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17/11/2012 R. D. Congo: Nord-Kivu: intensi scontri a nord di Goma, la paura dei civili

 

Dopo tre mesi circa di tregua informale, intensi scontri sono in corso da ieri nei pressi di Kibumba, 30 chilometri a nord di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, tra forze armate regolari (Fardc) e ribelli del Movimento del 23 marzo (M23). La conferma arriva dall’emittente locale ‘Radio Okapi’ ma sia sui bilanci delle vittime che sulla dinamica delle violenze sono in circolazione versioni contrastanti. Stamani il governatore dell’instabile provincia del Nord-Kivu (est), Julien Paluku, ha annunciato che 113 ribelli sono rimasti uccisi e pochi soldati feriti. Poche ore prima, da Kinshasa, il portavoce dell’esecutivo Lambert Mende ha confermato la morte di 51 miliziani. “I corpi senza vita che sono stati recuperati avevano tutti divise dell’esercito ruandese” ha precisato la fonte governativa, aggiungendo che un leader del M23, senza precisarne l’identità, ha perso la vita e che ingenti quantità di armi sono state sequestrate. Da Goma, il luogotenente colonnello Olivier Hamuli ha invece deplorato l’uccisione di un comandante delle Fardc. In comunicati diffusi dall’esercito regolare e dalla ribellione, le due parti rivali si accusano a vicenda per la ripresa degli scontri. “Non siamo stati noi ad attaccare. E’ un pretesto. Da due settimane sapevamo che si stavano rafforzando – ha dichiarato HamuliSiamo stati attaccati e ora stiamo solo recuperando le nostre posizioni”. Il portavoce dell’esercito a Goma ha poi precisato che “il piccolo gruppo ha lanciato l’offensiva dal Rwanda”, ma senza specificare se si sia trattato di soldati di Kigali o di ribelli con la divisa ruandese. Dalla nascita della nuova ribellione del M23, sette mesi fa, diversi rapporti dell’Onu hanno evidenziato la responsabilità diretta del Rwanda e dell’Uganda, paesi confinanti con l’Est congolese, che fornirebbero sostegno politico, militare e logistico al M23. Da canto loro i miliziani hanno avvertito che “siamo obbligati a difenderci dopo che siamo stati aggrediti e che la tregua è stata interrotta” ha detto il loro portavoce Vianney Kazarama.
 Sul terreno la situazione militare rimane confusa ed incerta. L’esercito sostiene che gli scontri sono terminati mentre un’operazione di rastrellamento sarebbe in corso nella zona di Kibumba e Rubari, confinante con il Rwanda, in cerca di ribelli. L’M23 denuncia invece “bombardamenti” in atto, blindati in azione sul terreno e l’apertura di tre nuovi fronti di combattimenti da parte delle Fardc. Per ora sembra però esclusa ogni minaccia diretta al capoluogo di Goma, attorno al quale da mesi sono stati allestiti campi che hanno accolto migliaia di sfollati. “La gente vive nella paura quotidiana e nell’incertezza per quanto potrebbe succedere” ha detto Omar Kavota, portavoce delle ong della società civile del Nord-Kivu. Il riaccendersi delle violenze giunge mentre a New York è riunito il Comitato delle sanzioni dell’Onu che sta valutando misure individuali ai danni di responsabili ruandesi e ugandesi. Tra questi ci potrebbero essere il ministro della Difesa di Kigali, James Kabarebe, e il capo di stato maggiore dell’esercito ruandese Charles Kanyonga. Martedì Washington ha iscritto il capo del M23, Sultani Makenga, sulla lista nera delle persone coinvolte, fisicamente o moralmente, nel conflitto nell’Est del Congo. La decisione è stata annunciata poco dopo che l’Onu aveva disposto nei confronti dell’uomoaccusato di omicidi, stupri e vessazioniun’interdizione a viaggiare e il congelamento dei beni. Solo 24 ore fa il governo di Kampala ha deciso, senza preavviso, di chiudere il confine di Bunagana, principale posto di frontiera con il Congo, fino a nuovo ordine. - Misna

 
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17/11/2012 R. D. Congo: Il conflitto nel Masisi: la denuncia del Jesuit Refugee Service

