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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 20/04/2011 Uganda: Vento mediorientale |
Arriva dal Medio Oriente il vento di protesta che sta scuotendo l'Africa orientale e che ha portato migliaia di persone in piazza. Le dinamiche sembrano le stesse che hanno incendiato prima il Maghreb e poi i Paesi del Golfo: nel mirino dei manifestanti c'è il caro prezzi e di conseguenza i governi, accusati di non aver fatto nulla per frenare la spirale inflazionistica. Se in Kenya la situazione è incandescente, in Uganda sta scappando di mano, perchè proprio come in Tunisia ed Egitto oggetto delle proteste sono la mancanza di democrazia e le ripetute violazioni di diritti umani ad opera del regime del presidente Yoweri Museveni, che per tutta risposta ha dato carta bianca agli apparati di sicurezza. Il bilancio provvisorio parla di quattro morti, 150 feriti e oltre cento arrestati, 50 dei quali per "adunata illegale e sediziosa". La tensione era già alta da giorni ma tutto è precipitato lunedì mattina, quando migliaia di persone si sono date appuntamento per una manifestazione intitolata "Walk to Work", una marcia pacifica organizza per affermare il diritto al lavoro e alla sicurezza economica. I reparti antisommossa hanno attaccato i manifestanti in diversi punti della città, innervositi dai report dell'intelligence che da giorni sfornavano report su presunte minacce alla sicurezza dello stato. Il leader del Forum for Democratic Change, Kizza Besigye, colui che ha sfidato Museveni alle ultime presidenziali, è stato arrestato non appena ha messo piede fuori dalla sua abitazione e portato alla centrale di Kasangani, dove si sono subito radunati, minacciosi, i suoi sostenitori. Il segretario di un altro partito di opposizione (Democratic Party, ndr), Norbert Mao, anche lui arrestato, ha rifiutato la libertà su cauzione ed è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Luzira, dove resterà fino al 2 maggio. Arrestato anche il presidente dell'Uganda People's Congress, Olara Otunu. Cosa rischi il suo regime, Museveni lo sa bene, tanto che, si scopre, dall'Uganda Communication Commission, l'autorità statale che si occupa delle telecomunicazioni, è partita una richiesta ai server per bloccare agli accessi ai social network. In una lettera spedita dal direttore dell'organismo, Quinto Ojok, si legge "Abbiamo ricevuto istruzioni dagli apparati di sicurezza circa la necessità di ridurre al minimo l'accesso ai media del pubblico per il rischio di escalation delle violenze riguarda al(l'evento) Walk to Work...Vi si chiede, pertanto di bloccare l'accesso a Twitter e Facebook per 24 ore a partire da adesso, le 15 e 30 del 14 aprile". La circolare, che adesso viene liquidata come "uno spiacevole malinteso" è stata spedita a 10 società di telecomunicazioni e inviata anche al ministero dell'Informazione comunicazione e tecnologia, nonché all'Ispettorato generale del governo. La repressione ha comunque contribuito ad esasperare una popolazione che adesso chiede conto a Museveni anche di come spende i soldi. Una delle gocce che ha fatto traboccare il vaso, infatti, è stata la richiesta/ordine avanzata dal presidente di ritoccare al rialzo il budget presidenziale e di destinare una cifra compresa tra gli 1,3 e i due milioni di dollari per le feste che seguiranno la cerimonia di giuramento che, il 12 maggio, segnerà l'inizio del nuovo mandato, conquistato con la vittoria alle ultime elezioni. Controverse anche quelle: dietro la vittoria schiacciante (68 per cento contro il 26 di Besigye) si nascondano non solo prevedibili brogli ma anche una capillare campagna acquisti fatta con soldi dello stato. Un affronto tanto più intollerabile adesso che l'inflazione sta spingendo fuori dal mercato migliaia di persone. Negli ultimi tre mesi, i rialzi del petrolio (+21 per cento) hanno trascinato i prezzi dei prodotti alimentari. Secondo la World Bank, in Uganda il prezzo del mais è aumentato del 25 per cento nell'ultimo trimestre e addirittura del 114 per cento in un anno L'inflazione media si attesta sull'11,1 per cento (a febbraio era al 5,4). C'è poi il timore di un possibile effetto spill over, cioè che le proteste si propaghino a macchia d'olio. Se n'é avuta conferma martedì in Kenya, quando un gruppo di persone si è radunato intorno al parlamento di Nairobi, fermando le macchine di deputati e funzionari governativi. "Voi ingrassate mentre noi diventiamo sempre più magri". * Alberto Tundo - Peacereporter |
