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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 13/12/2012 Gambia: Si batteva contro la pena di morte, arrestato un imam |
Un imam che ha aveva criticato alcune decisioni del governo e in particolare la recente esecuzione di nove condanne a morte è detenuto da giorni in una prigione di Banjul senza che familiari o avvocati possano incontrarlo. A denunciarlo sono stati un’organizzazione non governativa locale e il rappresentante dell’Unione Europea in Gambia. L’imam della moschea di Kanifing, Baba Leigh, aveva preso posizione su una serie di questioni delicate. Secondo gli attivisti della Lega per la difesa dei diritti umani in Senegal e in Gambia, l’arresto è stato eseguito la settimana scorsa. Stando alla loro versione, corroborata da diverse testimonianze, il religioso è stato prelevato nella sua abitazione da uomini in abiti civili che si sono presentati come agenti dei servizi segreti. Il rappresentante dell’Unione Europea in Gambia, James Phillips, ha denunciato in una nota l’incompatibilità tra episodi del genere con gli impegni sul piano dei diritti umani assunti a più riprese dal governo di Banjul. Il Gambia è un piccolo paese dell’Africa occidentale, incuneato nel territorio del Senegal. È governato dal presidente Yahya Jammeh, che ha assunto il potere grazie a un colpo di Stato nel 1994. Una delle voci più importanti dell’economia è l’esportazione di arachidi. Un’agenzia specializzata dell’Onu, però, ha di recente sottolineato il peso crescente del narcotraffico. - Misna |
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| 13/12/2012 Guinea: Annunciate legislative, poco entusiasmo e tanti problemi |
“Globalmente la gente non ha accolto con grande interesse né entusiasmo l’annuncio della data delle legislative. L’appuntamento con le urne è già stato rinviato tante di quelle volte e poi i guineani sono stanchi delle liti politico-istituzionali e delusi per il mancato sviluppo socio-economico del paese. Qui è una lotta quotidiano per comprarsi da mangiare, curarsi e mandare i bambini a scuola”: è questo il sentimento diffuso per le strade di Conakry riferito alla MISNA da una fonte locale della società civile, impegnata da anni nel settore umanitario e dell’istruzione, a poche ore dall’annuncio della data delle legislative, previste per il 12 maggio. L’atteso appuntamento con le urne, continuamente rinviate da dicembre 2011 ufficialmente per problemi tecnici, ha già alimentato le critiche di dieci commissari della stessa Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), guidata dall’ex ministro degli Esteri Bakary Fofana. Anche le principali forze di opposizione hanno contestato una data “scelta in modo unilaterale” e “poco realista”. In vista del voto che consentirà di concludere la transizione politica dell’ex colonia francese, cominciata nel dicembre 2008, alla morte del generale Lansana Conté, rimasto al potere per 24 anni, deve ancora essere aggiornato il registro elettorale. Da mesi alcuni partiti chiedono la sostituzione dell’operatore sudafricano ‘Way Mark’ che, “in quanto scelto unilateralmente dal governo, non offre sufficienti garanzie di equità e trasparenza” ha sottolineato Lansana Kouyaté, uno dei leader di opposizione. Inoltre all’interno della nuova Ceni, in carica dal mese scorso, ci sono alcune personalità contestate tra cui un rappresentante del partito di Jean-Marie Doré, l’ex primo ministro di transizione molto vicino all’attuale capo dello Stato Alpha Condé, eletto nel dicembre 2010. “Purtroppo i fatti violenti avvenuti nei giorni scorsi a Guéckédou, città della Guinea forestiera, ci ricordano che le vecchie tensioni intercomunitarie non si sono spente e potrebbero nuovamente riaccendersi in vista delle legislative” sottolinea l’interlocutore della MISNA, denunciando “un divario crescente ed evidente tra l’etnia del presidente Condé, quella dei Malinké, che ottengono più facilmente incarichi di prestigio e posti di lavoro, e gli altri gruppi”. Per tre giorni consecutivi manifestanti antagonisti si sono scontrati per le strade di Guéckédou, causando due vittime e più di 87 feriti. Una parte della popolazione si è infuriata dopo un discorso molto critico nei confronti degli abitanti della Guinea forestiera pronunciato dal