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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 06/11/2012 Camerun: 30 anni di presidenza Biya, un paese diviso |
Ricorre oggi il 30° anniversario dell’ascesa al potere del presidente Paul Biya, il 6 novembre 1982, quando l’allora 49enne primo ministro succedette al capo di Stato Amadou Ahidjo che a sorpresa aveva rassegnato le dimissioni dopo aver guidato con pugno di ferro il Camerun indipendente. Biya, discreto e poco noto ai suoi concittadini, si presentò come “l’uomo del Rinnovamento”, promise di porre fine a clientelismo e corruzione, decretò l’avvio di un periodo di “rigore e moralizzazione”, suscitando grande entusiasmo popolare. Trent’anni dopo, in una data simbolica, la stampa camerunense dedica i suoi titoli al bilancio della presidenza Biya, dando spazio a valutazioni diametralmente opposte tra chi guarda molto positivamente il cammino compiuto sotto la guida del capo dello Stato e chi è profondamente critico. “Tra la gente il parere non è così definito. Si potrebbe quasi parlare di indifferenza o di rassegnazione” dicono alla MISNA fonti missionarie contattate a Yaoundé, che raccontano di “un anniversario che suscita poco fervore”, di “attività quotidiane che si svolgono normalmente” mentre il potere ha organizzato una serie di eventi ufficiali ai quali partecipano le più alte cariche dello Stato, dirigenti, uomini d’affari e rappresentanti diplomatici. “La popolazione che vive in condizioni difficili è più preoccupata di assicurarsi il pane quotidiano, far studiare i figli e curarsi in un sistema di servizi sociali ancora carente, anche se piccoli progressi sono stati realizzati, ad esempio per garantire l’accesso a beni di prima necessità a prezzo calmierato” prosegue la fonte religiosa camerunese. Oggi, come in altri momenti cruciali per la storia del paese, ad esempio le ultime elezioni presidenziali di ottobre 2011, i cittadini non sembrano intenzionati a rispondere all’appello a manifestare lanciato dal Social democratic front (Sdf), principale partito di opposizione. Il 79 enne Biya è stato rieletto l’anno scorso con il 78% dei consensi per un nuovo mandato di sette anni e con un programma per la costruzione di un “Camerun emergente” entro il 2035. L’organizzazione delle celebrazioni ufficiali, su tutto il territorio nazionale, è stata affidata a Jean Kuete, segretario generale del Raggruppamento democratico del popolo del Camerun (Rdpc, partito al potere). D’altra parte l’opposizione del Sdf ha indetto una contromanifestazione sul tema “Trent’anni di oscurantismo, di regressione e miseria permanente, l’urgenza di un’alternanza nella gestione del paese”. La direzione del partito invita i camerunesi a “dire di no all’inaccettabile: la presidenza a vita”. Lo scorso giugno il deputato Jean Michel Nintcheu ha presentato all’Assemblea nazionale un progetto di legge per modificare l’articolo 53, spiegando che “il Camerun è l’unico paese in Africa dove l’immunità anche dopo la fine del mandato del capo dello Stato rientra nella legge fondamentale”. La costituzione del 1996 è stata più volte rimaneggiata da Biya che ha fatto saltare il limite ai mandati presidenziali e si è assicurato una piena immunità a vita. Come Nintcheu, da anni società civile e difensori dei diritti umani auspicano che le autorità possano lottare contro la corruzione, vera piaga per il paese d’Africa centrale dove il 40% della gente vive nella povertà. Poco lusinghiero è anche il bilancio economico della presidenza Biya. Ad esempio, riferisce il quotidiano locale ‘Journal du Camerun’, il settore agricolo contribuisce al 19% della ricchezza del paese mentre impiega il 79% della popolazione attiva. Nel frattempo ettari di terreni vengono ceduti a basso costo a multinazionali per produrre olio