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15/10/2012 Mali: Crisi del nord: pareri contrastanti su risoluzione Onu

In Mali è stata accolta con “pareri contrastanti” la risoluzione approvata venerdì dal Consiglio di sicurezza Onu, che ha stabilito un termine di 45 giorni entro il quale i paesi della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) devono precisare i piani in vista di un intervento militare nel Nord del paese. Da Bamako il presidente dell’Associazione maliana per i diritti umani (Amdh), Moktar Mariko, dice alla MISNA che i maliani sono ancora divisi tra “quelli sempre più numerosi che auspicano un intervento militare in tempi rapidi con il sostegno dei paesi vicini” e “chi non vuole sentire parlare di truppe straniere in territorio maliano”. I primi – un ampio fronte che va dal mondo politico alla società civileconsiderano che da solo l’esercito nazionale “non è in grado di sconfiggere i nemici” prosegue Mariko, e che “troppo tempo è stato già perso durante il quale la popolazione ha fin troppo sofferto”. Secondo l’attivista, quelle forze vicine alla giunta militare responsabile del colpo di Stato militare del 22 marzo, contrarie a un coinvolgimento della Cedeao “non guardano in faccia la realtà: è chiaro a tutti che dal punto di vista logistico e organizzativo i soldati maliani non sono pronti”. La risoluzione n°2071 – un testo presentato dalla Franciaapprovata dopo mesi di dibattiti dai 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza auspica, inoltre, “l’avvio di un processo negoziale credibile con i gruppi ribelli maliani e i rappresentanti legittimi del Nord, in vista di una soluzione politica precorribile nel rispetto della sovranità, l’unità e l’integrità territoriale del paese”. Su questo punto il presidente dell’Amdh si dice convinto che “il dialogo non è più possibile, con i tuareg, responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani, con gli estremisti islamici che minacciano la laicità della Repubblica del Mali”. Del resto, in gruppi con il Mujao (Movimento per l’unità e il jihad in Africa occidentale), precisa Mariko, “ci sono elementi maliani, mauritani e senegalesi, quindi è davvero complicato fare distinzioni”. A Bamako la mediazione guidata dal presidente burkinabé Blaise Compaoré viene seguita con una certa diffidenza. “Non si capisce bene perché cerchi il dialogo a tutti costi, anche con gli islamici, e stia tentando di mettere in buona luce i tuareg” prosegue Mariko, anche perché “le stesse forze di sicurezza maliane hanno raccolto gravi prove: tutte le armi che circolano a Nord del paese arrivano dal Burkina Faso”, che condivide con il Mali più di 1200 chilometri di confini. La scorsa settimana il Segretario generale Onu, Ban ki-Moon, ha nominato come suo Inviato speciale per il Sahel Romano Prodi, già impegnato sul continente dal 2008 come presidente del Gruppo Onu-Unione Africana per le missioni di peacekeeping. “E’ una decisione positiva. Lo abbiamo già visto all’opera in Africa. E’ una persona autorevole e di grande volontà che ci ispira fiducia – conclude l’interlocutore della MISNAAnche se non ha avuto esperienze concrete nella nostra regione, speriamo che il suo intervento possa sbloccare concretamente la crisi maliana”. - Misna

 
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15/10/2012 Mali: Appello al Sinodo: nel Nord gli integralisti vogliono imporre la Sharia

