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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 19/07/2011 Guinea: Presidente indenne dopo attacco militari a residenza |
Il presidente della Guinea, Alpha Condè, in carica da sette mesi, è uscito indenne da un tentativo di assassinio compiuto da alcuni militari che stamane hanno dato l'assalto alla sua residenza privata nella capitale Conakry. Durante l'attacco una guardia presidenziale è stata uccisa e altre due sono rimaste ferite. Nel pomeriggio è stato arrestato l'ex capo di stato maggiore dell'esercito guineano, il generale Nouhou Thiam, esonerato dallo stesso Condè poco dopo la sua entrata in carica, il 21 dicembre 2010. Secondo il capo di stato "i responsabili militari deviati sono stati tutti catturati, anche se l'inchiesta continuà ". Alpha Condè ha anche detto in un'intervista a Radio France International di essere stato fortunato. "Ho avuto fortuna perchè non stavo dormendo nella mia camera ... La mia stanza - ha spiegato - è stata attaccata a colpi di bazooka e lanciarazzi Rpg7 ma la guardia presidenziale ha resistito per due ore fino all'arrivo dei rinforzi". Il presidente ha infine rivolto "un appello alla popolazione perchè mantenga la calma e torni a lavorare ... in modo da rendere irreversibile il processo democratico in Guinea". - Swissinfo |
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| 19/07/2011 Libia: Medvedev, accordo ribelli-regime raggiungibile |
Un compromesso tra i ribelli in Libia e il governo del paese è raggiungibile: lo ha detto il presidente della Russia, Dmitri Medvedev, nel corso della sua visita ufficiale ad Hannover. Medvedev ha sottolineato che la Russia si impegnerà a promuovere un compromesso tra Bengasi e Tripoli. Per quanto riguarda la Siria, Medvedev ha dichiarato "Non vogliamo che la situazione in Siria si sviluppi come quella in Libia". Per questo, ha aggiunto, "la Russia si muove con cautela e chiede al presidente Bashar al-Assad di concedere le riforme richieste" dalla popolazione. - Swissinfo |
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| 19/07/2011 Nigeria: Boko Haram, i soldati e il dialogo necessario |
Due giorni senza bombe sono già qualcosa, a Maiduguri. Nelle strade di questa città della Nigeria nord-orientale ricomincia a vedersi qualche motocicletta. Lungo la Ahmadu Bello Way hanno perfino riaperto due mercati popolari. “Ma la gente – racconta alla MISNA chi ha lasciato la città solo oggi – ha paura”. In un reportage pubblicato in prima pagina, il quotidiano “This Day” sostiene che “dopo la tempesta, Maiduguri vuole tornare a vivere”. I militanti di Boko Haram, il gruppo armato di matrice islamica che ha scatenato la crisi, hanno di fronte un’unità speciale dell’esercito. Con la ripresa degli attentati dinamitardi dopo la conferma elettorale di Goodluck Jonathan, un presidente originario del Sud petrolifero e cristiano, la città è diventata l’ultima frontiera dello scontro tra il governo federale e le tante storie di povertà di questo gigante d’Africa. “Nei negozi di Maiduguri puoi acquistare una ricarica per il cellulare e un po’ di verdura, magari scherzando su questa nuova crisi” scrive il cronista di “This Day”. Il reportage vuol dare un segno di speranza, anche quando racconta dell’impegno dell’Ente nazionale per la gestione delle emergenze (Nema) nella distribuzione di riso, fagioli, sapone e zanzariere a 140 sfollati accampati di fronte a una moschea di periferia. Il “ritorno alla vita” sarebbe testimoniato anche dalle promesse del governatore dello Stato di Borno, Kashim Shettima. Ricostruiremo le case bruciate, ha detto, e garantiremo sussidi alle famiglie delle vittime. Alla MISNA, però, raccontano altro. “La gente aveva paura di Boko Haram, ora teme soprattutto l’esercito” dice Shehu Sani, il direttore di Civic Rights Congress (Crc), un’alleanza di organizzazioni non governative radicate nel Nord della Nigeria. Lo ha confermato l’ultimo attentato dinamitardo di venerdì: il ferimento di otto agenti ha scatenato la reazione violenta della polizia, pronta a fare irruzione nelle case ma incapace di fermare i veri responsabili, abili nell’utilizzo delle tattiche “mordi e fuggi” tipiche della guerriglia. Per giorni, Sani ha raccolto prove di violazioni dei diritti umani commesse sia dagli uomini di Boko Haram sia dai soldati. Ora sostiene che la via militare “non porterà a nulla” e che invece “serve un gruppo di contatto della presidenza federale” per avviare una trattativa. Il capo dello Stato Goodluck Jonathan ha ipotizzato più volte un negoziato sul modello sperimentato con i ribelli del Delta del Niger, la sua terra di origine. Sulle pagine dei giornali nigeriani torna spesso la parola “amnistia”, uno degli aspetti chiave del piano varato nel 2009 per garantire la pace e la produzione di greggio, un tesoro che vale da solo tre quarti delle entrate dello Stato nigeriano. La necessità del dialogo è il messaggio centrale di un’intervista concessa al quotidiano “Leadership” da Mallam Sani Zangon-Daura, più volte ministro durante la presidenza di Olusegun Obasanjo (1999-2007). “Jonathan ha offerto un’amnistia ai ‘suoi’ del Delta del Niger – sostiene Zangon-Daura – e ora dovrebbe fare lo stesso con il nemico”. Boko Haram ha acquisito forza dagli squilibri sociali e regionali, in particolare dal crollo dell’industria tessile, l’attività produttiva più importante in un’area con un tasso di fertilità media di oltre sette figli per donna. Il gruppo fu costituito nel 2002 ma solo nel 2009, nella fase più acuta della crisi economica internazionale, cominciarono gli agguati. Quell’anno i morti furono centinaia, anche a causa della repressione di esercito e polizia. Adesso le vittime sono decine e gli sfollati almeno 15.000. Consapevole che il ricorso alla forza da solo non risolva i problemi, il governatore Shettima ha promesso 500.000 posti di lavoro in sei anni. Vanno oltre i deputati del parlamento eletti nello Stato di Borno: “L’invio dei militari è benzina sul fuoco”. - Misna |
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| 19/07/2011 Repubblica Centrafricana: Ala dissidente ribellione depone le armi |
Ha accettato di deporre le armi la fazione dissidente della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp), che nei mesi scorsi aveva rifiutato di unirsi al resto del movimento ribelle nella firma di un accordo di pace con il governo di Bangui. Una cerimonia simbolica si è svolta nella capitale, alla presenza di monsignor Paulin Pomodimo, Mediatore della repubblica. L’ala guidata da Mahamat Sallé si è impegnata ad aiutare il governo nella lotta contro i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), gruppo armato di matrice ugandese protagonista di violenze sui civili in Centrafrica (oltre che in Sudan e in Repubblica Democratica del Congo). L’emittente Radio Ndeke-Luka segnala invece che alcuni uomini armati, la cui appartenenza resta finora ignota, hanno preso ieri il controllo del piccolo aeroporto di Sam Ouandja, nel nord del paese, e sabotato la rete di telefonia mobile. La città sarebbe al momento isolata dal resto del paese. - Misna |
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| 19/07/2011 Somalia: La carestia “ammorbidisce” Al Shabaab |
La peggiore crisi umanitaria da anni a questa parte. La più violenta carestia e siccità da 60 anni. Il peggio in Somalia pare non avere fine. Dopo oltre 20 anni di guerra civile, dopo la “stretta” sulla popolazione compiuta dagli estremisti islamici Al Shabaab con l’introduzione di una sharia (la legge islamica) particolarmente intransigente, dopo la cacciata di ogni organizzazione umanitaria dal Paese, 10 milioni di persone secondo i dato Onu sono state toccate dalla crisi. 500 mila i bambini. E così Al Shabaab ha ceduto e ha dovuto ritirare l’ostracismo che aveva colpito tutti gli occidentali a partire dal 2009. Via libera all’ingresso delle organizzazioni umanitarie nel Paese. Pochi giorni fa, 5 tonnellate di cibo e medicinali sono giunte a Baidoa, nel centro dello Stato, sotto i vigili occhi delle formazioni estremiste che controllano l’area. Mentre anche la Gran Bretagna stanzia oltre 80 milioni di dollari in aiuti, gli Usa destinano cospicui fondi a Uganda e Burundi, i due Paesi che reggono le sorti della Somalia. Sono infatti ugandesi e burundesi gli 8 mila caschi verdi dell’Unione Africana che proteggono a Mogadiscio il Governo Transitorio Somalo. Se infatti l’attenzione della comunità internazionale è rivolta alla crisi umanitaria, c’è chi da tempo guarda al Corno d’Africa per altri motivi. L’intelligence Usa è particolarmente attenta all’evoluzione dei rapporti fra Al Shabaab e le formazioni estremiste yemenite. I due Paesi sono infatti accomunati da alcune caratteristiche: