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23/11/2012 R. D. Congo: Kivu: saccheggi e sfollati a Minova, attesa a Bukavu

 

“Nelle ultime ore la calma è prevalsa dopo vari appelli in questo senso lanciati dalle autorità locali. Nei punti nevralgici sono dispiegate truppe lealiste ben armate che assieme ai gendarmi stanno svolgendo pattugliamenti. Per le strade si vedono anche caschi blu della Monusco, soldati pachistani, cinesi e uruguaiani. C’è un’apparente normalità ma si percepisce la paura che l’incubo diventi realtà”: contattata a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, provincia confinante con il Nord Kivu, una locale fonte missionaria non nasconde il timore di un possibile deteriorarsi della sicurezza dopo le minacce proferite nelle ultime ore dai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23). Ma a Bukavu al timore di un’avanzata dei miliziani si aggiunge la “paura che anche i militari regolari commettano violenze ed esazioni ai danni dei civili”. Ad alimentare questo sentimento è stata la notizia di saccheggi su vasta scala da parte delle Fardc nella località di Minova, un centinaio di chilometri a nord di Bukavu. Fonti dell’emittente locale Radio Okapi hanno riferito che i militari sono entrati in città dopo essere stati respinti da Sake (27 chilometri a nord), che sarebbe finalmente passata sotto il controllo del M23 in seguito a pesanti scontri costati la vita ad almeno quattro persone. I beni derubati a Minova sarebbero stati caricati a bordo di camion diretti verso Kalungu, un’altra località più a sud. Da canto loro, riferisce ancora la stessa fonte di stampa, i miliziani si starebbero spostando in tre direzioni: verso Kirotshe (a sud), Mushaki (nord-ovest) e Kingi, verso Masisi centro. “Alcuni militari ci hanno assicurato che le truppe regolari stanno organizzando un nodo di difesa all’altezza di Nyabibwe, dove sono arrivati rinforzi. Da giorni gli elicotteri da combattimento dell’esercito congolese sono atterrati all’aeroporto di Bukavu. Queste in realtà non sono notizie rassicuranti” prosegue la fonte missionaria della MISNA che preferisce rimanere anonima per motivi di sicurezza. “La popolazione è esausta per le guerre a ripetizione che dal 1996 distruggono l’Est del paese. L’uomo della strada è convinto che il proprio territorio viene svenduto al miglior offerente e che il Congo è al centro di un complotto regionale ed internazionale, anche con la complicità di alcuni dei nostri dirigenti” conclude l’interlocutore locale. Fonti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) hanno segnalato significativi spostamenti di civili che hanno abbandonato Sake, in cammino verso Minova e ancora più a sud, in direzione di Bukavu. Gli ultimi dati diffusi dall’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari stimano in 1,6 milioni il numero di sfollati nel Nord e Sud Kivu, di cui almeno 140.000 si trovano a Goma. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha annunciato di riuscire ad aver accesso a un solo campo sfollati su 31 esistenti in Nord Kivu, a causa dell’offensiva dell’M23 in corso da martedì. In situazione di emergenza si trovano attualmente gli ospedali di Goma, capoluogo del Nord Kivu, dove mancano elettricità, acqua potabile, medicinali e altri strumenti sanitari di prima necessità. - Misna

 
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23/11/2012 R. D. Congo: Unicef e Unhcr, preoccupazione per sfollati interni

 

Unicef e Unhcr hanno espresso forte preoccupazione per l'aumento del numero di sfollati interni nella Repubblica Democratica del Congo e per le centinaia di bambini "separati dai loro genitori" che rischiano di essere arruolati da gruppi armati. In un rapporto dell'Onu, il portavoce dell'agenzia per i rifugiati, Adrian Edwards, ha detto che la crisi umanitaria potrebbe raggiungere livelli preoccupanti per l'impossibilità di prestare soccorso in alcune parti del paese: "Di solito lavoriamo in 31 campi di sfollati nel Nord Kivu, che ospitano poco più di 108.000 persone. I combattimenti non permettono a noi e ai nostri partner di accedere alla maggior parte di queste aree, ma solo alla zona di Mugunga 3, alle porte di Goma, dove forniamo assistenza a centinaia di profughi", ha detto Edwards. - Swissinfo

 
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23/11/2012 Sierra Leone: Koroma rieletto presidente al primo turno

 