Mentre l’Unione Europea esprime preoccupazione e pensa ad un’eventuale missione militare in Mali, la grave crisi in corso nel Paese dell’Africa occidentale è stata al centro, oggi, delle preghiere dei Padri sinodali. Al microfono di Paolo Ondarza sentiamo mons. Jean-Baptiste Tiama, vescovo di Sikasso, presidente della Conferenza Episcopale del Mali:
R. - Nel nostro Paese viviamo una situazione davvero molto drammatica. Dal 1992 fino ad oggi abbiamo vissuto in pace ed in tranquillità, ma dal mese di gennaio 2012 stiamo assistendo ad un intervento islamista nel Nord. Ed oggi gli estremisti islamici occupano i due terzi del Paese e vogliono imporre la legge islamica. Questo è dannoso per le altre religioni e per la laicità dello Stato. L’esercito, purtroppo, non ha il potere materiale per affrontare la situazione. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutto il mondo, dunque, soprattutto dell’Onu.
D. - La Chiesa come vive tutto questo, come partecipa alle difficoltà della popolazione?
R. - Finora la Chiesa è sempre stata con la gente. Agiamo attraverso le strutture sociali: dispensario, scuole, soprattutto la Caritas che fa molto per lo sviluppo del Paese. Così facciamo evangelizzazione a quel 2,5 per cento di cristiani presenti nel Paese, cercando soprattutto di formare laici e sacerdoti. Abbiamo, infatti, un Seminario maggiore, dove formiamo i nostri sacerdoti, per poterli poi mandare come missionari nel nostro Paese. Il Nord del Mali, infatti, è composto per il 100 per cento di musulmani. Solo al Sud sono presenti i cristiani che crescono pian piano. Siamo contenti di quello che facciamo, perché ogni anno a Pasqua celebriamo battesimi. Questo vuol dire che c’è gente che accoglie il messaggio cristiano e si converte.
D. - Tutto questo è la nuova evangelizzazione in Mali?
R. - , possiamo definire così la nuova evangelizzazione in Mali. Prima c’erano i missionari che venivano da fuori, ma adesso hanno consegnato il Paese agli abitanti del Mali. Questi ultimi adesso cercano di trovare i mezzi spirituali e umani per proseguire l’evangelizzazione. - Radio Vaticana

 

 
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15/10/2012 Nigeria: Lotta per la terra dietro la strage di Kaduna

Ci sarebbe un conflitto tra allevatori di bestiame e contadini, aggravato dalle conseguenze dei mutamenti climatici, dietro il massacro di almeno 24 persone in un villaggio dello Stato di Kaduna: lo dicono alla MISNA i responsabili di Civic Rights Congress, un’ong attenta alle dinamiche sociali nel nord della Nigeria. “La strage di ierisottolinea Shehu Sani, il segretario generale di Civic Rights Congress - è il frutto di un conflitto tra i contadini di etnia hausa e i pastori della comunità fulani, costretti dall’avanzata del deserto a spostarsi più a sud in cerca di acqua e pascoli per il loro bestiame”. L’uccisione di almeno nove fedeli che avevano appena partecipato alle preghiere nella moschea del villaggio, dunque, non sarebbe in alcun modo legata a tensioni di carattere religioso. “Sia i fulani che gli hausa – dice Sanisono musulmani: l’origine di questo episodio di violenza, come accade spesso anche in altre regioni della Nigeria centrale e settentrionale, va cercata nella competizione per le risorse naturali”. Secondo gli attivisti di Civic Rights Congress, la versione ufficiale di una rappresaglia da parte di un gruppo di ”banditi” non coglie la reale dimensione del problema. “Negli ultimi annisottolinea Saniil deserto si è spostato al di qua del confine con il Niger, mettendo in grave difficoltà migliaia di allevatori e accrescendo le occasioni di conflitto con i contadini dei villaggi”. Dinamiche replicabili in altre zone della Nigeria, dove da sempre le comunità cristiane e musulmane vivono a stretto contatto.  ”E’ il casosottolinea Sani - dello Stato di Plateau e della regione di Jos: nei conflitti tra gli allevatori fulani e i contadini berom, per lo più cristiani, si finisce spesso per attribuire alla motivazione religiosa un peso che non ha”. - Misna

 
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15/10/2012 R. D. Congo: Il Vertice della Francofonia: una svolta nei rapporti Francia - Africa?

