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29/11/2012 R. D. Congo: Parziale ritiro dei ribelli da Goma

I ribelli del movimento congolese M23 si ritirano parzialmente da Goma. I combattenti, che stanno concentrando le loro forze a nord della città, starebbero quindi rispondendo alla richiesta avanzata dell’Uganda, che ha avviato una mediazione tra gli insorti e il governo centrale della Repubblica Democratica del Congo. Uno dei leader militari del movimento spiega però che un centinaio di uomini resterà a presidiare l’aeroporto di Goma. La città è strategica per la sua posizione nel nord del Kivu, in un’area ricca di risorse minerarie. L’esecutivo di Kinshasa rimane scettico sull’effettivo ritiro dei ribelli. Cauto il commento del portavoce del governo centrale: “Anche se questo ritiro è stato annunciato da ore, il nostro governo sta aspettando di vederne gli effetti, perché gli elementi dell’M23 e i loro sostenitori ci hanno abituato a smascherare le loro tattiche e promesse non mantenute.” Secondo Kinshasa e l’Onu, tra i sostenitori dei ribelli ci sarebbero il Ruanda e l’Uganda. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton chiede ai leader della regione di smettere di appoggiare l’M23. - Euronews

 
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29/11/2012 R. D. Congo: In attesa del ritiro dei ribelli, a Goma “vita sospesa”

 “Da quando hanno annunciato il ritiro da Goma, i ribelli stanno commettendo saccheggi su vasta scala e attacchi mirati ai danni di beni pubblici e privati. Sono molto ambiti veicoli e oggetti di valore. Alcuni hanno cominciato a lasciare la città a bordo di macchine di grossa cilindrata, fuori strada e motociclette.Varcano il confine e passano in Rwanda” dice alla MISNA una fonte locale contattata nel capoluogo del Nord-Kivu ma che, in queste ore che definisce come “incerte”, preferisce rimanere anonima per motivi di sicurezza. “Per fortuna, finora i civili sono stati risparmiati da violenze e violazioni, ma gli spostamenti dei miliziani del Movimento del 23 marzo stanno suscitando panico ma anche timori su quanto potrebbe accadere nelle prossime ore” prosegue l’interlocutore stabilito al centro di Goma. Anche se la corrente elettrica è stata ripristinata da due giorni, consentendo alla popolazione di azionare le pompe per procurarsi l’acqua “non tutti i quartieri hanno accesso a questi servizi essenziali” dice ancora la fonte locale, sottolineando che in città “la vita è sospesa”: nell’ultimo periodo molti negozi, le banche e le scuole sono rimasti chiusi. “Il cibo e i beni di prima necessità scarseggiano sempre di più e in una settimana i prezzi sono aumentati del 50%, aggiungendo altra sofferenza a una popolazione già molto provata” riferisce l’interlocutore della MISNA, spiegando che a causa dell’insicurezza diffusa sulle strade dell’intera regione, in particolare quelle dei vicini territori di Masisi (ovest) e Rutshuru (nord), “sono pochi i trasportatori che hanno il coraggio di circolare”.
 In serata è questa la situazione che prevale a Goma, poche ore dopo che il portavoce del Movimento del 23 marzo (M23), il colonnello Vianney Kazarama, ha ufficialmente annunciato che “per motivi organizzativi slitta di 24 ore il ritiro dei nostri uomini”, precisando che “comincerà in modo più significativo a partire da domani” e che sarà “progressivo” anche a Saké, località a venti chilometri dal capoluogo. Alla luce di questo annuncio, diffuso dall’emittente locale ‘Radio Okapi’, la fonte della MISNA racconta che “in una settimana di occupazione l’M23 non ha ottenuto grande consenso popolare anche se tutti auspichiamo da tempo un cambiamento profondo per la nostra regione”. L’interlocutore, stabilito da anni a Goma, precisa che “purtroppo la gente di qui conosce fin troppo bene i gruppi ribelli che hanno seminato morte e desolazione a partire dal 1996 quindi è rimasta diffidente anche nei confronti dell’M23, sapendo di non poter affidare le proprie speranze a un gruppo armato in gran parte straniero”.
Da Kinshasa anche il governo ha accusato la ribellione di essersi resa responsabile di una “razzia sistematica ai danni di beni pubblici e privati portati via in un paese vicino” ha dichiarato il portavoce Lambert Mende, denunciando danni all’obitorio dell’ospedale militare di Katindo e un tentativo di saccheggio alla Banca centrale. Le accuse delle autorità congolesi sono state respinte dal responsabile militare dell’M23, Jean-Marie Runiga Lugerero, che ha invece parlato di “atti isolati di vandalismo da imputare a banditi evasi dal carcere centrale di Munzenze”. In parlamento il primo ministro Matata Ponyo, sostenuto dalla maggioranza, è riuscito ad evitare l’apertura di un dibattito sulla crisi dell’Est e ha rassicurato i deputati sull’ “efficienza delle forze armate congolesi in corso di riorganizzazione”. Il capo del governo ha invitato politici e cittadini a “dare prova di un elevato senso di dignità e solidarietà nazionale in questi tempi di aggressione”.  - Misna

