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05/12/2012 Mali: Auspicata risoluzione ONU per intervento armato fra breve

Il presidente della Costa d'Avorio, Alassane Ouattara, che guida la comunità dei Paesi dell'Africa occidentale, auspica una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU entro dicembre per "dare via libera a un intervento armato in Mali entro il primo trimestre del 2013". La situazione nel Nord, controllato da fine giugno dai gruppi estremisti islamici "è inaccettabile" ha detto Ouattara ai microfoni di radio Europe 1. - Swissinfo

 
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05/12/2012 R. D. Congo: Goma: per governo e’ “caso di emergenza”

Alla luce “degli ingenti danni” causati da “banditi armati” durante i dieci giorni di occupazione da parte dei ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) e vista “l’insicurezza che affligge i civili”, il governo di Kinshasa ha proclamato la città di Goma “caso di emergenza”. In visita nel capoluogo del Nord Kivu, il ministro dell’Interno Richard Muyej ha assicurato che l’esecutivo “farà tutto il possibile per fermare la sofferenza della popolazione”, “ristabilendo l’autorità dello Stato a Goma” e “dando nuovi strumenti alle forze di sicurezza per proteggere la gente”. Inoltre, ha riferito l’emittente locale ‘Radio Okapi’, il ministro ha sottolineato che il presidente Joseph Kabila “si è impegnato sulla strada della diplomazia (…) per dialogare con chiunque sia coinvolto in questa situazione” con l’obiettivo di “raggiungere una pace durevole”. Da Goma è anche giunta la notizia della riapertura dell’aeroporto e il ripristino del regolare traffico aereo per consentire la ripresa delle normali attività economiche ma soprattutto la fornitura di indispensabili aiuti umanitari ad almeno 130.000 sfollati accolti nel capoluogo regionale. Ad assicurare la sicurezza dell’aeroporto sono i caschi blu della locale missione Onu (Monusco), che “ne avrà il controllo esclusivo fino ad un futuro prossimo” ha precisato il ministro Muyej. In teoria la mediazione dei paesi dei Grandi Laghi ha suggerito di dispiegare in tempi brevi anche soldati regolari congolesi, uomini dell’M23 e militari dell’esercito tanzaniano che interverrebbe come “forza neutrale”.
Sul versante diplomatico lo stesso ministro dell’Interno ha confermato che colloqui diretti tra le autorità di Kinshasa e i ribelli del M23 potrebbero cominciare “tra uno o due giorni” a Kampala, dov’è già arrivato un primo gruppo di negoziatori congolesi. Della delegazione dovrebbero far parte esponenti governativi, membri dell’Assemblea nazionale e del Senato e rappresentanti della società civile; finora non è stato chiarito l’eventuale coinvolgimento di forze di opposizione. “I negoziati non possono svolgersi in Uganda, paese accusato di fornire sostegno logistico e politico ma anche informazioni riservate a quelli che combattono militarmente contro il Congo” ha dichiarato Franck Diongo, deputato di opposizione.
Ma sulla crisi nell’Est del Congo è scesa in campo alla Comunità di sviluppo dell’Africa autrale (Sadc) che ha convocato per venerdì un vertice speciale a Dar es Salaam al quale parteciperanno i membri della cosiddetta troika di difesa dell’organismo regionale, cioè Tanzania, Sudafrica e Angola. Saranno anche presenti dirigenti del Mozambico, del Bostwana e del Malawi, esponenti della ‘troika’ politica della Sadc. A complicare un quadro negoziale già difficile potrebbero contribuire le ultime rivelazioni contenute in un documento confidenziale dell’Onu che non è stato ancora pubblicato ma del quale la stampa ha già diffuso ampi stralci. Esperti delle Nazioni Unite che hanno stilato il rapporto hanno affermato che “più di 1000 militari ruandesi hanno varcato il confine con il Congo il 17 novembre per aiutare l’M23 nell’attacco contro Kibumba”, centro a 30 chilometri a nord di Goma, caduta tre giorni dopo. Inoltre i ribelli sarebbero stati appoggiati da colpi di artiglieria e arma pesante sparati dal confinante Rwanda e dotati nella loro avanzata di “equipaggiamenti molto sofisticati, tra cui occhiali per visibilità notturna”, utilizzati dalle forze speciali ruandesi.
Negli scontri che hanno opposto l’M23 alle forze regolari congolesi (Fardc), i ribelli sarebbero stati sostenuti da militari di Kigali, in particolare per la cattura dell’aeroporto di Goma, arrivati dalla città frontaliera di Gisenyi. Pesanti accuse puntano il dito contro il ministro ruandese della Difesa, James Kabarebe, e il capo di stato maggiore dell’esercito ruandese, il generale Emmanuel Ruvusha, che avrebbero pianificato l’offensiva che ha portato l’M23 a Goma; a dirigerla sarebbe stato il generale ribelle congolese, Bosco Ntaganda, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Anche Kampala sarebbe stata coinvolta nei fatti che si sono verificati nelle ultime due settimane in Nord Kivu, con la fornitura di un sostegno logistico da parte dell’esercito ugandese  e dei servizi di intelligence nella città di Bunagana, al confine tra i due paesi. - Misna