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| 19/04/2011 Burkina Faso: Nuovo primo ministro e appelli al dialogo |
“La pace è un dono di Dio per la quale dobbiamo tutti pregare ma la pace è anche il frutto degli sforzi di ciascuno di noi, chiamato ad essere artigiano di pace. In Burkina Faso oggi più che mai serve promuovere la cultura del dialogo, la riconciliazione, la giustizia e la verità senza dimenticarci che la vita umana va rispettata in quanto sacra e inviolabile” dice alla MISNA l’arcivescovo di Ouagadougou, monsignor Philippe Ouédraogo, all’indomani di violenti proteste studentesche a Koudougou (centro-ovest) e di un fine settimana segnato da ammutinamenti a catena nei ranghi dell’esercito in quattro località. “Chi sta al potere deve ricordarsi che il potere ha motivo di essere solo se si mette al servizio del bene comune. Quando invece il potere usa e abusa della sua posizione di comando non fa altro che generare malcontento e odio, due sentimenti potenzialmente molto pericolosi” aggiunge l’arcivescovo che per la Domenica delle Palme ha diffuso un messaggio dal titolo “Felici gli artigiani di pace” (dal vangelo di Matteo 5,9). “La pace è un bisogno urgente (…) siete invitati a vivere insieme nell’unità, la tolleranza e il dialogo” si legge nel documento a firma di monsignor Ouédraogo, ribadendo che “l’autorità non è nient’altro che un servizio” che “chi detiene il potere deve fare il possibile per promuovere uno sviluppo inclusivo, in particolare quello dei più poveri, degli esclusi, degli ultimi (…) ma anche per combattere un ordine economico ingiusto che porta all’impoverimento della maggioranza”. Dopo giorni di violenze e tensioni, la situazione si sta normalizzando sia nella capitale Ouagadougou che nei centri teatri di proteste come Koudougou, Po, Tankodogo e Kaya, anche per via del coprifuoco in vigore dalle 19 alle 6 fino a data da destinarsi. A contribuire alla pacificazione è stata la nomina del nuovo primo ministro, Luc-Adolphe Tiao. “Una personalità molto nota, un uomo di cultura e comunicazione oltre che un diplomatico di esperienza. Suo nome è stato ben accolto dalla gente che vede nell’uscita di scena di Tertius Zongo una speranza di cambiamento a lungo attesa” dice una fonte locale della società civile che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, sottolineando che “la popolazione si aspetta anche l’allontanamento di ministri chiave, che siedono al governo da troppi anni”. Tiao è stato l’ex-presidente dell’Alta autorità delle comunicazioni, ha diretto un edizione del popolare festival del film africano, il ‘Fespaco’ oltre ad aver occupato incarichi prestigiosi in organizzazioni internazionali prima di essere nominato ambasciatore a Parigi. “Anche il messaggio dei militari diffuso ieri sera alla televisione, chiedendo perdono alla popolazione per i danni subiti e invitando i colleghi ammutinati a rientrare nelle caserme, sta contribuendo a calmare la situazione” aggiunge la fonte locale della MISNA, riferendo tuttavia di “una totale perdita di fiducia dei burkinabè nei confronti dei militari la cui immagine è stata molto offuscata dagli ultimi eventi”. Già nel 1999, 2006 e 2007, con violenze e saccheggi ai danni dei civili, la popolazione aveva subito il contraccolpo di rivolte interne all’esercito del Burkina Faso, storicamente considerato disciplinato ed esemplare anche al livello regionale, oltre che molto implicato per il mantenimento della pace su fronti internazionali. “Il presidente Blaise Compaoré, al potere da 24 anni, ha ricevuto un avvertimento molto serio. I fatti delle ultime settimane sono emblematici di una profonda crisi del nostro esercito, di un problema di commando tra gli ufficiali e i commilitoni giovani e indisciplinati” secondo un’altra fonte locale della MISNA. A finire nel mirino dei giovani manifestanti di Koudougou sono stati anche simboli del potere come l’abitazione dell’ex-primo ministro Zongo, la sede del partito al potere (il ‘Cdp’) e di una formazione di opposizione, ‘l’Undd’, di Herman Yaméogo. - Misna |
