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19/09/2011 Zambia: Un libro accusa compagnia svizzera di sfruttamento miniera

Lo Zambia, ricco di miniere di rame, subisce lo sfruttamento delle compagnie svizzere che si occupano di materie prime nei paesi in via di sviluppo. L'accusa e' contenuta nel libro ''Commodities - Switerland's Most Dangerous Business'' (materie prime - il piu' pericoloso affare della Svizzera) realizzato dall'organizzazione non governativa Berne Declaration, nel quale si esamina l'impatto che ha sul paese africano una miniera gestita dalla compagnia svizzera Glencore. Secondo gli autori del libro, la societa' non pagherebbe diritti di dogana e tasse, nonostante il sistema fiscale dello Zambia sia molto favorevole agli investitori. ''Per fare un paragone, in Norvegia il 70% dei profitti del petrolio va allo Stato. In Zambia lo Stato percepisce solo il 5% dei guadagni delle miniere'', ha sottolineato la giornalista Alice Odiot, che ha scritto il capitolo del libro. La miniera della Glencore, gestita dalla sussidiaria Mopani Copper Mines (MCM) si estende per 19 mila ettari nei pressi della citta' di Mufulira. Un portavoce della Mopani ha detto all'AFP che la societa' ha pagato lo scorso anno 63 milioni di dollari di tasse, a fonte di profitti per 78 milioni e che ha investito milioni di dollari in progetti sociali e per infrastrutture, come ospedali, scuole e strade. – Asca-Afp

 
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18/09/2011 Egitto: Le prime elezioni del dopo Mubarak al via 21 novembre

Le prime elezioni legislative del dopo Mubarak si terranno a partire dal 21 novembre, dando avvio a un processo complesso in base al quale per ognuna delle due Camere del Parlamento egiziano sono previsti tre turni. La notizia sulla data del voto è stata anticipata ieri da un'emittente satellitare e la convocazione ufficiale verrà il 26 settembre dal Consiglio supremo delle forze armate. Secondo quanto ha proposto la commissione elettorale al Consiglio militare, che regge il paese dalla deposizione dell'ex rais egiziano lo scorso febbraio, le elezioni dell'Assemblea del popolo, la camera bassa del parlamento egiziano, prenderanno avvio il 21 novembre con tre turni e relativi ballottaggi che dovrebbero concludersi il 3 gennaio. Simile trafila per la Shura (Consiglio consultivo), la camera alta, per la quale il voto comincerà invece il 22 gennaio e si concluderà all'inizio di marzo. Ancora non è stata fissata nessuna data per le presidenziali. Mentre si attende la conferma ufficiale di queste indicazioni, che porrebbe fine a mesi di incertezza sul percorso della transizione verso un governo retto da civili, monta la richiesta che vengano adottate misure per impedire agli esponenti dell'ex partito di Hosni Mubarak, il Partito nazionale democratico (Pnd), di presentarsi alle elezioni. Le norme elettorali, modificate recentemente dal Consiglio militare, prevedono che metà dei seggi siano attribuiti attraverso liste di partito bloccate e l'altra metà con candidature individuali. È stato annunciato per oggi un incontro fra il capo di stato maggiore delle forze armate Sami Annan e alcuni esponenti di partiti e forze politiche per discutere delle procedure per le prossime elezioni. - Swissinfo

 
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18/09/2011 Kenya: I vescovi in visita ai sopravvissuti all'incendio dell'oleodotto

