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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 17/12/2012 Egitto: Referendum Costituzione, dati contrastanti tra governo e opposizione |
“Il popolo egiziano ha espresso la sua volontà”: con una nota, in cui ha riferito i risultati non ufficiali della prima giornata di voto sul referendum sulla nuova Costituzione, Libertà e giustizia, il partito dei Fratelli musulmani, ha annunciato la vittoria dei sì alla nuova Legge fondamentale. Una vittoria non di misura ma nemmeno evidente: secondo i risultati resi noti dai Fratelli musulmani nei dieci governatorati in cui si è votato sabato, i sì sono stati 4.604.110, mentre i no sono stati 3.539.994. Dati che danno l’immagine di un paese comunque diviso in due. Dopo giorni di proteste e manifestazioni di vario segno, sia a favore che contro il presidente Mohammed Morsi, il voto si è comunque svolto in maniera abbastanza tranquilla. Negli altri 17 governatorati si voterà il 22 dicembre. Il fronte di salvezza nazionale, principale gruppo di opposizione, ha però contestato i risultati presentati dai Fratelli musulmani sostenendo che i no alla nuova Costituzione sono stati il 66% dei voti. Il fronte ha anche affermato di aver verificato una serie “abnorme” e “senza precedenti” di brogli in tutti i governatorati in cui si votava. - Atlasweb |
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| 17/12/2012 Libia: Chiuse le frontiere meridionali, ora sono zona militare |
La Libia ha deciso ieri di chiudere le sue frontiere meridionali, ufficialmente per motivi di sicurezza. La misura riguarda le frontiere con Algeria, Niger, Ciad e Sudan e l’area di confine è stata decretata zona militare. Il provvedimento è stato adottato dall’Assemblea nazionale, il nuovo parlamento insediatosi quest’anno, e riguarda le regioni di Ghadames, Ghat, al-Shati, Sebha, Mourzuk e Kufra. Sono tutte regioni in cui negli ultimi mesi si sono verificati scontri fra gruppi rivali e in cui Tripoli ha faticato a imporre la propria autorità. Secondo alcune fonti locali la misura intende porre un freno all’ingresso di immigrati ma anche di rifugiati provenienti in particolare dal Corno d’Africa e dal Mali, paese in cui si prospetta un intervento militare africano. Il territorio libico è anche una delle rotte utilizzate dalle reti del crimine organizzato per il narcotraffico. - Atlasweb |
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| 17/12/2012 Mali: Al lavoro nuovo governo di transizione, ne fanno parte militari e nordisti |
30 ministri tra cui quattro militari ai posti chiave: si presenta così il nuovo governo di transizione guidato da Diango Cissoko, già al lavoro dopo la sua formazione annunciata sabato sera. Ieri il primo ministro ha avuto colloqui con alcune componenti dell’esecutivo mentre per oggi ha convocato i coordinamenti delle principali formazioni politiche maliane. Del nuovo gabinetto fanno parte alcuni membri del governo uscente, tra cui Tienan Coulibaly riconfermato all’Economia e Tiemam Hubert Coulibaly agli Esteri. Fonti della società civile hanno già fatto notare che “tutta la transizione si regge sui militari” a cui sono andati quattro dicasteri cruciali: alla Difesa c’è ancora il colonnello Yamoussa Camara mentre la Sicurezza interna è andata al generale Tiefing Konaté e l’Amministrazione territoriale al colonnello Moussa Sinko Coulibaly. Un quarto uomo in divisa è stato scelto alla direzione dei Trasporti e delle Infrastrutture, il luogotenente Abdoulaye Koumaré. “Sono chiamati a rilevare la sfida della transizione. Devono dimostrare con provvedimenti concreti che meritano la fiducia in loro deposta” ha dichiarato Fatoumata Ciré Diakité, esponente della società civile nel Fronte unito per la salvaguardia della democrazia e della Repubblica (Fdr, anti-giunta militare). Oltre ai ministeri assegnati a due donne – Diané Mariam Koné (Pesca