 
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05/12/2012 R. D. Congo: Appello del Papa per la pace nel Congo, migliaia di civili in fuga dalle violenze nel Kivu

Accorato appello del Papa, al termine dell’udienza generale, per la pace nella Repubblica Democratica del Congo, dove si sta combattendo nella regione del Nord Kivu. E' emergenza per migliaia di civili in fuga dalle violenze.
“Continuano ad arrivare gravi notizie sulla situazione umanitaria nell’est della Repubblica Democratica del Congo che da mesi è diventata teatro di scontri armati e di violenze. A gran parte della popolazione mancano i mezzi di primaria sussistenza e migliaia di abitanti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case per cercare rifugio altrove. Rinnovo quindi il mio appello al dialogo e alla riconciliazione e chiedo alla comunità internazionale di adoperarsi per sovvenire ai bisogni della popolazione”.
L’appello del Papa ha messo in luce le emergenze che la popolazione sta vivendo nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. A breve dovrebbero iniziare le trattative a Kampala, in Uganda, tra il governo congolese e i ribelli del M23, alla presenza anche di rappresentanti della società civile e sotto l’egida dei Paesi dei Grandi Laghi. A Goma, intanto, dopo l’uscita dei ribelli che si sono ritirati a 4-5 chilometri dalla città, la situazione è estremamente difficile per la popolazione. Lo conferma Antonella Girardi, capo-progetto a Goma dell’organizzazione non governativa Coopi, presente dal 1977 in Congo, dove porta avanti progetti di sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, recupero psico-fisico degli ex bambini soldato, sostegno a distanza. l'intervista è di Francesca Sabatinelli.
R. – I ribelli hanno lasciato la città, però le persone non hanno ancora il coraggio di ritornare ai luoghi di partenza. In più, ci sono persone che negli ultimi mesi si sono spostate nei vari campi profughi e quindi in città sono allo sbando. I profughi arrivati per ultimi hanno caricato ulteriormente quelle strutture sanitarie che già sono ridotte ai minimi termini; inoltre, pur di trovare riparo, sono andati a rifugiarsi nelle scuole e così le scuole attualmente sono ancora chiuse perché servono da ricovero per tutte queste persone: siamo ora nella stagione delle piogge e questo significa che i bambini non hanno accesso alla scuola. Molte famiglie, inoltre, sono state divise a causa degli avvenimenti e quindi ci sono anche molte donne sole con i bambini. Il Centro Don Bosco ospita tra le 10 e le 13 mila persone, e non si vede una via d’uscita a breve termine.
D. – Cosa intendi? Queste persone non rientrano nelle loro case perché non ci sono le condizioni per farlo?
R. – In alcune zone della regione c’è un minimo di condizione per poter tornare, in altre zone no. Al di là del movimento di un certo numero di ribelli che c’è stato su Goma, è tutta la zona che non gode di sicurezza. In più, dopo il passaggio dei ribelli, a Goma c’è insicurezza generale: la prigione è stata attaccata e ci sono 1.200-1.300 prigionieri liberi in città. Soprattutto nei quartieri più periferici, dove la gente è più povera, l’insicurezza veramente è palpabile e ogni notte ci sono incidenti, le persone sono praticamente prigioniere in casa fin dalle quattro del pomeriggio, per paura del banditismo!
D. – Quali sono le emergenze? Suppongo soprattutto quella sanitaria e quella alimentare …
R. – Sì, noi siamo presenti, qui, e appoggiamo il Centro Don Bosco dal punto di vista sanitario con un apporto di personale. Siamo su alcune zone del rientro, sempre con programmi sanitari, abbiamo anche dovuto lasciare alcune zone per l’impossibilità di restare. I problemi sanitari sono enormi, perché comunque il disastro è arrivato a colpire una situazione sanitaria già precaria. Poi ci sono problemi nel campo dell’istruzione, perché con il grande numero di persone che si è rifugiato nelle scuole, le stesse sono state distrutte. E ancora, problemi alimentari soprattutto nelle zone del rientro: queste popolazioni hanno lasciato i luoghi di provenienza già a luglio/agosto e quindi non hanno potuto raccogliere nessun frutto del lavoro dei campi fatto precedentemente, e ora si ritrovano con le case bruciate o devastate dalle forze in armi, e con i campi vuoti perché i raccolti sono stati presi dalle persone armate che passavano. Quindi chi rientra, torna senza un minimo di sostegno. Anche se dovesse esserci una possibilità di assistenza sanitaria non del tutto gratuita o la possibilità di andare a scuola, non avrebbero comunque i fondi disponibili per accedere alle cure. E’ per questo che insieme con il governo provinciale, è stata decretata la gratuità delle cure possibili, certo, nei Centri sostenuti soprattutto dalle ong: nei centri di Stato è difficilissimo!
D. – Le ong stanno svolgendo un lavoro importantissimo: voi che appello lanciate, cosa chiedete?
R. – La disponibilità di fondi, ma di fondi immediati, nel senso che non sono programmi che possono aspettare due mesi, i fondi devono poter essere utilizzati in maniera elastica, perché questa gente, purtroppo, scappando dalle battaglie, si sposta da un posto all’altro. Quindi, servono fondi che non siano vincolati ad una zona ma alle necessità reali delle persone. E poi si chiede soprattutto alla comunità internazionale di riuscire a fare da mediatore in una zona e in situazioni veramente molto dure per la popolazione.  - Radio Vaticana