I vescovi del Kenya – rappresentati da mons. Martin Kivuva, presidente di Caritas Kenya - hanno visitato i feriti in ospedale e sono andati nel luogo del disastro e nel vicino campo che ospita circa 200 sopravvissuti all’esplosione e all’incendio, il 12 settembre, di un oleodotto nella popolosa baraccopoli di Sinai, a Nairobi. Oltre cento persone sono morte, a causa di un difetto in una valvola che ha provocato una fuga dalla condotta: molte di loro stavano cercando di recuperare carburante, altre cucinavano nelle vicinanze. I vescovi - riferisce l'agenzia Sir - hanno donato coperte, zanzariere, alimenti e kit sanitari agli sfollati, confortato i parenti delle vittime e invitato i cattolici kenyani alla solidarietà concreta. Hanno poi lanciato un forte appello ai leader politici, perché “si assumano la responsabilità di trasformare l’ambiente vitale dei cittadini keniani e non diventino invece motivo di corruzione, povertà e distruzione. Lo Stato e tutte le autorità coinvolte devono proteggere e promuovere i diritti dei cittadini”. In particolare, hanno chiesto di intervenire sul risanamento degli slums vicini agli oleodotti, spesso causa di incidenti simili. La Conferenza episcopale del Kenya ha indetto, per domenica 18 settembre, un giorno di preghiera e solidarietà per le vittime della tragedia. (R.P.) - Radio Vaticana

 
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18/09/2011 Libia: Rinviato annuncio nuovo governo

L'annuncio del nuovo governo era atteso per oggi pomeriggio, ma restano le divergenze all'interno del Cnt sulla composizione dell'esecutivo. Il nuovo governo dovrà gestire la transizione in attesa di una nuova Costituzione e di nuove elezioni, con l'aiuto delle Nazione Unite che hanno annunciato lo sblocco parziale dei beni libici congelati e l'invio di una missione di tre mesi. Il 2 settembre scorso il Cnt aveva annunciato una 'road map' politica in 20 mesi: il Consiglio guiderà la Libia "per otto mesi in attesa che un'assemblea eletta dal popolo" rediga una Costituzione, poi "nel giro di un anno saranno organizzate le elezioni". Ma, ha poi spiegato l'inviato dell'Onu Ian Martin, la scadenza degli otto mesi scatterà solo quando la Libia sarà dichiarata "totalmente liberata". - Swissinfo

 
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18/09/2011 Libia: Aziende franco-britanniche all'assalto del mercato libico

Le ultime forze militari fedeli a Gheddafi non sono ancora state sconfitte ma a Tripoli e Bengasi è già partita la corsa per accaparrarsi un posto al sole negli affari con la nuova Libia. A sperare in laute commesse sono soprattutto francesi e britannici che sostengono il peso bellico maggiore al fianco degli insorti libici e durante la visita a Tripoli di David Cameron e Nicolas Sarkozy hanno incassato l'impegno del Consiglio Nazionale di Transizione ad attribuire agli alleati che hanno partecipato alla guerra in Libia avranno una priorità per gli accordi commerciali e di cooperazione economica. Nonostante il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, affermi che alla Libia «non abbiamo da chiedere niente di più di quello che facevamo prima» aggiungendo che «essere il loro primo partner per noi sarà normale» a fare le spese dell'offensiva anglo-francese potrebbero essere proprio le aziende italiane.
Un timore espresso da Alfredo Cestari, presidente della Camera di commercio ItalAfrica Centrale, secondo il quale molte aziende italiane rischiano di non rivedersi confermate le commesse prebelliche e di essere marginalizzate nella ricostruzione. Gli interessi economici e commerciali di Francia e Gran Bretagna «oggi hanno stravolto le posizioni che l'Italia aveva faticosamente raggiunto in Libia e che difficilmente avremo nei prossimi mesi», ha detto Cestari in un'intervista, sottolineando l'attivismo di Cameron e Sarkozy in Libia ma anche la "disattenzione" del nostro governo. L'Italia è al primo posto tra i Paesi esportatori in Libia e al quinto tra gli importatori, con oltre 12 miliardi di euro di interscambio. Con la firma del Trattato di amicizia italo-libico, nel 2008, Tripoli è diventata il primo fornitore di petrolio all'Italia con il 23% del totale e terzo fornitore per il gas. Prima dello scoppio della guerra erano circa 130 le aziende italiane presenti in Libia attive soprattutto nel settore energetico, delle costruzioni, dei trasporti, meccanica industriale e impiantistica (vedi l'elenco delle aziende) mentre le partecipazioni libiche in Italia riguardano Unicredit (7,2% del capitale), Finmeccanica (2%), Retelit (14,7%) e Juventus (7,5%).
Lo sbarco in forze delle aziende francesi e britanniche è stato messo a punto negli ultimi mesi e ha come obiettivi prioritari il settore energetico (la Libia conta le più grandi riserve in Africa con 46 miliardi di barili di un greggio) e i programmi di ricostruzione delle infrastrutture dove il Cnt stima saranno necessari investimenti per 200 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. *Gianandrea Gaiani – Il Sole 24 ore