Nel corso degli ultimi 6 mesi le forze della MONUSCO (Missione ONU in Congo) hanno sostenuto l’esercito congolese contro il Movimento del 23 marzo (M23) nel distretto di Rutshuru, nel nord Kivu (est della Repubblica Democratica del Congo). Ma cosi facendo - denuncia una nota inviata all’Agenzia Fides dal Jesuit Refugee Service (JRS) - esercito e MONUSCO hanno lasciato diverse zone del vicino distretto di Masisi senza protezione, concedendo una totale libertà di movimento ai gruppi ribelli, alcuni dei quali sono ufficialmente alleati dell’M23”. In questi ultimi 6 mesi più di 320.000 persone sono state costrette a sfollare a forza nel nord Kivu. “Benché la maggior parte degli sfollati sono la conseguenza del conflitto tra il governo e l’M23 nel distretto di Rutshuru, molte altre sono state costrette alla fuga a causa delle violenza in quello di Masisi” afferma la nota. “Questo fatto - afferma un membro del JRS che opera a Masisi - ha provocato un’ingiustificabile mancanza di protezione per la popolazione del distretto di Masisi. Se è naturalmente necessario che siano protetti i civili attaccati dall’M23, questo non deve avvenire a scapito di vite innocenti, soprattutto donne e bambini, di altre aree della regione. La popolazione si sente abbandonata dalla MONUSCO che ha mancato di rispettare il suo compito”. IL JRS sottolinea infine che le sue squadre sul campo hanno testimonianza diretta delle conseguenze degli scontri nella regione. “Oltre alle vittime, le violenza lasciano le persone più vulnerabili, donne, bambini, anziani, malati e portatori di handicap, senza assistenza da parte delle organizzazioni umanitarie dagli altri membri delle loro comunità”. (L.M.) - Ag. Fides

 
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17/11/2012 Sierra Leone: Domani le elezioni generali, cruciali per democrazia e sviluppo

 

Sono poco meno di due milioni e 700.000 i cittadini sierraleonensi che si recheranno alle urne sabato 17 novembre per eleggere il futuro presidente tra nove candidati, rinnovare 124 membri del parlamento nazionale e le autorità locali. E’ il terzo appuntamento elettorale dopo la fine nel 2002 di una guerra civile lunga ben undici anni, anche se numerosi commentatori internazionali e nazionali abbiano sottolineato come i risultati ottenuti in termine di benessere per la popolazione in dieci anni di democrazia siano molto lontani dal poter essere definiti positivi con il paese che occupa ancora il 180° posto su 187 nell’indice per lo sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite. Tra i nove candidati alla massima carica dello Stato, i due principali contendenti sono l’attuale presidente Ernest Bai Koroma in corsa per ottenere il suo secondo ed ultimo mandato che si presenta per l’All People’s Congress (Apc) e il leader del Sierra Leone People’s Party (Slpp), l’ex generale Julius Maada Bio che aveva già guidato il paese come capo di una giunta militare tra gennaio e marzo 1996. Le principali sfide che dovrà affrontare il futuro capo dello Stato saranno soprattutto la necessità di indirizzare gli investimenti stranieri che la Sierra Leone è riuscita ad attrarre negli ultimi anni, in particolare nel settore minerario, a favore dello sviluppo delle infrastrutture nazionali riducendo il il livello di povertà tra la popolazione (pari al 66% secondo i più recenti dati della Banca mondiale) e il tasso di disoccupazione, che raggiunge una percentuale del 70% tra i giovani con meno di 24 anni di età. Proprio i giovani rappresentano la parte maggioritaria dell’elettorato, contando per poco meno della metà degli aventi diritto, e nel corso della campagna elettorale sono state proprio le misure a loro favore a dominare il dibattito.
Tuttavia, la dimensione sostanzialmente etnica dei principali partiti, l’incapacità di tradurre la crescita dell’economia che quest’anno ha segnato un aumento del 21,3% in misure a favore della popolazione e la forte corruzione negli apparati statali rischiano di accendere violente tensioni, per evitare le quali durante le operazioni di voto saranno schierati in tutto il paese più di 15.000 agenti delle forze di sicurezza. Secondo gli analisti Bio, che ha promesso di ridurre le imposte sui prodotti alimentari e passare in rassegna tutti i contratti siglati dall’attuale governo nel settore minerario, sarà votato soprattutto dai giovani. Al contrario, Koroma mantiene il proprio bacino elettorale soprattutto tra le comunità temne e limba del nord del paese, che rappresentano la maggior parte della popolazione. Se sabato nessuno dei candidati alle presidenziali dovesse ottenere più del 50% delle preferenze, è previsto lo svolgimento del ballottaggio tra i due più votati l’8 dicembre.* Michele Vollaro - Atlasweb