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| 19/04/2011 Ciad: Voci da Doba, capitale del petrolio dimenticata dai dirigenti |
“Ogni giorno si scava un nuovo pozzo di petrolio, saranno diventati almeno 2000, forse 3000. Ma di medici, il Ciad ne conta solo circa 300, di cui metà sono all’estero, l’altra metà negli uffici o in cliniche private a N’Djamena. Ecco il paradosso con il quale ogni giorno è confrontata la nostra gente. Fiumi di denaro scorrono dal nostro sottosuolo, ma lo sviluppo per noi si fa ancora attendere”. Dal profondo sud dimenticato da chi sta al potere, la MISNA ha raccolto le testimonianze di abitanti di Doba, la ‘capitale’ petrolifera del paese. “Persino i nostri eletti in parlamento, una volta giunti nella capitale, si dimenticano di tornare a vedere in quali condizioni di miseria si vive qui” raccontano dal capoluogo della regione del Longone orientale, dove prevalgono simpatie politiche vicine all’opposizione. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali del 25 aprile, boicottate dai tre principali leader dell’opposizione – Wadel Abdelkader Kamougué, Saleh Kebzabo e Ngarlejy Yorongar – la campagna elettorale a Doba è quasi inesistente. Ed è durata soltanto una ventina di minuti la visita, pochi giorni fa, del presidente uscente Idriss Deby Itno, probabile vincitore dello scrutinio. Costruito a partire del 2000, operativo dal 2003, il gigantesco oleodotto Ciad-Camerun, trasporta il greggio di Doba fino al porto di Kribi, oltre mille chilometri più a sud. “Sulla produzione e sulla rendita del petrolio regna un’opacità assoluta” sostengono fonti della MISNA, secondo cui non si conosce il vero numero di barili estratti al giorno dalle multinazionali Esso, Texaco e Petronas. Gli accordi presi dal governo del Ciad quando iniziò il progetto, all’epoca sostenuto dalla Banca mondiale, prevedono il 14% di rendita petrolifera al governo ciadiano e il 5% alla regione di Doba. Una quota ritenuta irrisoria dagli abitanti, delusi dai pochi miglioramenti delle loro infrastrutture e dalla povertà, mentre aumenta la ricchezza di una certa elite a N’Djamena e si sviluppano alcune località del nord, area di origine del presidente Deby. A Doba, resta anche il problema della disoccupazione: “Nel periodo più intenso della costruzione del sito petrolifero si contavano 6000 operai, ma quasi tutti provenivano dalla Nigeria, dall’America latina, dalle Filippine. E per la gente del posto – raccontano ancora alla MISNS – solo qualche impiego come guardiani o come manovali” Contrariamente ai consigli della società civile locale, si è proceduto poi a un indennizzo in denaro per risarcire gli autoctoni sfrattati dalle compagnie petrolifere, con scarsi risultati sullo sviluppo sostenibile dell’area. Da Doba, c’è ci si augura che il futuro sfruttamento delle riserve di uranio e di oro, che fanno gola a molti, non porterà agli stessi risultati. - Misna |
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| 19/04/2011 Egitto: Card. Naguib: " Pasqua, la resurrezione di un popolo che ora vive e parla" |
“La resurrezione di un popolo che era immerso nella paura e nell’incapacità di dire ciò che sente e vede, e ora non è più addormentato ma vive e parla”. E’ il senso della Pasqua che l’Egitto si appresta a celebrare nella sua minoranza cristiana, secondo il patriarca copto-cattolico di Alessandria, cardinale Antonios Naguib. “Questa Pasqua – dichiara all'agenzia Sir - viene in un tempo particolare, ci trova in mezzo a speranze miste a preoccupazioni e ci annuncia serenità e vera Pace. Il nostro Paese vive ancora il clima della rivoluzione del 25 gennaio. Tale rivoluzione è nata e cresciuta nei cuori dei nostri cari giovani. È nata dalla volontà di un cambiamento radicale e del rifiuto dell’ingiustizia e della corruzione. La nostra rivoluzione è nata senza nessuna macchia di sangue e non cercava la distruzione, ma il bene di tutti”. Perciò, aggiunge il cardinale, “la possiamo considerare come resurrezione di un popolo che era immerso nella profondità della paura, e nella incapacità di dire quello che sente e quello che vede, e ora non è più addormentato ma vive e parla. Non tace più, ma grida e proclama i suoi desideri e speranze, desideri di una nuova epoca, di un nuovo Paese basato sulla cittadinanza e sul rispetto dei diritti umani, senza nessuna discriminazione. Auguriamo che questo grido sia ascoltato e non venga macchiato da ideologie o correnti che cercano il proprio interesse”. (R.P.) - Radio Vaticana |
