver conquistato Goma martedì, costringendo migliaia di persone alla fuga, i ribelli congolesi dell'M23 puntano ora sulla città orientale di Bukavu, che si affaccia sulla riva ovest del lago Kivu. L'obiettivo finale dichiarato dai soldati disertori è rovesciare il governo del presidente Joseph Kabila. Tuttavia, per ora rimangono a circa 1.600 chilometri dalla capitale Kinshasa. Secondo quanto emerso da un rapporto delle Nazioni unite, a sostenere l'M23 è l'esercito ruandese. "Il governo del Ruanda - si legge nel documento - continua a violare l'embargo delle armi fornendo supporto militare diretto ai ribelli dell'M23, facilitando i reclutamenti, incoraggiando le diserzioni delle forze armate della Repubblica democratica del Congo e procurando armi, munizioni e consigli di intelligence e politici". Il rapporto Onu fa poi riferimento alle principali figure del movimento ribelle. "La catena di comando dell'M23 - si legge - include di fatto il generale Bosco Ntaganda e culmina con il ministro della Difesa del Ruanda, il generale James Kabarebe". - LaPresse/AP |
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| 22/11/2012 Sudan: Presunto “complotto” a Khartoum, voci e interrogativi |
“I giornali riportano la notizia di un complotto sventato dalle forze di sicurezza e dall’Intelligence, ma per le strade della città, stamattina come negli ultimi giorni, la situazione è tranquilla”: lo riferiscono fonti della MISNA a Khartoum dove nelle ultime ore le forze dell’ordine avrebbero effettuato un numero imprecisato di arresti tra attivisti e membri dell’opposizione, denunciando una cospirazione volta a “destabilizzare il paese”. “Le persone arrestate – riferisce il Sudanese Media Centre, sito di informazione vicino ai servizi di intelligence – sono sottoposte ad interrogatorio, mentre varie misure di sicurezza sono state attivate”. Fonti dell’agenzia di stampa turca Anadul e dell’emittente saudita Al Arabiya, sostengono inoltre che tra gli arrestati figurerebbe l’ex direttore dei servizi di sicurezza (Niss) Salah Gosh, trasferito “sotto custodia” e attualmente sottoposto a interrogatorio. Testimoni citati da fonti di stampa internazionale riferiscono che intorno alla mezzanotte di ieri veicoli blindati e mezzi cingolati con a bordo numerosi militari avrebbero attraversato viale Obeid Khatim, che collega l’aeroporto internazionale ai palazzi governativi, in direzione del centro. L’informazione non ha ricevuto alcuna conferma ufficiale mentre pochissimi dettagli sono circolati sull’obiettivo del presunto complotto sventato. La vicenda si inserisce in un clima di rinnovate tensioni con il Sud Sudan, e poche ore dopo la conferma da parte dell’aviazione di Khartoum di un bombardamento aereo nella regione di Samaha, lungo il confine, in una delle aree contese con il governo di Juba. Malgrado la firma a settembre di nuovi accordi per la sicurezza, che prevedono la creazione di una zona ‘cuscinetto’ smilitarizzata, i due Sudan infatti non sono ancora riusciti a risolvere la disputa frontaliera. “Questo, in termini concreti, si traduce nello stallo della produzione petrolifera su cui pure si era raggiunto un accordo” ricordano le fonti della MISNA, sottolineando che negli ultimi giorni nuovi disaccordi relativi al sostegno di Juba alla ribellione armata sui Monti Nuba ha causato ancora un rinvio delle attività estrattive. “Questo braccio di ferro tra i due paesi sta strangolando le economie di entrambi. E a pagarne il prezzo più alto, come al solito, è la popolazione civile alle prese con una crisi senza precedenti” aggiunge l’interlocutore. In Sudan, in particolare, la mancata ripresa della produzione di greggio ha determinato una nuova svalutazione della moneta locale. Domenica scorsa al mercato nero – riferisce il Sudan Tribune – il cambio con il dollaro aveva sfiorato quota 6.3 sterline sudanesi. Un netto aumento rispetto al 5.5 raggiunto dopo la firma degli accordi di Addis Abeba del 27 settembre, sulla gestione del petrolio e la definizione dei confini. “Di conseguenza i prezzi dei generi di prima necessità, al mercato, continuano a lievitare – conclude l’interlocutore della MISNA – raggiungendo cifre impossibili per la maggior parte della popolazione”. - Misna |
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| 21/11/2012 Africa: Nel mondo un miliardo di bambini coinvolti in conflitti armati |
