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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 19/12/2012 R. D. Congo: Contrasti ai colloqui di Kampala, monito a ribelli e Rwanda |
Sono stati sospesi da alcune ore i colloqui di Kampala dopo il rifiuto del governo congolese di ottemperare alla richiesta dei ribelli del Movimento del 23 marzo (M23), di firmare un cessate-il-fuoco come condizione preliminare al proseguimento dei negoziati diretti. La delegazione di Kinshasa ha risposto negativamente alla richiesta dell’M23, sottolineando che “la firma di un cessate il fuoco non è contemplata dall’agenda della Conferenza internazionale della regione dei Grandi Laghi (Cirgl)”, mediatrice nei colloqui. Per il governo di congolese la questione dovrebbe essere risolta al livello del cosiddetto Meccanismo di verifica congiunta tra il Congo e il Rwanda, con sede a Goma, il capoluogo del Nord Kivu. Ieri le due delegazioni si erano messe d’accordo sul regolamento interno dei negoziati, un elenco di 22 punti che stabilisce le regole delle discussioni che dovrebbero protrarsi fino al 31 dicembre. Dall’apertura dei colloqui di Kampala, la scorsa settimana, non è stato finora compiuto alcun passo avanti significativo. I partecipanti sono arroccati sulle proprie posizioni e gli scambi di accuse sono quotidiani. Non è stato ancora affrontato nel merito il punto centrale dell’agenda: il valore giuridico degli accordi firmati il 23 marzo 2009 (con l’allora movimento del ‘Cndp’, ndr) di cui l’M23 rivendica la piena applicazione. Gli accordi in questione prevedevano l’inserimento dei combattenti ribelli nell’esercito e la polizia mentre i dirigenti civili sarebbero dovuti entrare nelle istituzioni pubbliche. A partire dallo scorso aprile i ribelli integrati nelle forse regolari si sono ammutinati, dando vita all’M23 e accusando le autorità congolesi di non avere mai rispettato a pieno gli accordi in questione. “Il governo non sta cercando di trovare una soluzione negoziata ma sta provando a guadagnare tempo per rafforzare le proprie posizioni sul terreno e le sue alleanze con alcuni gruppi, tra cui le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr)” ha dichiarato il leader politico del Movimento 23 marzo, Jean-Marie Runiga. Nelle ultime ore è arrivato un monito dell’esecutivo di Kinshasa ai ribelli. “Non si sono mai completamente ritirati da Goma, non hanno rispettato a pieno le decisioni prese dai capi di stato dei Grandi Laghi” ha denunciato Lambert Mende, il portavoce del governo, aggiungendo che “queste sono persone che vanno di provocazione in provocazione. Dagli assalitori ci aspettiamo di tutto”. Inoltre il responsabile Onu per le operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha annunciato di aver predisposto rafforzi di caschi blu da inviare a Goma “se le circostanze dovessero rendere necessario un loro dispiegamento”. Negli ultimi giorni la locale missione Monusco ha riferito di “una situazione tesa e precaria” nella provincia del Nord Kivu, dove “sarebbero in corso spostamenti di elementi ribelli” dell’M23 attorno al capoluogo regionale, ma anche nel Masisi, a Ruwindi e a Kibati. Nonostante il ritiro dei ribelli lo scorso 1° dicembre, nel capoluogo regionale l’insicurezza rimane un problema quotidiano: ieri è stata attaccata la locale sede della Banca internazionale per l’Africa in Congo (Biac). Il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ha riferito che “non meglio identificati uomini armati hanno derubato un milione di dollari e avrebbero attraversato il confine con il Rwanda”. Dalla tormentata provincia del Nord Kivu fonti locali dell’Onu hanno anche confermato che 126 casi di stupri e due omicidi di civili sono stati commessi nella zona di Minova; la responsabilità è stata attribuita a soldati delle forze regolari congolesi (Fardc), di cui nove sono già finiti in manette. I fatti risalgono tra il 20 e il 30 novembre, quando in pochi giorni i ribelli sono riusciti a prendere il controllo di Goma, costringendo le truppe di Kinshasa a ritirarsi. Infine in una telefonata al presidente ruandese Paul Kagame, il capo di stato statunitense Barack Obama ha messo Kigali in guardia “per ogni sostegno al gruppo ribelle dell’M23, incompatibile con il desiderio di stabilità e di pace”. - Misna |
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| 19/12/2012 Repubblica Del Congo: Nord-Kivu, piccoli passi avanti nei negoziati di Kampala |
