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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 11/10/2012 Angola: Prestito da 1 miliardo dollari da banca russa |
L’Angola ha assunto un prestito da 1 miliardo di dollari, con un termine di pagamento di sette anni a un tasso del 7%, dalla banca russa VTB Capital. L’operazione, a quanto riferisce il settimanale angolano O País, è riportata da Moody’s nel suo ultimo rapporto sulla emissione internazionale di debito sovrano in Africa nel 2012 -2013. Per Moody’s l’emissione indiretta di debito sovrano da parte di Luanda è atto non convenzionale, anche se ci si aspetta che l’Angola possa essere uno dei Paesi africani pronti a entrare sul mercato del debito sovrano nei prossimi due anni, con la possibilità di emettere un minimo di 500 milioni di dollari di debito, entrando così a far parte dell’indice JP Morgan Emerging Bond Index (EMBI), che riflette il rendimento dei titoli di stato governativi delle economie emergenti. Moody’s ha accordato all’Angola un rating a livello Ba3. Rapporti finanziari Angola-Russia - Gli stretti legami finanziari tra Angola e Russia e il loro futuri sviluppi erano stati uno dei temi al centro del colloquio tra il Presidente dell’Angola, José Eduardo dos Santos, subito la sua entrata in carica dopo la vittoria alle elezioni del 31 agosto, e l’inviato del Presidente russo Putin per l’Africa, Mikhail Margelov. Il diplomatico era accompagnato da Boris Ivanov, consigliere del presidente della Gazpronbank, la terza banca per importanza della Federazione russa, già impegnata in iniziative congiunte con il Banco Nacional de Angola (BNA). Ivanov aveva sottolineato: “Il Presidente dos Santos ha mostrato di apprezzare lo sviluppo dei rapporti tra le nostre banche e ha espresso la volontà che queste relazioni vengano approfondite, cosa che abbiamo cominciato a fare. E’ una situazione molto importante, che intendiamo valorizzare, perché l’Angola è un nostro partner tradizionale in Africa. I nostri rapporti risalgono a molti anni fa e sono ben orientati per il futuro”. – Orizzonti Duemila |
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| 11/10/2012 Egitto: I primi 100 giorni di Morsi |
I Fratelli Musulmani hanno festeggiato i primi 100 giorni del nuovo governo post-Mubarak. I giudizi sono contrastanti e le aspettative di cambiamento sono state disattese. - Fin dall'inizio Mohammed Morsi è stato considerato un candidato debole. La sua candidatura è stata più un fatto casuale che meditato. Inizialmente i Fratelli Mussulmani avevano puntato tutto su una figura molto influente nella società egizia, l'uomo d'affari e tycoon Khairat al-Shater, successivamente escluso dalla competizione elettorale. Per questo motivo il neo presidente si è visto attribuire titoli come "il presidente accidentale" o "la ruota di scorta". Di certo non un bel inizio. Nonostante tutto, Morsi è riuscito a farsi eleggere, soprattutto grazie al radicamento nella società che i Fratelli Mussulmani hanno costruito negli anni di opposizione al regime di Mubarak. Le aspettative e la curiosità sul nuovo corso dell'Egitto post-rivoluzionario erano tante, soprattutto dopo lo scontro con lo Scaf (Supreme Council of the Armed Forces), consumatosi a ridosso delle elezioni presidenziali. "Le aspettative che (Morsi, ndr) si sarebbe occupato rapidamente di tutte le ingiustizie ha creato un clima di speranza molto alto e poco realistico" ha dichiarato all'agenzia Reuters Hassan Abu Taleb, consigliere politico del Al-Ahram Centre for Strategic Studies. E infatti, come riportato dal sito Morsimeter, la valutazione della popolazione dell'operato di morsi è molto bassa. Solo 4 cittadini su 10 reputano le misure intraprese dal presidente nei primi 100 giorni come positive. Il sito, che controlla il