 

 
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05/12/2012 Somalia: Presidente a Istanbul, primo viaggio fuori dall’Africa

Ha scelto la Turchia il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamoud per la sua prima visita al di fuori dall’Africa. La notizia del suo arrivo all’aeroporto di Istanbul, a bordo di un jet privato che il governo turco ha inviato a Mogadiscio per prelevarlo con la sua delegazione, è riportata con enfasi dalla stampa somala, che sottolinea come il capo di Stato abbia ricevuto “una calda accoglienza”. Nella delegazione governativa che accompagna Sheikh Mohamoudriferisce l’emittente radio Shabellesono presenti inoltre il ministro degli Esteri, Fowsiyo Yussuf Haji Adan, delle Finanze, Mohamoud Hassan Suleiman e della Difesa Abdi Hakim Mohamoud Haji Fiqi. In queste ore Mohamoud incontra a porte chiuse il suo omologo Abdullah Gul e il primo ministro Erdogan. In agenda per la riunione, ha dichiarato lo stesso Mohamoud, oltre al rafforzamento delle relazioni bilaterali, ci sono “questioni di ordine militare, economico e soprattutto relative a progetti per lo sviluppo e la ricostruzione” del paese del Corno d’Africa. L’interesse del governo di Ankara per la Somalia si è reso manifesto soprattutto nel corso dell’ultimo anno, in cui la Turchia è diventato il primo paese ad aprire una propria ambasciata a Mogadiscio, ilnovembre 2011 e a nominare un ambasciatore residente sul posto. Inoltre la compagnia di bandiera Turkish Airlines è stata la prima (e unica) compagnia internazionale a stabilire una tratta diretta Istanbul-Mogadiscio con voli a cadenza settimanale dopo che l’Agenzia turca per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (Tika) ha finanziato la ricostruzione dell’aeroporto internazionale della capitale somala. In totale il governo di Ankara ha versato oltre 50 milioni di dollari in progetti di ricostruzione delle strade e dei palazzi della capitale e a favore dell’assistenza alla popolazione in tutte le regioni del paese. - Misna

