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28/11/2012 Egitto: Piazza Tahrir si riaccende, ora si aspetta la risposta di Morsi

Migliaia di manifestanti hanno occupato ieri piazza Tahrir, al Cairo, per protestare contro il presidente Mohamed Morsi e chiedere la rimozione di alcuni provvedimenti a carattere istituzionale che gli garantiscono poteri assoluti. Secondo la stampa egiziana si tratta del più serio test cui il nuovo capo di Stato è sottoposto dal giorno del suo insediamento, lo scorso 30 giugno. I dimostranti e un ampio arco di partiti di opposizione contestano la decisione di porsi al di fuori del controllo di qualunque organo giudiziario fino a quando non sarà eletto un nuovo parlamento. Le decisioni porse da Morsi garantiscono sia l’Assemblea costituente che il Consiglio della Shura, organi già a maggioranza islamista e che ora sono anche a prova della giustizia algerina. Esse dispongono inoltre il licenziamento del procuratore generale Abdel Meguid Mahmoud. Le proteste di ieri si sono svolte in maniera pacifica e hanno in un secondo tempo riguardato anche Alessandria, Assiut, Tanta, Mahalla, Mansoura, Luxor, Suez e Port Said. A Mahalla si sono però avuti scontri tra manifestanti e sostenitori della polizia. Pur prevista in precedenza, una contemporanea manifestazione del fronte a sostegno di Mubarak è stata rinviata per evitare possibili incidenti. - Atlasweb

 
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28/11/2012 Egitto: Nuovi scontri in piazza Tahrir durante sit-in contro Morsi

I manifestanti accampati in piazza Tahrir al Cairo sono stati dispersi con gas lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine. Fumogeni sono stati lanciati in mezzo ai dimostranti che chiedono la revoca dei decreti con cui il presidente Mohammed Morsi si è conferito nuovi poteri, ponendosi al di sopra della legge. Le immagini diffuse dalla televisione locale hanno mostrato un fuggi fuggi generale e denso fumo nero levarsi dalla piazza. Non è chiaro se ci siano feriti. Nella giornata di ieri la protesta, che va avanti da giorni, si è estesa anche ad altre città egiziane, fra cui Alessandria, dove hanno marciato in 15mila. - LaPresse/AP

 
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28/11/2012 Egitto: La magistratura in sciopero

Scontro in Egitto fra poteri dello Stato. Il presidente Morsi contro la corte costituzionale. Tema del contendere il decreto presidenziale che sancirebbe l’impossibilità di giudicare il presidente nell’esercizio delle sue funzioni. Il 22 novembre inoltre , Morsi aveva anche deciso che nessun tribunale avrebbe potuto dissolvere la commissione incaricata di redigere la futura costituzione. Una commissione di nomina politica e dunque sotto l’influenza del presidente. Secondo alcuni una spada di Damocle sul capo della giovanissima democrazia egiziana. Una polemica strumentale secondo il portavoce della corte costituzionale che ha rivendicato l’indipendenza ideologica dei suoi membri e criticato la campagna strumentale montata da Morsi contro questa istanza. La corte ha sospeso i suoi lavori e congelato la sua decisione fino a quando questa campagna d’odio non cesserà Stessa cosa ha fatto la corte di cassazione. Per i sostenitori di Morsi i poteri eccezionali del presidente sono necessari per modernizzare il paese appena uscito da una sanguinosa rivoluzione. - Euronews

 
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28/11/2012 Egitto: Condannati a morte sette egiziani legati a un film che denigra Maometto

Un tribunale del Cairo ha condannato alla pena di morte sette cittadini egiziani, legati alla produzione di un film antimusulmano che nello scorso settembre ha sollevato nel mondo una violenta ondata di proteste. I sette, tutti contumaci, sono stati riconosciuti colpevoli di oltraggio alla religione islamica. Il film, realizzato con un budhget low cost in California, presenta il profeta Maometto come un donnaiolo, un omosessuale o un ritardato mentale. Un estratto del lungometraggio, apparso su internet, aveva provocato nei mesi scorsi la reazione di molte comunità musulmane, che in diverse parti del mondo hanno manifestato nelle piazze e preso d’assalto alcune ambasciate occidentali. - Euronews

 
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28/11/2012 Nigeria: CPI, Boko Haram responsabile di crimini contro l’umanità