progresso della presidenza Morsi e la sua promesse, testimonia come solo 4 delle 64 promesse per i primi 100 giorni sono state effettivamente soddisfatte, mentre altre 24 sono in via di completamento. Le promesse che riguardavano la sicurezza, il traffico e scarsità di pane e benzina o le sempre presenti accumuli di spazzatura sono state per la gran parte disattese. (…) Economia - Sul piano economico il passaggio dai «vecchio» ai nuovo regime non ha segnato alcun cambiamento nei rapporti tra l'Occidente e l'Egitto. La Fratellanza è rimasta fedele ai dettami neoliberisti, e non ha messo in discussione le politiche economiche del precedente governo Mubarak. I Fratelli Musulmani rappresentano una classe borghese imprenditoriale che avrebbe ben potuto sostituire i business-men legati al partito di Mubarak, la Npd. Il pensiero economico dei Fratelli Musulmani non si discosta affatto da quello dei loro predecessori mubarakiani, la differenza che i Fratelli stessi tengono a rimarcare è un presunta, e tutta da dimostrare, minore corruzione, ma in economia i Fratelli Musulmani si rivelano ampiamente, sia in via teorica che pratica, una forza politica reazionaria e conservatrice. (…) Politica estera - Gli occhi e le aspettative erano tutti puntate sui rapporti del nuovo Egitto nei confronti di Israele. Da più parti si chiedeva la revisione degli accordi di pace di Camp David ed un maggior impegno al lato dei palestinesi, soprattutto per rompere l'assedio di Gaza. Invece Morsi, sulla questione palestinese, ha scelto il silenzio, non una singola parola. A livello regionale, il presidente egiziano, almeno per il momento, segue la politica dell'ex dittatore Hosni Mubarak: non mette in discussione gli interessi statunitensi nè quelli delle petro-monarchie del Golfo nella regione. Sulla crisi siriana si è espresso più volte in sostegno di una soluzione pacifica del conflitto, ma sono sembrate più affermazioni di facciata che dichiarazioni di intenti. In realtà la politica estera dei fratelli mussulmani è legata a doppio filo con quella dell'Arabia Saudita, del Bahrein e del Qatar, attori di primo piano nella crisi siriana e fortemente decisi a ridurre la crescita della potenza militare, politica ed economica dell'Iran. * Luca Salerno - Globalist |
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| 11/10/2012 Egitto: Battaglia dei cammelli, tutti assolti, rimosso procuratore |
Una sentenza del tribunale penale del Cairo che ha assolto tutti i presunti responsabili della "battaglia dei cammelli" di piazza Tahrir del 2 febbraio 2011 ha provocato oggi la protesta di migliaia di persone che sono scese in piazza e il presidente Mohamed Morsi ha rimosso il procuratore generale dal suo incarico nominandolo ambasciatore presso il Vaticano. La costituzione infatti non consente al presidente di rimuovere l'alto magistrato dal suo incarico se non conferendogliene un altro. Migliaia di persone che innalzavano cartelli e striscioni con scritte che chiedevano la rimozione del procuratore generale si erano radunate in piazza Tahrir e poi si sono dirette in corteo verso il palazzo di giustizia. Ieri il tribunale penale del Cairo, presieduto da Mustafa Hassan, aveva assolto 25 presunti responsabili dell'aggressione ai manifestanti di piazza Tahrir con cammelli e cavalli avvenuta il 2 febbraio 2011, nei momenti più caldi della protesta popolare che poi portò all'abbandono del potere da parte dell'ex rais Hosni Mubarak. Tra gli assolti alcuni nomi illustri, come quello degli ex presidenti dei due rami del parlamento, Fathi Sorour e Safwat el Sherif. Quest'ultimo, tuttavia, non è stato rimesso in libertà per altre accuse, tra le quali quella di corruzione. - Swissinfo |
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| 11/10/2012 Egitto: Riaperta dopo tre anni di restauri la piramide di Kefren |
