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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 10/11/2012 Algeria: Via parabole da facciate palazzi restaurati Algeri |
Le facciate dei palazzi del centro storico di Algeri, restaurate a spese dello Stato nell'ambito di un programma per il recupero delle zone più caratteristiche della capitale, non potranno più ospitare nè climatizzatori, nè parabole per la ricezione dei programmi televisivi e quelli già installati devono sparire prima possibile. La decisione, assunta - per la prima volta in Algeria - dal Municipio in cui ricade il centro storico della capitale è destinata a creare non poche polemiche, perchè non è detto che sia facile trovare una sistemazione alternativa a parabole e impianti di climatizzazione in palazzi vecchi di molti decenni. Ma la Municipalità è irremovibile: gli impianti devono sparire quanto prima da facciate e balconi restaurati a spese della collettività. E le sanzioni contro chi contravverrà - cioè chi non si adeguerà rapidamente - dovrebbero essere anche pesanti. Peraltro, dicono coloro che sono contrari all'ordinanza, la Municipalità ha detto cosa fare, ma non come fare, cioè dove sistemare parabole e motori per i climatizzatori. Problema che per parecchi degli stabili più vetusti sarebbe pressochè irrisolvibile e che, per quanto riguarda gli impianti di climatizzazione, in una città in cui d'estate le temperature sono costantemente oltre i 40 gradi rischia di diventare un dramma, soprattutto per anziani e bambini. Anche perchè il programma per consentire la ricezione dei canali satellitari attraverso Internet, promesso dal Governo appunto per frenare il dilagare delle parabole, è ancora sulla carta. - Swissinfo |
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| 10/11/2012 Egitto: Ultraconservatori in piazza Tahrir: Sharia nella Costituzione |
Oltre 10mila musulmani ultraconservatori hanno manifestato in piazza Tahrir al Cairo, chiedendo che la nuova Costituzione dell'Egitto sia basata sui dettami della legge islamica, la sharia. Le proteste di oggi si collocano all'interno di un'aspra disputa fra gli islamisti e i liberali sulla stesura della nuova Costituzione, al momento in via di elaborazione. La controversia è incentrata sul ruolo della religione nel futuro dell'Egitto, dopo la cacciata del presidente Hosni Mubarak dell'anno scorso e la seguente ascesa al potere dei Fratelli musulmani. Gli ultraconservatori vogliono che la sharia e i suoi insegnamenti siano la fonte primaria della nuova Costituzione, mentre i liberali temono che ciò possa portare a un'interpretazione troppo rigida della legge islamica e a limitazioni delle libertà. Durante la protesta, i partecipanti hanno cantato slogan come 'La sharia è la nostra Costituzione' e 'Il popolo chiede l'applicazione del diritto di Dio'. I manifestanti hanno sventolato le nere bandiere islamiche e la bandiera egiziana e hanno pregato in piazza dopo aver ascoltato una predica del religioso conservatore Mohammed al-Sagheer. Diverse persone sono giunte al Cairo in pullman. I due principali partiti egiziani, i Fratelli musulmani e il partito salafita al-Nour, non hanno aderito alla manifestazione, ma molti dei loro sostenitori erano presenti in piazza Tahrir. Secondo i due gruppi, le proteste sono premature perché il processo di stesura della Costituzione è ancora in corso. Tra i dimostranti erano presenti anche membri di un partito fondato da Gamaat Islamiya, ex gruppo militante che ha rinunciato alla violenza. - LaPresse/AP |
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| 10/11/2012 Gibuti: Giornalista in carcere, Ong denuncia “accanimento giudiziario” |
La corte suprema di Gibuti ha rinviato la sentenza sul ricorso per la libertà provvisoria presentato dall’attivista dei diritti umani Hussien Ahmed Farah, membro di opposizione e giornalista presso la “Voix de Djibouti”, detenuto senza regolare processo dallo scorso agosto. A denunciare “ritardi inspiegabili” nel procedimento giudiziario, “detenzione arbitraria” e “accanimento” nei confronti dell’attivista è l’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo secondo cui l’esponente del Movimento per il rinnovamento e lo sviluppo democratico è detenuto nella prigione di Gabode. Farah è accusato di “partecipazione ad un movimento insurrezionale” oltre che “truffa e utilizzo di documenti falsi”. Tutte accuse – sottolinea l’Osservatorio in una nota – che appaiono false o quantomeno indimostrabili. Da quando si trova in carcere, la sentenza sulla richiesta di scarcerazione presentata dall’imputato “è stata rinviata almeno sei volte”. Il giornalista inoltre, non ha mai ricevuto visite né ha potuto incontrare un avvocato. Condizioni di detenzione di cui l’Osservatorio si dice “indignato, chiedendo la sua “liberazione immediata”. Secondo le informazioni in circolazione a Gibuti, Farah sarebbe sospettato dalle autorità gibutine di collegamento con il movimento di studenti e liceali scesi per le strade tra il 5 e il 18 febbraio 2011 per contestare la mancanza di trasparenza nell’organizzazione delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenute ad aprile e che hanno sancito la rielezioni del presidente Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, con il 79% delle preferenze. Nel corso delle proteste, duramente represse dalle forze dell’ordine, numerosi giovani sono stati arrestati e sarebbero tutt’ora detenuti nel carcere di Gabode. - Misna |
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| 10/11/2012 Kenya: Elezioni 2013, i vescovi per l’integrità della classe politica |
Registrazione per il voto, integrità della classe politica e “aritmetiche tribali”: sono i punti focali del messaggio che la Conferenza episcopale dei vescovi keniani ha diffuso oggi, a pochi giorni dall’inizio dell’anno della Fede 2012/2013 invitando i keniani a riflettere in vista del voto alle elezioni generali convocate nel marzo 2013. “Mentre il paese guarda avanti verso l’appuntamento con le urne” affermano i vescovi, “vorremmo che venisse sancita una data chiara per la registrazione. I keniani vanno rassicurati sul fatto che il voto si terrà il 4 marzo, come promesso, e che non sarà posposto dietro qualche pretesto”. I prelati invitano inoltre i fedeli “ad esaminare e valutare i candidati politici in base alla loro onstà e integrità”. Non ci si può aspettare, ammoniscono “una buona leadership da persone che abbiano compromesso la loro coscienza e integrità” con comportamenti disonesti, corruzione, comportamenti criminali “o peggio abbiano indotto alla violenza e all’odio”. In riferimento agli episodi di violenza verificatisi negli ultimi mesi contro le chiese nel nord, in particolare nella città di Garissa, i vescovi si dicono “perplessi e disorientati dall’aumento dell’insicurezza e dagli attacchi terroristici che mirano a colpire, in modo particolare, i cristiani nei loro luoghi di culto”. I religiosi si chiedono “se sia divenuto improvvisamente pericoloso essere crisitiani in questo paese”, ma soprattutto “perché i responsabili di simili aggressioni non sono ancora stati assicurati alla giustizia”. Infine, ritornando ad analizzare la vita pubblica del paese, i prelati denunciano “la sensazione di disturbo provocata dal fatto di aver notato che molte delle alleanze politiche e le coalizioni rispondono a logiche opportuniste e ad aritmetiche tribali” che poco o nulla hanno a che vedere con il bene pubblico. L’auspicio rivolto infine ai fedeli e a tutti i keniani è di veder progredire il paese verso “elezioni pacifiche e trasparenti”. - Misna |
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| 10/11/2012 Mali: Inviato Onu, intervento militare ultima risposta |
Nella risoluzione della crisi che da sette mesi attanaglia il Nord del Mali si fa sempre più strada lo scenario di un intervento militare regionale ma il fronte anti-interventista fa sentire la sua voce, guadagnando un appoggio importante, quello dell’inviato speciale del Segretario generale dell’Onu per il Sahel. Da Algeri, dove ha avuto colloqui con il presidente Abdelaziz Bouteflika, Romano Prodi – che sta muovendo i suoi primi passi nell’aera dopo la sua nomina il mese scorso – ha dichiarato che “se ci deve essere un intervento militare, sarà la risposta data in un’ultima istanza”. Secondo l’ex presidente del Consiglio italiano, “esiste ancora una possibilità di lavorare insieme e con la buona volontà di riportare la pace nella regione”. Un sostegno decisivo in questa direzione potrebbe, secondo Prodi, arrivare proprio “dall’Onu e dalla cornice istituzionale internazionale nell’ambito della lotta al terrorismo” con l’obiettivo di “preservare l’unità nazionale del Mali” e, sul lungo termine “riflettere anche allo sviluppo di tutta la regione del Sahel”. Tra le nazioni del nord-ovest dell’Africa, l’Algeria è quella più restia ad in intervento militare in Mali, paese con il quale condivide migliaia di chilometri di porosi confini. Dopo la visita dell’inviato speciale di Ban Ki-moon, il ministro dell’Interno algerino Dahou Ould Kablia ha rilasciato una dichiarazione che sembra chiarire la posizione del suo paese dopo settimane di