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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 01/08/2012 Togo: Si insedia il nuovo governo, dentro anche ministri dell’opposizione |
Sono 29 i ministri che fanno parte del nuovo governo del Togo. Ad annunciare ieri la formazione alla guida del paese è stato il neo ministro Kwesi Seleagodzi Ahoomey-Zunu. Della squadra di governo fanno parte sei ministri scelti tra le file del principale partito di opposizione in parlamento e diversi ministri del precedente esecutivo. L’ex primo ministro aveva rassegnato le dimissioni agli inizi di luglio in seguito a settimane di proteste anti-governative. Al suo posto resta il presidente Faure Gnassingbe arrivato al potere nel 2005 subito dopo la morte del padre. - Atlasweb |
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| 01/08/2012 Uganda: Salito a 16 il numero di persone morte in epidemia ebola |
È salito a 16 il numero delle persone morte in Uganda a causa dell'epidemia di ebola. Lo ha ha fatto sapere il ministero della Salute ugandese. Ieri il gruppo Medici senza frontiere aveva riferito che almeno 20 persone risultano contagiate nel distretto occidentale di Kibaale. Non esistono cure né vaccini per l'ebola e in Uganda nel 2000 la malattia ha ucciso 224 persone. Il virus si manifesta con una febbre emorragica, è altamente infettivo e uccide velocemente. Il primo caso fu riscontrato in Congo nel 1976 e il nome ebola deriva dal fiume nel quale fu individuato. Gli scienziati non conoscono l'origine del virus, ma sospettano che quando si verifica un'epidemia il primo contagio derivi dal contatto con animali infetti. - LaPresse/AP |
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| 30/07/2012 Africa: Le sfide del continente viste da Dlamini-Zuma |
La carenza di infrastrutture tra paesi africani: è questa, secondo la nuova presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA), Nkosazana Dlamini-Zuma, la “più grande sfida del continente”. Per la prima volta dalla sua elezione, lo scorso 15 luglio, ha tracciato a grandi linee quella che sarà la sua missione: “Una volta che sarò lì, a Addis Abeba, lavorerò al servizio di tutta l’Africa” ha dichiarato la Dlamini-Zuma intervenuta ieri a Pretoria davanti alla lega delle donne dell’African national congress (Anc, al potere). Secondo la sua visione del continente, l’integrazione sarà raggiunta “solo a patto che le infrastrutture migliorino in modo decisivo”. Secondo Dlamini-Zuma, uno dei problemi sta nel fatto che quelle esistenti collegano zone di produzione di materie prime ai porti e non paesi africani tra di loro. L’ex ministro degli Esteri sudafricano e ministro dell’Interno uscente ha poi sottolineato che senza pace non ci potrà essere sviluppo né integrazione: “Come si può costruire una linea ferroviaria nel mezzo di una guerra?” si è interrogata la nuova responsabile della massima istituzione continentale. Ma ha poi sottolineato che al di là delle sfide, il continente può anche contare su punti di forza e molte risorse: l’agricoltura, l’energia e il potenziale umano. “Ora la sfida consiste nell’utilizzare le risorse per il bene e la crescita dell’Africa” ha aggiunto la Dlamini-Zuma, sollecitando anche “il coinvolgimento individuale di ogni cittadino”. In questa prospettiva anche il Parlamento panafricano, istanza legislativa con sede a Midrand ma senza alcun potere decisionale, avrà “un compito più importante per realizzare l’integrazione africana: l’armonizzazione delle legislazioni tra i 54 Stati membri”. L’elezione del ministro sudafricano, la prima volta di una donna alla presidenza della Commissione UA, ha concluso un lungo braccio di ferro diplomatico durato più di sei mesi essenzialmente tra paesi anglofoni e francofoni che, invece, sostenevano la candidatura del presidente uscente, il gabonese Jean Ping. Osservatori temevano che nel caso di un nuovo fallimento della procedura di voto il funzionamento stesso della Commissione sarebbe stato compromesso così come l’immagine e la credibilità dell’Unione Africana, apparsa negli ultimi tempi sempre più divisa e politicamente poco autorevole, anche quando si tratta di mediare in crisi e conflitti che destabilizzano il continente. - Misna |
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| 30/07/2012 Egitto: Religiosi bocciano tv donne velate, ? peccato |