 

 
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29/11/2012 Sudan: Mons. Gassis: “I civili dei Monti Nuba vittime di una guerra dimenticata”

 “I bombardamenti sono giornalieri e quello che mi rattrista di più è che persino la Chiesa universale sembra essersi dimenticata di noi, delle popolazioni dei Monti Nuba. Almeno ricordateci nella preghiera dei fedeli delle Messe domenicali!”. È il grido di dolere affidato all’Agenzia Fides da Sua Ecc. Mons. Macram Max Gassis, Vescovo di El Obeid, nel cui territorio ricadono i Monti Nuba, nel Sud Kordofan, Stato del Sudan dove da tempo è in corso una guerra tra il governo di Khartoum e l’SPLA-Nord (Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord). “Le prime vittime di questa guerra sono i civili, specie donne, bambini e anziani” afferma il Vescovo. “Proprio l’altro ieri è stata bombardata la chiesa di Heban, che grazie al cielo ha riportato danni limitati. Nel solo mese di novembre, che non è ancora finito, l’aviazione di Khartoum ha lanciato 330 bombe, che hanno provocato 36 morti, in maggioranza donne e bambini, e 22 feriti. Solo in questo mese sono state distrutte 30 abitazioni e 92 coltivazioni”. “Nessuna organizzazione umanitaria è presente sui Monti Nubi” lamenta Mons. Gassis. “La Chiesa è l’unica presenza di speranza per queste popolazioni, con le nostre suore e 4 medici e chirurghi (2 americani, un tedesco ed un inglese). L’unica struttura medica nella zona è l’ospedale da me fondato, che da 80 degenti per i quali era costruito ne accoglie ora ben 500. Non possiamo costruire una nuova corsia perché abbiamo dovuto rimpatriare i lavoratori keniani e non abbiamo cemento”. “I miei sacerdoti percorrono le piste che portano dai Monti Nubi alla nostra struttura che abbiamo creato nel Sud Sudan a Yida nello Stato di Unity, per prendere le provviste e i medicinali. Il viaggio dura 8 ore all’andata ed 8 al ritorno, sotto la minaccia dei bombardieri sudanesi. Solo grazie al coraggio di una suora della Misericordia australiana, di origine italiana, che è tornata appositamente, è ancora aperta la nostra scuola di formazione e quella primaria".
Mons. Gassis è appena tornato da un tour intorno al mondo per perorare la causa delle popolazioni dei Monti Nuba. “Sono stato in Irlanda, dove ho incontrato il Presidente e il suo predecessore, a Londra (dove sono stato ascoltato dalla Camera dei Comuni e da quella dei Lord, dalla Conferenza Episcopale e sono stato intervistato dalla BBC), e poi a Bruxelles, Parigi, Berlino, Washington, New York, Oslo, in Lussemburgo e infine a Ginevra, dove sono stato ascoltato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU". “A tutti ho chiesto che la comunità internazionale imponga al regime di Khartoum di fermare i bombardamenti sui civili, e permetta di aprire corridori aerei e terrestri per portare cibo e medicinali alle popolazioni stremate” conclude Mons. Gassis.  - Ag. Fides