Stanno cominciando a prendere forma i negoziati tra il governo di Kinshasa e la ribellione del Movimento 23 marzo (M23) sulla crisi nella regione del Nord-Kivu. Iniziati il 9 dicembre a Kampala, la capitale dell’Uganda che fa da mediatore, soltanto due giorni fa le parti si sono accordate sull’ordine del giorno e sul regolamento interno delle trattative, che saranno di conseguenza prorogate fino al 31 dicembre. Secondo fonti giornalistiche, due saranno i punti all’ordine del giorno: la valutazione degli accordi del 23 marzo 2009 firmati con l’ex ribellione del Cndp, ‘madre’ dell’M23, e un quadro degli elementi relativi alla sicurezza e alla gestione socio-economica del paese. Kinshasa non era d’accordo nell’includere questo secondo punto ma la mediazione ugandese propone al governo congolese di accettarlo a patto che le soluzioni adottate rispettino la Costituzione. Mentre le delegazioni stanno discutendo a Kampala, sul terreno la situazione rimane instabile, con movimenti di truppe ribelli segnalate dalla Missione Onu in Congo, la Monusco. I caschi blu hanno intensificato i pattugliamenti aerei e terrestri e hanno potuto confermare la presenza di ribelli a Ruwindi, Kibati e nel Masisi. Il portavoce dell’Onu Martin Nerisky ha sottolineato che i nuovi movimenti dell’M23 violano la risoluzione 2076 dell’Onu del 20 novembre che aveva chiesto alla ribellione di allontanarsi ad almeno 20 chilometri da Goma, il capoluogo provinciale, e di fermare ogni progressione. Secondo il governatore del Nord-Kivu Julien Paluku la ribellione vuole mantenere un clima di psicosi su Goma per far pressione sui negoziati. L’M23 era riuscito ad occupare Goma dal 20 dicembre al 1° dicembre. Ora la strategica città al confine con il Rwanda è tornata in mano all’amministrazione congolese, alle forze di sicurezza regolari e ai caschi blu, ma il futuro della città e della ricca regione mineraria rimane incerto. Il Rwanda e l’Uganda sono accusati da più parti di essere coinvolti nell’instabilità che attanaglia la regione e di sostegno attivo all’M23. * Celine Camoin - Atlasweb |
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| 19/12/2012 Somalia: Con ‘Fruit Som’ riprende l’esportazione di banane |
La prima società per l’esportazione di banane somale, considerate tra le più buone al mondo, ha aperto i battenti a Mogadiscio. Si chiama Fruit Som e vuole diventare un punto di riferimento per tutti gli agricoltori desiderosi di esportare i loro prodotti all’estero, sottolineano le emittenti locali, secondo cui l’avvio di attività come questa è il segno più tangibile dei progressi che il paese sta facendo sul piano della stabilità e sicurezza. In un discorso pronunciato in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’impresa, il presidente della società Sheikh Osman ha auspicato che gli agricoltori somali si consocino per trarre maggiori vantaggi dalle possibilità sul mercato. La produzione ed esportazione di banane era una delle attività più fiorenti dell’economia somala prima della guerra. Con l’arrivo del conflitto e del caos istituzionale i coltivatori hanno progressivamente abbandonato i campi, mandando in rovina ettari di bananeti che un tempo costituivano una delle principali caratteristiche del paesaggio, soprattutto nelle regioni dell’Hiraan e del Basso Juba. Le banane divennero la principale coltura in Somalia dopo che la grande depressione del 1929 aveva dimezzato le rendite della vendita di cotone e nel periodo di maggiore coltivazione, intorno agli anni ‘30 i bananeti nel paese ricoprivano circa 12.000 ettari di terreno, impiegando oltre 100.000 persone. Durante il periodo coloniale, il governo di Roma creò la Regia azienda monopolio banane (Ramb), attiva negli anni ’30 e ’40, costituita appositamente per trasportare e commercializzare in Italia le banane prodotte nelle concessioni agricole sorte in quegli anni nella colonia della Somalia italiana. - Misna |
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| 19/12/2012 Sud Sudan: Scontri a Wau, vittime e case in fiamme |