I conflitti in atto nel mondo fanno riflettere, nella Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia celebrata ieri, alla condizione di tutti i bambini e ragazzi coinvolti in conflitti armati. Per loro si pregherà sabato prossimo a Parigi per iniziativa dell’Ufficio internazionale cattolico dell’infanzia (Bice), durante la Messa alle ore 18 nel Convento dell’Annunciazione, cui seguirà una conferenza sul tema. Ma quanti sono i minori nel mondo a patire per l’odio, la follia, la violenza cieca degli adulti in guerra? Roberta Gisotti lo ha chiesto ad Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia: R. – Purtroppo, sono ancora moltissimi. Un recente studio afferma che i conflitti nel mondo sono 388 e che ci sono un miliardo di bambini che sono spettatori di questi conflitti in ogni parte del pianeta. E’ un dato davvero impressionante, se si pensa che gran parte di questo numero – cioè del miliardo – sono bambini sotto i cinque anni. E in questa Giornata così importante - nella quale ricorre l’anniversario della ratifica da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – siamo qui a registrare ancora come i bambini purtroppo siano vittime innocenti di conflitti in ogni parte del Pianeta. Non parlo soltanto della Siria o di Gaza, che sono aree critiche del momento, ma anche di situazioni molto gravi che si registrano nel Sudan oppure nel Mali, dove a giorni – forse – ci sarà anche un intervento armato. Ecco perché l’Unicef ha lanciato un appello a 360 gradi, in tutto il mondo, affinché cessino le violenze e soprattutto affinché i bambini non vi siano coinvolti, in alcuna maniera. D. – In quest'anno hanno preoccupato gravemente le condizioni dei bambini nel Medio Oriente, in Siria ed ora nella Striscia di Gaza, dove sono sotto il mirino delle armi. Ci sono iniziative della comunità internazionale per proteggerli? R. – Noi ci auguriamo che la comunità internazionale trovi uno sbocco a queste situazioni di conflitto e che si lavori per la pace: questo vale per Gaza come vale per la Siria, dove ci sono oltre 400 mila profughi, dove ci sono 1,2 milioni di bambini colpiti dal conflitto siriano. Poi, non possiamo dimenticare Gaza dove i bambini vivono in una situazione di terrore. Il dato che emerge, al di là purtroppo del numero dei decessi, che è orribile, sono le conseguenze psicologiche che questi bambini sono costretti a subire. La guerra, in qualsiasi forma essa sia o si manifesti, causa a bambini innocenti drammi talmente forti, a livello psicologico e morale, che bisogna intervenire. E gran parte dell’azione dell’Unicef è rivolta proprio a questo: cioè a intervenire per assistere questi bambini che sono vittime di un conflitto. Quello che sta succedendo tra Israele e Gaza naturalmente preoccupa moltissimo l’Unicef, che ha rivolto un appello a entrambe le parti affinché cessino le ostilità e affinché vengano protetti i bambini – così come chiede la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia – in qualsiasi luogo essi si trovino: perché hanno il diritto a vivere la vita come gli altri bambini del mondo occidentale, che vivono in pace. D. – Se guardassimo ai diritti dei bambini, lavoreremmo per la pace? R. – Sì, lavoreremmo per la pace perché tutti i Paesi – tranne gli Stati Uniti e la Somalia – hanno ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989, quindi è interesse di ciascuno Stato proteggere i propri figli ed i propri bambini. Spesso prevalgono interessi nazionali, spesso prevalgono odii che vengono da molto lontano. Ma questo "da molto lontano" non può in alcuna maniera coinvolgere i bambini, che non hanno colore, nazionalità, nulla che possa convincerci del fatto che debbano essere uccisi per le motivazioni che ho appena elencato. I bambini sono tutti uguali e vanno protetti. Ecco perché noi ci appelliamo ancora una volta a tutte le parti in conflitto sia nel Medio Oriente, sia nelle altre parti del mondo - dove sono, ripeto, 388 i conflitti - affinché nel momento in cui si lavora per la pace, si lavori per proteggere i bambini. - Radio Vaticana |
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| 21/11/2012 Kenya: Non si spara più a Garissa, ma continuano le violenze dell’esercito |
“Non si spara più, ma la tensione rimane alta perché la popolazione è irritata per come l’esercito è intervenuto. Alcune pattuglie militari sono state fatte oggetto del lancio di pietre da parte degli abitanti. Speriamo che presto la tensione si plachi” dice all’agenzia Fides mons. Paul Darmanin, vescovo di Garissa, nell’est del Kenya, al confine con la Somalia, ieri al centro di combattimenti tra l’esercito keniano e un gruppo armato responsabile di un attentato che ha provocato la morte di 3 militari. Si suppone che i responsabili dell’attentato siano legati agli Shabaab somali. “Ora si può uscire di casa, infatti in questo momento sto tornando da una parrocchia fuori Garissa dove dovevo recarmi domenica 18 novembre per amministrare le Cresime, ma poi ero stato costretto a rinunciare a causa dei combattimenti” spiega il vescovo. Secondo testimonianze riprese da agenzie internazionali, i militari keniani avrebbero sparato a casaccio contro la popolazione di Garissa, che è in gran parte somala. Il mercato della città sarebbe stato bruciato dai militari. Un portavoce dell’esercito ha però smentito che l’esercito si sia reso responsabile di questi crimini. Un ex deputato della regione ha affermato che i keniani di etnia somala sono visti con sospetto dalle forze di sicurezza e dalla popolazione non somala, perché considerati potenziali sostenitori degli Shabaab, contro i quali l’esercito keniano sta conducendo un’operazione militare nel sud della Somalia. L’approssimarsi delle elezioni presidenziali e politiche del marzo 2013 accresce il rischio di un uso politico delle tensioni sociali ed etniche. (R.P.) - Radio Vaticana |
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