homepage
Africa rivista

Il Blog Buongiorno Africa REDAZIONE
+39 0363.44726
africa@padribianchi.it
home La Rivista Abbonamenti News Primo Piano Eventi Mostre Padri Bianchi Contatti  
 
 
Seleziona anno: 2013 2011 2010 2009
 
 
Data (gg/mm/aaaa) Nazione Testo
 
 
News - Fino al 01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario
 
 
01/10/2012 Kenya: Alta tensione dopo l’attentato contro la chiesa di Nairobi

Una ripercussione dell’offensiva militare del Kenya in Somalia: fonti della MISNA a Nairobi interpretano in questo modo l’attentato dinamitardo di ieri contro una chiesa anglicana nella capitale e il successivo agguato contro alcuni agenti di polizia nella regione settentrionale di Garissa. “A Nairobi e in altre città del Kenya gli attentati sono cominciati un anno fa, in coincidenza con l’avvio dell’offensiva keniana contro i ribelli di Al Shabaab nel sud della Somalia” dice alla MISNA padre Daniel Mkado, missionario della Consolata che dirige l’agenzia di stampa cattolica Cisa. Nella chiesa di Saint Polycarp l’esplosione si è verificata ieri mattina, mentre era in corso una lezione di catechismo. La deflagrazione ha ucciso sul colpo un bambino di nove anni e ne ha feriti altri otto in modo grave. “Dalle prime indicazioni – dice padre Mkadosembra che la bomba a mano utilizzata fosse di fattura artigianale e che dietro l’attentato non ci siano mani esperte”. Le fonti della MISNA sottolineano che all’attentato sono seguiti cortei e disordini che hanno preso di mira la comunità somala, maggioritaria nel quartiere di Pangani dove si trova la chiesa di Saint Polycarp. “Oggi – dice padre Mkado – la situazione sembra più tranquilla ma ieri è stato necessario l’intervento massiccio della polizia”. Più tardi, in serata, è giunta la notizia di un agguato nel quale sono rimasti uccisi due agenti di polizia. L’imboscata è avvenuta nei pressi della città di Garissa, teatro nell’ultimo anno di ripetuti scontri armati e anche di attentati contro due chiese che avevano provocato 17 vittime. - Misna

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Kenya: Fonti della Chiesa:“Non è guerra di religione, ma i cristiani sono esasperati