tergiversazioni. “Se la gente pensa che bisogna ristabilire l’autorità dello stato centrale sul Nord del Mali con la via delle armi, non è così. Ciò avrà conseguenze molto gravi” ha detto al quotidiano francofono ‘Le Soir’. Il ministro ha poi respinto l’analisi di quanti pensano che il Sahel “può diventare il nuovo Afghanistan” visto che “il numero di terroristi e narcotrafficanti non supera i 2000 a 3000 uomini”. Negli ultimi 20 anni l’Algeria ha patrocinato i vari accordi di pace firmati tra Bamako e le ribellioni tuareg, pertanto non vede di buon occhio ingerenze esterne nella regione. Le due prese di posizione apertamente anti-interventiste sono giunte mentre da giorni a Ouagadougou i mediatori burkinabé della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) sono impegnati in un dialogo politico con gli islamici maliani di Ansar Al Din e con i tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). Tuttavia, da un’altra parte, la Cedeao sta accelerando i preparativi in vista di un intervento militare regionale. Oggi ad Abuja si apre una riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi dell’Africa occidentale mentre domenica saranno i capi di Stato a doversi pronunciare sul piano di intervento militare delineato negli ultimi giorni a Bamako. Il piano in questione dovrebbe essere presentato entro il 15 novembre al Consiglio di sicurezza dell’Onu per l’avallo definitivo della comunità internazionale. “L’Unione Africana e la Cedeao faranno di tutto per tutelare l’integrità territoriale del Mali” ha detto il generale guineano Sékouba Konaté, incaricato dall’UA di supervisionare gli aspetti militari dell’intervento, al termine di un incontro a Ouagadougou con il presidente Blaise Compaoré. In un’intervista rilasciata a ‘Jeune Afrique’ l’ex primo ministro del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta (Ibk), ha valutato l’intervento militare come “ineluttabile”. - Misna |
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| 10/11/2012 Nigeria: Boko Haram e la partita del generale Buhari |
“Rovesceremo il governo, ma lo faremo in modo democratico” dice alla MISNA il portavoce del generale Mohammadu Buhari, l’ex capo di Stato che Boko Haram avrebbe voluto come mediatore in una trattativa con Abuja. Nel 2011 Buhari fu il candidato alla presidenza più votato nel nord della Nigeria; ora vuole la rivincita e punta su nuove alleanze. Yinka Odumakin, questo il nome del portavoce, sostiene che dietro la proposta del gruppo armato ci sia la mano del governo. “Suggerire l’esistenza di legami tra Boko Haram e Buhari – dice – è un modo per screditare il generale e distogliere l’attenzione pubblica dal problema numero uno della Nigeria: la corruzione che si mangia gli investimenti e lo sviluppo”. La tesi di Buhari è che di Boko Haram non ne esista uno ma tre. Quello di Ahmed Yusuf, il fondatore del gruppo assassinato nel 2009 dopo essere stato catturato dai militari; quello delle rapine alle banche e degli attentati alle caserme e alle chiese; e quello più pericoloso, il governo del People’s Democratic Party (Pdp), “che ha tutti gli strumenti per fermare l’anarchia nel nord della Nigeria ma non lo fa”. Un’accusa che sa di propaganda, certo, ma che interpreta sentimenti diffusi almeno in una parte del paese. Nell’aprile 2011 Buhari e il suo Congress for Progressive Change (Cpc) ottennero la maggioranza dei voti in tutti e 13 gli Stati del nord. Il generale denunciò irregolarità e non riconobbe la vittoria di Jonathan, contribuendo ad alimentare violenze di carattere politico e sociale che in pochi giorni provocarono centinaia di vittime. Oggi come allora, le tensioni sono legate agli squilibri tra il nord semiarido e a maggioranza musulmano della Nigeria e il sud petrolifero e per lo più cristiano, la regione della quale sono originari il presidente Goodluck Jonathan e molti dei suoi collaboratori più stretti. “Il nord – sostiene Odumakin – è stato abbandonato a se stesso: la disoccupazione cresce sempre di più e Boko Haram non ha difficoltà a reclutare giovani pronti a uccidere per pochi soldi”. A chiudere il cerchio, almeno secondo Buhari, sarebbero i guai giudiziari di due senatori indagati per presunti legami con Boko Haram. Ahmed Zanna e Mohammed Ali Ndume, questi i nomi dei parlamentari, erano stati entrambi eletti nelle liste del Pdp nello Stato nord-orientale di Borno. Zanna è sotto inchiesta dal mese scorso, con l’accusa di aver offerto rifugio in casa sua a un comandante del gruppo che cercava di sottrarsi all’arresto. È da questa amalgama di accuse, rivendicazioni mai accolte e