La tv satellitare egiziana di sole donne in niqab, il velo integrale islamico che lascia scoperti solo gli occhi, è "peccato", un veicolo di corruzione, che segue modelli "atei occidentali". È una bocciatura senza appello quella che pronunciano due religiosi salafiti a proposito delle nuove emissioni di tele Maria, dal nome di una delle mogli di origine copta del profeta Maometto, che hanno preso avvio per il mese di Ramadan il 20 luglio. Interpellato dall'emittente satellitare Dream, Abu Ishak el Houeini ha definito i programmi presentati solo da donne in niqab come "insensati" e contrari alla sharia, le legge islamica. Ancora più duro l'altro relgioso integralista, Mohamed Abdel Maksoud, che ha detto di non capire perché una donna debba essere vista in video. "C'è una solo motivo - ha detto durante la trasmissione 'al Hakikam' (la verità) - ed è per dire al mondo intero: 'guardatemi'. "Le donne non compaiono in video per garantire un lavoro che gli uomini non sono in grado di fare, bensì seguono il modello dell'occidente ateo. Non si devono mettere in una situazione simile perché l'Islam chiede di non guardare le donne in quanto fonte di seduzione per l'uomo. Secondo il Corano e la sunna, la tradizione del profeta, la donna rappresenta un pericolo che l'uomo deve evitare", ha detto il religioso. La direttrice esecutiva dell'emittente Alaah Ahmed non ha fatto una piega, affermando che le donne in niqab hanno il diritto di avere emittenti che rappresentino le loro idee. "Quello che dice Houeini non è un obbligo per noi. Sono convinta che le nostre tramissioni servano la religione", ha aggiunto. - Swissinfo |
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| 30/07/2012 Mali: Nord; integralisti lapidano coppia non sposata |
Estremisti islamici hanno ucciso per lapidazione una coppia non sposata ad Aguelhok, nel nord del Mali controllato dai gruppi integralisti. Lo hanno testimoniato due esponenti politici locali che hanno chiesto di restare anonimi. "Ero presente sul posto", ha raccontato uno dei due. "Gli integralisti hanno trascinato la coppia non sposata nel centro di Aguelhok", dove l'uomo e la donna sono stati infilati in altrettante buche e sepolti fino alla testa, quindi "bersagliati di pietre fino a quando non è sopraggiunta la morte". Il secondo testimone afferma che l'esecuzione si è svolta davanti a circa 200 persone. "La donna è svenuta già ai primi colpi", mentre "l'uomo ha gridato una volta" prima di perdere i sensi, ha raccontato. Uno dei due testimoni ha detto che la coppia viveva fuori dal villaggio e che aveva due bambini, il più piccolo dei quali di soli sei mesi. La zona di Aguelhok è nelle mani del gruppo integralista armato Ansar Dine, alleato di Al Qaida per il Maghreb Islamico (Aqmi), come lo è quasi tutto il nord del Mali, di cui Bamako ha perso il controllo. - Swissinfo |
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| 30/07/2012 R. D. Congo: Nord-Kivu: la lettura e le soluzioni del presidente Kabila |
“L’Uganda non ha nulla a che vedere con la ribellione del Movimento del 23 marzo (…) invece la presenza del Rwanda nell’est del paese è un segreto di pulcinella”: in uno dei suoi rari interventi radiotelevisivi il presidente Joseph Kabila è uscito dal silenzio sulla crisi che si è riaccesa dallo scorso aprile nella provincia del Nord-Kivu (est), teatro di gravi violazioni dei diritti umani e scontri che contrapongono truppe regolari (Fardc) e vari gruppi ribelli, in particolare l’M23. Per il capo dello Stato, riconfermato al potere lo scorso novembre con un voto contestato, ci sono tre soluzioni alla crisi dell’Est: militare, politica e diplomatica. Ma per cominciare “è necessario” il dispiegamento di una forza neutrale internazionale che faccia da cuscinetto tra i combattenti, come suggerito dall’Unione africana (UA) durante il suo ultimo vertice del 15 luglio a Addis Abeba. Kabila non si è invece espresso sulla possibilità di negoziare con la ribellione del M23, formata per lo più da ex combattenti della ribellione tutsi congolese del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), integrati nell’esercito sulla base di un accordo di pace firmato con Kinshasa nel marzo 2009 e di cui rivendicano la piena applicazione. Ma secondo le autorità locali del Nord-Kivu, Kinshasa avrebbe chiesto ad esperti una valutazione degli accordi di tre anni fa in presenza di una mediazione internazionale. L’intervento del presidente congolese è stato pronunciato mentre sul terreno si stanno intensificando i combattimenti