“Non siamo alla guerra di religione, ma i cristiani si stanno esasperando per gli attentati contro i loro luoghi di culto” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa locale da Nairobi, chiedendo l’anominato per ragioni di sicurezza. Nella capitale ieri due bambini sono morti in un attentato con esplosivo contro la chiesa anglicana di San Policarpo. “L’attentato ha colpito un salone di catechismo, si sono perciò voluti colpire dei bambini. Il quartiere dove si trova la chiesa è vicino ad un altro soprannominato Piccola Mogadiscio” riferiscono le nostre fonti, che ricordano tra l’altro che “sta crescendo tra la popolazione keniana un senso di insicurezza per i continui arrivi di rifugiati non solo dalla Somalia, ma pure da Sud Sudan ed Etiopia, spinti in Kenya dalla carestia o dalla guerra. Dai campi per rifugiati nelle zone di confine, molti di loro si trasferiscono nelle grandi città del Kenya. I cittadini lamentano l’aumento dei livelli di criminalità legati a questo fenomeno”.
Tornando all’attentato di ieri le fonti di Fides ricordano che “sia i Vescovi sia i politici insistono che non siamo di fronte ad una guerra di religione, ma ad una questione politica, legata all’intervento del Kenya in Somalia. Quest’ultimo attentato è visto quindi come una reazione alla conquista di Chisimaio, l’ultimo bastione degli Shabaab nel sud della Somalia, da parte delle truppe keniane con l’appoggio di quelle dell’Unione Africana (vedi Fides 28/9/2012). “Negli ultimi giorni la polizia ha sequestrato grandi quantità di esplosivi trasportate da persone che si muovevano in auto e su autobus. C’è quindi tutto un movimento di cellule estremiste che stanno facendo arrivare a Nairobi e in altre aree del Paese, degli esplosivi per un’ondata di attentati”. “D’altro canto - aggiungono le fonti di Fides - per gli estremisti musulmani la Chiesa viene vista legata all’occidente, come lo stesso governo del Kenya, che ha stretto alleanze con diverse potenze occidentali. Le chiese sono quindi attaccate perché sono un ‘soft target’, un bersaglio facile e poco protetto. Colpire una chiesa assume subito una dimensione internazionale perché è una notizia che viene ripresa dai media di tutto il mondo”. “Se è vero quindi che è ancora difficile parlare di guerra di religione, la diffusione del video in dispregio del Profeta e delle vignette di un giornale francese stanno peggiorando le cose. Coloro che diffondono questi materiali sono persone irresponsabili che non pensano alle conseguenze delle loro azioni: in altre parti del mondo persone innocenti muoiono” affermano le fonti di Fides, che fanno un esempio concreto. “Dopo gli incidente di Mombasa, scaturiti all’indomani dell’uccisione di un predicatore estremista (vedi Fides 28/8/2012)), si era instaurato un buon rapporto di collaborazione tra la Chiesa e l’associazione dei leader musulmani per invitare le due comunità alla calma, alla riconciliazione e al dialogo. Dopo l’apparizione del famigerato video e delle vignette, i leader musulmani hanno interrotto questi incontri, perché si sentono offesi da tali materiali”. “La situazione è dunque complessa. Non siamo alla guerra di religione ma è anche vero che di fronte a questi attacchi, tra i cristiani cresce l’esasperazione. Dopo l’attentato di ieri alcuni giovani cristiani si stavano organizzando per andare ad assalire la moschea del quartiere” concludono le fonti. (L.M.) - Ag. Fides

 

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Mali: Crisi del nord: soluzione militare o politica?crescenti divisioni

Dopo l’inconcludente vertice sul Sahel, tenutosi il 26 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, sono sempre più marcate le divergenze internazionali sulla soluzione al conflitto che da cinque mesi sta dividendo il Mali in due. “La soluzione alla crisi nelle regioni settentrionali occupate dagli islamici può essere soltanto politica o diplomatica” ha dichiarato da Algeri il generale Carter Ham, alto comandante delle forze armate statunitensi in Africa (Africom), confermando la prudenza di Washington riguardo a un possibile intervento militare in Mali, richiesto dal governo di Bamako con il contributo della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas). Respingendo la possibilità di una presenza militare statunitense nel paese africano, Ham ha però risposto positivamente a “una richiesta di aiuto militare per risolvere il conflitto, in una regione dove sono presenti gruppi terroristici”. Il capo di ‘Africom’ ha poi aggiunto che “non è ancora chiaro il tipo di intervento proposto dalla Cedeao” e che la Casa Bianca “sta cercando di fare una distinzione tra i vari gruppi armati” che controllano il Nord del Mali. Sulla stessa linea si trova il governo di Algeri, che considera “prioritaria” la formazione di un governo “legittimo” a Bamako e il “soccorso umanitario” alle popolazioni del Nord. Oltre all’Algeria, anche Mauritania e Niger non sembrano molto propensi ad un intervento regionale in Mali. Di parere diametralmente opposto è l’ex presidente senegalese Abou Diouf: “Ho nutrito la speranza che questo problema potesse risolversi col negoziato ma ho perso le mie illusioni. L’unico modo di risolverlo è militare” ha detto all’emittente ‘TV5 Monde’, parlando in qualità di segretario generale dell’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif), precisando che “la risposta deve riguardare tutta la comunità internazionale, potenzialmente minacciata dagli islamici alleati a narcotrafficanti e criminali transfrontalieri che rapiscono stranieri”. In sede Onu la Francia è il paese occidentale ad aver esercitato maggiori pressioni per uscire dallo stallo diplomatico e accelerare un voto al Consiglio di sicurezza che darebbe il via libera alla Cedeao. Alla futura ‘Micéma’ (Missione Cedeao in Mali), un contingente di 3300 uomini, darebbero il loro contributo in uomini e sopporto logistico Nigeria, Togo, Sudafrica, Ciad e in misura più ridotta Capo Verde e Senegal. In attesa del via libera formale, che potrebbe richiedere settimane così come l’organizzazione della missione, i paesi africani intendono dispiegare a Bamako una sorta di missione di ‘ricognizione’. Dalla capitale del Mali il primo ministro Cheikh Modibo Diarra ha nuovamente lanciato una richiesta di aiuto ai paesi occidentali e respinto ogni possibilità di negoziare con i gruppi armati. “I paesi che parlano di negoziati ci hanno già fatto perdere tempo (…) un migliaio di terroristi dotati di armi sofisticate sono istallati nel Nord, dove la situazione della gente peggiora di giorno in giorno” ha detto il capo del governo di transizione. Guardando in direzione delle Nazioni Unite, Diarra ha auspicato che la risoluzione possa essere adottata entro metà ottobre per ottenere il via libera a “una forza militare internazionale”. Alla Francia, ma anche a Gran-Bretagna e agli Stati Uniti ha chiesto “un contributo in aerei da combattimenti, forze speciali e mezzi logistici moderni”. Nella città di Goundam, 90 chilometri dal capoluogo di Timbuctù (nord), è stata denunciata la distruzione di un luogo sacro musulmano, il mausoleo di Alfa Mobo, da parte dei gruppi armati di matrice islamica, Ansar Al Din e il Jihad in Africa occidentale (Mujao). - Misna