di palma senza ricadute positive per i locali. La stampa internazionale ricorda che quattro anni fa almeno 40 persone – 139 secondo alcune ong – sono rimaste uccise nelle sommosse per il pane, evidenziando che da allora il clima sociale rimane teso. “C’è come un torpore generale nel quale il camerunese distingue il mondo politico-istituzionale, che sente distante, dal suo vivere quotidiano, che assorbe tutte le energie – conclude l’interlocutore della MISNA – Globalmente i cittadini riconoscono a Biya il merito di aver dato stabilità e pace, quindi per loro va bene così. E poi si considerano piuttosto liberi nei loro movimenti e pensieri, per cui non vedono motivo di rimettere in discussione il suo potere, soprattutto in assenza di un’alternativa credibile”. Nel febbraio 2013 Biya festeggerà i suoi 80 anni: un’altra ricorrenza che potrebbe rimettere all’ordine del giorno la questione della successione visto che le sue apparizioni pubbliche sono sempre più rare e i viaggi all’estero per “motivi personali” sempre più frequenti. - Misna |
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| 06/11/2012 Egitto: Papa copto chiede costituzione ‘inclusiva’ |
La nuova Costituzione egiziana dovrà essere “inclusiva” . Se quello che i legislatori si apprestano a presentare sarà “un testo in cui tutti si sentiranno rappresentati, non c’è dubbio che l’Egitto ne trarrà benefici e sviluppo”: lo ha detto il nuovo Papa copto Tawadros II, guida della più grande comunità cristiana in Medio Oriente a due giorni dalla sua nomina a proposito del lavoro in corso all’Assemblea costituente. La Chiesa ha specificato chiaramente il patriarca ortodosso, in una serie di interviste ai media egiziani, si opporrebbe a qualsiasi testo indirizzato alla sola maggioranza musulmana del paese. Inoltre, ha invitato la comunità copta ad essere “più attiva” nel cercare di modellare la forma del nuovo Stato, sorto dalle ceneri della caduta del regime di Hosni Mubarak. “Dico ai nostri fratelli che l’Egitto è un paese incomparabile”, ha affermato ancora il patriarca che ha teso la mano nei confronti dei fedeli musulmani: “Abbiamo i cuori aperti. Riserveremo loro tutto il nostro rispetto e seguiremo il buon esempio della convivenza, malgrado gli incidenti che tentano di mettere in pericolo questa stretta unità”. In un’intervista al quotidiano indipendente ‘Youm7’, Tawadros afferma che “è ancora troppo presto” per valutare l’operato del presidente Mohammed Morsi, mentre al quotidiano ‘Al Shorouq’ aggiunge che l’emigrazione forzata dei cristiani dall’Egitto “è una cosa che macchia la reputazione del paese”. Il patriarca ha aggiunto che “è compito dello Stato rassicurare la popolazione” e difenderla da eventuali minacce e abusi. Le tensioni tra musulmani e copti nel paese sono state rinfocolate nel corso della lunga transizione post-rivoluzionaria, quando – al ballottaggio per le elezioni presidenziali – i partiti islamisti hanno accusato i copti di mobilitarsi per favorire la vittoria del candidato conservatore Ahmed Shafiq, legato al vecchio establishment. La Chiesa copta, inoltre, non ha risparmiato critiche anche all’attuale Assemblea Costituente, dominata dagli esponenti islamisti e accusata di non essere abbastanza rappresentativa della società egiziana. I cristiani costituiscono il 10% di una popolazione di circa 83 milioni di persone. - Misna |
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| 06/11/2012 Etiopia
: Ogaden, la pace è più lontana |