e Allevamento) e Alwata Ichata Sahi (Famiglia) – l’elemento di novità consiste nella partecipazione di tre ministri originari delle tre principali comunità del Nord, i songhai, gli arabi e i tuareg. Tra le priorità della squadra di Cissoko, già definita “governo di missione” - riferisce l'agenzia Misna - c’è la riunificazione del territorio del Mali – con il recupero delle regioni settentrionali controllate da diversi gruppi armati – e l’organizzazione di elezioni per concludere la transizione. Ex mediatore della Repubblica, laureato in giurisprudenza, Cissoko aveva servito da segretario generale alla Presidenza della Repubblica durante gli anni di governo di Moussa Traoré, un militare rovesciato nel 1991 dopo oltre 22 anni al potere. E’ stato nominato la scorsa settimana dopo che il suo predecessore Cheick Modibo Diarra era stato costretto a rassegnare le dimissioni dietro pressioni del capitano Amadou Haya Sanogo, autore del colpo di stato dello scorso 22 marzo ai danni dell’allora presidente Amadou Toumani Touré. Dopo la formazione del nuovo esecutivo di transizione, i paesi vicini della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) hanno gli occhi puntati su Bamako. “Speriamo che il governo, il presidente maliano Dioncounda Traoré e la classe politica riusciranno a parlare con una sola voce e ad allinearsi sulle posizioni regionali in vista della formazione di una forza africana per liberare il Nord” ha dichiarato il capo di stato senegalese Macky Sall durante una sua visita a Conakry (Guinea). Il mese scorso i 15 Stati membri della Cedeao hanno approvato un piano di intervento militare che prevede il dispiegamento di 3300 soldato per riconquistare entro un anno le regioni settentrionali del Mali controllate dagli islamici di Ansar Al Din e del Mujao, ma anche dei tuareg del Mnla. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu deve ancora pronunciarsi in modo formale su questo piano accolto con non poche perplessità, tra cui quelle espresse dal segretario generale, Ban Ki-moon. (R.P.) - Radio Vaticana |
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| 17/12/2012 R. D. Congo: Oltre 914.000 sfollati, 600 scuole distrutte nel Nord Kivu |
Oltre 600 scuole sono state distrutte o fatte oggetto di atti vandalici nell’est della Repubblica Democratica del Congo, a causa dell’instabilità per la presenza di diversi movimenti armati che oltre a combattersi tra loro, terrorizzano e vessano i civili. La denuncia è dell’ufficio congolese dell’UNICEF che ricorda che nel solo periodo da settembre ad oggi, sono 250 le scuole distrutte o occupate da miliziani armati nel Nord e Sud Kivu. In diversi casi il mobilio scolastico e i libri di studio sono stati usati come legna da ardere. Gli studenti che non possono proseguire gli studi sono 240.000, mentre gli sfollati interni nel solo Nord Kivu sono 914.000. I bambini che hanno perso i genitori durante le drammatiche fasi della fuga dai villaggi sono 715, secondo i dati in possesso dell’UNICEF. La situazione rimane tesa a Goma, il capoluogo del Nord Kivu, dove nonostante l’evacuazione dalla città dei ribelli dell’M23, il locale governatore ha denunciato che i guerriglieri vogliono mantenere la popolazione in “uno stato di psicosi” al fine di fare pressione sul governo congolese impegnato nei negoziati di Kampala. Nella capitale ugandese sono infatti in corso delle trattative, sotto l’egida della Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), al fine di trovare una soluzione pacifica alla crisi nel Nord Kivu. Diversi osservatori congolesi però affermano che Rwanda e Uganda (che fa da mediatore) non sono sinceri nel volere la pace, ricordando i diversi rapporti dell’ONU che denunciano l’appoggio rwandese e ugandese all’M23. Il Presidente congolese Joseph Kabila ha lanciato il 15 dicembre un appello a difendere l’unità nazionale di fronte alla ribellione dell’M23 e “all’aggressione del Rwanda”. Parlando di fronte ai deputati e ai senatori riuniti in seduta congiunta il Presidente congolese ha denunciato: “una volta di più, ci è stata imposta una guerra ingiusta. È stato detto tutto su questa guerra di aggressione da parte del Rwanda”. - Ag. Fides |