Dopo un restauro durato tre anni è stata riaperta al pubblico la piramide di Kefren, in Egitto. I lavori hanno consolidato la struttura e installato un sistema di ventilazione e di riduzione dell’umidità che si era reso necessario dato l’alto numero quotidiano di visitatori. Riaperta al pubblico anche la tomba della regina Maresank, scoperta nel 1927. - Euronews |
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| 11/10/2012 Mali: Onu: Sharia imposta da islamisti colpisce soprattutto le donne |
La legge della sharia imposta dagli islamisti che controllano circa i due terzi del Mali danneggia soprattutto le donne. È quanto denuncia Ivan Simonovic, vicesegretario generale delle Nazioni unite per i diritti umani, che ha tenuto una conferenza stampa al Palazzo di vetro sulla situazione nel Paese africano, precipitato nel caos dopo il colpo di Stato militare di marzo. I militanti, spiega Simonovic, stanno attuando punizioni drastiche, tra cui condanne a morte per lapidazione a coppie adultere, amputazioni ed esecuzioni sommarie in pubblico. Le donne sono obbligate a coprirsi il capo, non possono lavorare liberamente e chi è incinta o ha già figli ma non è sposata viene inserita in una lista speciale, la cui creazione ha scatenato timori di punizioni. "Quando ho parlato con gli abitanti del nord del Mali, questi mi hanno raccontato di aver paura delle liste. Non sappiamo cosa accade a chi ne fa parte, ma di sicuro le donne hanno paura che vengano intraprese azioni contro di loro". Il vicesegretario generale per i diritti umani ha poi spiegato che i matrimoni forzati sono in aumento nel nord del Paese. "Per comprare una moglie - afferma - sono necessari meno di mille dollari". Quando una donna è obbligata a sposarsi, prosegue, i "mariti" le cedono poi ad altri uomini dopo poco tempo, pratica che "nasconde in realtà prostituzioni forzate e stupri". Simonovic ha infine fatto riferimento a violenze e abusi in generale che avvengono quotidianamente nel nord del Mali per mano degli islamisti. "La novità - sottolinea - è che le violazioni dei diritti umani stanno diventando più sistematiche" a causa del controllo esercitato dai militanti legati ad al-Qaeda. Il sud del Paese, spiega, è invece diviso dopo il golpe militare e il successivo tentativo fallito di riprendere il potere, lanciato da forze leali al presidente. In seguito agli scontri tra le parti del conflitto, continua il vicesegretario generale per i diritti umani, 30 persone sono in carcere e altre 20 sono disperse. Riguardo a queste ultime, spiega, "ci sono indicazioni che possano essere state vittime di esecuzioni sommarie". Simonovic ha concluso il suo intervento chiedendo un'indagine approfondita sui colpevoli di abusi dei diritti umani da tutte le parti del conflitto. È "estremamente importante" che i responsabili rispondano davanti alla giustizia perché "le Nazioni unite non possono appoggiare forze di sicurezza che hanno violato i diritti umani in modo così grave". - LaPresse/AP |
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| 11/10/2012 Mali: Bamako, marcia per l’intervento militare |
Una marcia per chiedere un intervento militare regionale nel Nord del Mali è in corso per le strade di Bamako, dove migliaia di persone sfilano in modo pacifico e, finora, senza incidenti anche a sostegno dell’esercito nazionale. L’iniziativa è stata organizzata dal ‘Fronte unito per la salvaguardia della democrazia e della Repubblica’ (Fdr, anti-guinta militare) e dal principale sindacato maliano, l’Untm. In passato proteste di segno opposto, contro il dispiegamento di truppe straniere nel paese, si erano già svolte nella capitale. Da stamani i cittadini marciano per le strade con manifesti a favore del primo ministro Cheikh Modibo Diarra (pro-intervento), dei soldati maliani e di Amadou Haya Sanogo, capo della giunta militare che lo scorso 22 marzo ha destituito con un colpo di stato l’ex presidente Amadou Toumani Touré. “Militari tutti al fronte”, “Per i tuareg del Mnla né l’indipendenza né l’autodeterminazione” sono due dei messaggi lanciati dal corteo. La protesta di oggi interviene a pochi giorni di colloqui avuti tra il mediatore della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), il presidente burkinabe Blaise Compaoré, e dirigenti della ribellione tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) che hanno fatto marcia indietro sulle rivendicazioni di indipendenza per l’Azawad, una zona che copre i due terzi del territorio nazionale. E’ l’Mnla ad aver lanciato l’offensiva contro l’esercito maliano lo scorso 17 gennaio per poi allearsi a gruppi armati islamici che da qualche settimana hanno ormai preso il controllo dei capoluoghi E’ anche in corso presso le Nazioni Unite un dibattito sull’opportunità che il Consiglio di sicurezza dia il suo consenso a una missione militare della Cedeao per riconquistare il Nord del Mali, come richiesto formalmente dal presidente Dioncounda Traoré. Un progetto di risoluzione presentato dalla Francia invita la Cedeao e l’Unione Africana a fornire entro 30 giorni “raccomandazioni più dettagliate in merito a un futuro intervento militare” ma chiede anche che “il governo di Bamako apra un processo negoziale credibile con i ribelli tuareg in vista di una soluzione politica rispettosa della sovranità, l’unità e l’integrità territoriale” del Mali. A Ouagadougou il presidente Compaoré ha ordinato di portare a termine entro dicembre il dispiegamento di mille soldati nelle regioni settentrionali del Burkina Faso confinanti col Mali per la sicurezza del territorio nazionale e a tutela degli operatori umanitari che prestano assistenza agli sfollati maliani. L’ambasciatore nigeriano a Bamako, Ilya Ali Duniya Nuhu, ha assicurato al presidente Traoré il “pieno sostegno della Nigeria al Mali per ritrovare la sua integrità territoriale e liberare il Nord”, invitandolo anche a percorrere la strada di una “soluzione negoziata”. - Misna |
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| 11/10/2012 Nigeria: L'alluvione causa 120 mila senza tetto |
Sono un milione e 300 mila i nigeriani sfollati e 431 sono morti a causa di quella che le autorità locali hanno definito la peggiore alluvione in oltre 40 anni, con 30 dei 36 stati colpiti dal mese di luglio. Secondo le autorità e la Croce Rossa Nigeriana (Nrc), le piogge torrenziali hanno sommerso gran parte degli stati sudoccidentali di Delta e Bayelsa, colpendo 350 comunità e lasciando 120 mila persone senza tetto. Le piogge sono iniziate nel mese di luglio nello Stato di Plateau nella Nigeria centrale, raggiungendo ad agosto anche gli stati di Borno, Cross River, Ebonyi, Nassarawa, Bauchi, Gombe, Katsina e Kebbi, per poi proseguire a settembre a Taraba Benue, Niger, Kaduna e Kano, prima di toccare Delta e Bayelsa tra settembre e ottobre. Migliaia di persone che avevano trovato riparo in accampamenti temporanei negli stati di Delta e Bayelsa sono stati costretti a spostarsi ancora quando le piogge sono arrivate anche lì. Nella capitale di Bayelsa, Yenagoa, 3 mila persone vivono nel Complesso sportivo di Ovom. Migliaia di case, circa 20 centri sanitari e 5 ospedali, oltre a dozzine di scuole, chiese ed edifici governativi sono stati distrutti o danneggiati nello stato di Delta. Sei degli otto distretti di Bayelsa sono completamente allagati. La maggior parte delle scuole che si trovano nelle zone colpite sono state costrette a chiudere o sono state occupate dagli sfollati. Ancora non si sa quanti ettari di raccolti siano andati perduti ma i contadini sono certi di aver perso tutto, compresi i campi di manioca e cacao. Inondate anche le attività legate alla pesca. Le agenzie di aiuti umanitari sono sovraccariche di richieste e hanno provveduto subito ad evacuare le comunità più disastrate fornendo tende, utensili da cucina, servizi sanitari e generi di prima necessità a Lagos. C’è anche urgente bisogno di generi alimentari. (R.P.) - Radio Vaticana |