Ancora una volta, le speranze di una soluzione al conflitto nell’Ogaden alimentate dall’annuncio di un nuovo negoziato di pace si sono sciolte come neve al sole. Il fallimento degli incontri, mediati dal Kenya tra rappresentanti del governo e esponenti dell’Onlf (Fronte nazionale per la liberazione dell’Ogaden), ha allontanato le possibilità di una pacificazione della Regione cinque, a maggioranza somala, nel sud-est del paese. “La decisione di avviare nuovi colloqui era stata avanzata dall’ex-primo ministro Meles Zenawi. Era lui che aveva chiesto al Kenya di mediare, nella speranza che un terzo elemento potesse scongiurare il rischio dell’impasse in cui si sono sempre arenati i precedenti tentativi di dialogo – racconta alla MISNA Ahmed Gurhan, esponente dell’ufficio politico dell’Onlf – Noi, dal canto nostro, avevamo chiesto che gli incontri si svolgessero in un luogo neutro e che non fossero sottoposti a precondizioni”. Fondato nei primi anni ’80, mentre il paese era ancora teatro della guerra civile, l’Onlf rivendica a nome del popolo ogadeni, il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza da Addis Abeba tramite referendum. In base al calendario stabilito negli incontri preliminari, quest’ultima tornata di colloqui avrebbe dovuto cominciare il 30 agosto ma il 20, appena dieci giorni prima, il governo di Addis Abeba ha confermato la notizia – circolata come un’indiscrezione già nei giorni precedenti – della morte di Zenawi. “Il mediatore keniano ci ha chiesto di rinviare l’appuntamento – ricorda Gurhan – per dare svolgimento alle esequie a livello nazionale. Ma all’incontro successivo, il 6 e 7 settembre, la delegazione governativa ci ha chiesto di riconoscere la Costituzione etiopica del 1994 come condizione preliminare al dialogo. I presupposti erano radicalmente mutati rispetto agli impegni presi”. Una versione, quella riferita da Gurhan, parzialmente smentita da Tesfu Fissaha, consigliere politico dell’Ambasciata etiopica in Italia per cui “il riconoscimento della Costituzione non costituisce di per sé una precondizione ma un elemento che da sempre contraddistingue l’approccio del governo sulla questione”. In passato, sempre sul nodo della Costituzione si erano arenati diversi tentativi di dialogo. Particolare oggetto di controversie – sostengono fonti vicine ai due schieramenti – sarebbero gli articoli relativi agli emendamenti costituzionali, alla distribuzione e gestione delle risorse naturali da parte del governo federale e soprattutto all’articolo 39 che se da un lato riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione, dall’altro sancisce la necessità di un’approvazione di due terzi del consiglio legislativo (parlamento regionale) per la convocazione del referendum popolare. “La Costituzione è un fatto, non qualcosa su cui si possa disquisire. Il governo non accetta e non lo ha mai fatto in passato, di uscire dalla cornice istituzionale da essa definita, per avventurarsi in terreni sconosciuti” aggiunge ancora Fissaha. Un capitolo chiuso dunque, a giudicare dalla distanza nelle posizioni espresse tra le due parti che “tradisce una sfiducia reciproca, di base, che non avrebbe consentito un epilogo diverso” osserva Emilio Manfredi, analista ed esperto del Corno d’Africa, per cui l’improvvisa morte di Zenawi, uomo forte di Addis Abeba per oltre un ventennio “potrebbe essersi rivelata un altro fattore determinante nel fallimento”. Di sicuro, mentre l’iniziativa per il negoziato sembra ferma ad un binario morto, restano gli allarmi sollevati dalle agenzie umanitarie che dal 2007 non hanno più accesso all’Ogaden, in conseguenza del blocco imposto dalle autorità etiopi. A intervalli costanti, elementi della società civile denunciano abusi e torture dei gruppi paramilitari nei villaggi della regione, ai danni di circa 7 milioni di abitanti, vittime di un conflitto ‘fantasma’ nel cuore del Corno d’Africa. - Misna |
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| 06/11/2012 Libia: Premier, non esporteremo estremismo |