sospetti mai allontanati che nasce la nuova scommessa di Buhari. L’ex presidente ha affidato a un comitato di partito il compito di negoziare “una fusione” con l’Action Congress of Nigeria, la terza forza politica del paese. “Nel 2015 vinceremo” assicura alla MISNA il portavoce del generale. Sembra davvero lontano quel dialogo “nazionale” al quale molti avevano affidato la speranza di poter superare l’emergenza Boko Haram. Con la MISNA ne aveva parlato alcuni giorni fa un vescovo ben addentro alla politica nigeriana. “Jonathan – aveva detto il religioso – dovrebbe andare a Daura, nello Stato di Katsina, per incontrare Buhari”. Stime diffuse dalle Forze armate dicono che dal 2009 le violenze riconducibili a Boko Haram hanno causato circa 3000 vittime. Il gruppo sostiene di battersi per l’applicazione della legge islamica in tutto il paese ma la religione, come conferma il musulmano Buhari, c’entra poco. - Misna |
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| 10/11/2012 R. D. Congo: Nel Masisi: 4 donne e 2 bambini le ultime vittime |
“Nella regione di Masisi (nord Kivu) la popolazione soffre le conseguenze di un conflitto interetnico che è ignorato dalla comunità internazionale, mentre questa continua a focalizzare la sua attenzione solo sull’M23” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa locale, che per ragioni di sicurezza chiedono l’anonimato. L’M23 è il principale movimento di guerriglia operante nel Nord Kivu, ma accanto a questo ve ne sono diversi altri. Nel Masisi il conflitto oppone le comunità Hunde e Hutu con il coinvolgimento di diversi gruppi armati che operano nell’area (Nyatura, Raia Mutomboki, FDC). “Il 3 novembre, dopo giorni di relativa calma, grazie ad un intervento delle autorità locali volto a sensibilizzare la popolazione alla pacifica convivenza, un nuovo massacro di vittime innocenti ha sconvolto l’area” riferiscono le nostre fonti. “Quattro donne Hunde e due bambini sono stati massacrati a colpi di machete da membri della milizia Hutu, Nyatura. Le donne sono state sorprese dai loro assassini mentre raccoglievano banane. Prima di essere uccise hanno subito violenza sessuale”. Il massacro ha suscitato la protesta della popolazione Hunde. “I corpi delle vittime sono stati portati di fronte alla sede dell’Amministrazione territoriale di Masisi. La tensione era altissima. Gli Hunde chiedeva alle autorità locali di garantire la propria sicurezza mentre diversi giovani promettevano atti di vendetta contro gli Hutu”. Tra le due popolazione, Hutu e Hunde, si è creato un clima di paura reciproca. “Se il conflitto interetnico nel Masisi continuerà ad essere ignorato, altre persone innocenti moriranno nell’indifferenza delle autorità congolesi, delle organizzazione internazionali e dei media” concludono le nostre fonti. (L.M.) - Ag. Fides |
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| 10/11/2012 R. D. Congo: Goma: rapiti due infermieri, ribelli chiedono riscatto |
“Due agenti del servizio sanitario congolese del distretto di Binza sono stati rapiti ieri mentre erano impegnati in una campagna di sensibilizzazione e vaccinazione dei bambini contro la poliomielite. I responsabili hanno già chiesto un riscatto di 5.000 dollari per ciascuno di loro” dice alla MISNA Maman Gogo, presidente del Collettivo delle associazioni femminili per lo sviluppo (Cafed), contattata a Goma, capoluogo del Nord-Kivu. In base alla ricostruzione dei fatti fornita dal dottore Paul Serushago, capo medico nella zona di Binza, a nord di Goma, i due infermieri circolavano in sella a motociclette quando, nel villaggio di Nyaruhange, sono stati bloccati da uomini armati, presunti membri delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), la ribellione hutu ruandese attiva in Congo dal 1994. Negli ultimi mesi le Fdlr si sarebbero avvicinate ad altre milizie per lottare contro il Movimento del 23 marzo (M23), la ribellione congolese nata ad aprile sulla scia del Congresso nazionale di difesa del popolo (Cndp, tutsi) del capo latitante Bosco Ntaganda. Assieme agli infermieri i miliziani hanno anche portato via le motociclette e i carichi di vaccini. Una vasta campagna di vaccinazione contro la poliomielite è in corso in alcune provincie congolesi per proteggere circa sei milioni di bambini, ma nelle regioni instabili dell’Est gli interventi sanitari sono resi più difficili da violenze e scontri tra gruppi armati e l’esercito regolare (Fardc). “Il ricorso al rapimento può diventare uno strumento molto pericoloso tra le mani dei gruppi ribelli. Venti giorni fa a Beni tre religiosi sono stati portati via da uomini armati. Speriamo che anche loro vengano liberati. La popolazione allo stremo ha bisogno di loro come degli operatori sanitari ed umanitari” conclude la responsabile del Cafed. - Misna |