 

 
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29/11/2012 Sudan: Il complotto di Khartoum e la crisi del regime (intervista)

 “Il complotto era vero” dice alla MISNA Gill Lusk, firma storica della rivista Africa Confidential con una lunga esperienza in Sudan. La sua tesi è che dietro l’arresto di un ex capo dei servizi segreti e di altri 12 dirigenti e ufficiali annunciato una settimana fa a Khartoum ci sia la crisi del regime di Omar Hassan Al Bashir. Gli attori del “complotto”, sostiene Lusk, sono ufficiali islamisti che denunciano la corruzione e promettono di difendere la sovranità nazionale contro i ribelli del Darfur, dei Monti Nuba e del Nilo Blu. Il quadro generale è caratterizzato dall’indipendenza del Sud Sudan, dalla perdita dei tre quarti dei giacimenti di petrolio e da una crisi economica che rischia di strangolare insieme con il governo milioni di sudanesi.
Cos’è accaduto a Khartoum il 22 novembre?
“È stato scoperto un complotto teso a organizzare un golpe. Non un tentativo di golpe in corso. Resta da capire se il complotto fosse in uno stadio avanzato o meno. L’opposizione temeva che il governo del Partito del Congresso nazionale inscenasse un finto colpo di Stato con l’obiettivo di spingere la comunità internazionale a riprendere a collaborare con Khartoum. Ma è andata diversamente. Il complotto era vero. E il Partito del Congresso nazionale è molto diviso. In passato era sempre riuscito a gestire i contrasti personali e ideologici al suo interno. Adesso non ha più questo potere: il colpo finale l’ha dato l’indipendenza del Sud Sudan e, con essa, la perdita del petrolio concentrato nei giacimenti del nuovo Stato. Nonostante per il governo sia stato difficile ammetterlo, gli avvenimenti in Sud Sudan hanno sempre dominato la politica di Khartoum. E l’indipendenza è un avvenimento importante”.
Il potere del presidente Omar Hassan Al Bashir si è indebolito?
“Bashir è malato. A Khartoum ci si chiede se morirà e questo non fa che alimentare la tensione, all’interno e all’esterno del Partito del Congresso nazionale. E’ interessante l’evoluzione del Movimento islamico, un’alleanza che esclude i partiti islamici tradizionali e dove i salafiti hanno un peso”.
Quali sono oggi i rapporti tra il Movimento islamico e il Partito del Congresso nazionale?
“Sono rapporti complessi e per certi versi ambigui. Lo ha confermato il dibattito che a Khartoum ha segnato di recente un incontro internazionale del Movimento al quale hanno partecipato anche personaggi come Rachid Ghannouchi, fondatore del partito tunisino Ennahda, e Khaled Meshaal, storico dirigente del movimento palestinese Hamas. Durante il dibattito sono state espresse posizioni differenti sul governo di Bashir. In molti hanno messo l’accento sul problema della corruzione, senza però esprimere critiche attinenti alla linea politica e ideologica”.
Chi c’è dietro il complotto?
“L’arresto dell’ex capo dei servizi segreti Salah Gosh appare un tentativo di distogliere l’attenzione dai veri organizzatori. Dietro il complotto ci sono ufficiali dell’esercito che si ritengono islamisti duri e puri, nazionalisti integri che hanno combattuto i ribelli delle regioni del Darfur, dei Monti Nuba e del Nilo Blu. Il loro capo sarebbe Mohammed Ibrahim Abdul Jalil, noto anche come Wad Ibrahim, un ex responsabile della sicurezza del presidente. Questi ufficiali fanno riferimento a Fa’Aihoun, un gruppo che prende il nome da un verso del Corano. Sono legati al Movimento islamico e sono etichettati come riformatori, anche se vogliono semplicemente rovesciare il governo”.
Adesso cosa accadrà?
“Il governo sta perdendo potere. Il problema è capire quando lo perderà del tutto e chi se lo prenderà. È un governo impopolare, che finora ha tratto vantaggio dalle divisioni dei partiti e dal fatto che il peso specifico dell’opposizione armata sta crescendo solo lentamente. Penso al Fronte rivoluzionario del Sudan, che da un anno unisce ribelli del Darfur, dei Monti Nuba e del Nilo Blu”.
Quanto peseranno le difficoltà economiche legate alla perdita delle rendite petrolifere?
“Secondo il Fondo monetario internazionale, a ottobre l’inflazione su base annua ha raggiunto il 45%. Al governo di Khartoum si continuano a chiedere tagli dei sussidi per lo zucchero, l’olio da cucina e altri prodotti di largo consumo. Le misure di austerità già adottate negli ultimi mesi hanno innescato manifestazioni e proteste di piazza in varie città. Adesso è in difficoltà anche la classe media. Bashir ha detto che l’anno prossimo lascerà ma questa potrebbe non essere la sua ultima parola. In teoria il suo posto potrebbe essere preso dal vice-presidente Ali Osman Taha, un civile. Ma questa è un’ipotesi che non piace all’esercito. Alcuni sostengono che l’arresto di Gosh, un ufficiale vicino a Taha, sia stato un avvertimento dei militari”. - Misna