prefetto, Boukary Keita, molto vicino al capo dello stato e al suo partito politico, il Raggruppamento del popolo guineano (Rpg). Come il presidente Condé, anche Keita è originario dell’Alta Guinea. Alcuni esponenti politici locali, tra cui l’ex primo ministro di transizione Doré, hanno assicurato che “non si è trattato di uno scontro tra Malinké e Kissi (…) ma piuttosto di una lotta contro un prefetto per la sua controversa gestione del potere”. Per ristabilire l’ordine è stato decretato un coprifuoco, in vigore ogni sera a partire dalle ore 18. In città sono anche arrivati i berretti rossi (soldati, ndr), già denunciati a Guéckédou per i loro “metodi brutali”. Dall’indipendenza, nel 1958, il paese dell’Africa occidentale è stato il teatro di più colpi di stato e da decenni i guineani aspettano dai governi che si sono succeduti una decisa lotta all’impunità nei confronti degli uomini in divisa. - Misna |
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| 13/12/2012 Madagascar: Le ostetriche tradizionali aiutano a salvare le partorienti |
Il Madagascar si trova ad affrontare una triplice sfida: rapido incremento demografico, crescente povertà e instabilità politica. E’ quanto emerge dal rapporto del Fondo delle Nazioni Unite (UNFPA) sullo Stato dell’Ostetricia nel mondo. Nel paese africano ci sono circa 3 mila centri sanitari, ma molti sono in stato di abbandono o chiusi a causa della crisi politica. Ci sono solo 4 ostetriche professioniste ogni 1000 nati vivi e, nonostante vi siano 21 scuole di ostetricia, dove si insegnano le norme igieniche per partorire e far fronte ad eventuali complicazioni, il numero di laureati non soddisfa il fabbisogno. In molte aree del paese le donne fanno affidamento su levatrici tradizionali, conosciute come ‘matrone’ che, spesso, vengono accusate di non essere in grado di far fronte alle complicazioni, minacciano il parto sicuro o fanno partorire in ambienti malsani. Tuttavia nel Centre Sante de Base (CSB II) a Betraka, un piccolo villaggio 50km a nord della città costiera di Manakara, attualmente le matrone vengono reclutate per una campagna a favore del parto in clinica o in ospedale, con l’obiettivo di ridurre il tasso di mortalità materno e neonatale. Per far fronte alle precarie infrastrutture e alla mancanza di personale qualificato soprattutto nelle province, il governo del Madagascar ha fatto della salute materna e neonatale una priorità assoluta. Nel 2008 ha lanciato un piano nazionale che prevede assistenza sanitaria gratuita alla nascita, compresi i costosi parti cesarei, oltre all’incremento di personale ostetrico competente. Molte zone sono ancora lontane da questo obiettivo e, convincendo le ‘matrone’ a promuovere il parto negli ospedali, gli operatori sanitari hanno trovato un alleato prezioso. - Ag. Fides |
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| 13/12/2012 Repubblica Centrafricana: Nord Kivu: dubbi a Goma, stallo ai colloqui di Kampala |
“A Goma si vive nell’incertezza del domani e nell’insicurezza diffusa. La gente segue con diffidenza i colloqui in corso a Kampala, che finora non hanno segnato alcun passo avanti. In molti dubitano della sincerità di questa iniziativa. Inoltre in città ci sono molti volti nuovi che, in realtà, sono quelli dei ribelli vestiti da civili ma che portano avanti il loro progetto di destabilizzazione”: è il racconto affidato alla MISNA da una fonte religiosa congolese contattata nel capoluogo della provincia del Nord Kivu, che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza. Se nel centro della città le banche e i negozi cominciano a funzionare regolarmente, sottolinea la fonte, “i flussi commerciali sono ancora ridotti per via della lenta ripresa della circolazione sulle strade delle regioni orientali e ci sono pochi soldi in contanti a disposizione come conseguenza dei timori per il futuro, in particolare per un eventuale fallimento dei colloqui ugandesi”. La situazione più difficile e complessa rimane quella delle centinaia di migliaia di sfollati – più di 900.000 nel Nord Kivu secondo gli ultimi dati dell’Onu – che negli ultimi mesi si sono rifugiati nei campi attorno a Goma. “Sono tutt’ora – dicono alla MISNA – vittime di saccheggi, furti, stupri e gravi violazioni dei diritti umani per i quali sono guardati con