L’Africa è il futuro della Francofonia e la vecchia “Françafrique” è superata. Sono queste le considerazioni emerse sulla stampa congolese e internazionale all’indomani della chiusura del 14esimo Vertice della Francofonia che si è tenuto a Kinshasa dal 12 al 14 ottobre. L’Organizzazione della Francofonia (OIF) riunisce i Paesi di lingua francese (con l’importante eccezione dell’Algeria) e diversi Stati associati dei 5 continenti. La cosiddetta “Françafrique” rappresenta invece quel sistema di interessi, spesso non molto chiari, che lega Parigi alle sue ex colonie, che permette alla Francia di esercitare una forte influenza sui Paesi africani francofoni (anche quelli, come la Repubblica Democratica del Congo, che non erano stati colonizzati dalla Francia). “Joseph Kabila firma l’atto di decesso della Françafrique” titola oggi il quotidiano congolese “Le Potentiel” che pone l’accento sullo scontro tra il Presidente congolese Kabila e quello francese François Hollande, il quale facendo scalo a Dakar, in Senegal, aveva affermato “che il tempo della Françafrique è tramontato”. Prima di recarsi a Kinshasa, il Capo dello Stato francese aveva definito la situazione nella RDC “del tutto inaccettabile sul piano dei diritti, della democrazia e del riconoscimento dell’opposizione”. “La RDC non è assolutamente complessata per il livello di democrazia, di libertà, della situazione dei diritti dell’uomo” ha risposto ieri il Presidente Kabila. Anche sul piano formale l’accoglienza riservata al Presidente francese segna, secondo Le Potentiel, una svolta. Il Capo dello Stato francese è stato infatti accolto all’aeroporto di Kinshasa dal Primo Ministro (la quarta autorità dello Stato) e non dal suo omologo. Il Vertice è però venuto incontro alla richiesta della RDC di lanciare un appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per imporre sanzioni mirate contro i gruppi che operano nell’est del Congo (ma il Rwanda ha emesso delle riserve su questo punto). Altri punti in discussione sono stati le crisi in Mali, Madagascar e in Guinea Bissau. La Francofonia, nato all’inizio almeno ufficialmente con scopi culturali e educativi, sembra quindi voler assumere una dimensione più politica, ponendo forse le basi per un rapporto diverso tra la Francia e l’Africa. Secondo Le Figaro, attualmente nel mondo vi sono 220 milioni di francofoni. Nel 2050 diverranno 750 milioni, dei quali 85% si troveranno in Africa. (L.M.) - Ag. Fides

 
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15/10/2012 Sudafrica: Dlamini-Zuma è la prima leader donna dell'Unione africana

La politica sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma è la prima leader donna della Commissione dell'Unione africana (Ua). In una cerimonia alla sede centrale dell'organizzazione ad Addis Abeba, in Etiopia, il predecessore Jean Ping le ha consegnato ufficialmente la carica, che il gabonese ricopriva dal 2008. Il primo ministro etiope Hailemariam Dessalegn, presente all'evento, ha augurato successo alla nuova leader, ma allo stesso tempo l'ha messa in guardia per la difficoltà della posizione. Dlamini-Zuma è stata ministro della Salute sotto la presidenza di Nelson Mandela ed è stata a capo di Interni ed Esteri. Da presidente della Commissione dell'Ua, dovrà gestire i processi di pace e sicurezza oltre agli affari politici ed economici del continente africano. - LaPresse/AP

 
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15/10/2012 Sudan: Sudan-Sud Sudan: i focolai di guerra ancora accesi tra i due paesi