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| 10/11/2012 R. D. Congo: I missionari: “Occorre evitare una guerra civile nel Kivu” |
“Ciò che si deve assolutamente evitare è un eventuale scontro tra due grandi blocchi: da una parte l’M23 e i gruppi alleati, dall’altra l’esercito nazionale rinforzato mediante l’integrazione di altri gruppi armati. Sarebbe trasformare una guerra di aggressione in una guerra civile” scrivono i missionari della Rete Pace per il Congo in una nota inviata all’Agenzia Fides sul nord e sud Kivu (est della Repubblica Democratica del Congo), dove “la situazione si fa più complessa”. “Il movimento del 23 Marzo (M23), un gruppo armato appoggiato dal Rwanda e dall’Uganda, occupa militarmente il territorio di Rutchuru, riorganizza la sua struttura militare, conclude alleanze con altri gruppi armati e minaccia di riprendere le ostilità, se il governo congolese non accetterà trattative. Da parte sua, il governo sta procedendo all’integrazione di altri gruppi armati nelle file dell’esercito nazionale”. La nota prosegue descrivendo i passi politico-diplomatici avviati dai Paesi della regione: “I Paesi membri della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) stentano a mettere in piedi una forza internazionale neutra per combattere i vari gruppi armati, tra cui l’M23 e le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR)”. Il problema è che della CIRGL fanno parte Rwanda e Uganda, accusati dall’ONU di sostenere l’M23. Ad accrescere la complessità della situazione, secondo la Rete Pace per il Congo, si aggiunge il fatto che i servizi di sicurezza e le alte cariche dello Stato e dell’esercito sono espressioni di gruppi a loro volta legati al Rwanda. “Per uscire da questo sistema e porre fine alla guerra nella RDC - afferma la nota - la via politica non violenta delle elezioni è sicuramente la più democratica. Per questo è importante continuare a lottare per una ristrutturazione radicale della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) che possa permettere elezioni davvero libere, trasparenti e credibili” . Accanto a questo occorre anche che i Paesi che beneficiano delle ricchezze (come il coltan) illegalmente sottratte al popolo congolese con la complicità dei gruppi armati operanti nel Kivu smettano di alimentare il conflitto. - Ag. Fides |
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| 10/11/2012 Somalia: Kismayo, bloccata delegazione inviata da Mogadiscio |
Una delegazione di rappresentanti del governo di Mogadiscio inviata a Kismayo è stata bloccata in aeroporto e rinviata nella capitale dalle autorità transitorie della città portuale. Lo riferiscono i mezzi di informazione somali secondo cui tra gli otto membri della delegazione figurava l’ex leader della Juba valley alliance (Jva), un gruppo armato accusato di aver commesso crimini di guerra in Jubaland tra il 2006 e il 2007. Fonti governative riferiscono che la delegazione era stata inviata sul posto per investigare sulla possibile ripresa del commercio di carbone su cui vige un embargo della comunità internazionale. “La decisione dei responsabili della brigata Ras Kamboni è stata presa seguendo il volere della popolazione – dicono al quotidiano Garowe fonti anonime a Kismayo – che non ha gradito la presenza nella delegazione, voluta dal presidente Hassan Sheikh Mohamoud di ex capi milizie coinvolti in crimini di guerra nella zona”. L’incidente in realtà – sottolineano fonti diplomatiche della MISNA – rivela le tensioni tra Mogadiscio e Kismayo, in un momento delicato che coincide con la creazione di un’amministrazione della città portuale su cui il governo centrale vorrebbe poter dire la propria. Più della questione del carbone, era questo l’obiettivo della delegazione inviata”. “Il timore, nella capitale, è che le aspirazioni autonomiste dei clan locali di Kismayo – sostenute in maniera strumentale dal Kenya – portino la principale città portuale del sud del paese a gravitare nell’orbita di Nairobi più che in quella di Mogadiscio”. La partita, dicono altre fonti sentite dalla MISNA a Nairobi, “si gioca in un momento delicato per il nuovo presidente, impegnato nella creazione di un governo che affronterà il voto in parlamento la prossima settimana, il suo primo banco di prova agli occhi della comunità internazionale”. - Misna |
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