 
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18/09/2011 Sud Sudan: Migliaia di rifugiati in arrivo dalle zone in guerra nel vicino Sudan

Non si arresta il flusso di rifugiati che si riversano nella neonata repubblica del Sud Sudan per sfuggire ai combattimenti in corso nello Stato del Kordofan meridionale, nel vicino Sudan. Già dallo scorso luglio avevano cominciato ad affluire lentamente nel Sud Sudan a seguito di duri scontri e raid aerei. A partire dalla scorsa settimana poi gli arrivi sono rapidamente aumentati, passando dai 100 al giorno del mese di agosto a una cifra che attualmente può raggiungere le 500 persone al giorno, per un totale di oltre 8000 presenze. Dal Kordofan meridionale continuano infatti ad arrivare notizie di bombardamenti aerei e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) prevede l’arrivo di altri sfollati. Tra i nuovi arrivi vi sono anche alcuni sud-sudanesi che vivevano nello stato del Kordofan, prima che la violenza li costringesse a tornare nel loro Paese d’origine. L’Unhcr riferisce che al momento le persone sono sparpagliate nelle remote regioni settentrionali dello stato di Unity, dove la carenza di piste d’atterraggio e di strade limita drasticamente l’accesso delle agenzie umanitarie. Per riuscire a raggiungerle, gli operatori sono costretti ad utilizzare alcuni quad, uno dei pochi mezzi che riesce a spostarsi in queste aree. Ma con i quad è possibile trasportare solo pochi operatori e pochi aiuti per volta. Di recente il cibo messo a disposizione dal Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha dovuto essere lanciato sulla regione direttamente dagli aerei. Alla frontiera l’Unhcr ha registrato i nuovi arrivati raccogliendo i dati principali e identificando i più vulnerabili tra loro, che saranno poi seguiti individualmente. L’Agenzia garantisce sostegno a una clinica mobile che si occupa delle necessità sanitarie, mentre le organizzazioni partner sono impegnate nel miglioramento dei servizi igienico-sanitari, della fornitura d’acqua e della cura delle persone in grave stato di malnutrizione. L’Unhcr sta inoltre allestendo un sito nel quale trasferire i rifugiati, tenendoli a distanza dalla frontiera. I lavori di preparazione comprendono la costruzione di cliniche, scuole, sistemi igienico-sanitari e per la fornitura di acqua potabile. Per agevolare il trasporto delle migliaia di rifugiati nel nuovo sito le autorità dello stato di Unity hanno avviato i lavori di riparazione per riaprire con urgenza le strade ad automobili e camion. Finché i lavori non saranno completati, molti rifugiati dovranno recarsi nel nuovo sito a piedi. Per le persone più vulnerabili saranno organizzati trasporti specifici che risparmieranno loro il duro viaggio. (M.G.) - Radio Vaticana

 
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16/09/2011 Angola: L'opposizione accusata di lavorare per un colpo di Stato

 