Il presidente uscente della Sierra Leone, Ernest Koroma, è stato rieletto per un secondo mandato di cinque anni battendo al primo turno (con il 58,7% dei voti) Julius Maada Bio, che ha ottenuto il 37,4% dei suffragi. Le elezioni si sono svolte il 17 novembre e i risultati ufficiali sono stati pubblicati oggi. Koroma, 59 anni era candidato del "Congresso di tutto il popolo", Juilius Maada Bio, 48 anni, del "Partito del popolo della Sierra Leone". Il tasso di partecipazione è stato dell'87,3%, probabilmente anche perchè nello stesso giorno delle presidenziali si votava anche per legislative, comunali e regionali. I dati su queste tre ultime consultazioni non sono ancora stati resi noti. Queste elezioni erano considerate decisive per consolidare la democrazia in Sierra Leone, dieci anni dopo la fine della guerra civile che, dal 1991 al 2002, ha causato 120.000 morti. Nei suoi primi cinque anni da presidente, Ernest Koroma ha attirato molti investitori per ricostruire le infrastrutture di base distrutte (strade e rete elettrica) durante la guerra civile. Ora dovrà continuare su questa via e intensificare la lotta contro la corruzione endemica. - Swissinfo

 
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22/11/2012 Costa d'Avorio: Cpi incrimina moglie di ex presidente Gbagbo

La Corte penale internazionale ha incriminato Simone Gbagbo, moglie dell'ex presidente della Costa d'Avorio Laurent Gbagbo. La 63enne dovrà rispondere di varie accuse tra cui omicidio, persecuzioni e stupro, dopo che il tribunale internazionale ha sbloccato un mandato d'arresto emesso il 29 febbraio scorso. Il marito è già detenuto al carcere dell'Aia per capi d'imputazione simili, commessi dai soldati lealisti nelle violenze postelettorali del 2010, quando si rifiutò di riconoscere la vittoria all'attuale presidente ivoriano Alassane Ouattara. E' la prima volta che il tribunale, nei suoi dieci anni di esistenza, incrimina una donna. I giudici hanno rilevato "ragionevoli motivi per credere che la signora Gbagbo abbia responsabilità criminali individuali per i crimini, così come di corresponsabile indiretta". Se Simone Gbagbo fosse estradata potrebbe essere processata insieme al marito, in un processo che vedrebbe per la prima volta due coniugi davanti ai giudici. Un alto funzionario del governo ha però dichiarato, con la condizione dell'anonimato, che la Costa d'Avorio ha già informato il tribunale di non intendere consegnare la donna. "Lo abbiamo comunicato loro molto tempo fa", ha spiegato. - LaPresse/AP

 
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22/11/2012 Egitto: E’ ancora braccio di ferro tra Morsi e il procuratore generale Mahnoud

Il presidente egiziano Morsi si è guadagnato sul campo i galloni da statista, grazie alla mediazione che ha portato al cessate il fuoco tra Israele palestinesi. Ma il leader dei Fratelli Musulmani, se incassa la gratitudine degli Stati Uniti, deve ancora fare i conti con l’opposizione interna al suo paese, particolamente determinata a bloccare il suo disegno di modifiche legislative, destinato ad accrescere significativamente i poteri del capo dello stato. Un suo discusso decreto stabilisce che l’assemblea costituente, il parlamento potranno essere sciolti per via giudiziaria. Il braccio di ferro con i magistrati diventa via via più duro. Il presidente ha sospeso dalle funzioni il procuratore generale Abdel Meguid Mahmoud, da settimane sotto pressione. L’instenza con cui il presidente cerca di liberarsi di Mahmoud ha scatenato le proteste dei giudici, che accusano il potere politico di ingerenza negli affari giudiziari. - Euronews

 

 
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22/11/2012 Egitto: El Baradei, Mursi si e' autoproclamato faraone

Il presidente egiziano Mohammed ''Mursi ha usurpato oggi tutti i poteri dello Stato autoproclamandosi nuovo faraone dell'Egitto''. Lo ha affermato l'ex segretario generale dell'Aiea (Agenzia internazionale per l'Energia atomica) Mohammed ElBaradei commentando su Twitter l'annuncio dato oggi dalla presidenza egiziana che le decisioni prese da Mursi dal momento del suo insediamento non sono impugnabili. Secondo ElBaradei, l'annuncio odierno ''e' un duro colpo per la rivoluzione e potrebbe avere conseguenze disastrose''. - Adnkronos/Aki

 
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22/11/2012 Mali: Crisi del nord: il “no” delle donne a un intervento militare