 Dopo una recente visita di una delegazione diplomatica russa in Sudan, è stata immediatamente smentita da Khartoum la notizia diffusa dall’agenzia di stampa russa Novosti secondo la quale, il presidente sudanese Omar Al-Bashir avrebbe accettato di dividere la regione di Abyei tra le due popolazioni locali, i Misseriya e i Dinka Ngok. Infatti, dopo la tavola rotonda di Addis Abeba del 28 settembre scorso, durante la quale Sudan e Sud Sudan erano riusciti a raggiungere una serie di accordi politici ed economici, le voci di corridoio sul nodo più ostico – e non ancora risoltodi Abyei non si sono fatte attendere. A smorzare tempestivamente quest’indiscrezione, un coro bipartisan composto dai due stati contendenti e da Al-Kair Alfahim, presidente dell’AJOC (Abyei Joint Overseeing Commision), ha ribadito la falsità dell’informazione asserendo che, “sebbene ulteriori incontri diplomatici siano imminenti, parlare di una spartizione di Abyei è ancora prematuro”. La proposta di dividere la regione di Abyei in base all’etnia della popolazione residente non è tuttavia nuova nel repertorio d’idee vagliate per risolvere questo contenzioso internazionale; nel 2010, l’Unione Africana assieme a una delegazione statunitense rappresentata dall’allora ambasciatore nord americano in Kenya, J. Scott Gration, si erano già lanciati in un assolo diplomatico senza seguito che prevedeva di suddividere l’area in due zone nel caso Juba non avesse concesso il diritto di voto anche all’etnia nomade dei Misseriya.
Quando la politica subordina la democrazia - “La reticenza del Sudan e del Sud Sudan a derimere il conflitto è un modo per temporeggiare sfruttato da entrambi i paesi per ingraziarsi i favori, e quindi i voti, dei Misseriya o dei Dinka Ngok. Una partita aperta chesecondo James Orongo, membro del partito politico SPLM in Jubaterminerà a ogni modo con una guerra perché l’uno, l’altro paese rinuncerà all’area più ricca di petrolio; l’una, l’altra etnia lascerà questo ricco vaso di pandora colmo d’acqua, aree pastorali e legname senza farsi coinvolgere in una guerra”. In una recente intervista del Ministro degli Affari Esteri sudanese Al-Obeid Ahmed Marawah concessa al Sudan Tribune, lo stesso timore di una guerra tribale è stato chiaramente espresso nel caso avesse luogo un referendum popolare. Secondo il ministro infatti, “solo un accordo politico potrà risolvere la situazione. Un referendum democratico, qualunque sia il risultato, porterebbe profondo scontento a una delle due fazioni”. Nel frattempo, il valzer diplomatico ormai in voga dalla firma del CPA del 2005 (Comprehensive Peace Agreement), risuona ancora nelle sale dove rappresentanti politici e ambasciatori cercano di convenire sulle possibili alternative per districare l’impasse di Abyei. (…)
I dissapori politici, i focolai di guerra e la fine della stagione delle piogge -  La forza politica del governo sud sudanese, nonostante gli evidenti passi in avanti applauditi dell’opinione pubblica internazionale dopo la firma degli accordi di Addis Abeba, sembra esser lentamente messa in discussione dagli intrighi di palazzo e dalle diatribe delle tribù che si contenderanno le elezioni presidenziali del 2014. “Vere e proprie coalizioni tribali si stanno formando e disfacendo per accaparrarsi la presidenza della repubblica, creando cosi un immobilismo politico a livello centrale. Inoltre, il governo sta adottando delle misure economiche, presenti negli accordi di Addis Abeba, che penalizeranno i nostri cittadini”. Ammonisce James Orongo, membro del SPLM in Juba. La preoccupazione della middle class sud sudanese per il futuro del paese è una realtà che si sta diffondendo rapidamente soprattutto per quanto riguarda l’economia, la stabilita politica e la sicurezza: e non solo quella della ormai celebre – in quanto riccaAbyei. (…)
Se da un lato la stagione delle piogge è stata un gravoso impedimento nella gestione degli aiuti umanitari riservati ai richiedenti asilo politico e alle comunità locali, dall’altro, sta posticipando se pur ancora per poco, i conflitti tra i rifugiati e le comunità autoctone. Quest’ultime, si sono viste infatti devastare le foreste, ridotte oggi a distese di mozziconi d’alberi, invadere i prati riservati a pascolo da migliaia di capi di bestiame appartenenti ai nuovi arrivati e a condividere pozzi d’acqua, sin’allora sfruttati da circa 45-50 mila persone solamente. Un cocktail esplosivo che potrebbe scatenare la rabbia fin’ora repressa delle comunità locali. (…)  * Giosué Vandersel - Atlasweb

 

 
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15/10/2012 Tunisia: Accordo su legislative, proteste a Tunisi