''A partire da oggi la Libia non sara' mai uno Stato che crea problemi o esporta idee estremiste''. Lo ha affermato il premier libico, Ali Zidane, durante una conferenza stampa a Tripoli con il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. La Libia, ha proseguito Zidane a piu' di un anno dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, ''sara' invece uno Stato che porta positivita' nelle relazioni internazionali, basate sulla cooperazione e sul rispetto reciproco''. - Adnkronos/Aki |
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| 06/11/2012 Madagascar: Una donna su 7 è sfruttata sessualmente |
In meno di 20 anni il numero delle prostitute registrato nella principale città portuale del Madagascar, Toamasina, dove vivono circa 200 mila persone, è salito da 17 mila del 1993 a 29 mila del 2012. Si calcola che una donna su 7 sia sfruttata sessualmente. Lo stato di povertà sempre più dilagante e la vicinanza della città all’Ambatovy, una delle miniere di nichel e cobalto più grandi del mondo, contribuiscono all’aggravarsi del fenomeno. Secondo le stime del governo, oltre tre quarti della popolazione malgascia vive attualmente con meno di 1 dollaro al giorno. La costruzione della miniera e i recenti miglioramenti del porto hanno portato l’afflusso di migliaia di lavoratori stranieri. Il costo della vita è aumentato e le attività commerciali tradizionali sono collassate, spingendo sempre più donne verso l’industria del sesso. La prostituzione, infatti, è un fenomeno normale e legale in Madagascar, un mezzo per sopravvivere. Le ragazze vengono dalle campagne per lavorare in città come cameriere. Poi, quando hanno un problema con il loro datore di lavoro, altre ragazze della loro stessa regione le introducono alla prostituzione. Nonostante la prevalenza di HIV/AIDS sia più bassa rispetto ad altri paesi dell’Africa, con circa lo 0.2% di persone tra 15 e 49 anni contagiate dal virus, l’incidenza delle infezioni sessualmente trasmissibili (STIs), come la sifilide, è molto al di sopra della media regionale. Secondo le statistiche ne è colpito il 4% delle donne incinte, come pure il 12% delle prostitute donne. Fino a sei anni fa, Antsohihy, la capitale della regione settentrionale di Sofia, è stata tagliata fuori dal resto del paese, ma nel 2006 il rifacimento di una strada per la capitale, Antananarivo, ha riaperto l’area al commercio, compreso quello del sesso. Non si hanno dati certi su questa città e, negli ultimi anni, i governi comunali hanno istituito un sistema di identificazione per le prostitute che le tutela legalmente e offre loro assistenza sanitaria specializzata. Questo stesso sistema non ha funzionato a Toamasina, dove le carte di identità sono state sostituite da libri rossi non ufficiali che danno accesso alle prostitute alle cliniche giudiziarie nella vicina destinazione turistica di Mahambo. (AP) - Ag. Fides |
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| 06/11/2012 Mali: Aumentano gli sfollati e i timori per il futuro |
In due mesi è aumentato di 85.000 il numero di persone sfollate all’interno del territorio del Mali: una condizione che in tutto riguarda 203.845 cittadini del paese del Sahel. L’ultimo dato è stato diffuso dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr). Il precedente bilancio del mese di settembre, ha ricordato il portavoce Adrian Edwards, confermava la presenza di 118.795 sfollati interni. La sola capitale, Bamako ha accolto almeno 46.000 persone invece di 12.000 lo scorso luglio. Operatori umanitari e fonti di stampa maliane ricollegano l’impennata di sfollati all’insicurezza diffusa e alle gravi violazioni dei diritti umani commessi dai gruppi armati che da sette mesi hanno preso il controllo delle regioni settentrionali di Gao, Kidal e Timbuctù, ma anche alla “paura per un intervento militare imminente”, allo “scarseggiare dei beni di prima necessità” e all’ “accesso