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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 08/12/2012 Zimbabwe: Costituzione e voto, Mugabe preme |
(7 dicembre) Se non si troverà presto un compromesso su una nuova Costituzione bisognerà sciogliere il parlamento e tornare subito alle urne: lo ha detto oggi il presidente Robert Mugabe, aprendo un congresso di partito chiamato a definire linee politiche e candidature in vista di un voto atteso per l’anno prossimo. Mugabe ha parlato di fronte a migliaia di delegati del suo partito, lo Zanu-Pf, in un centro conferenze appena ultimato da una società cinese alle porte della città di Gweru. L’approvazione di una nuova Costituzione, da parte del parlamento e poi del corpo elettorale attraverso un referendum, è prevista dagli accordi all’origine della nascita di un governo di unità nazionale in carica dal 2009. Questo esecutivo, fondato su un’inedita alleanza tra lo Zanu-Pf e gli ex oppositori del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), ha permesso di superare la crisi politica e le violenze che avevano segnato le elezioni del 2008. Oggi Mugabe ha ribadito di vole r interrompere la collaborazione di governo con l’Mdc, sostenendo che l’alleanza ha finito per ostacolare i “programmi a favore dei poveri”. Il presidente ha anche detto di puntare alla nazionalizzazione delle società minierarie straniere, rivedendo una legge in vigore dall’anno scorso che già prevede la cessione di quote azionarie di controllo a persone fisiche o giuridiche originarie dello Zimbabwe. Più che sui programmi politici, però, in questa fase il confronto tra lo Zanu-Pf e l’Mdc del primo ministro Morgan Tsvangirai è sulla Carta fondamentale e la data delle elezioni. La bozza di Costituzione, ricorda il quotidiano di Harare News Day, deve essere approvata da una maggioranza di due terzi dei deputati. Lo Zanu-Pf contesta in particolare i punti relativi a una riduzione dei poteri del capo dello Stato e potrebbe essere costretto a un compromesso con l’Mdc. Resta aperta anche la partita delle elezioni. Mugabe ha chiesto di votare a marzo. Il ministro delle Finanze Tendai Biti, un dirigente dell’Mdc, ha detto ancora ieri che il voto non si potrà tenere prima di giugno. Tra i nodi da sciogliere, oltre alla Costituzione, ci sono la riforma della legge elettorale e di quella che regola il settore dell’informazione. . - Misna |
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| 06/12/2012 Egitto: Morsi, minoranza accetti volere maggioranza |
"La minoranza deve accettare il volere della maggioranza". Si è rivolto così al popolo egiziano il presidente Mohamed Morsi nell'atteso discorso alla tv di stato, rilanciato dalla Cnn. "Siamo una nazione, nessuno ci divida", ha detto ancora all'indomani degli scontri tra i suoi sostenitori ed oppositori davanti al palazzo presidenziale. Il presidente egiziano ha aggiunto di voler tutelare "la libertà di espressione" in Egitto, ma non "gli appelli al colpo di Stato", accusando "alcuni manifestanti" di aver compiuto un'aggressione violenta contro la presidenza. Ha infine invitato le opposizioni ad un incontro sabato per trovare una soluzione alla crisi attuale. Intanto nel paese la situazione resta tesa anche se lo spiegamento di carri armati e blindati della guardia presidenziale lungo tutto il perimetro del compound presidenziale già alle prime luci dell'alba ha tenuto i manifestanti lontano dal palazzo. La guardia presidenziale ha lanciato un ultimatum a tutti i manifestanti entrato in vigore alle 15 locali, le 14 svizzere. - Swissinfo |
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| 06/12/2012 Egitto: Sette i morti negli scontri al Cairo. Dimostranti lasciano palazzo presidenziale |
Violenti gli scontri tra i sostenitori del presidente e l'opposizione che contesta la dichiarazione costituzionale con cui Morsi ha esteso i suoi poteri. Sono 771 i feriti e 150 gli arrestati. Si dimette il consigliere copto del presidente egiziano - - E' di sette morti, 771 feriti e 150 arrestati il bilancio delle violenze esplose ieri di fronte al palazzo presidenziale del Cairo e protrattesi fino a oggi. Lo hanno riferito fonti ufficiali egiziane alla tv satellitare al-Jazeera. Di fronte al palazzo del presidente si sono radunati ieri i Fratelli Musulmani, per esprimere sostegno al presidente Mohamed Morsi, e gruppi di oppositori, che gli contestano una deriva antidemocratica. La piazza è stata sgomberata questo pomeriggio con un ultimatum della guardia repubblicana ai manifestanti. Da stamattina, secondo quanto riferiscono testimoni alla Bbc, l'esercito ha schierato tre carri armati davanti al palazzo presidenziale. Intanto, il consigliere copto del presidente egiziano Mohammed Morsi, Rafik Habib, ha annunciato sulla sua pagina Facebook di essersi ritirato dalla vita politica, rinunciando alla sua posizione di consigliere presidenziale e di vice presidente del Partito di Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani. ''Ho deciso di abbandonare il mio ruolo politico ora, e per il futuro, rinunciando sia al mio compito nella presidenza, sia nel Partito di libertà e giustizia - ha detto Habib - Tornerò al mio lavoro di analista e ricercatore politico''. - Adnkronos/Aki/Ign |