tra militari regolari e ribelli che puntano a Goma, capoluogo della provincia orientale. Scontri sono stati segnalati a Kibamba, Rugari e Mbuzi, ma anche nei pressi di Kibumba, a una ventina di chilometri soltanto da Goma. Qualche giorno prima i miliziani del M23 avevano già raggiunto questa posizione ma erano stati respinti da una controffensiva delle Fardc, sostenuta dagli elicotteri della missione Onu (Monusco). Ma nelle ultime ore le forze governative sembrano aver nuovamente perso terreno per mancanza di munizioni. Da giovedì più di 2000 persone sono fuggite dai villaggi per trovare rifugio a Goma e fonti di stampa locale, tra cui ‘Radio Okapi’, riferiscono di nuove defezioni all’interno dell’esercito, citando il nome del colonnello Eric Badege, accompagnato da un centinaio di uomini, che si starebbero incamminando verso Rubaya, in territorio di Masisi. Finora a causa dei combattimenti più di 200.000 persone hanno abbandonato la provincia del Nord-Kivu, di cui 30.000 si sono rifugiate in Uganda e Rwanda. La società civile locale ha lanciato un appello alle Fardc e alla Monusco chiedendoli di “rafforzare le misure di sicurezza su Goma dove una situazione esplosiva rischia di incendiarla”. Sul fronte della diplomazia internazionale, Parigi ha annunciato che si rivolgerà oggi ufficialmente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per condannare formalmente la ribellione del M23 e ogni suo sostenitore. Nelle ultime settimane rapporti dell’Onu hanno evidenziato il sostegno di Kigali alla nuova formazione armata, suscitando le condanne formali di Stati Uniti, Germania e Olanda al Rwanda, che ha finora negato ogni sua responsabilità. - Misna |
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| 30/07/2012 Swaziland: Insegnanti in sciopero per la democrazia, e Mswati III manda tre mogli a Las Vegas |
E’ entrato nel secondo mese lo sciopero degli insegnanti dello Swaziland. Una prova di forza spinta da rivendicazioni salariali ma anche e soprattutto dalla richiesta di aperture democratiche in quello che è considerata l’ultima monarchia assoluta in Africa. Tuttavia, pur essendo stata pensata come un’iniziativa nell’ambito di una più ampia sollevazione popolare, quella degli insegnanti è ad oggi l’unica tangibile protesta del paese. “Il nostro obiettivo finale è la democrazia” ha detto Sibongile Mazibuko, presidente dell’Associazione nazionale degli insegnanti secondo cui l’ostacolo più grande da superare è proprio re Mswati III. Gli insegnanti hanno cominciato il loro sciopero lo scorso 22 giugno chiedendo un aumento in busta paga del 4,5%, ma dopo che le infermiere sono tornate lo scorso martedì al lavoro, sono praticamente rimasti da soli in questa battaglia per la democrazia. Attualmente, secondo stime correnti, sono 45 gli insegnanti arrestati, altri hanno ricevuto lettere di licenziamento, ad altri ancora sono stati tagliati gli stipendi. Gli insegnanti criticano lo stile di vita del re e delle sue tredici mogli e ricordano come secondo la rivista Forbes il re sia considerato tra le le più ricche teste coronate al mondo occupando il 15° posto, mentre il resto del paese fatica quasi a mangiare. Mswati sembra comunque non essere molto preoccupato delle proteste e questo mese ha inviato tre delle sue mogli e un seguito di 66 persone in vacanza a Las Vegas. - Atlasweb |
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| 30/07/2012 Tunisia: Donne velate al programma tv per bambini, polemiche |
L’inclusione di alcune ragazze velate in un programma televisivo per bambini, in onda sul canale tunisino Al Wataniya 2, ha scatenato un acceso dibattito su Facebook sul ruolo del niqab nella società. Proprio in Tunisia, infatti, il velo ha avuto una storia controversa. Nell’era di Ben Ali fu bandito e la donna tunisina vestiva all’occidentale. Dopo la rivoluzione, il velo è ritornato tra le strade e ha ripreso a far parlare di sé. Il bersaglio delle critiche è il direttore di Al Wataniya 2, Imen Bahroun, definito “una marionetta nelle mani di Ennahda”. Il fatto che le donne velate siano state inserite in un programma per bambini, dicono i critici, potrebbe influenzare il loro modo di pensare. Ma Bahroun taglia corto: il programma riflette fedelmente la diversità del contesto sociale tunisino, dove le donne che indossano il niqab convivono serenamente con quelle che escono in minigonna. - Atlasweb |
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