sospetto i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23)”. Ufficialmente ritiratisi dal capoluogo del Nord Kivu lo scorso 1° dicembre, i miliziani dell’M23 hanno eretto una barriera di sicurezza a Kanyaruchinya, una località a 12 chilometri da Goma sulla strada verso Rutshuru; nel campo di Rumangabo (50 chilometri a nord), starebbero addestrando militari e poliziotti catturati o arresisi durante i giorni dell’assedio al capoluogo regionale. Intanto in Uganda, paese alla guida della mediazione dei Grandi Laghi, stentano a decollare i negoziati iniziati venerdì scorso tra la delegazione del governo congolese e i rappresentanti della ribellione. Kinshasa acconsente soltanto di verificare lo stato di applicazione degli accordi di pace firmati il 23 marzo 2009 con l’allora milizia del ‘Cndp’, nucleo fondatore dell’M23, nato lo scorso aprile. “In questa sede non si può pensare di parlare dell’ordine costituzionale e istituzionale della Repubblica democratica del Congo (…) né di violare il carattere inalienabile della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale” ha detto padre Apollinaire Malu Malu, ex presidente della commissione elettorale congolese e negoziatore per conto del governo. Da canto loro i ribelli hanno nuovamente messo sul tavolo negoziale la questione della legittimità del potere del presidente Joseph Kabila, partendo dal presupposto che le elezioni del 28 novembre 2011 sono state segnate da brogli. Hanno già suggerito di andare verso uno scenario che porti il paese a un governo di transizione inclusivo, del quale lo stesso M23 farebbe parte, con l’obiettivo di organizzare un nuovo voto. Nonostante Kigali non partecipa ai negoziati di Kampala, la questione del coinvolgimento del Rwanda nell’ultima ribellione dell’est del Congo è tornata sul tavolo dopo che ieri le autorità congolesi hanno annunciato di aver catturato 20 presunti soldati ruandesi sul territorio nazionale assieme a 18 miliziani dell’M23 poco prima dell’assalto a Goma, lo scorso 20 novembre. “E’ un’accusa falsa. Se le cose fossero davvero andate così le Fardc (esercito regolare congolese, ndr) e le autorità congolesi avrebbero dovuto consegnare questi soldati ruandesi ai responsabili del meccanismo di verifica congiunta a Goma” ha replicato da Kigali il portavoce dell’esercito ruandese, il generale Joseph Nzabamwita. Una nuova proposta concreta di aiuto per risolvere la crisi del Nord Kivu è invece arrivata dallo Zimbabwe. Il vice ministro degli Esteri, Joey Bimha, ha assicurato la disponibilità di Harare a dispiegare alcune centinaia di uomini per partecipare alla ‘forza di appoggio’ che la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) intende inviare nell’est del Congo come contributo a una nuova forza internazionale di pace nel paese dei Grandi Laghi. - Misna |
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| 13/12/2012 Repubblica Centrafricana: Nord Kivu: dubbi a Goma, stallo ai colloqui di Kampala |
Nord Kivu: dubbi a Goma, stallo ai colloqui di Kampala “A Goma si vive nell’incertezza del domani e nell’insicurezza diffusa. La gente segue con diffidenza i colloqui in corso a Kampala, che finora non hanno segnato alcun passo avanti. In molti dubitano della sincerità di questa iniziativa. Inoltre in città ci sono molti volti nuovi che, in realtà, sono quelli dei ribelli vestiti da civili ma che portano avanti il loro progetto di destabilizzazione”: è il racconto affidato alla MISNA da una fonte religiosa congolese contattata nel capoluogo della provincia del Nord Kivu, che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza. Se nel centro della città le banche e i negozi cominciano a funzionare regolarmente, sottolinea la fonte, “i flussi commerciali sono ancora ridotti per via della lenta ripresa della circolazione sulle strade delle regioni orientali e ci sono pochi soldi in contanti a disposizione come conseguenza dei timori per il futuro, in particolare per un eventuale fallimento dei colloqui ugandesi”. La situazione più difficile e complessa rimane quella delle centinaia di migliaia di sfollati – più di 900.000 nel Nord Kivu secondo gli ultimi dati dell’Onu – che negli ultimi mesi si sono rifugiati nei campi attorno a Goma. “Sono tutt’ora – dicono alla MISNA – vittime di saccheggi, furti, stupri e gravi