Il sedicente capo di Boko Haram in una lunga rivendicazione video diffusa a Gennaio, pochi giorni dopo i gravi attentati del giorno di Natale. L’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha diffuso un rapporto preliminare in cui giudica le azioni compiute dal gruppo islamista radicale Boko Haram passibili di essere giudicate come crimini contro l’umanità. A rivelarlo sono i media nigeriani, che hanno ottenuto una prima versione del rapporto in cui la Cpi avrebbe verificato anche le azioni commesse negli anni passati dai militanti che nella regione meridionale del Delta del Niger sostenenvano di combattere per una più equa redistribuzione dei profitti petroliferi, ma non le ha giudicate tali da essere considerate come oggetto della sua giurisdizione.
Per quanto riguarda la setta islamica in lotta con il governo federale, i quotidiani nigeriani scrivono che “l’Ufficio ha determinato che esiste una base ragionevole di ritenere che crimini contro l’umanità siano stati commessi in Nigeria, in particolare casi di omicidio e persecuzione attribuibili a Boko Haram”. In questo senso la Cpi ha stabilito che la fase preliminare delle indagini sulla situazione nigeriana possa proseguire con le indagini se le azioni compiute dal governo di Abuja in risposta a Boko Haram siano state adeguate e corrette alla gravità dei crimini. Numerose organizzazioni per i diritti umani nigeriane ed internazionali hanno salutato positivamente la decisione della Cpi, auspicando che la situazione possa essere indirizzata al più presto verso una soluzione che non preveda ulteriori spargimenti di sangue.
Nel frattempo, ieri dallo stesso gruppo radicale è giunta un’altra proposta per avviare un neogziato con il governo federale, dopo che una prima offerta era stata rigettata ufficialmente dal presidente Goodluck Jonathan. In una lettera firmata da Abu Mohammed Abdulazeez, un leader del gruppo ritenuto dai servizi segreti nigeriani un membro dell’ala moderata di Boko Haram, e scritta su iniziativa del capo indiscusso del gruppo, Abubakar Shekau, Boko Haram dice “di non voler giocare con il governo ma di essere in attesa di risposte” dall’esecutivo di Abuja. Nella lettera viene indicato inoltre un possibile mediatore, individuato in Imam Gabchiya, docente all’Università della città nord-orientale di Maiduguri, dopo che i cinque nomi indicati nella prima richiesta si erano rifiutati di prendere parte al negoziato in quanto non erano stati preventivamente informati. I quotidiani nigeriani non specificano se Gabchiya o esponenti del governo di Abuja abbiano in qualche modo commentato la notizia della richiesta di negoziato.* Michele Vollaro - Atlasweb

 

 
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28/11/2012 Nigeria: Boko Haram , il negoziato e i dubbi del vescovo di Sokoto

“Un negoziato presuppone una tregua che regga almeno uno o due mesi” dice alla MISNA monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto nato e cresciuto nel nord della Nigeria dove Boko Haram è più radicato. Alla nuova offerta di trattativa rivolta al governo da un presunto portavoce del gruppo, per ora, non crede granché. La proposta è contenuta in una lettera firmata da Sheikh Abu Muhammad Ibn Abdelaziz, consegnata ad alcuni giornalisti a Maiduguri, la città ai confini del Sahel roccaforte storica di Boko Haram. Nel testo è indicato come possibile mediatore Sheikh Gabchia, imam dell’università di Maiduguri che fonti della MISNA danno in Arabia Saudita da alcuni giorni. Secondo monsignor Kukah, il religioso è poco conosciuto a livello nazionale a differenza di Muhammadu Buhari, l’ex presidente nigeriano che a inizio novembre aveva respinto una precedente proposta di Boko Haram di mediare in una trattativa con il governo.
Il quotidiano Daily Trust ha scritto che dietro il nome di Abdelaziz potrebbero esserci elementi “moderati” di un gruppo estremamente frammentato, elementi che avrebbero per altro difficoltà a imporre la loro linea. Di sicuro, come confermano fonti della MISNA a Maiduguri, in questa città è in corso ormai da settimane un’offensiva dell’esercito. La pressione su Boko Haram sarebbe aumentata anche in conseguenza della decisione del governo di fissare una taglia su 19 comandanti del gruppo. Una ricompensa di un valore equivalente a 245.000 euro è stata promessa a chiunque dovesse contribuire alla cattura di Abubakar Shekau, ritenuto responsabile di alcuni degli attentati più gravi degli ultimi anni. “Sono ricercati – ha spiegato un portavoce delle Forze armateperché coinvolti in atti terroristici compiuti soprattutto nel nord-est della Nigeria e nell’assassinio di civili, esponenti religiosi, capi tradizionali, uomini d’affari, politici, funzionari pubblici e agenti della sicurezza”. La linea dura, finora, non ha portato più sicurezza. Nei giorni scorsi esercito e polizia sono stati umiliati per l’ennesima volta con attentati e assalti di commando non rivendicati ma che, almeno in teoria, potrebbero essere riconducibili a Boko Haram. Domenica l’esplosione di due autobombe all’interno di una caserma dell’esercito nello Stato settentrionale di Kaduna, circa 600 chilometri a ovest di Maiduguri. Nella notte tra domenica e lunedì l’assalto di un commando armato a una prigione nel cuore di Abuja, dove sono spesso trasferiti i militanti di Boko Haram catturati nel nord della Nigeria. In questi due episodi, distinti e probabilmente slegati tra loro, hanno perso la vita una ventina di persone.
Non è esattamente la tregua di cui parla monsignor Kukah. Il vescovo più che alla trattativa pensa ai problemi della Nigeria che la fine delle dittature militari non ha risolto. Anzitutto la corruzione e l’incapacità finora dimostrata dai governi nel mettere il petrolio custodito nelle regioni meridionali al servizio dello sviluppo economico e sociale di tutto il paese. “Dalle repressioni del 2009 a oggiaggiunge monsignor Kukah – le violenze dei militari e gli abusi dello Stato non hanno fatto che aggravare i problemi: non si contano le persone tenute in carcere senza accuse per mesi”. Secondo alcune stime, dal 2010 agguati e attentati attribuibili a Boko Haram hanno causato oltre 1400 vittime. Il gruppo sostiene di battersi per l’applicazione della legge islamica in tutta la Nigeria. Per farlo deve rovesciare il governo di Goodluck Jonathan, presidente originario del sud e di religione cristiana, in carica dal febbraio 2010. - Misna