“Come mai i potenti del mondo che si preoccupano così tanto della sorte delle donne maliane e africane non ci dicono la verità sulla posta in giocorisorse minerarie, petrolio e strategie geopolitichenella guerra che si sta profilando all’orizzonte?”. A interrogarsi sulle vere motivazioni di un intervento militare per risolvere la crisi settentrionale sono proprio loro, le donne del Mali – attiviste, scrittrici, artiste, esponenti della società civile – in un ‘j’accuse’ con il quale dicono con convinzione “no a una guerra per procura”. Secondo le firmatarie dell’appellotra cui la scrittrice ed ex ministro della Cultura Aminata Dramane Traoré – “se l’amputazione dei due terzi del nostro territorio e l’imposizione della sharia alle popolazioni delle zone occupate sono umanamente inaccettabili”, sono altrettanto “intollerabile e indifendibile  le strumentalizzazioni da parte di attori esterni”. In prima fila tra questi ultimi ci sono i paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), ma anche l’Unione Africana (UA), la cui richiesta di dispiegamento di truppe africane nel Nord del Mali “è basata su una diagnosi deliberatamente di parte e illegittima non essendo il risultato di una concertazione nazionale”. Così, continuano le donne del Mali, “nel nome delle violenze che abbiamo subito si sta giustificando un’ingerenza, una guerra dettata invece dalle risorse naturali e da altri interessi esterni”.
Le firmatarie dell’appello sottolineano che l’implosione del Mali è la conseguenza diretta della “guerra ingiusta combattuta nel 2011 in Libia, in violazione del diritto internazionale”, e prima ancora “di quella afgana, durata 11 anni, da dove Francia e Stati Uniti si stanno ritirando proprio in questo momento”. Secondo questa lettura, la vittoria militare ottenuta negli ultimi mesi sia dal Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla, ribellione indipendentista tuareg) che da Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e i suoi alleati “è stata possibile grazie agli arsenali provenienti dal conflitto libico”. Per le donne del Mali, a giustificare l’attivismo militare della Francia e di altre potenze occidentali, “è la costituzione nel Sahel di feudi terroristici e di kamikaze che rappresentano una minaccia agli interessi dei potenti nella regione (…) a cominciare dai vicini giacimenti di uranio in Niger, vitali per Parigi”. Eppure, si sottolinea nell’appello, “la presenza nelle moschee del Mali di afgani, pachistani, algerini e altri predicatori non è nuova (…) risale agli anni 1990, quando si sono fatte sentire le prime conseguenze drammatiche socio-economiche di politiche imposte dalle istituzioni internazionali”.
uardando al prossimo futuro, le donne del Mali auspicano che il Consiglio di sicurezza dell’Onu non dia il suo consenso al piano di intervento militare della Cedeao e invitano l’Unione Africana, “marginalizzata e umiliata nella gestione della crisi libica, a meditare sugli insegnamenti della caduta del regime di Gheddafi prima di lanciarsi in una nuova avventura in Mali”. Uno scenario che, aggiungono le firmatarie, “provocherà altre vittime civili nel Nord, aggraverà l’insicurezza e le condizioni socio-economiche dell’intero paese, già molto difficili”. Se l’operazione militare esterna non è ancora cominciata, nei fatti “le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale stanno già gravando sul popolo maliano, impegnato in una lotta quotidiana e infinita per la sopravvivenza”. Come alternativa alla risposta militare, “che non tiene conto della vulnerabilità delle popolazioni del Nord, né delle componenti locali, tra cui la ribellione tuareg, già strumentalizzate”, le donne del Mali propongono la ‘Badenya’ (figli della madre, in lingua locale), cioè un rifiuto della guerra e delle sue conseguenze, “per far prevalere la vita, puntando a un dialogo inclusivo e cogliendo la transizione in corso a Bamako come un’occasione storica”. L’appello delle donne del Mali si è aggiunto alla posizione espressa con forza dall’arcivescovo di Bamako, monsignor Jean Zerbo. “Bisogna privilegiare la strada del dialogo fin quando sarà possibile percorrerla. Purtroppo il Mali non ha mai registrato un numero così elevato di vittime. Ritroviamo la nostra dignità rinunciando alla violenza” ha detto l’arcivescovo al quotidiano locale ‘Journal du Mali’, in occasione del pellegrinaggio nella città di Kita, dove 124 anni fa arrivarono i primi missionari.
Un’altra voce a favore del dialogo è arrivata dall’inviato speciale dell’Onu per il Sahel, Romano Prodi, che in visita in Marocco ha ribadito che “la mia missione è di fare di tutto per la pace ed evitare la guerra”. L’ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea ha anche affermato che l’intervento militare “non sarà possibile prima di settembre 2013” per motivi organizzativi e logistici. Intanto nelle prossime ore dovrebbe tenersi al Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese, un primo incontro ufficiale con una delegazione del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, già coinvolto in un dialogo con la Cedeao assieme agli islamici di Ansar Al Din. Dal terreno è invece arrivata la conferma del rapimento di un cittadino francese di origine portoghese, il sessantunenne Gilberto Rodriguez Léal, portato via da Diéma, località vicina a Kayes, al confine con il Senegal, o secondo altre fonti da Nioro, nei pressi della frontiera con la Mauritania. Una rivendicazione del rapimento, che porta a sette il numero degli ostaggi francesi nel Sahel, sarebbe stata avanzata dal Movimento per l’unità e il Jihad in Africa occidentale (Mujao), un gruppo di matrice islamica che ha la sua roccaforte nella città di Gao (nord). - Misna