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Mali: Vescovi: “Apprezziamo gli sforzi del Presidente per la pace e l’unità nazionale

 “Preghiamo, come tutti i maliani, per l’unità del Paese e per il ritorno della pace” scrivono i Vescovi del Mali in una missiva indirizzata al Presidente ad interim, Dioncounda Traoré. Il documento, inviato all’Agenzia Fides, è stato redatto al termine della Sessione Plenaria della Conferenza Episcopale del Mali, che si è tenuta a fine settembre. I Vescovi esprimono il loro apprezzamento per il perdono concesso dal Presidente a coloro che, a maggio, lo hanno assalito nel palazzo presidenziale (vedi Fides 22/5/2012 e 28/7/2012), e affermano di condividere le preoccupazioni del Capo dello Stato per la situazione nel nord del Paese, in mano ad alcuni gruppi integralisti. “Salutiamo ancora una volta il vostro piano di risolvere i problemi attraverso il dialogo, sempre il dialogo e ancora il dialogo, prima di arrivare all’uso di altri mezzi” sottolinea la missiva. I Vescovi salutano inoltre la costituzione del nuovo governo di unità nazionale e “prendono atto della creazione del Ministero degli Affari Religiosi e di Culto”. “Auspichiamo che questo ministero si occupi degli incarichi che gli sono stati affidati: il rafforzamento della laicità dello Stato; il rinvigorimento del dialogo tra tutte le religioni e la coabitazione pacifica tra tutte le confessioni religiose”concludono i Vescovi maliani. - Ag. Fides

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Nigeria: Esplosione vicino scuola coranica a Zaria

Un’esplosione si è verificata nella città settentrionale di Zaria, vicino a una scuola coranica. Due persone sono morte. Secondo fonti locali potrebbero essere stati gli attentatori. Imprecisato il numero dei feriti. Non ci sono rivendicazioni ma le autorità nigeriane puntano il dito sugli estremisti islamici di Boko Haram responsabili di disordini ed uccisioni nel Nord del Paese. - Euronews

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Somalia: Kismayo: militari entrano in città, si teme vuoto di potere