Il partito di maggioranza dell’Angola accusa l’opposizione di pianificare un colpo di Stato. Lo ha dichiarato uno degli uomini forti del presidente Dos Santos, Bento Bono. Il membro dell’ufficio politico dell’Mpla ha dichiarato che l’Unita, il partito di minoranza “non sapendo conquistare il potere con i voti cerca di farlo con lae manifestazioni di piazza”. L’onda lunga della primavera araba è arrivata anche a Luanda il 3 settembre, quando a seguuito di un corteo di protesta la polizia ha arrestato 24 persone, di cui 17 poi sono state condannate al carcere. I manifestanti, soprattutto giovani, chiedono un Paese dove ci sia equità sociale: nonostante l’Angola sia la seconda potenza economica africana dopo la Nigeria, due terzi dei 16,5 milioni di abitanti vive con meno di due dollari al giorno. L’Mlpa del presidente Josè Eduardo Dos santos governa stabilmente dal 2002, quando a vinto le elezioni con l’82 percento dei voti, dopo 27 anni di guerra civile contro l’Unita. La prossima tornata elettorale sarà nel 2012. - Peacereporter

 
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16/09/2011 Costa d'Avorio: Testimonianza di una missionaria che cura “le ferite nascoste” della guerra civile

 

“La situazione è abbastanza calma ma c’è ancora molta insicurezza, specie alla sera, quando scatta una specie di coprifuoco non scritto, per cui dopo le 8 nessuno esce di casa, perché la sicurezza non è garantita” racconta all’Agenzia Fides suor Rosaria Giacone, delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto, che vive e opera ad Abobo, uno dei quartieri della capitale economica della Costa d’Avorio, Abidjan, più sconvolti dalla recente guerra civile. “Ci sono delle bande armate, alcune formate da banditi travestiti con uniformi militariprosegue la religiosa -. Comunque, rispetto ai mesi precedenti, ci sono stati dei miglioramenti, gli elicotteri dell’ONUCI (missione ONU in Costa d’Avorio) seguitano a sorvolare il quartiere”.
Suor Rosaria, che è infermiera e opera nelle strutture sanitarie delle zone di missione da 35 anni, attualmente lavora nell’ospedale del quartiere, dove, dice la religiosa, “la situazione è diventata ancora più drammatica a causa dell’aumento della povertà, conseguenza della guerra civile”. “Prima i giovani erano abituati alla vita facile, ora non vanno a scuola e si sta diffondendo la droga. Non so dire se sia cocaina, ma so che circola e sta creando drammi gravissimi, perché i giovani quando sono sotto l’effetto della droga, non sanno più cosa fanno. Alcuni giorni fa un ragazzo drogato ha violentato la propria madre e poi l’ha uccisa” dice suor Rosaria. La religiosa descrive a Fides una situazione tremenda: “La guerra ha lasciato ferite morali e psicologiche incalcolabili. Per noi parlare di riconciliazione e di perdono è facile, perché non abbiamo provato sulla nostra pelle la violenza. Ma con chi ha subito dei traumi forti, ha perduto delle persone care in modo atroce, non è affatto facile trattare l’argomento. Una bambina di 7 anni, quando parlavo di perdono, piangeva. Le ho chiesto perché piangesse e mi ha risposto che alcuni miliziani avevano ucciso i suoi genitori davanti a lei e poi le avevano fatto bere il loro sangue. Si può intuire che razza di trauma abbia subito questa bambina”. “In parrocchia è stato formato un gruppo denominato ‘giustizia, pace e verità’ - prosegue la religiosa -. Si tratta di un centro di ascolto dove le persone si possono liberare dei drammi che portano nel loro cuore. Li facciamo parlare per cominciare a liberare il loro cuore dalle sofferenze che tengono dentro. È un lavoro difficile. La povertà diffusa ha spinto anche diverse ragazze alla prostituzione e in diversi casi sono le famiglie stesse che costringono le ragazze a prostituirsi, per poter dare da mangiare al resto del nucleo familiare”.
Sul piano sanitario, suor Rosaria evidenzia che “l’Aids ed altre malattie sono in aumento. I bambini muoiono perché mancano le medicine. Chi è fortunato può ancora procurarsele, i ricchi non soffrono, non sanno quali drammi si stiano consumando. I poveri se hanno da mangiare una volta al giorno è già tanto. Assistiamo malati rifiutati da altri ospedali, come un ragazzo che ha una necrosi, dopo essere stato colpito da proiettili vaganti. Ho detto a quelli che me l’hanno portato: ‘io metto a disposizione la mia competenza e il mio amore, ma voi datemi un po’ di materiale per curarlo’. Questa persona viene da me 3 volte alla settimana per farsi pulire le ferite. È una grande gioia vedere il suo sorriso. Gli ammalati per uscire dalla sofferenza hanno bisogno di vera compassione, di persone che dicono con i fatti ‘ti voglio veramente bene’. Solo l’amore può assicurare il benessere dell’uomo”. Di fronte a questa situazione, suor Rosaria ha voluto avviare il progetto “Baobab” per costruire una scuola per i bambini di Abobo. “Abbiamo acquistato il terreno dove sorgerà la scuola e abbiamo ottenuto il permesso di costruzione, dopo tante lotte” racconta la suora, che spiega l’importanza di questa iniziativa: “Se i giovani non hanno un luogo dove riunirsi per essere seguiti ed educati, domani avremo persone senza futuro, tanto più perché uscite da una situazione di guerra, di tristezza e di odio. Dobbiamo dunque sanare la parte spirituale e morale dell’uomo. Quando un bambino impara a leggere e a scrivere è liberato dall’ignoranza e scopre la sua dignità. Se i giovani avessero conosciuto la cultura della pace e dell’amore, non si sarebbero venduti a poco prezzo per diventare mercenari nell’ultima guerra”. (L.M.) - Ag. Fides