 

 
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29/11/2012 Tunisia: Esercito a Siliana dopo scontri fra residenti e polizia

In seguito alle manifestazioni sfociate in scontri con la polizia nella città tunisina di Siliana, sul posto è giunto l'esercito. Le tensioni degli ultimi giorni hanno provocato il ferimento di oltre 150 persone. Dall'arrivo delle forze armate, non si riportano nuovi episodi di violenza. Gli scontri con la polizia sono avvenuti ieri e martedì, durante uno sciopero contro la mancanza di lavoro e investimenti nella regione. La polizia ha fronteggiato la folla con fucili a pompa e gas lacrimogeni. Da quando nel gennaio 2011 è stato rovesciato il regime di Zine El Abidine Ben Ali, la Tunisia si è trovata in difficoltà economica, situazione che aumenta i disagi nelle zone già povere. Attraverso un comunicato, il partito islamista moderato Ennahda, al governo, ha espresso simpatia per le richieste della popolazione, ma ha anche condannato le violenze. - LaPresse/AP

 

 
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28/11/2012 Africa: “Tchattu”, il Facebook africano con un occhio allo sviluppo

Si chiama “Tchattu” il social network interamente africano rivolto ai giovani e ai professionisti che potranno condividervi profili, curriculum vitae, biblioteche virtuali, forum, blog e altro ancora. Il Facebook esclusivamente africano sarà operativo a partire dal 2 dicembre all’indirizzo www.tchattu.com. “Vogliamo scommettere sulla gioventù africana come mezzo di trasformazione del nostro continente per uno sviluppo sostenibile. Riteniamo che i giovani africani hanno un enorme potenziale per affrontare le sfide attuali e non devono perdere la speranza per l’Africa” sottolinea Yacine Moussa Sidibé, il fondatore di Tchattu, un giovane imprenditore figlio del maliano Michel Sidibé, esperto mondiale di sanità e direttore dell’Unaids, il programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l’aids. “L’Africa deve evolversi per trovare soluzioni alle sue problematiche. Siamo convintiprecisa Yacine Sidibéche con questo strumento i giovani africani non si limiteranno più alle loro frontiere”. * Celine Camoin - Atlasweb

 
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28/11/2012 Africa: Investimenti, Washington alla conquista dell'Africa orientale