 

 
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28/11/2012 R. D. Congo: Situazione drammatica a Masisi per la presenza di diversi gruppi ribelli

“Gli abitanti di Masisi vivono tra la paura dell’arrivo imminente dei ribelli del gruppo M23 e gli effetti dei violenti attacchi di diversi altri gruppi presenti nella regione” afferma un comunicato inviato all’Agenzia Fides dal Jesuit Refugee Service della Regione dei Grandi Laghi. Il distretto di Masisi si trova a 100 km circa da Goma, il capoluogo del Nord Kivu (est della Repubblica Democratica del Congo) occupato dal movimento dei ribelli M23 nei giorni scorsi. Secondo notizie di agenzia, gli uomini dell’M23 stanno lasciando Goma nella mattina di oggi, 28 novembre. “Abbiamo abbandonato le nostre case senza poter portare cibo con noi. Siamo fuggiti nella foresta con un solo obiettivo in mente, la nostra sicurezza. E non abbiamo alcuna idea di quando e come torneremo a casa " ha detto un abitante di Masisi, che ha lasciato la sua casa il 25 novembre in seguito allo scoppio dei combattimenti tra l'esercito congolese e i miliziani Mai-Mai. I violenti scontri sono scoppiati a seguito del tentativo della milizia Mai-Mai, che si suppone sia alleata dell’M23, di prendere il controllo delle armi dell'esercito congolese. "Quando abbiamo sentito gli spari, abbiamo assistito alla fuga in massa della popolazione di Masisi. All'inizio molti si sono rifugiati nella parrocchia, poi hanno iniziato la fuga verso Nyabiondo. Si poteva leggere la paura nei loro occhi" ha detto un membro del JRS di Masisi. Diversi sfollati interni hanno trovato rifugio nel vicino campo di Bukombo, dove sono ammassati negli edifici scolastici. "Non abbiamo niente da mangiare o da bere. Soprattutto le donne e i bambini sono in uno stato di shock. E non abbiamo la minima idea di quando avremo finalmente la pace. Oggi siamo fuggiti dai Mai-Mai, domani forse dall’ M23” afferma una delle persone sfollate. Nonostante il deterioramento della crisi nel Nord Kivu, il personale del JRS nel distretto di Masisi aveva riavviato per breve tempo le proprie attività di educazione formale e informale, tra cui la costruzione di una scuola secondaria. Dopo gli ultimi episodi di violenza, il JRS è stato però costretto a sospendere tutte le attività a Masisi. - Ag. Fides

 
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28/11/2012 R. D. Congo: Nord Kivu, ribelli M23 avviano operazioni di ritiro da Goma