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| 11/10/2012 Nigeria: L'Aia. I pescatori del Delta del Niger portano la Shell in tribunale |
Si apre oggi nel tribunale civile dell'Aia, in Olanda, un processo a carico di Shell avviato da alcuni agricoltori nigeriani che accusano la compagnia petrolifera di aver causato danni all'ambiente in Nigeria. Una fuoriuscita di petrolio avvenuta a giugno del 2005, afferma l'accusa, inquinò stagni per i pesci, terreni coltivabili e foreste nella regione di Oruma, nella regione del Delta del Niger. Gli agricoltori sostengono che Shell avesse impiegato 12 giorni per riparare l'oleodotto. A loro parere il guasto fu causato dalla corrosione di un tubo sotterraneo, mentre per Shell si trattò di un atto di sabotaggio. È la prima volta che una compagnia olandese viene citata in giudizio in patria per presunti danni ambientali causati da una sua controllata all'estero. Shell sostiene che il caso debba essere gestito da un tribunale nigeriano. Gli agricoltori nigeriani chiedono che Shell ripulisca i terreni contaminati dalla fuoriuscita di petrolio. Il caso era stato avviato nel 2008 da quattro agricoltori e dal gruppo ambientalista Friends of the Earth, secondo cui il petrolio fuoriuscito contaminò acqua e terreni nei villaggi di Goi, Oruma e Ikot Ada Udo. Shell sostiene che la sua sussidiaria locale abbia già ripulito. Un altro tribunale olandese aveva accettato la posizione di Shell, secondo cui la fuoriuscita fu il risultato di un atto di sabotaggio, ma i legali dell'accusa hanno chiesto alla Corte di valutare la decisione nuovamente, affermando che l'oleodotto era gravemente corroso. Il verdetto è atteso verso la fine dell'anno o all'inizio del 2013. - LaPresse/AP |
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| 11/10/2012 R. D. Congo: Si moltiplicano i gruppi che commettono violenze nel Nord Kivu |
Continuano le violenze contro i civili nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Secondo la stampa locale, tre giorni fa gli uomini dal capo ribelle Manu hanno attaccato il villaggio di Bilulu, dopo aver messo in fuga la locale guarnigione militare. Fonti della società civile affermano che si tratta del quarto villaggio occupato dagli uomini di Manu nel Nord Kivu e nella confinante Provincia Orientale, dove sono segnalati saccheggi con incendi di abitazioni e casi di tortura. “Si fa un gran parlare, giustamente delle violenze dell’M23 (gruppo di militari disertori che si afferma sia appoggiato dal Rwanda), ma questo sta facendo dimenticare a tutti l’esistenza di altri numerosi gruppi armati all’interno del Nord Kivu, nelle aree più remote del territorio di Masisi, in particolare” dice all’agenzia Fides una fonte della Chiesa locale, che ha chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza. “È sicuramente vero che l’M23 sta causando danni enormi ai civili: si pensi che vicino Goma, a Kanyaru, si è creato un nuovo campo spontaneo che ospita ben 60 mila sfollati” continua la fonte di Fides. “Ma nel Nord Kivu, migliaia di sfollati soffrono per le violenze di altri gruppi armati, come le Fdlr (Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda) e Nyatura (entrambi di etnia Hutu), Raia Mutomboki e Apcls (tribù Hunde), solo per citarne alcuni”. La stessa fonte afferma inoltre che “nessuno ha riferito che a inizio agosto due campi spontanei di sfollati nel territorio di Masisi (Kishondja e