Il primo contingente di truppe somale e africane sta entrando in queste ore nella città di Kismayo da cui, venerdì, dopo un attacco massiccio dell’aviazione keniana, gli insorti Al Shabaab si sono ritirati ufficialmente per “motivi tattici”. La città, importante centro portuale del sud del paese, è stata per mesi sotto il controllo dell’insurrezione armata che attraverso le attività commerciali di Kismayo ha finanziato la propria guerriglia armata contro le autorità di Mogadiscio. Mohammed Farah, portavoce delle truppe somale nella regione del basso Juba, ha confermato che “l’ingresso in città viene effettuato con cautela”, per controllare se prima di abbandonare il campo gli insorti abbiano minato strade e palazzi. “Attualmente – ha precisatostiamo passando al setaccio il porto e l’aeroporto”. E mentre i militari procedono verso il cuore della città, osservatori e commentatori si interrogano sui rischi di un ‘vuoto di potere’ nel centro più fiorente del paese, le cui attività sono oggetto di dispute tra i clan della regione. Alcuni residenti avrebbero confermato che dal ritiro degli Shabaab, venerdì sera, uomini armati avrebbero già ucciso tre persone, tra cui due leader tribali. A decidere la composizione della nuova amministrazione di Kismayo, ha rassicurato dalle colonne del quotidiano ‘The Nation’ il comandante della Brigata Ras Kamboni Sheikh Ahmed Madobe “sarà una conferenza che organizzeremo al più preso in Somalia”. In una rara intervista al principale quotidiano keniano, la guida della milizia che ha combattuto al fianco dei soldati di Nairobi per liberare Kismayo ha affermato che “tutte le forze in campo per contrastare gli insorti sono parte dei colloqui di Karen (località del Kenya, ndr)” e che “tutti operano in base ad un’agenda comune il cui fine è riportare la pace e la stabilità in Somalia”. Madobe ha escluso inoltre che il ritiro degli Shabaab possa riaccendere l’antica rivalità tra clan Ogadeni e Marehan per il controllo del territorio. “Adesso – ha detto – la nostra attenzione è focalizzata sulla liberazione di Kismayo. Sappiamo che Al Shabaab ha lasciato circa 500 uomini all’interno della città per creare problemi. Ma Kismayo non è Mogadiscio. È un centro molto più piccolo dove non è difficile conoscere tutto e tutti”. - Misna

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Sudafrica: Avviata indagine ufficiale su uccisione minatori a Marikana

È stata aperta oggi un'indagine ufficiale sull'uccisione di 34 minatori nella miniera di platino di Lonmin a Marikana, a nordovest di Johannesburg, dello scorso 16 agosto. Altre 78 persone erano rimaste ferite dagli agenti che avevano aperto il fuoco contro lavoratori in sciopero. Inoltre, dieci persone erano morte in altre violenze legate allo sciopero nella miniera. La commissione d'inchiesta di Marikana, guidata dal giudice Ian Farlam, dovrà stabilire il ruolo che hanno avuto nei disordini la polizia, Lonmin e i vari sindacati che rappresentano i minatori. Gli investigatori dovranno inoltre stabilire se una di queste istituzioni avrebbe potuto adottare misure per prevenire le violenze. "È molto importante stabilire la verità su quello che è successo il prima possibile", ha affermato il giudice intervenendo al centro civico di Rustenburg, dove sono iniziati gli interrogatori. "Il nostro Paese - ha aggiunto - piange per questa inutile e tragica perdita di vite". I membri della commissione hanno letto i nomi delle vittime e hanno chiesto ai familiari presenti in aula di alzarsi, ma nessuno di loro era presente. Le famiglie di molti minatori vivono molto lontano da Marikana, in Swaziland e Lesotho. L'avvocato che rappresenta i parenti dei morti, Dumisa Ntsebeza, ha spiegato che alcuni non sanno neanche dell'apertura dell'indagine. Interrogatori pubblici inizieranno mercoledì. "È fondamentale che la commissione abbia i diritti, le risorse e il tempo per fare tutto il necessario per scoprire cosa è successo esattamente a Marikana e per aiutare a garantire che questi terribili eventi non si ripetano", aveva detto il direttore di Amnesty International per il Sudafrica, Noel Kututwa, nei giorni scorsi. Lo sciopero alla miniera di Marikana, durato quasi sei settimane, è terminato quando Lonmin ha offerto ai lavoratori un aumento dello stipendio del 22%. Le proteste si sono tuttavia diffuse in altre miniere della regione. Venerdì un funzionario del sindacato nazionale dei lavoratori delle miniere in Sudafrica è rimasto gravemente ferito in un attacco con una bomba molotov alla sua casa. A farlo sapere è stata oggi la stessa associazione di categoria, precisando che l'uomo si trova attualmente in terapia intensiva in ospedale. La vittima è un leader sindacale presso la miniera di Anglo American Platinum a Khomanani. Secondo il sindacato, l'attacco è stato opera di un gruppo di teppisti il cui obiettivo è intimidire i leader sindacali nella regione delle miniere di platino. Anglo American Platinum, i cui lavoratori stanno scioperando da diverse settimane, è il più grande produttore di platino del mondo.  - LaPresse/AP