Diversi camion carichi di armi, munizioni e viveri dei ribelli del Movimento 23 marzo (23) sono stati visti lasciare Goma in direzione di Rutshuru e Rumangabo, dove si trovano alcune basi dei combattenti. Secondo alcune fonti nel capoluogo del Nord-Kivu sarebbe il primo segnale del ritiro dei ribelli, annunciato ieri dal capo militare dell’M23, Sultani Makenga, anche se le dichiarazioni del capo politico della ribellione Jean-Marie Runiga non sono state chiarissime a riguardo. I leader regionali avevano dato, sabato scorso, un ultimatum di 48 ore ai ribelli affinché si ritirassero da Goma e si stabilissero a una ventina di chilometri a nord dalla città. Secondo l’emittente delle Nazioni Unite in Congo, Radio Okapi, il portavoce militare del M23, Vianney Kazarama, ha precisato che domani inizierà la ritirata delle truppe.
Già oggi, comunque, i ribelli che occupavano le località di Ngungu, Umure, Mushaki, Kirolirwe, nonché le colline di Muremere nel territorio del Masisi cominceranno a raggrupparsi nella zona di Saké, 27 chilometri a ovest di Goma. “La ritirata non sarà operativa prima di domani” ha detto Kazarama, precisando che le forze del M23 torneranno a stabilire il proprio stato maggiore a Kibumba, una trentina di chilometri a nord di Goma. A Goma, le attività stanno progressivamente riprendendo nonostante l’incertezza e la presenza, seppur discreta dicono le fonti, dei ribelli antigovernativi. La tensione è invece ulteriormente salita con il Rwanda – ritenuto da molti il principale sponsor dei ribelliche ha accusato ribelli delle Fdlr, da anni basati nell’est del Congo, di aver condotto attacchi in territorio ruandese, nel distretto di Rubavu, con un bilancio di un civile ucciso. Secondo fonti di Kigali circa 120 miliziani ben armati avrebbero attaccato ieri i settori di Bugeshi e Cyanzarwe, prima di essere respinti verso il Congo. “Questo attacco non ci porterà verso una guerra nella Repubblica Democratica del Congo” ha dichiarato il portavoce della Difesa Joseph Nzabamwita * Celine Camoin - Atlasweb

 

 
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28/11/2012 R. D. Congo: Residenti di Goma manifestano contro il presidente Kabila

Circa mille abitanti di Goma, in Congo, hanno sfilato nella strada principale della città manifestando contro il presidente Joseph Kabila e chiedendo di restare ai ribelli del gruppo M23, che la settimana scorsa hanno preso il controllo della città. La marcia è iniziata dalla base delle forze Onu a Goma, per poi proseguire nel centro. "Voglio che Kabila se ne vada perché non ha aiutato la popolazione e perché il nostro Paese non ha fatto passi avanti da quando è diventato presidente", ha detto uno dei partecipanti alla marcia, aggiungendo: "Credo che i ribelli del M23 debbano restare, non voglio che torni l'esercito". - LaPresse/AP

 
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28/11/2012 R. D. Congo: Ribelli M23 si ritirano da Goma? Si, no, forse. Cronaca di una giornata confusa

È stata una giornata confusa quella di ieri dove nel corso di 12 ore fonti diverse, ma tutte attendibili e di alto livello, hanno annunciato prima il ritiro entro la sera del M23 da Goma, poi il contrario e poi, ancora, in serata, un’altra conferma del ritiro, ma entro venerdì. Ad aprire le danze delle dichiarazioni in mattinata era stato il capo dell’esercito ugandese che, in un’intervista all’agenzia inglese Reuters, aveva annunciato l’accordo del M23 per il ritiro da Goma a cominciare dalla serata di ieri. Verso le 12, durante un’affollata conferenza stampa, ai giornalisti presenti a Goma ha parlato invece il capo politico dell’M23, Jean-Marie Runiga, il quale ha spiegato che la ribellione del Movimento 23 marzo (M23) si ritirerà solo dopo un cessate il fuoco da parte delle forze militari congolesi (Fardc) e la programmazione di un calendario di negoziati, con il coinvolgimento della società civile, dell’opposizione e della diaspora. In dichiarazioni all’agenzia France Presse, arrivate in serata, poi il capo militare dell’M23 (l’Esercito rivoluzionario congolese, Arc) Sultani Makenga ha invece annunciato che i suoi uomini lasceranno la città entro venerdì e si ritireranno a 20 chilometri verso nord, come chiesto sabato dai dirigenti della Conferenza internazionale dei Grandi Laghi (Cirgl) durante un vertice a Kampala.
Mentre si cerca di capire le intenzioni e le richieste del movimento ribelle, varie fonti hanno confermato le notizie di un’offensiva delle Fardc contro le posizioni dell’M23 nel territorio del Masisi. Lo riferisce l’emittente Radio Okapi, precisando che il portavoce militare della regione non ha confermato ufficialmente l’operazione, precisando che le truppe regolari sarebbero risalite da Minova e avrebbero attaccato verso le 4.00 di stamattina le colline sovrastanti le località di Shasha e Karuba. I combattimenti nel tardo pomeriggio erano ancora in corso nella zona di Mushaki, occupata da una settimana dall’M23. Il Movimento 23 marzo è formato da ex ribelli del Cndp, un movimento politico militare a maggioranza tutsi e composto da esponenti legati alla comunità originaria del Rwanda. Il Rwanda è accusato da più fonti, inclusi esperti dell’Onu, di sostenere militarmente la ribellione. L’ultimo rapporto Onu accusa poi anche l’Uganda di sostenere la nuova ribellione attiva nell’est del Congo, pur sottolineando che questo sostegno è avvenuto in misura minore rispetto a quello ruandese. - Atlasweb

 
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