violazioni dei diritti umani per i quali sono guardati con sospetto i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23)”. Ufficialmente ritiratisi dal capoluogo del Nord Kivu lo scorso 1° dicembre, i miliziani dell’M23 hanno eretto una barriera di sicurezza a Kanyaruchinya, una località a 12 chilometri da Goma sulla strada verso Rutshuru; nel campo di Rumangabo (50 chilometri a nord), starebbero addestrando militari e poliziotti catturati o arresisi durante i giorni dell’assedio al capoluogo regionale. Intanto in Uganda, paese alla guida della mediazione dei Grandi Laghi, stentano a decollare i negoziati iniziati venerdì scorso tra la delegazione del governo congolese e i rappresentanti della ribellione. Kinshasa acconsente soltanto di verificare lo stato di applicazione degli accordi di pace firmati il 23 marzo 2009 con l’allora milizia del ‘Cndp’, nucleo fondatore dell’M23, nato lo scorso aprile. “In questa sede non si può pensare di parlare dell’ordine costituzionale e istituzionale della Repubblica democratica del Congo (…) né di violare il carattere inalienabile della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale” ha detto padre Apollinaire Malu Malu, ex presidente della commissione elettorale congolese e negoziatore per conto del governo. Da canto loro i ribelli hanno nuovamente messo sul tavolo negoziale la questione della legittimità del potere del presidente Joseph Kabila, partendo dal presupposto che le elezioni del 28 novembre 2011 sono state segnate da brogli. Hanno già suggerito di andare verso uno scenario che porti il paese a un governo di transizione inclusivo, del quale lo stesso M23 farebbe parte, con l’obiettivo di organizzare un nuovo voto. Nonostante Kigali non partecipa ai negoziati di Kampala, la questione del coinvolgimento del Rwanda nell’ultima ribellione dell’est del Congo è tornata sul tavolo dopo che ieri le autorità congolesi hanno annunciato di aver catturato 20 presunti soldati ruandesi sul territorio nazionale assieme a 18 miliziani dell’M23 poco prima dell’assalto a Goma, lo scorso 20 novembre. “E’ un’accusa falsa. Se le cose fossero davvero andate così le Fardc (esercito regolare congolese, ndr) e le autorità congolesi avrebbero dovuto consegnare questi soldati ruandesi ai responsabili del meccanismo di verifica congiunta a Goma” ha replicato da Kigali il portavoce dell’esercito ruandese, il generale Joseph Nzabamwita. Una nuova proposta concreta di aiuto per risolvere la crisi del Nord Kivu è invece arrivata dallo Zimbabwe. Il vice ministro degli Esteri, Joey Bimha, ha assicurato la disponibilità di Harare a dispiegare alcune centinaia di uomini per partecipare alla ‘forza di appoggio’ che la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) intende inviare nell’est del Congo come contributo a una nuova forza internazionale di pace nel paese dei Grandi Laghi. - Misna |
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| 13/12/2012 R. D. Congo: UA, favorevoli a forza di pace neutrale in est paese |
Il Consiglio di sicurezza dell'Unione Africana (Ua) ha garantito il proprio sostegno al dispiegamento di una forza internazionale neutrale nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo e ha esortato gli stati membri ad "estendere il sostegno necessario" per garantire un clima di pace e stabilità nel paese. In una dichiarazione rilasciata alla stampa locale, l'Ua ha elogiato la ripresa dei colloqui di pace tra il governo congolese e i ribelli del M23 e ha garantito il pieno appoggio al dialogo tra le parti in lotta, in stretta collaborazione con il presidente dell'Uganda, Yoweri Museveni. - Swissinfo |
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| 13/12/2012 Uganda: Scandalo aiuti, il taglio della cooperazione internazionale colpirà l’economia nazionale |