 
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05/12/2012 Tunisia: Sicurezza e cooperazione, Algeria e Tunisia fanno fronte comune

Sicurezza, energia e commercio sono gli assi della cooperazione bilaterale che sono stati rafforzati durante la visita in Algeria di una delegazione di ministri e di uomini d’affari tunisini, guidati dal capo del governo Hamadi Jebali. Preoccupati dalla situazione in Mali, la cui metà settentrionale è in mano a gruppi armati e dove potrebbe nei prossimi mesi svilupparsi un intervento armato internazionale, Algeri e Tunisi hanno convenuto di cooperare con lo scambio di informazioni “in particolare per far fronte ai pericoli e ai gruppi terroristici”. L’impegno è anche quello di monitorare meglio i confini per ostacolare i traffici e le attività di contrabbando. Tra gli uomini d’affari, il dibattito ha portato soprattutto sugli ostacoli riscontrati nei rispettivi paesi. Per quanto riguarda la cooperazione energetica,l e parti hanno parlato di perfezionamento delle connessioni elettriche, della ricerca nel settore delle fonti di energia classiche e nel solare. - Atlasweb

 
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05/12/2012 Uganda: Calciatori nazionale Eritrea chiedono asilo politico

Hanno chiesto asilo politico in Uganda i 17 giocatori della nazionale di calcio dell'Eritrea e il medico della squadra scomparsi martedì scorso dopo aver disputato una partita della Cecafa Senior Challenge Cup. Secondo quanto riferiscono i media locali, i calciatori si sono presentati al commissario per i rifugiati presso l'Ufficio del Primo Ministro, David Apollo Kazungu, in cerca di asilo perché "le condizioni nel loro Paese non sono buone", ha spiegato ai media Kazungu. "Rimarranno sotto la nostra autorità", ha assicurato il commissario che sta lavorando al fianco dell'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite per aiutare i 18 eritrei. La squadra eritrea era stata eliminata dalla fase a gironi della competizione, dopo aver pareggiato contro Zanzibar e perso contro Malawi e Ruanda. - Swissinfo

 
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04/12/2012 Burkina Faso: Elezioni: prime proiezioni della stampa, spoglio in corso

I primi risultati provvisori delle legislative e municipali della scorsa domenica, diffusi dalla stampa burkinabè, evidenziano un certo vantaggio per il Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), il partito del presidente Blaise Compaoré, nella regione del centro sud, dei Hauts Bassins (ovest) e nella provincia occidentale di Houet, quella di Bobo Dioulasso, la seconda città del paese. Nel contempo sembrano compiere passi avanti significativi sullo scacchiere politico il Raggruppamento democratico africano (Adf/Rda) di Gilbert Ouédraogo, che nel parlamento uscente contava 14 seggi, e una nuova forza, l’Unione per il progresso e il cambiamento (Upc) del noto uomo d’affari Zéphirin Diabré. A questo punto sembra assicurata la vittoria dell’Upc nel comune di Diébougou e almeno uno dei due posti di deputato per la provincia sud-occidentale di Bougouriba. Finora il sito della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) non ha pubblicato alcun dato; il presidente dell’organismo elettorale ha annunciato che i risultati ufficiali sono previsti al più tardi per il 7 dicembre. Mentre la Ceni sta procedendo allo scrutinio delle schede di votazione e i primi dati provvisori vengono diffusi da organi di stampa, l’Unione dei giovani avvocati del Burkina Faso in partenariato con le autorità elettorali, il Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e l’ambasciata statunitense a Ouagadougou hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione per dire “No alla violenza”. In base al codice elettorale, candidati e partiti in lizza nelle 45 provincie di cui è composto il Burkina Faso possono presentare ricorsi entro le 72 ore successive alla diffusione dei dati provvisori da parte della Ceni; dovranno rivolgersi al consiglio costituzionale per quanto riguarda le legislative o al tribunale amministrativo per contestare l’esito delle municipali. La campagna in questione, hanno riferito gli organizzatori al sito d’informazione locale ‘Le Faso.net’, si prefigge di “preparare tutti gli attori politici ad accettare i risultati” e di “convincerli a ricorrere a tutte le vie legali e pacifiche” nel caso in cui dovessero contestare l’esito delle urne.
Domenica 2 dicembre, per la prima volta nella storia elettorale del paese, circa 4,3 milioni di aventi diritto erano attesi alle urne per un voto accorpato – legislative e locali – tenuto sulla base di nuove tecniche di registrazione, in particolare il censimento biometrico, che dovrebbero limitare i rischi di frodi e contestazioni. Fonti locali della MISNA hanno confermato che le elezioni si sono svolte in un clima di generale calma e trasparenza, con una partecipazione massiccia degli elettori. Solo alcuni incidenti isolati si sono verificati a Banfora, non lontano dalla frontiera con la Costa d’Avorio, dove alcune urne sono state saccheggiate. Si è trattato del primo appuntamento con le urne dopo la crisi socio-politica che nel 2011 ha fatto vacillare il presidente Compaoré, al potere con un colpo di stato dal 1987. “Un voto che rappresenta una tappa fondamentale per il progresso del paese ancora segnato da un clima sociale instabile e che da alcuni mesi deve anche far fronte alle conseguenze umanitarie e sulla sicurezza  della crisi nel vicino Mali” ha detto alla MISNA monsignor Paul Ouédraogo, arcivescovo di Bobo-Dioulasso (sud-ovest). - Misna