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| 17/12/2012 R. D. Congo: Nord Kivu: delude discorso Kabila, Goma prega per la pace |
“Globalmente il discorso alla nazione del presidente non è stato ben accolto dalla popolazione di Goma che lo ha valutato come provocatorio e preoccupante. Qui la gente è veramente stanca del conflitto: avrebbe preferito sentirsi dire che tutto verrà fatto per arrivare alla pace piuttosto che organizzare riunioni sulla guerra, come proposto da Joseph Kabila”: lo dicono fonti locali della MISNA contattate a Goma, il capoluogo della provincia del Nord Kivu da alcuni settimane epicentro di una nuova ondata di violenze a firma della ribellione del Movimento del 23 marzo (M23), ma non solo. Intervenuto davanti a deputati e senatori, il capo dello Stato ha dichiarato che l’obiettivo del conflitto nell’Est è quello di “accendere focolai di tensione, provocare l’insicurezza per alimentare il caos, scoraggiare gli investimenti e impedire l’attuazione del programma di ricostruzione nazionale. Solo così cercano di giustificare la balcanizzazione del paese”. Dopo aver puntato il dito contro il vicino Rwanda, facendo riferinmento a “prove ben documentate raccolte dai nostri servizi specializzati e dall’Onu”, il presidente Kabila ha denunciato “l’incubo nel quale vive un milione di persone” nel Nord Kivu. Pur riconoscendo “la sconfitta recente in una battaglia”, ha riferito l’emittente locale ‘Radio Okapi’, il capo dello stato ha assicurato l’impegno del governo di Kinshasa nella ricerca di una soluzione alla crisi. L’esecutivo è impegnato sul fronte diplomatico, con il “dispiegamento di una forza internazionale neutrale” al confine tra Congo e Rwanda, politico tramite il dialogo in corso a Kampala con l’M23, e militare con la “costruzione di un esercito repubblicano forte, dissuasivo, apolitico e professionale che rassicuri il nostro popolo e ci consenta di salvaguardare la nostra integrità e sovranità”. In un appello rivolto a tutti i congolesi, Kabila li ha invitati a “superare le divergenze a nome della coesione nazionale per ritrovare il nostro bene più caro: il Congo”, proponendo “la prossima apertura di consultazioni aperte a tutte le forze politiche e sociali”, ma senza precisare modalità e tempi dell’iniziativa. Nel suo discorso sullo stato della nazione, il presidente congolese ha poi tracciato un bilancio positivo sul piano politico, citando il “rafforzamento della nostra giovane democrazia”, “la riforma della commissione elettorale” e l’adozione della legge “per la creazione di una commissione nazionale dei diritti umani”. Sul fronte economico si è complimentato per la crescita del 7% e il tasso di inflazione al 3%, “il più basso della nostra storia”, suggerendo ai congolesi di dare prova di “creatività e volontarismo imprenditoriale”. A migliaia di chilometri, le popolazioni del Nord Kivu devono invece fare i conti con un difficile quotidiano di insicurezza, carovita, emergenza umanitaria e sanitaria dopo l’assalto dei ribelli a Goma il mese scorso e il loro successivo ritiro il 1° dicembre. “Sul terreno la situazione rimane incerta e instabile. Ci sono sempre più attacchi armati notturni e furti che ricolleghiamo ai detenuti evasi dal carcere ma anche a miliziani rimasti in zona” prosegue una fonte della società civile. E’ invece ancora tutto da chiarire l’omicidio del maggiore di polizia Bertin Chirumana, ucciso nella notte tra venerdì e sabato. “Da quello che abbiamo appreso si sarebbe trattato di un regolamento di conti interno. Il maggiore faceva parte dell’ex ribellione del Cndp. Tre anni fa è stato