I tagli agli aiuti annunciati da vari donatori internazionali, in seguito a uno scandalo legato a fenomeni di appropriazione indebita di fondi destinati a progetti di cooperazione, rischia di avere un impatto serio sull’economia dell’Uganda. A dirlo, ieri, è stato il governatore della Banca centrale ugandese, Emmanuel Mutebile, precisando che secondo le prime stime la sospensione degli aiuti potrebbe costare quasi un punto percentuale nella crescita dell’economia nazionale. “è troppo presto per stabilire con certezza l’effetto dei tagli agli aiuti sull’economia. Ma se tutti i donors che hanno annunciato tagli o sospensioni mantenessero i propri propositi la crescita dell’economia ugandese di ridurrebbe di circa lo 0,7%” ha detto Mutebile, presentando la politica monetaria nazionale di dicembre. Il governatore ha anche aggiunto che, rispetto alle previsioni effettuate solo lo scorso novembre, la crescita economica ugandese per il 2012-2013 (stimata attorno a un +5%) risulta già essere diminuita. “I principali elementi che minacciano la crescita economica sul breve periodo sono la debolezza della domanda, la scarsa crescita del risparmio del settore privato e la necessità del governo di dover tagliare le spese in seguito ai tagli dei donors e alle difficoltà delle previsioni economiche globali” ha precisato il governatore della Banca d’Uganda. Secondo Adam Mugume, capo ricercatore presso l’istituto di credito nazionale ugandese, gli effetti reali dell’impatto che il taglio agli aiuti avrà sull’economia nazionale si potranno vedere solo nei primi mesi del nuovo anno. “Il taglio agli aiuti annunciato (180 milioni di dollari, ndr) è equivalente all’1,3% del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale e se questa quota verrà effettivamente sottratta dovremo anche mettere in conto un effetto moltiplicatore. Tuttavia non sappiamo con certezza per quanto tempo gli aiuti verranno tagliati. Quel che è certo è che questa decisione dei donors internazionali avrà un impatto. Nelle ultime settimane numerosi paesi – tra questi Germania, Gran Bretagna, l’Irlanda, Danimarca e Norvegia – hanno annunciato la sospensione degli aiuti dopo le dichiarazioni del mese scorso del procuratore generale ugandese sul fatto che i fondi destinati alla ricostruzione in due regioni nel nord del paese sarebbero stati sottratti da funzionari vicini al primo ministro. - Atlasweb |
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| 12/12/2012 Africa: Nuova inchiesta sulla morte di Samora Machel |
Nuovi documenti, fotografie e registrazioni audio sono il punto di partenza di un’inchiesta sulla morte del presidente del Mozambico Samora Machel, avviata dagli inquirenti sudafricani 26 anni dopo lo schianto dell’aereo a bordo del quale viaggiava il capo di Stato. In un ampio articolo pubblicato oggi, il quotidiano sudafricano The Times cita i responsabili di un’unità investigativa speciale della polizia. E sostiene che nuovi elementi di prova raccolti in una base militare situata nei pressi del luogo dell’incidente, nel Sudafrica orientale, accuserebbero esponenti del governo e ufficiali di alto grado del regime di apartheid. L’aereo a bordo del quale Machel viaggiava insieme con altre 33 persone si schiantò in una zona montagnosa il 26 ottobre 1986, poco prima di entrare nel territorio del Mozambico. Su un piano politico e militare, era una fase molto delicata. In Mozambico c’era la guerra civile e Pretoria sosteneva i ribelli della Renamo contro il Frelimo di Machel. Maputo dava ospitalità ai militanti del movimento sudafricano anti-apartheid. La morte di Machel era già stata oggetto di due inchieste. La prima, avviata in Sudafrica nel 1987, concluse che all’origine dell’incidente ci fu un errore dei piloti. Una seconda, condotta dalla Commissione verità e riconciliazione insediata dopo la caduta del regime segregazionista, e dunque priva di valore giuridico, ipotizzò un coinvolgimento di esponenti delle Forze armate del Sudafrica. Alla nuova indagine, cominciata in novembre dopo un via libera del presidente Jacob Zuma, stanno partecipando anche inquirenti mozambicani. Secondo le fonti del Times, una delle ipotesi da verificare è l’emissione di segnali radio che avrebbero avuto l’obiettivo di confondere i piloti, già in difficoltà per via di una scarsa visibilità. Di fronte alla Commissione verità e riconciliazione un ufficiale dei servizi segreti sudafricani aveva già raccontato di un incontro decisivo che si sarebbe svolto un giorno prima dello schianto. Tra i partecipanti ci sarebbero stati il generale Jet Lietenberg, comandante in capo delle Forze armate, il generale Joffel van der Westhiuzen, capo dell’intelligence militare, e Pik Botha, allora ministro degli Esteri. - Misna |
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