 
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17/11/2012 Sierra Leone: Al voto per costruire il futuro, con il fiato sospeso

 

“I cortei bloccheranno la città anche questa sera” dice alla MISNA padre Vincenzo Munari, un missionario saveriano che vive a Freetown. Comizi, concerti e manifestazioni di partito si sono susseguiti senza sosta in Sierra Leone, un paese che dieci anni dopo la fine della guerra civile sogna elezioni democratiche e pacifiche. L’appuntamento con le urne per i circa due milioni e 600.000 aventi diritto è per domani. Dovranno scegliere tra otto candidati alla presidenza e dieci partiti in lizza per il rinnovo del parlamento. Nei seggi ci saranno 9000 osservatori locali, coadiuvati da colleghi inviati dall’Unione Africana, dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, dall’Unione Europea, dall’Organizzazione dei paesi del Commonwealth e dal Centro Carter. Più di loro, però, conterà lo spirito della Sierra Leone. “La campagna elettoralesottolinea padre Munariè stata vivace ma corretta; la speranza, adesso, è che i risultati delle elezioni siano rispettati da tutti”. La partita vera è tra il presidente Ernest Bai Koroma, candidato dell’All People’s Congress (Apc), e Julius Maada Bio, ex capo di Stato che rappresenta il Sierra Leone People’s Party (Slpp). Se domani nessuno dei due dovesse ottenere il 55% dei voti sarà necessario un ballottaggio, come avvenne nel 2007. Secondo padre Munari, “Koroma ha cercato di lottare come ha potuto contro la corruzione e ha promosso lo sviluppo delle infrastrutture”. A Freetown ci sono palazzi nuovi di zecca e strade asfaltate mentre a Makeni, la principale città del nord, è arrivata la corrente elettrica. Negli ultimi cinque anni, inoltre, ha preso slancio l’industria estrattiva. Non solo diamanti, i “blood diamonds” che tra il 1991 e il 2002 alimentarono la guerra civile, ma anche l’oro e la polvere di ferro che ogni giorno raggiunge la baia di Freetown e prende la via dell’Asia.
Secondo Bio e i suoi sostenitori, Koroma non ha fatto abbastanza contro la corruzione e ha accordato concessioni minerarie vantaggiose più per le multinazionali straniere che per la Sierra Leone. Accuse da verificare, ma che senz’altro hanno contribuito a rendere incandescente il clima della campagna elettorale. “Il confronto tra i due partiti storici della Sierra Leone – dice alla MISNA Elijah Gegra, direttore a Freetown dell’emittente Radio Cultura – è così aspro che ogni volta la gente ha paura possa finire male”.
Ad accrescere le tensioni contribuisce il fatto che, come altre volte in passato, la politica riflette divisioni di carattere etnico e regionale. Koroma è originario di Makeni e potrebbe avere difficoltà a conquistare consensi nelle regioni del sud dove il sostegno per Bio è più forte. Di sicuro, come nei giorni scorsi hanno sottolineato diverse fonti della MISNA, la partita decisiva si giocherà a Freetown. Domani, e nei giorni seguenti. La Commissione elettorale ha annunciato che i risultati delle elezioni presidenziali saranno resi noti entro il 26 novembre, comunque non subito. “Il compito di tenere il paese unito – si legge in un editoriale del portale di informazione Politico Sierra Leone – dovrà essere affrontato subito dopo le elezioni; le 48 ore successive saranno decisive per capire come la gente reagirà alle prime indicazioni sull’esito del voto”. Al voto, dunque, con il fiato sospeso. Durante la guerra civile furono uccise almeno 50.000 persone. Stando a dati ufficiali, almeno sette giovani su dieci non hanno un lavoro o sono sottoccupati. Secondo l’Indice dello sviluppo umano dell’Onu, il 63% della popolazione vive con meno dell’equivalente di un euro al giorno. Auguri, Sierra Leone. - Misna