governi fragili (praticamente inesistente nel caso somalo), vasti e poco controllati territori, logiche clanico-tribali che dilaniano politica e società civile. Le condizioni ideali per installare basi e costruire campi di addestramento per terroristi globali. Il caso somalo poi è particolarmente complesso. Recentemente The Nation, settimanale Usa, ha rivelato che da tempo agenti della CIA opererebbero in territorio somalo con basi segrete e addirittura un aeroporto e una prigione. Insomma, occhi puntati sull’ex colonia italiana. Anche da parte dell’Italia che da tempo destina aiuti al Governo Transitorio somalo. Ma una recente visita lampo a Mogadiscio del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica promette di aprire una pagina nuova nella storia dei rapporti italo-somali. Secondo Mantica entro fine anno l’Italia aprirà una rappresentanza diplomatica a Mogadiscio. Notizia “bomba”, a dir poco: ”Ho effettuato un sopralluogo per ispezionare la zona identificata”, ha detto Mantica, sottolineando di aver “concordato” la riapertura dell’Ambasciata d’Italia a Mogadiscio e di contare ”di aprirla entro la fine dell’anno”. Secondo Mantica, ”l’apertura dell’ambasciata d’Italia è un importante messaggio al governo somalo che non è solo a lottare contro gli Shabaab”. Vero atto di coraggio quello italiano, considerando che Mogadiscio resta una città dal tasso di pericolosità senza pari al mondo. Chi scrive, nel settembre 2009, evitò per 48 ore un devastante attacco terroristico nel cuore del campo dell’Unione Africana Amisom, considerato il luogo più sicuro della Somalia. Anche Gran Bretagna e Unione Europea starebbero valutando l’ipotesi dell’apertura di una rappresentanza. Forse la diplomazia sarà il primo passo per ridare alla Somalia la pace che merita. Ma a Mogadiscio tutto può accadere. Un giornalista somalo un giorno disse: “Per sopravvivere a Mogadiscio devi essere paranoico. Perché può accadere qualsiasi cosa”. Anche di vedere sventolare nuovamente il tricolore italiano. * Giampaolo Musumeci - Panorama |
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| 19/07/2011 Somalia: Pirateria marittima: pirati somali a 'caccia' di petroliere |
I predoni del mare sanno bene che i loro carichi valgono milioni di dollari e la vendita di contrabbando del greggio è un business molto redditizio. Attualmente i pirati somali trattengono, in attesa di ricevere un riscatto per rilasciarla, una petroliera italiana la 'Savina Caylyn' catturata l'8 febbraio scorso. Prigionieri in Somalia vi sono anche 11 marittimi italiani. - Sono le petroliere le prede più ambite dai pirati somali. I recenti assalti verificatisi nelle ultime settimane nel ‘mare dei pirati’ lo lasciano credere. I predoni del mare sanno bene che i loro carichi valgono milioni di dollari e la vendita di contrabbando del greggio è un business molto redditizio. Uno dei mercati più attivo si trova in India. Quindi la loro è una scelta utilitaristica legata al profitto. Proprio la cattura di una petroliera, la ‘MV Giuba XX’, dopo mesi di assenza di attività, o per lo meno di colpi messi a segno, dai predoni del mare, ha fatto scattare l’allerta pirateria al largo della Somalia e nel Golfo di Aden in un periodo in genere considerato di ‘fermo stagionale’ a causa della stagione dei monsoni. Anche se non è alla pari di una delle tante superpetroliere che trasportano milioni di barili di greggio, la ‘MV Giuba XX’ trasportava 4831 tonnellate di greggio, ora la gang del mare che l’ha catturata si sta affrettando a trasferire il suo carico. La nave si trova presso la costa settentrionale della Somalia. L’episodio dimostra che i pirati somali hanno cambiato modo di agire badando più alla qualità che alla quantità. Rispetto al passato le loro azioni sono meglio pianificate. Puntano al maggior realizzo. Si ipotizza che la ripresa degli atti di pirateria al largo delle coste somale sia alimentata oltre che dalla mancanza di un governo legittimamente riconosciuto nella nazione somala ora anche dalla siccità e povertà che sta duramente colpendo il Corno D’Africa. Una ripresa che avviene nonostante lo sforzo della comunità internazionale a pattugliare le acque nei pressi della Somalia con diverse unità navali militari multinazionali. I moderni pirati hanno tanto lavoro perché gran parte del commercio tra Asia e Europa si svolge mediante spedizione