 

 
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04/12/2012 Costa d'Avorio: Alassane Ouattara , Simone Gbagbo , Laurent Gbagbo , Francia , Cpi

Simone Gbagbo, moglie dell'ex presidente della Costa d'Avorio Laurent Gbagbo, potrebbe essere processata in patria. Lo ha annunciato ai giornalisti l'attuale capo di Stato ivoriano, Alassane Ouattara, oggi in visita in Francia, ipotizzando così che il governo del Paese africano potrebbe non consegnare la donna alla Corte penale internazionale che la ha accusata di reati come omicidio, stupro e persecuzione. Il marito è già detenuto all'Aia, imputato per simili accuse, sorte dopo il tentativo di tenere il potere nonostante la sconfitta elettorale nel 2010, in cui vinse proprio Ouattara. Nei mesi di violenze tra i sostenitori dei due, morirono oltre tremila persone. A novembre, la Corte penale internazionale ha reso pubblici i capi d'accusa contro la Gbagbo, nella prima incriminazione formale di una donna, considerata in questo caso come un "co-autore indiretto". La Costa d'Avorio, ha spiegato oggi Ouattara, potrebbe replicare alle accuse della Cpi "nelle prossime settimane o nei prossimi mesi", e la donna potrebbe essere giudicata in patria. - LaPresse/AP

 
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04/12/2012 Egitto: Se la rivolta è contro Morsi