 
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17/11/2012 Sudafrica: Tra i vigneti di De Doorns, dove monta la protesta

 

 “Lo sciopero unisce i lavoratori sudafricani agli immigrati arrivati dallo Zimbabwe, dal Mozambico o dal Lesotho” dice alla MISNA Sergio Carciotto. È uno che i braccianti li conosce: da anni coordina i progetti dei missionari scalabrianiani a De Doorns, la valle del vino più pregiato d’Africa, epicentro della protesta. In questa cittadina di 20.000 abitanti nel cuore della regione del Capo, gli scalabriniani sono arrivati nel 2009 anche grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana. Erano trascorsi pochi mesi dalle violenze dei poveri contro gli altri poveri, i migranti dello Zimbabwe che “rubavano” il lavoro a giornata nei campi. I missionari hanno provato a ricostruire la rete di rapporti sulla quale da decenni si regge l’economia di una valle conosciuta in tutto il mondo. A giudicare dalla cronaca dell’ultima settimana, però, insieme con gli scalabriniani all’“integrazione” dei migranti hanno lavorato le logiche del profitto e delle divisioni di classe. Il primo focolaio della protesta, ricorda oggi il quotidiano Mail & Guardian, si è acceso il 27 agosto nell’azienda vinicola di Keurboschkloof. A pochi chilometri dalla township che circonda De Doorns, tra le colline tinte di verde e di rosso, 300 braccianti hanno detto “no” al taglio del salario giornaliero deciso dal nuovo proprietario. Da allora la protesta si è estesa a macchia d’olio, in modo spontaneo, raggiungendo almeno 16 zone differenti della provincia del Capo occidentale. Patrick Craven, portavoce nazionale della Confederazione dei sindacati del Sudafrica (Cosatu), dice alla MISNA che “il problema fondamentale è la sproporzione tra i profitti dei proprietari e le paghe da fame dei braccianti”. Chi protesta chiede che il minimo salariale di 69 rand al giorno, meno di sette euro, sia portato ad almeno 150, circa 15 euro. I proprietari, quasi sempre bianchi, denunciano intimidazioni e minacciano licenziamenti. Secondo Craven, “è una situazione estremamente difficile anche perché solo il 5% dei 690.000 lavoratori agricoli del Sudafrica è sindacalizzata”. Da sole, sembra di capire, le barricate di pneumatici in fiamme erette sulle strade del Capo non convinceranno le aziende; al contrario, sarebbero l’ingrediente perfetto per un nuovo ciclo di repressione e violenze. “I braccianti – racconta Carciotto – dormono in casupole dove non c’è né luce né acqua né nulla, alla mercè dei datori di lavoro che possono cacciarli dalla loro tenuta da un momento all’altro”. La rabbia ha spinto i lavoratori a unirsi perché, sotto al sole, i sudafricani non sono trattati molto meglio di chi è arrivato dal Mozambico, dallo Zimbabwe o dal Lesotho.
Per accorgersi dei braccianti ci sono volute settimane, forse anche perché i titoli sui giornali erano tutti per gli scioperi nelle miniere del Sudafrica nord-orientale, da sempre il cuore dell’industria nazionale. L’estendersi della protesta, i blocchi stradali, i disordini e gli arresti, però, hanno cambiato le cose. Alla fine ha aperto gli occhi la politica, anche se spesso l’analisi dei problemi finisce in secondo piano rispetto alla propaganda. È rivelatore lo scontro tra gli amministratori del Capo occidentale, una provincia governata dal partito di opposizione Democratic Alliance, e il Cosatu, componente essenziale del governo dell’African National Congress. Le polemiche si sono scatenate quando Tony Ehrenreich, il segretario provinciale del Cosatu, ha detto che “a De Doorns vedremo un’altra Marikana”. Un riferimento all’uccisione di 34 minatori da parte della polizia il 17 agosto scorso, la strage più grave dalla fine del regime di apartheid. Ora, però, preoccupa il futuro. La polizia ha annunciato l’arresto di 40 braccianti coinvolti in episodi di violenza che si sono verificati a Swellendam, una cittadina circa 200 chilometri a sud-est di De Doorns. Secondo Craven, scioperi e atti di intimidazione nei confronti dei lavoratori che non aderiscono all’agitazione sono stati segnalati anche più lontano, nella provincia del Nord-ovest. Alla domanda se i braccianti contestino anche la sua Confederazione, forza di governo ormai da 18 anni, il portavoce risponde così: “Il problema non è questo”. - Misna