via mare. Per cui essi ‘presidiano’ le principali rotte di navigazione e attaccano e catturano le navi da carico tenendole in ostaggi finchè non viene pagato un riscatto per il loro rilascio. I pirati tendono le loro imboscate principalmente lungo il Golfo di Aden e lo Stretto di Malacca in quanto in quelle acque le grosse navi sono più vulnerabili agli attacchi dei loro barchini d’assalto. Le navi commerciali sono infatti, costrette ad abbassare velocità di crociera per consentire la navigazione e il controllo del traffico, e questo li rende facili prede. In realtà l’allerta era già scattata, ma in maniera più estesa. A mettere in guardia erano stati diversi attacchi portati a navi commerciali negli ultimi mesi. Risulta infatti, che dal 20 maggio scorso i pirati somali abbiano attaccato ben 14 navi nel Mar Rosso meridionale. Mentre un’ondata di attacchi, anche particolarmente violenti, ha colpito le coste dell'Africa occidentale. Attacchi si sono verificati anche ad est e nord-est del Golfo di Aden. Si tratta della rotta seguita prevalentemente dalle petroliere provenienti dal Golfo Persico. Dal marzo scorso poi, sono stati ben 12 gli attacchi condotti contro petroliere al largo del Benin. In questa zona finora non erano mai stati segnalati incidenti. Mentre nel mese di giugno, per la prima volta, i pirati somali erano entrati in azione anche nell'Oceano Indiano in piena stagione dei monsoni. Un periodo in cui normalmente non si registrano assalti a causa delle condizioni proibitive del mare con onde altissime. Tutto questo ha fatto registrare un aumento degli attacchi dei pirati somali come un recente rapporto ha indicato. Risulta infatti, che nei primi sei mesi del 2011 si è registrato un aumento degli attacchi pari al 36 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2010. Però, al tempo stesso, per le evidenti difficoltà esistenti, si è registrato anche un calo del successo degli assalti. * Ferdinando Pelliccia - LiberoReporter |
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| 19/07/2011 Tunisia: Politica condanna violenze, c'è complotto anti-voto |
Mentre i frutti della "primavera araba" in Tunisia non sono ancora maturi, molti partiti tunisini hanno messo in guardia dall'esistenza - ribadendo quanto affermato dal premier Beji Caid Essebsi in un discorso alla nazione ieri - di un complotto teso a destabilizzare il paese e a ostacolare le elezioni dell'Assemblea nazionale il prossimo 23 ottobre. Sull'onda emotiva delle nuove violenze scoppiate domenica nel centro del paese, in particolare a Sidi Bouzid, città simbolo della rivolta di dicembre, dove un ragazzo di 14 anni è stato ucciso da un proiettile vagante mentre partecipava a una manifestazione, i partiti hanno invitato alla coesione e hanno assicurato che il voto si terrà come previsto. Uno dei principali partiti tunisini, il partito democratico progressista (Pdp), ha chiesto di mantenere la pace civile e ha chiesto a "tutte le forze democratiche di fare fronte comune contro i tentativi di destabilizzare il paese". Ci sono delle forze che tentano di destabilizzare la situazione nel paese e che vogliono cancellare il processo che permette di andare alle elezioni "in modo sereno", ha detto il segretario generale del Pdp, Maya Jribi. Negli ultimi giorni sono scoppiati numerosi incidenti - attacchi a commissariati di polizia e manifestazioni - in diverse città del paese, tra cui Sidi Bouzid e a Regueb, poco più a sud. Il movimento islamico tunisino Ennahda (Rinascita) ha condannato la violenza "da ovunque provenga, che sia dei manifestanti o delle forze di sicurezza", mentre molti puntano il dito contro il partito accusandolo dei recenti incidenti. "C'è un piano strumentale per indebolire la stabilità del paese e nuocere alle istituzioni dello Stato con degli attacchi contro poliziotti, posti di polizia o istituzioni militari", hanno rincarato gli ex comunisti di Ettajdid, invitando tutti i componenti della società civile, politica e sindacale a rimanere uniti. Si è prodotta inoltre un'esplosione su un gasdotto nella regione di Zaghouan, nel nord-est della Tunisia, la quale non ha provocato danni materiali o a persone. Per il ministero dell'Interno tunisino la detonazione, tuttavia, "è dovuta a un atto criminale". - TMNews |
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| 18/07/2011 Africa: Solo una decina di città ha vere e proprie discariche |