 
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16/09/2011 Costa d'Avorio: Aiuti in cambio di elezioni, la ripresa economica passa da Washington

 

Aiuti per 600 milioni di dollari ma solo se le legislative in agenda per il 15 novembre saranno convocate: è l’accordo vincolante che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha proposto al governo del presidente Alassane Dramane Ouattara. L’annunciato finanziamento che sarà versato in più tranche fino al 2014 dovrebbe essere destinato alla “prioritaria ripresa delle attività economiche dopo anni di crisi interna che si è tradotta in un basso livello d’investimento, di crescita e di occupazione” si legge nel comunicato diramato dall’istituzione finanziaria con sede a Washington. Nelle stesse ore la Banca mondiale ha confermato un finanziamento di 200 milioni di dollari per sostenere il nuovo potere di Abidjan nel suo programma di riforme, bollate come “essenziali”, soprattutto nei settori del “buon governo, della trasparenza del bilancio pubblico, della produzione di cacao e dell’energia”. In particolare 50 milioni sbloccati dalla Banca mondiale dovrebbero essere utilizzati per “migliorare l’accesso dei giovani a formazioni professionali e al mondo del lavoro”. Entrambe le istituzioni finanziarie internazionali hanno ripreso a luglio la cooperazione con la Costa d’Avorio, sospesa durante la violenta crisi post-elettorale durata dallo scorso novembre fino ad aprile, quando l’ex presidente Laurent Gbagbo venne arrestato.
Sul versante dell’economia il ministro Charles Diby Koffi ha annunciato dati ‘positivi’ che rispecchiano una “progressiva ripresa” con un livello di recessione passato negli ultimi tre mesi da meno 7,5% a meno 5,8%. Soddisfazione è stata espressa anche da una missione congiunta Fmi-Banca mondiale in visita nel paese dell’Africa occidentale: “La ripresa è stata più rapida del previsto, la produzione industriale di giugno ha raggiunto al 95% il volume di giugno 2010” ha detto il capo missione, Doris Ross, chiedendo al governo di “migliorare la sicurezza per facilitare la circolazione di beni e persone”. Intanto dal tribunale militare di Parigi giunge la notizia di una denuncia presentata da Gbagbo contro l’esercito francese, accusato di “tentato omicidio” durante l’offensiva lanciata ad aprile contro la residenza presidenziale di Cocody dai caschi blu dell’Onu sostenuti dai militari della forza francese ‘Licorne’.  - Misna

 
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16/09/2011 Egitto: Sinai, nuovi orrori: 600 eritrei rapiti dai predoni

 