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Sudan: Con le minacce, Juba e Khartum compiono passi in avanti

Notevoli passi avanti verso la risoluzione del conflitto tra Sudan e Sud Sudan sono stati effettuati grazie alla firma di molteplici accordi riguardanti la politica di sicurezza, la cooperazione economica e le politiche migratorie tra i due paesi. Sotto l’ultimatum del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva l’imposizione di sanzioni economiche a entrambi gli stati nel caso non avessero indetto delle negoziazzioni entro il 23 settembre, i Ministri della Difesa sud sudanese John Kong Nyuon e il sudanese, Abdel Rahim Mohammed Hussain, hanno firmato giovedì 27 settembre ad Addis Abeba una serie di accordi politici ed economici che spianano la strada per una risoluzione del conflitto. Tuttavia, nonostante la distensione dei rapporti tra i due paesi appaia esser un processo ormai avviato e salutato positivamente dalla comunità internazionale, il conflitto sembra non arrestarsi negli ancora contesi stati frontalieri di Abyei e Sud Cordofan. Tra strette di mano e sotto i riflettori di un’attenta stampa internazionale, il presidente del Sudan, Al-Bachir Omar e del Sud Sudan, Salva Kiir hanno giocato un ruolo cardine per il raggiungimento degli accordi politici e di cooperazione economica tra i due paesi limitrofi. Politica ed economia sono stati difatti i cavalli di battaglia che hanno permesso di accostare le volontà dei due leader fino a poco prima asserragliate su fronti molto distanti. Sul versante politico, il risultato più importante è stata la decisione di delimitare una striscia demilitarizzata larga 10 e lunga 1800 km costeggiante gli ancora mal definiti confini tra i due stati. Una sorta di “no-army-land” della quale pero non è stato chiarito, chi avrà la responsabilità in termini di gestione della sicurezza, se questa decisione sarà un deterrente o un incoraggiamento per le decine di gruppi di ribelli che destabilizzano le aree di confine.
Grazie alla “messa alle corde” imposta dall’ultimatum del Consiglio delle Nazioni Unite al duo Bachir-Kiir, quelli che fino ad allora erano rimasti solo dei buoni propositi diplomatici, si sono concretizzati in veri e propri patti di collaborazione. Nel discorso di chiusura del summit, i due leaders si sono mostrati orgogliosi di poter annunciare il raggiungimento di un accordo economico per coordinare le politiche monetarie, un altro per garantire un equo trattamento degli impiegati pubblici che hanno servito il Sudan prima della secessione, un patto per regolamentare gli scambi commerciali, un accordo sulla liquidazione dei debiti statali reciproci e un altro ancora sull’apertura dei confini. Quest’ultimo, “in linea con le leggi di diritto internazionale, garantirà il diritto di libero movimento a coloro che sono in possesso di entrambe le nazionalità” – ha concluso Al-Bachir.
La disputa sulla risorse petrolifere - Una delle maggiori cause che hanno fatto andare alla deriva gli accordi di pace iniziati nel 2005 con la firma del cosìddetto CPA (Comphrensive Peace Agreement) e miranti a risolvere definitivamente il conflitto tra i due paesi, è stata la distribuzione delle risorse petrolifere e la spartizione dei proventi. (…)
Abyei: il caso irrisolto - L’unico neo dell’appena conclusa tavola rotonda tenutasi nella capitale etiope saranno le foto che hanno ritratto il viso serio e frustrato del presidente Salva Kiir all’uscita dei colloqui sul futuro dello stato “democraticamente” conteso di Abyei. Ricco di oro nero, diamanti e acqua, dopo la chiusura dei trattati, Abyei rimane in un limbo d’indecisione politica. (…) clicca su sorgente  per leggere il seguito * Giosuè Vandersel -  - Atlasweb