integrato nella polizia congolese e ora si sarebbe rifiutato di passare nei ranghi dell’M23” dicono fonti ben informate contattate nel capoluogo orientale. Da giorni la gente di Goma “ha gli occhi puntati in direzione di Kampala nella speranza che possano arrivare buone notizie per la pace ma non ci crede più di tanto – prosegue l’interlocutore della MISNA – Nella capitale ugandese i negoziati stentano a decollare e giungono spesso notizie di accuse reciproche e sospetti, purtroppo niente di concreto né costruttivo”. Da ieri a ridare sollievo e speranza alla popolazione del Nord Kivu è invece la “Novena di preghiera per una pace durevole in Congo e a Goma” che andrà avanti fino al 24 dicembre in tutte le comunità e chiese della diocesi. L’iniziativa della Chiesa congolese si presenta solidale con “una generazione di bambini e giovani arruolati di forza da milizie di ogni genere”, con “migliaia di sfollati interni costretti ad affrontare fame, malattie e stupri diventati armi di guerra”. - Misna |
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| 17/12/2012 Sudafrica: African National Congress, a Mangaung sfide e promesse |
Con alcune ore di ritardo sulla tabella di marcia, sono al lavoro per il secondo giorno consecutivo i delegati dell’African National Congress (Anc) riuniti a Mangaung, nel campus dell’Università del Free State (centro), per rinnovare i vertici del partito alla guida del Sudafrica e designare i candidati in vista delle elezioni del 2014. Il congresso dell’Anc si è aperto ieri con quattro ore di ritardo e con una serie di problematiche procedurali che hanno fatto slittare ad oggi l’elezione del cosiddetto “top 6”, i sei massimi dirigenti del partito, ha dichiarato il portavoce Jackson Mthembu. Venerdì la Corte costituzionale aveva annullato i risultati della conferenza provinciale del Free State, rappresentato al congresso nazionale dell’Anc con 250 membri; un fronte interno di oppositori si era rivolto alla giustizia per impedire la partecipazione di quei 250 rappresentanti. In realtà la posta in gioco è un’altra: la direzione del partito ambita sia dal presidente Jacob Zuma, forte del sostegno dei delegati di sei delle nove province del Sudafrica, che dal suo vice Kgalema Motlanthe, capo dello Stato per pochi mesi tra il 2008 e il 2009. Il momento centrale della prima giornata dei lavori è stato l’ingresso trionfale di Zuma, con balli e canti in onore dell’ex presidente Nelson Mandela, cui hanno partecipato i 4500 delegati presenti nella sala. Nel suo intervento Zuma ha difeso punto per punto l’operato del partito, al potere da 18 anni ma finito negli ultimi mesi al centro di accuse di corruzione e critiche per la gestione dell’ondata di scioperi, conclusasi con 60 vittime tra agosto ed ottobre. Il capo dello Stato, in carica da maggio 2009, ha promesso “cambiamenti”, dicendosi pronto a “guidare il paese verso una seconda fase, quella del raggiungimento della libertà socio-economica” dei sudafricani. Nonostante risultati positivi sul piano economico, ancora oggi un quarto della popolazione vive nella povertà e le ineguaglianze sociali sono sempre più evidenti. “La strada verso la prosperità sarà lunga e ardua (…) ma l’Anc rimane l’unica speranza per i poveri e gli esclusi” ha sottolineato Zuma, impegnandosi a sviluppare politiche per favorire “crescita economica e mercato occupazionale”, ma anche a “arginare la sensazione che il nostro paese stia cadendo a pezzi”. L’altro ‘ospite’ d’onore al congresso è stato l’ex dirigente della Lega giovanile dell’Anc, Julius Malema, espulso lo scorso marzo, incriminato per riciclaggio e corruzione dopo essere entrato in rotta di collisione con il presidente Zuma. Assieme ai suoi colleghi espulsi – l’ex segretario generale Sindiso Magaqa e il portavoce Floyd Shivambu – Malema ha chiesto al comitato disciplinare del partito di rivedere il provvedimento per “reintegrarci nei