Il segretario esecutivo dell'Institut africain de gestion urbaine (Iagu), Oumar Cissé ha dichiarato durante una visita a Keur Massar, nella banlieue di Dakar, capitale del Senegal, che «solo una decina di città dell'Africa dispongono centri di interramento "tecnici" dei rifiuti solidi urbani». Nel continente la regola è scaricarli. Secondo l'Agence de presse sénégalaise (Aps), l'incontro di Dakar rientra nel procedimento di chiusura della discarica di rifiuti di Meubeuss (nella foto), che sorge ne territorio al confine dei communes d'arrondissement di Malika e Keur Massar, nel dipartimento di Pikine. La discarica, un vero e proprio inferno in terra, riceve ogni giorno circa 1.300 tonnellate di spazzatura di Dakar, almeno 475mila tonnellate di rifiuti all'anno. A Keur Massar vive una comunità di "récupérateurs" composta da uomini, donne e bambini che vivono nella e della spazzatura, che hanno realizzato l'Association Bokk Diom des récupérateurs et recycleurs de Mbeubeuss. che ha umanizzato l'inferno, creando all'interno dell'area della discarica un vero e proprio paese, con strutture e un centro sanitario. A differenza di altre gigantesche discariche selvagge nelle periferie delle metropoli africane, la discarica di Mbeubeuss procura ai "récupérateurs" guadagni tra i 250mila ed i 300mila franchi Cfa dal commercio dei materiali recuperati, non poco in un Paese dove il salario minimo è di 35mila franchi Cfa e dove un insegnante guadagna circa 100mila franchi Cfa, ma i problemi di salute e la mancanza di prospettive future per i bambini dei "récupérateurs" di Mbeubeuss sono sempre più evidenti. Per questo si stanno cercando soluzioni per realizzare discariche moderne e un sistema di recupero e riciclo a monte. L'Iagu è una Ong internazionale, creata nel 1987, specializzata i ricerca e sviluppo, l'assistenza tecnica, la formazione professionale e l'informazione, con sede principale proprio a Dakar. L'Iagu appoggia le municipalità e le autorità delle città dell'Africa occidentale e centrale a rafforzare le loro capacità pianificatorie e gestionali per migliorare la governance locale. L'istituto vuole anche «promuovere una gestione sostenibile dell'ambiente e lottare contro la povertà». Secondo Cissé «tutto quello che la mia Ong intraprende è utile per il Senegal, ma anche per l'Africa. Ed è a questo livello che c'è un potenziale di innovazione straordinario. Ed una delle fonti di innovazione maggiore di innovazioni è la gestione dei centri di trasferimento e cernita. Potremo mobilitare e capitalizzare tutto quel che abbiamo e condurre delle ricerche, dei partenariati... Speriamo di continuare a produrre delle conoscenze che potranno essere interessanti per tutta l'Africa». - Greenreport |
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| 18/07/2011 Angola: Vescovo di Stoccarda critica governo tedesco per fornitura armi |
Il vescovo di Rottenburg-Stoccarda, mons. Gebhard Fürst, ha criticato l’intenzione del governo Merkel di fornire armi all’Angola. Nel corso della recente visita della cancelliera a Luanda - riferisce l'agenzia Sir - è stato reso noto che la Germania venderebbe all’Angola da sei a otto navi pattuglia per un valore tra i 10 e i 25 milioni di euro. “Le armi sono l’ultima cosa di cui ha bisogno un Paese in cui la gran parte della popolazione vive in quartieri disagiati e in miseria e in cui al di là e al di qua del confine col Congo centinaia di migliaia di persone vivono senza prospettive in centri per rifugiati”, ha ribadito mons. Fürst in una dichiarazione diffusa dalla diocesi. Il vescovo ha definito “irritante” la motivazione addotta che si intenderebbe pacificare i conflitti regionali in Africa con l’ausilio di truppe regionali. “Ciò non serve a pacificare, bensì ad acuire le tensioni belliche con gli Stati vicini”, ha osservato. Nel marzo 2011, la diocesi di tedesca con la Conferenza episcopale e la Caritas angolana aveva organizzato a Luanda un congresso internazionale sulla pace: “I delegati africani – ha concluso mons. Fürst - avevano riferito come il Paese, dopo 40 anni di conflitti e di guerra civile, si trovi in una situazione di calma molto labile, con la necessità urgente di un processo di pacificazione e riconciliazione. Ciò non si può ottenere con le armi”. (R.P.) - Radio Vaticana |
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