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| 06/12/2012 Egitto: Le tensioni continuano a salire, mentre i militari restano a guardare |
È stata un’altra notte di tensioni quella registrata in Egitto dove ieri, come prevedibile e previsto, si sono verificati disordini tra i partecipanti a due manifestazioni politiche di segno contrapposto: pro e anti Mohamed Morsi, nuovo presidente egiziano. In attesa di bilanci certi, nelle ultime ore sono circolate notizie relative al ferimento di quasi 200 persone e anche al decesso di tre manifestanti, tutte le fonti di informazioni locali e internazionali concordano nel riportare gravi violenze tra manifestanti contrapposti, lanci di bottiglie incendiarie, uso di bastoni. Una situazione in cui l’intervento della polizia per tentare di separare i due fronti, proprio davanti al palazzo del presidente, è passato quasi inosservato. Secondo gli organizzatori, sarebbero stati almeno 100.000 i manifestanti che ieri hanno risposto all’appello dell’opposizione laica e liberale per un presidio davanti il palazzo presidenziale al Cairo per protestare contro il capo dello Stato egiziano Mohamed Morsi, e più in particolare contro i suoi recenti provvedimenti di valore costituzionale e contro la convocazione di un referendum che il 15 dicembre dovrebbe tenersi su una bozza di Costituzione. Secondo le immagini riportate dalla televisione di Stato, dopo gli scontri della notte tra martedi e mercoledi con la polizia, i manifestanti hanno allestito ieri una trentina di tende annunciando di voler proseguire il presidio davanti al palazzo fino almeno a venerdì, continuando nel frattempo a svolgere manifestazioni e presidi paralleli in piazza Tahrir. Manifestazioni di protesta contro Morsi e i Fratelli musulmani si sono svolte ieri anche ad Alessandria, la seconda più grande città del paese situata a ovest del delta del Nilo, e a Port Said, sul canale di Suez. In risposta alla mobilitazione contro Morsi, però, il movimento dei Fratelli musulmani aveva lanciato un appello per una manifestazione al Cairo in sostegno del capo dello Stato tenutasi ieri pomeriggio davanti allo stesso palazzo presidenziale dov’è in corso il presidio, “per difendere – si legge nel comunicato diffuso dalla confraternita – la legittimità istituzionale del presidente contro chi pretende di imporre la propria opinione con la forza”. Sono bastate poche ore perché i due cortei venissero in contatto. Le parti si accusano a vicenda di aver dato il via alle violenze, e l’opposizione politica egiziana ha ripetutamente chiamato in causa il presidente Morsi definito il responsabile principale del clima di tensioni che si registra nel paese e degli sviluppi futuri che potrà avere. E se l’acuirsi delle tensioni ha avuto un primo effetto politico già ieri notte, con le dimissioni in segno di protesta di tre consiglieri del presidente, anche la principale figura religiosa egiziana (e di tutto l’islam sunnita), dotata anche di grande influenza politica, il grande imam d’Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, ha lanciato un appello alla televisione invitando gli egiziani alla calma e al dialogo. Mentre quasi tutti gli osservatori concordano nel definire la crisi sociale e politica di questi ultimi giorni come la peggiore dall’elezione di Morsi alla presidenza, alcuni fanno notare come i militari stiano osservando con interesse gli ultimi sviluppi. - Atlasweb |
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| 06/12/2012 Egitto: Mons. Zaki: inopportuno che i capi delle Chiese invitino al boicottaggio del referendum |