limitato ai servizi essenziali”. L’aggiornamento dei dati, ha sottolineato Edwards, è stato reso possibile dai censimenti realizzati a Bamako dall’Organizzazione internazionale per la migrazione (Oim) e dal gruppo di lavoro istituito con altri organismi Onu – la Commissione sui movimenti delle popolazioni in Mali – che è riuscito ad andare sul fronte di crisi. Agli sfollati interni si aggiungono altri 200.000 maliani che hanno varcato i confini entrando nei confinanti Niger, Burkina Faso e Mauritania, ma anche in Guinea e Costa d’Avorio. L’Unhcr ha sottolineato che il flusso continua ma che l’accesso ai campi sta diventando più difficile, soprattutto in Niger “dove il livello della sicurezza è davvero preoccupante” ha precisato il portavoce dell’organismo Onu, evocando i “rischi aumentati di rapimento degli operatori umanitari che devono circolare scortati da agenti armati”. Nei giorni scorsi sono stati liberati cinque operatori umanitari nigerini – un collega ciadiano è rimasto ucciso – rapiti lo scorso 14 ottobre, a Dakoro, località della regione sud-orientale nigerina di Maradi, o dagli islamici del Movimento per l’unità e il jihad nell’Africa occidentale (Mujao), un gruppo che controlla il Nord del Mali con Ansar Al Din e Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). L’agenzia Onu ha espresso una particolare preoccupazione per la sorte dei bambini e degli adolescenti rifugiati che da mesi non hanno accesso all’istruzione; nei campi del Niger devono ancora essere allestite le aule scolastiche. Dei 150 milioni di dollari richiesti per prestare assistenza a sfollati e rifugiati l’Unhcr ne ha effettivamente ricevuti il 41,7%. Gli ultimi dati sulle conseguenze umanitarie della crisi nel Nord del Mali sono stati diffusi mentre a Bamako i capi di stato-maggiore dei paesi membri della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao) stanno valutando la strategia militare da attuare al Nord, che prevede il dispiegamento di 4000 uomini degli eserciti della regione. Nei giorni scorsi esperti della Cedeao, dell’Onu e dell’Unione Africana hanno messo a punto uno schema di intervento di una missione africana – sostenuta dai militari europei e statunitensi – da presentare al Consiglio di sicurezza dell’Onu che il 12 ottobre ha dato una scadenza di 45 giorni ai paesi dell’Africa occidentale. L’intervento potrebbe riguardare soltanto le regione di Kidal e Timbuctù per sloggiare Aqmi e il Mujao mentre la zona di Gao dovrebbe essere risparmiata se alla fine il dialogo aperto con Ansar Al Din e i tuareg del Mnla dovesse andare a buon fine. Ma sul tentativo di recuperare Ansar Al Din e l’Mnla, portata avanti dai mediatori del Burkina Faso, non solo il governo di Bamako ha espresso perplessità. Si sta facendo sempre più strada l’ipotesi di lanciare l’offensiva di liberazione del Nord all’inizio del 2013 per poi tenere elezioni generali cruciali per ristabilire in Mali un potere democraticamente eletto. Dalla vicina Algeria, Soumeylou Maïga, ministro degli Esteri sotto la presidenza di Amadou Toumani Touré, ha dichiarato che “prima dell’azione militare serve una visione politica, indispensabile per avere la meglio su gruppi mafiosi e terroristi”. Nell’ambito di una conferenza sulla crisi del Mali, tenutasi presso la Fondazione algerina di studi strategici, Maïga ha sottolineato che “i maliani devono avere la leadership nella lotta ai gruppi armati che occupano il Nord”, avvertendo del rischio di “strumentalizzazione del caos da parte di diversi protagonisti per trasformare il paese in una terra di combattimenti, una terra del jihad”. Dopo aver ribadito che “la priorità va al ristabilimento della sovranità”, l’ex ministro ha ricordato la posta in gioco nel Nord del Mali “cuore del Sahel, zona strategica non solo in termini di risorse petrolifere e minerarie”. - Misna |