Diverse vittime, decine di feriti, case in fiamme e giovani armati che si fronteggiano in strada: monsignor Rudolf Deng Majak, vescovo di Wau, descrive in questi termini alla MISNA la nuova crisi in questa città del Sud Sudan già teatro di violenze all’inizio del mese. “All’ospedale San Daniele Comboni – dice il vescovo – ho visto almeno due cadaveri e una quarantina di feriti: sui loro corpi c’erano i segni lasciati dai proiettili”. Secondo monsignor Majak, le violenze sono legate a contrasti politici che hanno finito per contrapporre i giovani di etnia dinka a quelli delle altre comunità della città. I dinka contesterebbero il governatore dello Stato di Western Bahr el Ghazal, Rizik Zachariah Hassan, esponente di un gruppo etnico minoritario in città. “Sono state date alle fiamme molte abitazioni – sottolinea il vescovo – e le forze di polizia non sono in grado di contenere la violenza: il governo di Juba deve inviare al più presto rinforzi”. Gli scontri sono ripresi ieri, dopo una prima esplosione di violenza il 9 dicembre. Quel giorno le forze di sicurezza avevano sparato ad altezza d’uomo su un gruppo di giovani che aveva raggiunto la sede dell’abitazione del governatore. Secondo diverse fonti, le vittime erano state almeno dieci. I giovani volevano protestare contro la decisione di trasferire la sede della contea da Wau, la capitale di Western Bahr el Ghazal, alla vicina località di Baggare. Secondo il vescovo, i fatti di oggi confermano che le cause delle tensioni sono più profonde. “La questione del potere – dice monsignor Majak – è resa decisiva dall’alto livello della disoccupazione e dalla crescita costante dei prezzi nei mercati”. - Misna |
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| 19/12/2012 Sudan: Khartoum annuncia passi importanti nei negoziati con Juba |
Il governo sudanese ha annunciato che sono stati fatti importanti passi avanti nei negoziati in corso con il Sud Sudan per mettere in esecuzione l’accordo di sicurezza dei confini comuni, firmato a settembre. Fonti sudanesi affermano che nel corso dei colloqui tra le due parti che si tengono nella capitale etiopica, Addis Abeba, è stato raggiunto un’intesa in 11 punti al fine di superare gli ostacoli sull’esecuzione degli 8 accordi firmati da Khartoum e Juba lo scorso 27 settembre. Questi ultimi includono un accordo sulla ripresa delle esportazioni del petrolio del Sud Sudan via Sudan, che era stato però bloccato perché Khartoum chiedeva alle autorità sud sudanesi di mettere subito in esecuzione gli accordi di sicurezza frontaliera e di troncare ogni rapporto con il SPLM-N (Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese- nord), il gruppo di guerriglia che si batte nel Sud Kordofan e nel Nilo Blu contro l’esercito sudanese. L’SPLM-N faceva parte del movimento che governo ora il Sud Sudan. Le autorità di Juba non potevano quindi contribuire a disarmare degli uomini che hanno lottato al loro fianco per l’indipendenza del Paese. Il Sud Sudan non ha finora commentato l’annuncio di Khartoum. - Ag. Fides |
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| 19/12/2012 Sudafrica: Zuma resta a capo dell’African National Congress, ma c’è anche Ramaphosa |
Il presidente Jacob Zuma è tato rieletto alla guida dell’African National Congress (Anc), il partito al governo in Sudafrica dalla fine nel 1994 del regime di apartheid. E’ stato questo il principale esito della conferenza del partito a cui hanno preso parte circa 4000 delegati. Zuma ha ottenuto 2983 voti mentre il suo sfidante, il vice-presidente sudafricano Kgalema Motlanthe ha ricevuto 991 preferenze. Zuma sarà quindi il candidato ufficiale dell’Anc alle prossime elezioni presidenziali previste in Sudafrica nel 2014, alle quali il partito è dato come principale favorito. L’altro esito, non scontato, è stata l’elezione alla vicepresidenza di Cyril Ramaphosa. Ex sindacalista, considerato molto vicino a Nelson Mandela, dopo il 1994 Ramaphosa si è trasformato in un imprenditore di successo. Milionario e ora dirigente della Lonmin, multinazionale del settore minerario, Ramaphosa è stato eletto con più di 3000 voti e per Jacob Zuma sarà un vice molto ingombrante. - Atlasweb |
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| 18/12/2012 Africa: Oms/Who: meno fondi, la lotta alla malaria rischia di fare passi indietro |