La nuova Costituzione che il Presidente Morsi si ostina a voler sottoporre a referendum popolare il prossimo 15 dicembre “divide il Paese e non può rappresentare il testo di riferimento dell'unità della Nazione. Le reazioni negative di questi giorni stanno mostrando che la parte del popolo contraria a quel testo, cucinato in fretta e furia, è ampia, e la sua voce non può essere ignorata”. Così dichiara all'Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Adel Zaki OFM, Vicario apostolico di Alessandria d'Egitto. Nel contempo, secondo il Vescovo di rito latino, non è opportuno che i capi delle Chiese diano indicazione diretta di boicottare il referendum. “Le Chiese devono illuminare le coscienze e favorire il discernimento in base a criteri di giustizia e di salvaguardia del bene comune” avverte Mons. Zaki, “ma poi ognuno deve scegliere secondo coscienza, in piena libertà. Le Chiese non possono chiedere in maniera vincolante al popolo cristiano di boicottare il referendum”. Davanti all'aumento delle violenze e all'incubo della guerra civile che incombe sul Paese, secondo il Vescovo Zaki “occorre favorire il lavoro di quelle forze della società civile che propongono il dialogo tra le parti in conflitto”. - Ag. Fides |
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| 06/12/2012 Mozambico
: Tensioni politiche, lo Zimbabwe invia l’esercito alla frontiera |
Numerosi media dell’Africa australe riportano la notizia che l’esercito dello Zimbabwe sarebbe dispiegato in forze lungo il confine con il Mozambico, in seguito alla notizia del fallimento dei negoziati tra il governo di Maputo e il partito d’opposizione Resistenza nazionale mozambicana (Renamo). Da alcuni mesi il leader della Renamo, Alfonso Dhlakama, si è ritirato nella foresta insieme ad almeno 800 ex guerriglieri che dopo l’indipendenza del Mozambico nel 1975 avevano combattuto contro il movimento di matrice socialista ora al governo, Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo). Nei giorni scorsi secondo i media mozambicani, era previsto un incontro a Maputo tra esponenti del governo guidato da Armando Guebuza e delegati della Renamo per trovare una soluzione politica al dissidio, relativo soprattutto ad una più equa distribuzione delle risorse nazionali. Tuttavia, l’incontro si sarebbe concluso con un nulla di fatto e il sito internet del quotidiano governativo di Maputo ‘Noticias’ risulta oggi non accessibile. Il dispiegamento delle truppe di Harare lungo il confine, confermato al portale sudafricano Defenceweb da fonti militari dello Zimbabwe, è volto ad evitare azioni di sabotaggio contro l’oleodotto di Feruka, che garantisce il rifornimento di petrolio ad Harare. L’oleodotto, che si trova nella provincia mozambicana di Manicaland, è situato nei pressi di un campo di addestramento dove si ritiene siano accampati gli uomini della Renamo. Secondo fonti militari dello Zimbabwe citate da Defenceweb e dal quotidiano keniano ‘Nation’, nei giorni scorsi si sono svolti una serie di incontri tra i membri degli stati maggiori di Harare e Maputo, da cui è emersa la volontà delle forze armate dello Zimbabwe di voler assistere logisticamente e militarmente il governo mozambicano nel caso la Renamo sia intenzionata a compiere azioni armate che possano mettere a rischio la stabilità della regione. In base agli accordi diplomatici siglati in ambito della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), di cui fanno parte sia lo Zimbabwe sia il Mozambico, Harare avrebbe bisogno di un’autorizzazione da parte dell’organismo regionale per inviare le sue truppe in Mozambico. Tale autorizzazione, tuttavia, non sarebbe necessaria, qualore l’invio di truppe si renda necessario per mantenere la sicurezza all’interno del proprio territorio e sia autorizzato dal governo di Maputo. * Michele Vollaro - Atlasweb |
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| 06/12/2012 R. D. Congo: Dopo Goma, ribelli M23 e governo Kinshasa si apprestano al negoziato |
Negoziati tra il governo di Kinshasa e i ribelli del Movimento 23 marzo (M23) cominceranno tra uno o due giorni a Kampala, in Uganda. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno congolese, Richard Muyej Mangez, durante una visita a Goma, la capitale della provincia nord-orientale del Nord-Kivu teatro della nuova guerra che scuote la regione da aprile. Secondo il ministro la delegazione di Kinshasa comprenderà rappresentanti delle istituzioni e della società civile. I quattro gruppi di opposizione rappresentati all’Assemblea nazionale e al Senato hanno tuttavia annunciato che non intendono recarsi a Kampala perché non avevano partecipato alla stesura degli accordi di pace del 2009, rimessi in causa dall’M23, composto prevalentemente da ex esponenti della vecchia ribellione Cndp, a maggioranza tutsi. La ribellione aveva più volte espresso il desiderio di dialogare anche con l’opposizione politica, nella ricerca di alleati contro il governo del presidente Joseph Kabila, minacciato dal gruppo armato. Non è ancora chiaro se il presidente Kabila parteciperà all’incontro ugandese. L’M23 si è ritirato da Goma dopo 12 giorni di occupazione iniziati il 20 novembre, come richiesto dai vertici regionali e dalla comunità internazionale. I responsabili amministrativi, l’esercito e la polizia, appoggiati dai caschi blu dell’Onu, stanno progressivamente riprendendo posizione nella città. La popolazione e le centinaia di migliaia di sfollati attendono di conoscere la sorte della tormentata ma ricchissima regione mineraria. * Celine Camoin - Atlasweb |