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| 06/11/2012 Somalia: Nominato nuovo governo, la lista dei ministri |
Il primo ministro somalo Abdi Farah Shirdon ha reso nota la lista dei membri del suo esecutivo, dopo settimane di intense consultazioni con il presidente Hassan Sheikh Mohamud e il presidente del parlamento a Mogadiscio. Composto da soli 10 membri, il nuovo esecutivo presenta novità importanti rispetto alla tradizione politica della Somalia. L’aspetto più importante, secondo i media somali, è l’abbandono del cosiddetto sistema del 4,5 in base al quale ciascun grande clan della nazione dovrebbe essere rappresentato da un delegato mentre alle comunità minoritarie spetterebbe mezza rappresentanza. Gli ultimi due governi, che avevano rispettivamente 36 e 18 membri, rispettavano tutti la suddivisione della rappresentanza tra i vari clan della Somalia seguendo il sistema 4,5. Il nuovo esecutivo, che deve ricevere adesso la fiducia del Parlamento, vede la nomina di una donna, l’ex diplomatica e docente universitaria Fowzia Yusuf Haji, a ministro degli Affari esteri e vice primo ministro, una prima assoluta nel paese del Corno d’Africa. Shirdon ha poi nominato anche un’altra donna come titolare del dicastero per lo Sviluppo sociale, che racchiude anche le responsabilità del ministero per gli Affari pubblici: è Maryan Qassim, che era già stata ministro delle Donne e gli Affari familiari nel precedente governo di guidato da Mohamed Abdullahi Farmajo. Altri due ministri che avevano già servito nel governo precedente sono stati richiamati da Shirdon: Abdullahi Haji Fiqi è stato riconfermato alla guida del ministero della Difesa mentre Abdullahi Abyan Nuur resta il titolare della Giustizia. Il primo ministro deve ora nominare i dieci vice ministri e cinque ministri responsabili degli affari locali degli stati in cui è divisa amministrativamente la federazione somala. (…) * Michele Vollaro - Atlasweb |
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| 06/11/2012 Somalia: Il Somaliland sommerso dalle piogge |
Le piogge torrenziali che si sono abbattute nelle ultime settimane stanno costringendo migliaia di persone delle regioni mediorientali del Somaliland ad abbandonare le proprie case. Più di 4 mila famiglie di 9 villaggi della regione di Togdheer sfollate la scorsa settimana hanno urgente bisogno di aiuto. Le inondazioni hanno travolto anche i generi alimentari dei negozi dei distretti di Qori-Lugud e di aree come Daba-Qabad, Tallo Buuro, Bali-Alanle e Gubato. Annegati circa 9 mila capi di bestiame. Il presidente del Somaliland's Environment Research and Disaster Preparedness and Management Authority, ha riferito di 600 famiglie sfollate nelle regioni del Sahil e Togdheer. A Berbera, capitale del Sahil, sono crollati alcuni vecchi edifici oltre alle tradizionali capanne somale. La Red Crescent Society del Madagascar ha distribuito le tende disponibili. A Qori-Lugud, in seguito alla rottura di una diga, sono andate distrutte la maggior parte delle abitazioni e le acque hanno superato i 2 metri sopra il livello del suolo. Circa 2.800 persone hanno bisogno di riparo, cibo e altri generi di prima necessità. Secondo fonti locali si tratta delle più pesanti piogge torrenziali registrate negli ultimi 12 anni e si temono eventuali focolai di malattie trasmesse dall’acqua. I servizi igienici sono andati distrutti e c’è il rischio di epidemie di colera. Gli sfollati hanno bisogno di acqua pulita, pompe per il drenaggio, teli di plastica, utensili, coperte e generi alimentari, si legge in una nota diffusa dal presidente della ong locale Taakul Somaliland Community. - Ag. Fides |
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REDAZIONE AFRICA
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