La decisione dei partiti della maggioranza di indire, per il prossimo 23 giugno, le elezioni legislative e, insieme, quella a suffragio diretto del presidente della repubblica sta provocando vivaci proteste in Tunisia. Questa mattina alcune centinaia di persone si sono date appuntamento al Bardo, davanti alla sede dell'Assemblea costituente, gridando la loro rabbia contro la decisione presa dalla 'trojkà (Ennahdha, Ettakatol e Congresso per la Repubblica) e che è etichettata come un tradimento dei valori della "rivoluzione" che ha provocato la caduta di Ben Ali. L'accordo tra i tre partiti riguarda anche il futuro regime in cui al presidente vengono riservati poteri più ampi rispetto a quelli, meramente rappresentativi, che gli spettano oggi. - Swissinfo

 
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14/10/2012 Africa: Internazionale. Il traffico di armi leggere supera 8,5 miliardi di dollari l’anno

 “Il valore annuo dei trasferimenti legali di armi leggere e di piccolo calibro, compresi accessori, ricambi e munizioni supera gli 8,5 miliardi di dollari”, oltre il doppio rispetto al 2006. E’ quanto emerge dal rapporto Small Arms Survey 2012. Se si sommano i traffici illeciti - precisa Eric Berman, direttore generale della ricerca - i profitti varcano la soglia fatidica “dei 10 miliardi di dollari l’anno”. Nonostante i bilanci occidentali della difesa siano sempre più ridottisottolinea Avvenire - le prospettive per gli armamenti leggeri non sono affatto negative. Nel 2009, gli Stati Uniti hanno primeggiato fra gli esportatori, con 706 milioni di dollari, seguiti dall’Italia (507 milioni) e dalla Germania (452 milioni). Sempre gli Usa, il Regno Unito e l’Arabia Saudita figurano tra i principali importatori. I dati doganali parlano chiaro: ogni anno si aggiungono al triste computo 530-580mila nuove armi da fuoco, prodotte da un migliaio di aziende in un centinaio di paesi. Il fucile d’assalto belga Fal è fabbricato fra gli altri in Argentina, Australia, Brasile e India e adoperato da almeno 65 eserciti. Il Kalashnikov è stato prodotto in 100 milioni di esemplari e sul mercato nero africano si trova per 30 dollari. Secondo l’Ong Oxfam, i 26 paesi sotto embargo internazionale o regionale sono riusciti a importare armi per 2,2 miliardi di dollari dal 2000 ad oggi. Molte partite di armi che giungono nel continente africano sono smerciate in piccoli lotti a compratori per lo più ignoti. (A.L.) - Radio Vaticana

 
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14/10/2012 Africa: Presidente francese a dakar, primi passi sul continente