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| 06/12/2012 R. D. Congo: Nuova strage nel Masisi. JRS: “occorre proteggere anche quest’area del Nord Kivu” |
Almeno 28 persone sono state uccise nel Masisi dal 29 novembre, a seguito dei combattimenti in corso tra gruppi armati rivali. Lo denuncia un comunicato inviato all’Agenzia Fides dall’ufficio del Jesuit Refugee Service (JRS) per la regione dei Grandi Laghi. Il Masisi è una zona ricca di minerali nel Nord Kivu, nell'est della Repubblica Democratica del Congo. Il JRS ricorda che da agosto è aumentato il numero di scontri tra diversi gruppi ribelli , oltre che tra questi gruppi e l'esercito congolese. “Di conseguenza, migliaia di donne, bambini e uomini sono sfollati dalle loro case. Inoltre, un clima di paura e diffidenze reciproche regna tra le due maggiori comunità che vivono nella zona, Hunde e Hutu”. Secondo le informazioni raccolte dal JRS, nella notte del 29 novembre, appartenenti al gruppo Nyatura, una milizia Hutu, hanno attaccato il villaggio di Kihuma abitato da Hunde, bruciando case e sparando alla popolazione. Cinque persone sono state uccise, di cui una in un vicino centro medico. Lo stesso giorno dell'attentato di Kihuma, il 29 novembre, i giovani miliziani Hunde hanno immediatamente reagito uccidendo 11 persone hutu nei dintorni di Buabo, tra cui cinque uomini che presumibilmente erano appartenenti alla milizia Nyatura. Il giorno dopo, altre dodici persone sono state uccise durante un'incursione armata in diversi villaggi Hutu nei pressi di Lushebere. Diverse case sono state bruciate e la popolazione dei villaggi è fuggita in massa. Il JRS ritiene che sia una priorità urgente per la comunità internazionale, per le autorità congolesi, per la Missione di pace delle Nazioni Unite (MONUSCO) e per gli attori politici della regione dei Grandi Laghi, occuparsi del conflitto dimenticato nella regione di Masisi e garantire la protezione della popolazione locale. “Apprezziamo gli sforzi diplomatici in corso per fermare le violenze dei ribelli che il 20 novembre hanno preso il controllo di Goma, la capitale del Nord Kivu, causando la fuga di decine di migliaia di persone; la stessa determinazione è ora necessaria per restituire pace e sicurezza alla popolazione di Masisi, ormai stremata dal conflitto" afferma il Direttore dell’ufficio del JRS Grandi Laghi, Isaac Kiyaka, SJ. - Ag. Fides |
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| 06/12/2012 R. D. Congo: Saccheggi a Goma. Card.: Rodríguez Maradiaga: è guerra per le risorse minerarie |
Resta drammatica la situazione umanitaria nel Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. A Kampala, in Uganda, si aspetta l’ormai prossimo inizio delle trattative tra il governo congolese e i ribelli di M23. A Goma, dopo l’uscita dei ribelli, continuano a verificarsi violenze e saccheggi. Ieri il Papa, all'udienza generale, ha lanciato un accorato appello per la pace e per venire incontro alle necessità delle decine di migliaia di civili fuggiti dalle loro case. La Caritas Internationalis sta coordinando gli aiuti della Chiesa. Linda Bordoni ha sentito il presidente dell’organismo, il cardinale honduregno Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga: R. - Mi sembra che le parole del Papa siano veramente molto importanti, perché è l’unica autorità morale rimasta nel mondo con la possibilità di arrivare a tutti gli uomini di buona volontà. Quest’appello rivolto dal Santo Padre deve essere preso in considerazione, perché non è più possibile che assistiamo ad una nuova guerra per ragioni che potrebbero essere evitate: una delle ragioni principali è l’interesse per i minerali preziosi, che sono strategici e che sono alla base della guerra scatenata dal movimento guerrigliero. Non sono, quindi, ragioni ideologiche: si vuole soltanto avere quel territorio per sfruttare quei minerali. Io faccio eco a questo appello del Santo Padre, affinché in tutto il mondo cattolico si possano attuare azioni, specialmente una catena di preghiera, perché lo Spirito Santo può trasformare i cuori e fare in modo che i sentimenti di cupidigia e di desiderio soltanto materiale possano tradursi nel rispetto della vita, specialmente dei più poveri. - Radio Vaticana |
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