Torna il traffico di eritrei nel nord del Sinai. Nelle ultime settimane, complice la carestia nell’Africa orientale e la latitanza del  governo egiziano, è in ripresa con le consuete modalità, dal trattamento inumano alle sevizie giornaliere agli ostaggi per convincere i parenti, spesso rifugiati nel nostro paese o in Europa, a pagare un riscatto che va dai 28 mila ai 35 mila dollari. Sarebbero almeno 600 gli africani - in maggioranza eritrei, ma anche etiopi e darfurini - attualmente in mano a 15 gruppi capitanati da Abu Abdallah, almeno 120 rapiti negli ultimi 15 giorni. I mercanti di carne possono guadagnare fino a 20 milioni di dollari sulla pelle di questi disperati. Dopo dieci mesi dalla campagna lanciata da queste colonne e la mobilitazione di alcune sigle della società civile italiana, nulla è dunque cambiato in quest’angolo di pianeta fuori controllo.
Ieri a Roma ancora una volta il sacerdote eritreo Mosè Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, ha lanciato l’allarme, raccontando l’odissea di una donna appartenente a un gruppo rapito dai beduini nel deserto che separa l’Egitto da Israele. Un’altra fonte conferma e aggiunge un tassello al mosaico degli orrori di una terra di nessuno. Sette giorni fa una notizia dell’agenzia indipendente palestinese Ma’an rilanciava infatti la denuncia alla polizia egiziana di un eritreo sfuggito, nella zona di El Arish, ai trafficanti di organi. L’Organizzazione mondiale della Sanità nel 2010 ha definito l’Egitto uno dei cinque luoghi più caldi per questo immondo crimine. Il profugo ha dichiarato che la gang di predoni aveva ucciso altri ostaggi dopo avergli preso i soldi e asportato gli organi. I cadaveri, secondo il testimone, sono stati caricati su furgoni dai banditi per venire sepolti in fosse comuni lungo il confine. Già a fine agosto la Commissione internazionale sui rifugiati eritrei (Icer), che ha sede a New York, in un bollettino sconsigliava ai profughi dell’Asmara di recarsi in Sudan causa l’alto pericolo di rapimenti.
Torniamo a don Zerai, riferimento dei profughi eritrei in fuga da un paese segregato - la "Corea del nord africana" secondo il dipartimento di Stato Usa – il quale ha ricevuto una drammatica richiesta d’aiuto telefonica, simile alle centinaia dell’autunno scorso, da un’eritrea rapita e terrorizzata dalla continue percosse e torture con scariche elettriche alle quali è stata sottoposta insieme ai 53 compagni di viaggio rapiti e venduti dai Rashaida, trafficanti attivi in Eritrea, Sudan ed Egitto, a famiglie di beduini nel Sinai settentrionale. La donna ha raccontato di essere partita dal Sudan pagando ai Rashaida tremila dollari per giungere in Israele. «Ma una volta arrivati a Rafah – ha riferito don Mosè– sono stati venduti ad un altro gruppo che li ha segregati nel seminterrato di una palazzina e li tortura finché i parenti non sborseranno 28 mila dollari a testa».
Domenica scorsa è morto per le scariche elettriche un ragazzo di un villaggio vicino all’Asmara. Un altro è in fin di vita. Tra gli ostaggi c’è una donna incinta. Dieci giorni fa l’attivista e giornalista eritrea Meron Estefanos, rifugiata in Svezia, ha segnalato che un altro gruppo di 70 connazionali, tra cui quattro minori, provenienti dal Sudan è stato consegnato ai beduini. Il prezzo per liberarli è 35 mila dollari. «È cambiato il regime in Egitto, – ha concluso don Zerai – ma non si ferma il traffico di esseri umani, anzi la situazione attuale sembra più favorevole per i predoni, padroni assoluti nella zona di confine del Sinai con Israele». Serve, oggi più che mai, un intervento urgente delle agenzie Onu e della Commissione europea». * Paolo Lambruschi - Avvenire

 
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