Non solo una “riparazione morale” per il passato ma piuttosto “un futuro di sviluppo condiviso da definire insieme”. Sono le prime parole pronunciate dal presidente francese Fançois Hollande durante la tappa senegalese del suo viaggio africano che domani lo porterà a Kinshasa per il XIV Vertice dei capi di Stato e di governo dei paesi francofoni. In conferenza stampa col suo omologo senegalese Macky Sall, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato di essere venuto in Senegal per “portare un messaggio di fiducia nel paese e nella sua democrazia, con le sue transizioni andate a buon fine che rappresentano un esempio”. Il presidente francese interverrà davanti al parlamento di Dakar e si recherà anche sull’isola di Gorée, punto di partenza della tratta transatlantica degli schiavi. Il capo di Stato francese ha poi ribadito la sua “fiducia nelle relazioni che possiamo avere con l’Africa, senza che ci siano dubbi sulle nostre intenzioni”, proclamando la “fine della Franciafrica” da sostituire con  “un partenariato basato su relazioni rispettose, trasparenti e improntate alla solidarietà”. In merito alle prospettive future ha essenzialmente fatto riferimento alle opportunità “economiche, in termini di investimenti, produzione e crescita” che offre un “grande continente emergente” quale l’Africa. La visita di Hollande, che ha poca esperienza politica diretta sul continente, era molto attesa da giornalisti, difensori dei diritti umani e analisti, non solo da quelli africani. La sua elezione, lo scorso 6 maggio, era stata  accolta dalla maggioranza degli africani con sollievo ma anche con un cauto ottimismo: a 50 anni dalle indipendenze, Parigi continua a mantenere con le sue ex colonie relazioni bilaterali ambigue e sbilanciate a suo favore, definite con il termine di ‘Françafrique’ (‘Franciafrica’). Alla vigilia del suo arrivo, dichiarazioni dai toni polemici hanno creato non poca animosità tra Parigi e Kinshasa. In merito Hollande ha precisato di “voler parlare con chiarezza della sua volontà che la democrazia e i diritti umani vengano rispettati ovunque, nell’interesse dell’Africa”. La riconferma al potere del presidente Joseph Kabila nel novembre 2011, in carica dal 2011, è arrivata con un voto caratterizzato da brogli su vasta scala denunciati anche dalla comunità internazionale.
Le critiche di Hollande in merito alla situazione attuale in Repubblica democratica del Congo, valutata come “del tutto inaccettabile dal punto di vista dei diritti umani, della democrazia e del riconoscimento dell’opposizione”, non sono bastate a allontanare ogni dubbio sulle vere motivazioni della sua partecipazione al vertice dell’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif), il primo mai organizzato in un paese dell’Africa centrale che nel fine settimana dovrebbe coinvolgere 27 capi di Stato e primi ministri. “Dietro la motivazione della promozione della lingua francese e dei valori repubblicani, il vertice sarà in realtà un’occasione per la Francia di riaffermare la sua dominazione economica, politica e militare nei confronti dei propri partner africani” denuncia l’associazione francese ‘Survie’, impegnata nella lotta alla Franciafrica e nella difesa delle popolazioni locali. Tra i temi caldi dell’attualità africana sui quali Parigi è in prima linea c’è la prospettiva di un intervento militare in Mali, sul quale la Francia sta premendo in sede Onu. “Vengono denunciate le violazioni dei diritti umani nel Nord del Mali ma stranamente vengono taciute quelle altrettanto inaccettabili commesse in un paese come il Ciad che Parigi sta cercando di coinvolgere militarmente in Mali” sottolinea la stessa fonte. Negli ultimi mesi Hollande ha già avuto diversi incontri con Mahamadou Issoufou, presidente del Niger, paese in cui la multinazionale francese Areva porta avanti progetti miliardari nel settore dell’uranio ma anche con quelli del Gabon, del Ciad e del Burkina Faso. Il 5 ottobre è stato celebrato il 40° anniversario del franco Cfa, un sistema monetario ancorato all’euro considerato dai suoi detrattori come una pesante eredità post coloniale, uno strumento di dominazione tra le mani di Parigi. - Misna

 
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14/10/2012 Botswana: Incostituzionale la legge che vieta l’eredità alle donne

L’inizio della fine di una discriminazione inaccettabile: è stata definita anche così la sentenza con la quale, oggi, l’Alta corte di Gaborone ha dichiarato incostituzionale una legge consuetudinaria che priva le donne del diritto all’eredità. L’Alta corte era chiamata a esprimersi su un contenzioso che contrapponeva tre sorelle sessantenni a un loro nipote. Secondo i giudici, una legge consuetudinaria che riconosce il diritto di ereditare la casa dei genitori al primo maschio ma non alle sue sorelle maggiori viola la parità di genere sancita nella Costituzione. “È giunto il momento di contribuire alla nascita di un mondo nuovo” ha detto il giudice Key Dingake dopo la lettura della sentenza. I primi commenti rilasciati da esponenti della società civile sono stati molto positivi. “È stato stabilito – ha detto Priti Patel, vice-direttore del Centro dell’Africa australe per la soluzione delle controversie (Salc) – che le tradizioni non possono giustificare discriminazioni”. In Botswana, nel vicino Sudafrica e in tanti altri paesi dell’area sub-sahariana, le leggi consuetudinarie sono uno strumento giuridico riconosciuto dalla Costituzione; non di rado, però, queste norme entrano in conflitto con principi sanciti dalla Carta fondamentale. - Misna

 
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