nostri rispettivi incarichi”. L’incontro è stato anche l’occasione per presentare i conti del partito, illustrati dal tesoriere generale Mathews Phosa, e i dati aggiornati del numero degli iscritti. Le verifiche che si sono concluse lo scorso giugno hanno evidenziato un incremento delle adesioni soprattutto nelle provincie più vicine al presidente Zuma, quelle di Free State, KwaZulu-Natal e Mpumalanga. Al livello nazionale il partito è forte di 1,2 milioni di membri e 4307 sezioni. La 53a conferenza dell’Anc si sta svolgendo tra ingenti misure di sicurezza, ulteriormente rafforzate oggi attorno al campus di Mangaung dopo che la polizia sudafricana ha annunciato l’arresto di sette persone, sospettate di pianificare attacchi armati, a Limpopo, Northern Cape e Free State. - Misna |
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| 17/12/2012 Sudafrica: Zuma e 90 minuti di parole per chiedere la conferma alla guida dell’Anc |
Novanta minuti per chiedere di restare alla guida dell’African national congress (Anc) e quindi alla guida del Sudafrica: tanti sono stati i minuti del discorso tenuto a Bloemfontein dal presidente sudafricano Jacob Zuma. Nel suo discorso, all’apertura dei lavori del congresso del partito, Zuma ha affrontato diversi temi concentrandosi in particolare su violenza, corruzione e tangenti. Zuma ha esordito riferendo i saluti di Nelson Mandela, ricoverato nei giorni scorsi, e sottolineando l’aumento del numero degli iscritti al partito passati dai circa 600.000 del 2007 al milione e 200.000 di oggi. Prima di cominciare a parlare, Zuma si è intrattenuto qualche minuto con il vice-presidente Kgalema Motlanthe che si è ufficialmente candidato alla guida dell’Anc, sfidandolo. Zuma ha fatto riferimento alle divisioni in seno al partito e ha invitato a lavorare per l’unità e per abbassare i toni del confronto tra le varie anime della sua formazione politica. In questo cxaso ha anche fatto riferimento agli incidenti avvenuti ad agosto alla miniera di Marikana che videro la morte di 34 minatori ma anche il tentativo di cavalcare le proteste sul piano politico. Zuma ha concluso il suo discorso così come l’aveva cominciato, cantando e invitando la platea a seguirlo. - Atlasweb |
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| 17/12/2012 Tunisia: Secondo anniversario della rivoluzione, fischi e sassi contro il Presidente |
Due anni dopo, di nuovo fischi e slogan anti-governativi: in Tunisia, a Sidi Bouzid, dove ebbe inizio la primavera araba, il Presidente della Repubblica e il Presidente dell’Assemblea Costituente hanno celebrato l’anniversario ma sono stati pesantemente contestati dalla folla. “Sento la rabbia di molte persone: è comprensibile, perché gli scopi principali della rivoluzione non sono ancora stati raggiunti: per esempio lo sviluppo, e le giuste sanzioni ai corrotti del passato regime”, ha detto il Presidente Marzouki prima di essere portato via dalla scorta, quando la folla ha iniziato a lanciar pietre. Marzouki e Ben Jafaar avevano nel frattempo deposto una corona per ricordare l’immolazione di Mohammed Bouazizi, il venditore ambulante che si diede fuoco perché oppresso dalla miseria e dalla polizia. “Questa è la seconda edizione della commemorazione, ma nel frattempo non è cambiato niente a Sidi Bouzid: non c‘è sviluppo e non c‘è lavoro”, dice un residente. Mohammed Bouazizi si diede fuoco il 17 dicembre del 2010. Ustionato in modo gravissimo, morì due settimane dopo, in casa, assistito dalla madre. Fuori, intanto, era partita la rivoluzione contro il regime corrotto di Ben Ali. Era una rivolta dalle motivazioni principalmente economiche, e gli slogan più urlati furono “andatevene” e “il popolo vuole la caduta del governo”: le stesse frasi che si sono sentite in queste ore a Sidi Bouzid, contro i rappresentanti del nuovo regime. - Euronews |
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