 
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17/11/2012 Tunisia: Rivoluzione e recessione, aumenta la disoccupazione tra le donne

 

Rivoluzione e recessione economica globale sono state una combinazione esplosiva per la Tunisia, che in questo momento registra tassi di disoccupazione altissimi che colpiscono prevalentemente le donne. Infatti se il 75% degli uomini riesce ancora a trovare un impiego, il 75% delle donne è disoccupato. Le ragioni sono di natura sociale, politica e culturalespiega Lylia Ben Hamida, program manager presso l’Associazione tunisina per la stabilità socialeperché anche se la Tunisia ha una storia laica rispetto agli altri stati musulmani, la donna deve comunque combattere per l’affermazione dei propri diritti. In questo momento storico poi si aggiunge l’aggravante economica, per cui, a fronte di entrate ridotte, una famiglia preferisce far studiare il figlio maschio piuttosto che la donna, conclude Ben Hamida. Da questa situazione che rischia di tagliare fuori la gran parte delle donne del paese dal mondo del lavoro nasce “WES”, un programma di finanziamento di corsi di formazione per oltre mille donne. Il progetto durerà 18 mesi e punta a istruire le tunisine in campo tecnologico, informatico, nell’e-commerce, per contribuire alla creazione di una nuova classe imprenditoriale tutta femminile. WES, presentato ieri dall’Istituto per la Formazione Internazionale, sarà finanziato da istituzioni pubbliche come il Middle East Partnership e il Dipartimento di Stato americano, e private come Linkedin, eBay, Microsoft e Craig Newmark. * Serena Grassia - Atlasweb

 
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15/11/2012 Burkina Faso: L'impegno dei vescovi per il dialogo tra cristiani e musulmani

I vescovi del Burkina Faso sono soddisfatti degli sforzi compiuti nelle diocesi del Paese per la promozione del dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani. E’ quanto è emerso dalla prima sessione annuale della Commissione episcopale per il dialogo islamo-cristiano svoltosi nei giorni scorsi a Thangin. Alla sessione, presieduta da mons. Joachim Ouédraogo, vescovo Koudougou e presidente dell’organismo, hanno partecipato delegati delle varie sotto-commissioni diocesane per il dialogo islamo-cristiano che hanno fatto il punto sulla situazione dei rapporti tra le due principali comunità religiose del Paese. Ne è emerso un quadro piuttosto incoraggiante rispetto a realtà come quella del vicino Mali e di altre nazioni africane dove si assiste invece a un’accresciuta conflittualità religiosa legata al fondamentalismo. Tra i segni visibili dei progressi di questo dialogo sono state segnalate in particolare le visite reciproche di cortesia tra musulmani e cristiani in occasione delle feste religiose delle rispettive comunità o in altre occasioni speciali come battesimi, funerali e matrimoni. Giudizio positivo anche sulle sessioni di formazione al dialogo interreligioso organizzate da diverse commissioni diocesane. Alla chiusura dei lavori mons. Ouédraogo ha esortato i partecipanti a rispettare i valori di altre religioni per costruire una società che onori l’uomo e Dio e per camminare insieme nella giustizia, nella pace e nell’amore. In Burkina Faso la comunità musulmana rappresenta circa la metà della popolazione, mentre i cristiani sono il 40%, di cui il 10% cattolici. Il cattolicesimo vi è giunto nel XIX secolo durante la dominazione francese e la prima chiesa fu costruita nel 1900 a Koupéla. Oggi la Chiesa locale è composta da 13 diocesi, più le tre arcidiocesi di Ouagadougou, Bobo-Dioulasso e Koupéla. (L.Z.) - Radio Vaticana