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Swaziland: Legge dichiara illegale la pratica dei matrimoni tra adulti e minorenni

Nello Swaziland è stata recentemente dichiarata illegale la pratica dei matrimoni tra uomini adulti e ragazze minorenni, accettata per secoli come norma sociale ma che negli ultimi anni è andata sempre più collegandosi con la diffusione dell’Hiv. Conosciuta in lingua swazi come “kwendizisa”, prima della promulgazione della “Legge sulla Protezione e Tutela dei Bambini” di quest’anno, tale pratica era considerata una “macchia” legale. Secondo la Costituzione del paese, del 2005, alcune pratiche erano infatti consentite se non in contrasto con le clausole costituzionali. Il matrimonio tra adulti e ragazze in pubertà era tollerato perché da sempre esistente, fino a quando nello Swaziland si è cominciato a registrare il tasso di prevalenza di Hiv più elevato al mondo. La dichiarazione di illegalità di questa pratica costituisce quindi una enorme vittoria per la sanità pubblica e soprattutto per i diritti delle ragazze, sempre più a rischio di contrarre l’Hiv. Infatti le adolescenti sposate rischiano il contagio a causa delle unioni poligame e delle violenze sessuali.
Nel paese, inoltre, le ragazze tendono ad avere pochi contatti con i propri coetanei, hanno una mobilità sociale molto limitata, bassi livelli di istruzione oltre che un limitato accesso ai mezzi di comunicazione. Di recente il Governo ha annunciato l’intenzione di rafforzare la Legge esistente e perseguire penalmente gli uomini che sposano le minorenni. La nuova legge penalizza anche i genitori e i tutori collusi con gli uomini adulti che organizzano matrimoni con bambine. I trasgressori rischiano pene detentive fino a 20 anni. L’elevata diffusione dell’Hiv è stata collegata anche ad altre pratiche sessuali ammesse nel paese, perché radicate nella vita tradizionale Swazi. (AP) - Ag. Fides

 

 

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
01/10/2012 Uganda: Ribelli ugandesi, l’appello dei leader religiosi per la pace

Privilegiare il benessere delle popolazioni locali e assicurarne la protezione, in particolare nelle zone a rischio per le attività dei gruppi ribelli: è l’appello della Rete interconfessionale dei leader religiosi per la pace riunitisi nei giorni scorsi a Kinshasa nella sede locale della Caritas. In un comunicato fatto pervenire alla redazione della MISNA, i rappresentanti di Repubblica Centrafricana, Repubblica del Sud Sudan e della Repubblica democratica del Congo, auspicano una “sensibilizzazione della comunità nazionale, regionale e internazionale sull’effettiva pericolosità dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) per le comunità delle zone rurali” al fine di “trovare una soluzione durevole alla crisi”. In particolare, alla Comunità internazionale viene chiesto di “appoggiare l’Unione Africana nella realizzazione di una strategia regionale, mobilizzando fondi e materiali necessari ad un’assistenza umanitaria adeguata”, mentre ai governi locali la Rete domanda “di privilegiare gli interessi e il benessere delle popolazioni colpite, e di assicurare la loro protezione”. Secondo le stime più recenti, la ribellione di Joseph Kony è attualmente più attiva in Centrafrica, dove rappresenta una maggiore minaccia per le comunità di frontiera rispetto al passato. - Ag. Fides

 
ico_sendfriendfacebook_logo condividi   link sorgente notizia
 
 
   
 
 
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 [95] 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382
 
REDAZIONE AFRICA
Viale Merisio, 17 - C.P. 61
24047 Treviglio (BG)
Tel. 0363.44726
Fax 0363.48198
africa@padribianchi.it
 
NEWSLETTER AFRICA
ricevi la nostra newsletter
REDAZIONE
+39 0363.44726
africa@padribianchi.it