Kihuma) sono stati letteralmente rasi al suolo da queste milizie, costringendo migliaia di persone a fuggire ancora una volta nella loro vita. A fine settembre numerose case del campo ufficiale di Kilimani, sempre a Masisi, sono state bruciate. Ancora una volta, gente costretta a fuggire”. Il 30 settembre Benedetto XVI ha lanciato un appello per non dimenticare gli sfollati del Nord Kivu. In questi giorni la Rdc si trova al centro dell’attenzione internazionale per il Vertice della Francofonia, che si svolgerà a Kinshasa dal 12 al 14 ottobre, al quale parteciperà il Presidente francese François Hollande. (R.P.) - Radio Vaticana |
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| 11/10/2012 R. D. Congo: Vertice paesi francofoni, occhi puntati sul Nord-Kivu |
Non è ancora ufficialmente cominciato il XIV Vertice dei paesi francofoni ma il contenzioso aperto tra Kinshasa e Kigali sulla nuova ribellione che da sei mesi sta destabilizzando il Nord-Kivu è già finito al centro dei dibattiti preparatori. Anche se l’agenda ufficiale non prevedeva che la questione fosse all’ordine del giorno, buona parte della sessione del Consiglio permanente della francofonia è ruotata attorno alle accuse del governo congolese che da settimane denuncia il sostegno del vicino Rwanda al Movimento del 23 marzo (M23). “Smettete di negare l’evidenza e cessate immediatamente ogni sostegno alle forze negative” ha dichiarato Isabelle Tshombe, rappresentante permanente della Repubblica democratica del Congo presso l’organismo dei paesi di lingua francese. Da canto suo l’inviato ruandese ha negato il coinvolgimento del suo paese nell’ultima ondata di violenze nell’Est del Congo e sottolineato che “abbiamo già partecipato a numerose iniziative per cercare di riportare la pace in questa parte del paese e nella regione dei Grandi laghi in generale” ha riferito l’emittente delle Nazioni Unite ‘Radio Okapi’. Inoltre forze di opposizione, approfittando di una maggiore visibilità mediatica, hanno contestato la gestione della crisi del Kivu portata avanti dal presidente Joseph Kabila, chiedendo un potenziamento delle forze armate nelle regioni nord-orientali dell’immenso paese per timore di un’espansione del conflitto ad altre province, a cominciare dal Sud-Kivu. Olivier Kamitatu, ex presidente del parlamento, auspica che il capo dello Stato “richiami l’ambasciatore congolese” presso la Repubblica del Rwanda e “prenda sanzioni severe nei confronti di tutti quei militari che hanno tradito la nazione”. Oggi si è aperta la conferenza dei ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif) preparatoria al vertice dei presidenti e capi di governo che avrà inizio domani. Oltre al conflitto in Nord-Kivu, un altro tema di discussione sarà l’uccisione dell’attivista dei diritti umani Floribert Chebeya, risalente a giugno 2010 su cui ancora non è stata fatta giustizia, ma anche lo statuto dell’opposizione politica e le violazioni dei diritti umani. Dal teatro delle violenze, l’emittente ‘Radio Kivu 1’ ha annunciato che la provincia del Nord-Kivu ha aperto uno stand al ‘Villaggio della francofonia’ allestito a Kinshasa anche per “far conoscere un altro volto della nostra regione, le sue bellezze che vengo deturpate ogni giorno”. Per il deputato Malisi Malisawa Paluku, originario di Butembo, il Vertice « è un’occasione unica offerta al nostro paese di organizzare questa grande festa dei francofoni di tutto il mondo ma questa festa non deve tramutarsi in un oblio per tutta quella porzione del territorio nazionale messa a ferro e fuoco”. La Società civile del Nord-Kivu auspica che l’evento “si trasformi in una tribuna che prenda provvedimenti concreti per portare l’aggressore a correggere le sue velleità bellicose”. - Misna |
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