Ci sono incontri con i capi di Stato keniano, ugandese, tanzaniano, burundese e ruandese nell’agenda della visita a Nairobi della Segretaria al Commercio di Washington, Rebecca Blank, a margine del Vertice regionale della Comunità dell’Africa orientale (Eac) previsto il 30 novembre. “Gli Stati Uniti hanno fatto della promozione dell’integrazione economica e regionale nell’Africa sub-sahariana una priorità, riconoscendo che l’Eac, in particolare, possiede un mercato strategico per il commercio e i potenziali investimenti con un importante potenziale di crescita a lungo termine” indica un comunicato dell’ambasciata degli Stati Uniti a Nairobi. Sei dei dieci paesi con i tassi di crescita economica più veloci si trovano, secondo la Banca mondiale, nell’Africa sub-sahariana. Nel 2011 le esportazioni americane verso quella regione sono aumentate di 17 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente, per un volume totale di 21,3 miliardi di dollari. L’Africa Orientale, in particolare, poi sta registrando una serie di scoperte di importanti giacimenti di idrocarburi (tanto petrolio quanto gas), facendo presagire una crescita esponenziale del settore energetico e del suo indotto. - Atlasweb

 
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28/11/2012 Africa: Comunità Africa Orientale chiude la porta a Somalia e Sud Sudan

L’ufficio economico della Comunità dell’Africa orientale (Eac), che riunisce Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, ha reso noto che le richieste d’ammissione al blocco regionale sottoposte da Somalia e Sud Sudan saranno respinte ufficialmente nel corso del prossimo Consiglio dei ministri dell’organizzazione, previsto nel fine settimana. La decisione di respingere la richiesta d’ammissione dei due paesi è stata motivata con l’instabilità politica di Somalia e Sud Sudan, che non rispetterebbero la sicurezza economica necessaria per entrare a far parte del blocco regionale. “E’ necessario ancora del tempo e la realizzazione di una serie di riforme politiche chiave – ha detto Musa Sirma, presidente del Consiglio dei ministri dell’Eac – La decisione ufficiale sarà presa dai capi di Stato dell’organizzazione, ma non credo che Somalia e Sud Sudan entreranno a far parte della Comunità quest’anno”. * Michele Vollaro - Atlasweb

 
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28/11/2012 Egitto: Costituzione, si va al voto tra tensioni crescenti

Dovrà essere licenziato entro domani il testo finale della Costituzione che determinerà la cornice del sistema politico nell’Egitto post-Mubarak. Lo ha reso noto Ahmed Darrag, segretario generale dell’Assemblea costituente precisando che il dibattito in aula sul testo terminerà oggi. La notizia giunge mentre al Cairo è ancora alta la tensione in seguito alle manifestazioni di protesta contro le disposizioni varate venerdì dal presidente Mohammed Morsi. Tra le altre cose, il decreto prevede un ampliamento dei poteri presidenziali e la ‘blindatura’ della Costituente, oggetto di un ricorso allo studio della Corte costituzionale. Dal canto suo, Hossam al-Ghariani, che presiede la controversa Assembleadominata dagli islamisti – ha invitato gli esponenti liberali, cristiani copti e dell’opposizione, che nei giorni scorsi l’avevano abbandonata in segno di protesta, a ritornare in aula per partecipare al voto. Intanto prosegue il braccio di ferro tra il presidente e ampia parte della magistratura che accusa il capo dello Stato di voler indebolire il potere giudiziario ponendosi al di sopra della legge. In una conferenza stampa svoltasi nel pomeriggio nella capitale egiziana, il portavoce della Corte suprema Maher Samy ha accusato Morsi di “prendere parte ad una campagna diffamatoria” nei confronti della magistratura e ha smentito la presenza nella Corte di procuratori fedeli al vecchio regime o “dotati di proprie agende politiche”. - Misna

 
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28/11/2012 Egitto: Corte suprema accusa Mursi, conduce campagna contro giudici

La Corte costituzionale suprema egiziana ha accusato il presidente Mohammed Mursi di aver condotto una campagna contro la stessa Corte, aumentando le tensioni tra leader islamici e parti della magistratura. ''Il fatto veramente triste per i membri di questa Corte e' che il presidente della Repubblica ha aderito, con grande sorpresa, alla campagna di continui attacchi contro la Corte Costituzionale'', ha detto il portavoce Maher Samy citato dall'emittente statale Nile Tv. - Adnkronos/Aki

 
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