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| 19/04/2011 Egitto: Rapporto: Mubarak complice violenze contro manifestanti |
L'ex presidente egiziano Hosni Mubarak è stato complice delle violenze contro le manifestazioni anti regime nel corso delle quali sono morti 846 civili e 26 agenti di polizia. Lo ha affermato il giudice Omar Marwane, segretario generale della commissione d'inchiesta sulle violenze nel Paese durate 18 giorni. Il rapporto afferma che la polizia ha fatto un uso eccessivo della forza contro i manifestanti e ha aperto il fuoco contro civili che dalle loro case cercavano di riprendere gli scontri. Gli agenti per sparare contro la folla devono avere un'autorizzazione preventiva da Mubarak. E gli spari sono continuati per giorni senza che i responsabili siano stati individuati e arrestati", ha detto Marwane sottolineando che "questo conferma il suo coinvolgimento e la sua responsabilità". La maggior parte delle vittime è stata colpita alla testa e al petto, spiega il rapporto, precisando che da questi particolari si evince che il regime ha fatto ricorso a cecchini. Da alcuni giorni Mubarak è ricoverato in un ospedale di Sharm el Sheik, sul Mar Rosso, a causa di una crisi cardiaca accusata durante un interrogatorio. L'ex presidente e i suoi due figli, Gamal e Alaa, sono stati messi agli arresti per 15 giorni, nel quadro delle indagini sulle violenze perpetrate dall'ex regime contro i manifestanti; Mubarak e i figli sono accusati anche di appropriazione indebita.(Fonte Afp) - TMNews |
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| 19/04/2011 Libia: 800.000 persone hanno bisogno di aiuto umanitario |
Sono almeno "800.000 le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria in Libia, 330.000 quelle che non sanno dove andare e oltre 100.000 quelle sfollate": lo stima Fawad Hussain, coordinatore dell'agenzia per gli aiuti umanitari dell'Onu (Ocha) e responsabile delle operazioni a Bengasi. "Se il conflitto continuerà, anche solo per un paio di mesi, è molto probabile che verranno confermate le stime del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ovvero 3,6 milioni di persone che patiranno gli effetti del conflitto", ha spiegato Hussain. L'Ocha ha accolto con favore il sì di Tripoli all'invio di aiuti e team umanitari a Misurata e assicura che "grazie alla nave dell'Oim riusciremo a completare l'evacuazione dei lavoratori stranieri" - circa 4.000 quelli che attendono di essere portati via - mentre per l'evacuazione dei civili "avvieremo un lavoro nei prossimi giorni, per valutare in concreto la soluzione e trovare altre intese (con il governo di Tripoli, ndr)". - Swissinfo |
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| 19/04/2011 Libia: Sottovalutato Gheddafi secodo Parigi |
Le forze Nato hanno colpito Tripoli e la città natale di Gheddafi, Sirte. La situazione sul piano militare resta però “difficile e confusa”, come ha ammesso il ministro della difesa francese Alain Juppé, per il quale le forze di Gheddafi sono state sottovalutate. Parigi resta ostile all’impiego delle truppe di terra e favorevole a una soluzione politica. Il Regno Unito punta invece a uno sblocco inviando strateghi militari a Bengasi. I ribelli libici proteggono l’avamposto occidentale di Ajdabiyah dai lealisti. Per loro gli attacchi della Nato sono tutt’altro che coordinati. “Sinceramente a volte la Nato ci dice che è con noi, che ci sono vicini, altre volte ci dicono di stargli alla larga e a volte ci colpiscono. In realtà non sembrano in grado di gestire la situazione”. E nell’attesa che le forze internazionali decidano in accordo se proseguire via terra, se armare i ribelli o se intensificare ancora i raid aerei, ad Ajdabiyah c‘è chi impugna non le armi, ma la chitarra. - Euronews |
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