 

 
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22/11/2012 Mali: Crisi nel nord, per inviato Onu priorità a dialogo e azione umanitaria

Necessita lunghi tempi di preparazione e non potrebbe avere luogo prima del settembre 2013 un’eventuale azione armata internazionale per riconquistare il nord del Mali. Nel frattempo, occorre concentrare gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi. Lo ha dichiarato Romano Prodi, inviato speciale del segretario generale dell’Onu per il Sahel, da Rabat, in Marocco, dove si trovava per un incontro con Saad Eddine El Othmani, ministro degli Esteri. Il Marocco non è favorevole a un’offensiva armata a tutti i costi contro i gruppi armati che occupano la metà settentrionale del Mali. Nei giorni scorsi, presentando la sua analisi della situazione al Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ex presidente del Consiglio aveva sottolineato la necessità di avviare al più presto una missione umanitaria nella regione per dimostrare ai popoli sofferenti che si vuole fare sul serio. Prodi aveva allora annunciato la preparazione di una riunione, a Roma, di leader dei paesi più direttamente interessati dalla crisi nel Sahel, inclusa la Francia, ex potenza colonizzatrice, che spinge invece per una soluzione militare. Mentre la comunità internazionale scambia opinioni il paese rimane tagliato in due, centinaia di migliaia di profughi vivono in condizioni precarie e il nord sta vivendo un’altra pagina di violenza, con l’entrata in conflitto diretto tra le forze radicali di ispirazione islamiste e il movimento indipendentista a maggioranza tuareg Mnla. * Celine Camoin - Atlasweb

 
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22/11/2012 Marocco: Migliaia di bambini lavoratori subiscono abusi, nonostante le leggi

Sono tanti i bambini, a volte di appena 8 anni, che subiscono abusi fisici e trascorrono intere giornate al lavoro come domestici per una ricompensa irrisoria. Ad offrire un panorama di questa sconcertante realtà è il recente rapporto curato dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch Lonely Servitude: Child Domestic Labor in Morocco, dal quale emerge che alcuni minori, per la maggior parte bambine, che lavorano come domestici sono impegnati per oltre 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, spesso per solo 11 dollari al mese. Alcune subiscono maltrattamenti fisici e verbali da parte degli stessi datori di lavoro, oltre ad essere loro preclusa la possibilità di andare a scuola e mangiare in maniera adeguata.
Nel corso dell’ultimo decennio il governo del Marocco ha ridotto gli indici del lavoro infantile ed è riuscito ad aumentare il tasso di scolarizzazione. Nonostante ciò, è ancora carente il controllo sull’attuazione delle leggi che vietano l'impiego di bambini sotto i 15 anni per il servizio domestico e l'applicazione di sanzioni ai datori di lavoro che facilitano il reclutamento.
Il rapporto dell’ong è basato su una ricerca di mercato fatta nei mesi di aprile, maggio e luglio 2012 a Casablanca, Rabat, Marrakech e nella regione di Imintanoute, provincia di Chichaoua. La maggior parte delle bambine intervistate provenivano da zone rurali povere. Alcune hanno riferito di lavorare 100 ore alla settimana, e solo 8 su 20 avevano un giorno di riposo settimanale. Nessuna di queste è mai andata a scuola mentre lavorava come domestica. Diversi studi del 2001 riportano tra 66 mila e 86 mila minori di 15 anni impiegati come domestici in tutto il paese, compresi circa 13.500 solo nella periferia di Casablanca - Ag. Fides

 

 
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22/11/2012 Mozambico : Carbone, investimento miliardario per nuovo porto e ferrovia

L’ente statale che controlla il sistema ferroviario e portuale del Mozambico Cfm (Portos e Caminhos de Ferro de Moçambique) punta a mettere in gara internazionale il mese prossimo un appalto per un valore complessivo di circa 1,6 miliardi di euro per lo sviluppo della rete volto ad aumentare la capacità di trasporto merci. A rivelarlo è stato il presidente di Cfm, Rosario Mualeia, a margine di una conferenza sul commercio di carbone in corso a Maputo. La gara riguarda la realizzazione di una ferrovia lunga 525 chilometri dalla città nord-occidentale di Tete, dove sono in corso investimenti miliardari per l’estrazione di carbone, fino alla città di Macuse, nella provincia orientale di Zambezia, dove sarà realizzato un porto con la capacità di movimentare 20 milioni di tonnellate di carbone ogni anno. Mualeia ha inoltre aggiunto che il progetto di ristrutturazione della ferrovia già esistente tra Tete e la città portuale di Beira sarà completato per la fine dell’anno, mentre è in corso il progetto di valutazione per ampliare ulteriormente la capacità di trasporto anche di questa linea. * Michele Vollaro - Atlasweb

 
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