È in stallo da un paio di anni la raccolta fondi per finanziare la lotta alla malaria: lo ha annunciato oggi l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms/Who) presentando il suo rapporto annuale sul contrasto al paludismo. L’Oms esprime la propria preoccupazione per una tendenza che rischia di minacciare “i recenti notevoli successi” ottenuti per il controllo di una delle infezioni più letali del pianeta. Nella sintesi del rapporto (il documento integrale si può scaricare qui) si precisa che dopo la rapida espansione registrata tra il 2004 e il 2009, i fondi per la prevenzione e il contrasto della malaria si sono stabilizzati tra il 2010 e il 2012. Una stabilizzazione che, spiegano dall’Oms, sta rallentando gli ultimi passi necessari per debellare (o quasi) la malattia entro il 2015 come ci si era prefissati. La stabilizzazione dei fondi, infatti, avrebbe limitato i programmi di contrasto massiccio da avviare nelle zone maggiormente colpite dalla malaria. Il rapporto specifica che l’impatto maggiore della malaria al momento è concentrato in 14 paesi che contano da soli l’80% dei decessi. Nigeria e Repubblica democratica del Congo sono i paesi più colpiti nell’Africa Sub-sahariana, e l’India nel sud est asiatico. Secondo il rapporto dell’Oms, ad esempio, il numero di tende insetticide trattate con un repellente antizanzara di lunga durata è passato dai 145 milioni del 2010 ai circa 66 milioni del 2012. Nel 2010 la malaria ha infettato circa 216 milioni di persone, uccidendone 655.000. Si stima che tra medicinali curativi, misure preventive ed esami e sperimentazioni per tutte le persone interessate dalla malattia nei 99 paesi in cui viene trasmessa siano necessari 5 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020. Secondo l’OMS il Fondo globale antimalaria è rimasto fermo a 2,3 miliardi nel 2011. - Atlasweb |
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| 18/12/2012 Africa: Cassava: dalla tavola ai biocarburanti, un progetto di ricerca internazionale |
Sviluppare le sementi e la produttività della cassava nell’Africa sub-sahariana: questo l’obiettivo di un programma di cinque anni approvato e finanziato calla Cooperazione allo sviluppo inglese e dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Denominato Next Generation Cassava Breeding il progetto sarà coordinato dalla Cornell University degli Stati Uniti e vede la collaborazione di molti altri soggetti internazionali tra i quali il National Crops Resources Research Institute (NaCRRI) dell’Uganda e il National Root Crops Research Institute (NRCRI) della Nigeria, paese quest’ultimo che continua ad essere il principale produttore al mondo di cassava. Tra gli altri soggetti coinvolti nella ricerca figurano poi l’International Institute of Tropical Agriculture (IITA) in Nigeria, Boyce Thompson Institute for Plant Research di New York, e l’US Department of Energy Joint Genome Institute of the Lawrence Berkeley National Laboratory in California (si studia anche la cassava per la produzione di biocarburanti). A dirigere i lavori di ricerca sarà il professor Ronnie Coffman, della Cornell University. I partner della ricerca condivideranno dati, esperienze ed informazioni rendendole pubbliche su un sito che verrà realizzato appositamente. Tra gli obiettivi del programma il tentativo di migliorare la produttività dei raccolti, l’accorciamento del ciclo di del seme, ma anche la formazione di una “nuova generazione di coltivatori di cassava”. Secondo i dati della conferenza per il commercio e lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNctad) i piccoli produttori africani producono oltre la metà dei 250 milioni di tonnellate coltivate ogni anno nel mondo. Attualmente circa 500 milioni di africani consumano cassava. La radice di manioca è commestibile, e costituisce una fonte di alimentazione importantissima per molti paesi del Sud del mondo. La manioca è una delle coltivazioni che fornisce la massima quantità di calorie per metro quadro al giorno; questa quantità è forse inferiore solo a quella ottenuta attraverso la coltivazione della canna da zucchero. Le radici di cassava sono ricche di amido, calcio(50 mg/100 g), fosforo (40 mg/100 g) evitamina C (25 mg/100 g). Contengono tuttavia scarsissime quantità di proteine e altri nutrienti. La manioca si presta anche a usi differenti: ha applicazioni nella medicina tradizionale di alcuni dei paesi in cui è coltivata. In moltissimi paesi i suoi scarti sono usati come foraggio per gli animali da allevamento e in diversi paesi sono stati avviati progetti di ricerca per valutare i possibili impieghi della manioca per la produzione di biocarburante. - Atlasweb |
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