 
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15/11/2012 Egitto: Patriarca Tawadros II: rappresentanti copti potrebbero ritirarsi dalla Costituente

Il nuovo Papa copto ortodosso Tawadros II si augura che la nuova Costituzione in via di stesura conservi senza modifiche l'articolo 2 del precedente testo costituzionale - che riconosceva i principi della Sharia come fondamento preminente della legislazione - e chiederà il ritiro dei rappresentanti copti dall'Assemblea costituente se persisteranno i tentativi di forzare in senso islamista la nuova Carta costituzionale del Grande Paese nordafricano. Il Patriarca, che verrà intronizzato domenica prossima, 18 novembre, ha esposto le sue considerazioni sul lavoro dell'Assemblea costituente in un incontro con una delegazione dei sindacati dei giornalisti e degli avvocati avvenuta il 12 novembre nel monastero di San Bishoi (Deir Amba Bishoi). Nell'occasione, il capo della più grande comunità cristiana del Medio Oriente ha anche confermato che la Chiesa copta ortodossa sta coordinandosi con i rappresentanti dell'Università islamica di Al Azhar per condividere un discernimento comune sui singoli articoli in discussione. Tra i cento membri dell'Assemblea costituente, i cristiani sono una quindicina. Quattro di loro - due copti ortodossi, un protestante e il Vescovo copto cattolico Yohanna Qultasono stati designati direttamente dalle rispettive Chiese e comunità ecclesiali. Secondo il Vescovo ausiliare di Alessandria dei Copti cattolici, Botros Fahim Awad Hanna, l'approccio deciso e equilibrato del Patriarca Tawadros può avere un effetto positivo sul dibattito costituzionale in corso in Egitto, contrastando le manovre dei gruppi salafiti che puntano alla totale islamizzazione della carta costituzionale. “Anche la gran parte dei musulmani” spiega all'Agenzia Fides il Vescovo Hanna, “non condivide questa linea così gretta e rigida. Mentre tutti possiamo essere concordi sul fatto che i principi di pace e giustizia coltivati anche dalla giurisprudenza islamica ispirino il diritto e la legislazione, in maniera conforme alla legge naturale”. - Ag. Fides

 
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15/11/2012 Kenya: Violenze a Samburu, trovati nuovi corpi di poliziotti uccisi

Quattro nuovi corpi sono stati rinvenuti nei pressi di Barangoi, nella contea di Samburu teatro di scontri in cui sono morti circa una quarantina di agenti di polizia e dove il governo ha dispiegato unità dell’esercito. Lo ha confermato oggi il portavoce della polizia Eric Kiraithe, secondo cui i resti appartengono a un esponente dell’unità per la prevenzione del furto di bestiame e ad altri tre esponenti locali delle forze dell’ordine. “Secondo la popolazione, l’agguato e la violenza con cui i combattenti, di etnia Turkana, si sarebbero scagliati sulle forze di polizia, intervenute per sedare una questione di razzia di bestiame, è dovuta alla percezione che i poliziotti fossero dalla parte della comunità rivale dei Samburu” racconta alla MISNA una fonte missionaria contattata nella zona. “Inoltre, le tensioni tra le due comunità per il controllo dei pascoli e delle fonti d’acqua sono alimentate dal fatto che quest’anno, per la prima volta, la zona di Barangoi avrà la possibilità di eleggere un rappresentante in parlamento – dice ancora la fonteed entrambe vogliono assicurarsi che si tratti di un proprio esponente”. Intanto, il dispiegamento dei militari nella zona avrebbe portato all’arresto di cinque persone tra cui un rappresentante governativo locale, trovati in possesso di fucili e altre armi da fuoco. “Resta da capireprecisa la fonte, che chiede di non essere citata – chi e perché avrebbe dotato gli aggressori di armi sofisticate, mettendoli in condizione di causare così tante vittime”. - Misna

 
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15/11/2012 Libia: Giura il nuovo governo

Con il giuramento del primo ministro Ali Zeidan, si è insediato ufficialmente il primo governo democraticamente eletto nel Paese, guidato, fino alla rivoluzione del 17 febbraio da Muhammar Gheddafi, salito al potere dopo il colpo di Stato del 1º settembre 1969. - Euronews

 
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