Quando Mubarak proclamò le leggi di emergenza, promise che sarebbero rimaste in vigore solo pochi giorni. Sono state abolite soltanto qualche mese fa. Non c’è quindi da stupirsi se migliaia di egiziani sono scesi in piazza per contestare la decisione di Mohamad Morsi di revocare, sia pure temporaneamente, alcuni poteri che competevano all’autorità giudiziaria. Nei prossimi mesi la magistratura egiziana non potrà esaminare le leggi che sono state approvate dopo l’elezione del nuovo Premier egiziano imporre l’annullamento delle norme più controverse. Inoltre, le nuove disposizioni di legge impediscono a qualsiasi Corte di giustizia di dissolvere l’Assemblea Costituente o il Parlamento. È una decisione molto importante, poiché impedisce alla Magistratura di delegittimare il lavoro della Commissione incaricata di scrivere la nuova Costituzione, composta quasi esclusivamente da islamisti.   Il presidente egiziano ha spiegato di avere preso queste decisioni per difendere la rivoluzione da chi cerca di sabotarla. Gli indiziati sono i foloul, uomini legati al vecchio regime, tuttora presenti all’interno delle istituzioni egiziane. Molti personaggi legati all’ex premier Mubarak occupano ancora posizioni importanti all’interno dei media e della magistratura ed esercitano la propria influenza per limitare i poteri di Morsi ed indebolire il movimento rivoluzionario. Infine, una parte dei membri dell’autorità giudiziaria ha una concezione dello Stato laica e liberale, lontana dall’ideologia islamista del nuovo Presidente.
Non c’è perciò da stupirsi che tanti egiziani, soprattutto islamisti, vogliano credere che serva un uomo forte per eliminare ciò che rimane del vecchio regime. L’Egitto è in un periodo di crisi economica e incertezza. Non pochi egiziani sognano un tiranno buono e timorato di Dio che conservi un vasto potere per alcuni mesi e lo eserciti con compassione, senza ledere i diritti e la dignità dei cittadini egiziani, come aveva fatto Mubarak.
Gli islamisti sono stati capaci di convincere un buon numero di persone che opporsi alla decisione di Morsi equivalga a proclamarsi sostenitori del vecchio regime. È un discorso semplicistico e non veritiero, ma convincente per molti egiziani. Nonostante la piazza sia composta soprattutto dai ragazzi che hanno fatto la rivoluzione, questa è una spiegazione più comprensibile per i cittadini meno educati, una lettura degli eventi più facile da capire rispetto alle complicate dissertazioni sulla necessità di protestare per difendere la divisione dei poteri nella Costituzione. Non tutti però sono convinti che Morsi abbia davvero intenzione di conservare il potere per un periodo di tempo limitato e c’è chi accusa il Presidente di perseguire un disegno autoritario. La Fratellanza Islamica ha ormai creato una solida struttura di potere, che viene percepita da diversi liberali come il vero ostacolo al completamento della rivoluzione.
I liberali si sentono esclusi dalla vita politica del Paese, nonostante siano stati gli artefici della rivoluzione, e lamentano di non aver potuto partecipare alla stesura della nuova Costituzione. La bozza della nuova Carta fondamentale egiziana non è un compromesso tra le diverse anime di questo Paese, ma è un documento scritto dagli islamisti. Per questo motivo diversi laici hanno abbandonato la Commissione costituzionale e non possono far altro che cercare di ottenere un cambiamento della situazione politica attraverso la protesta popolare.

Questo clima ha determinato una profonda divisione tra liberali ed islamisti. Il confronto politico è ormai degenerato in scontro tra membri di diversi gruppi politici ed è probabile che la situazione possa cambiare soltanto se Mursi ritirerà il decreto o lo modificherà. La debole democrazia egiziana rischia una pericolosa svolta autoritaria e sono in tanti a chiedersi se i ragazzi uccisi nei mesi scorsi non siano morti invano. * Matteo Colombo -Panorama

 

 
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04/12/2012 Egitto: Folla protesta al Cairo: Morsi fugge da palazzo presidenziale

Nuova giornata di tensioni in Egitto, dove l'opposizione è scesa nuovamente in piazza per contestare i decreti emessi dal presidente Mohammed Morsi e la bozza di Costituzione approvata la settimana scorsa dall'Assemblea costituente, su cui per il 15 dicembre è stato convocato un referendum nazionale. Migliaia di persone hanno protestato contro Morsi dirigendosi verso il palazzo presidenziale Itihadiya, nel distretto di Heliopolis, al Cairo. Dopo che la situazione si è fatta più accesa, la folla è diventata "sempre più grande", e tra i dimostranti e la polizia sono scoppiati i primi tafferugli, Morsi ha deciso di lasciare il palazzo, uscendo da una porta sul retro. A darne notizia è stato un ufficiale del suo entourage, spiegando che il capo di Stato ha abbandonato il palazzo uscendo da una porta sul retro, e poi si è diretto verso casa.  Oggi, come già nei giorni passati, decine di migliaia di persone sono scese in strada per contestare i decreti emessi nei giorni scorsi che danno a Morsi enormi poteri, anche oltre quelli della magistratura. Migliaia di manifestanti si sono radunati in piazza Tahrir, che già nei giorni scorsi aveva visto radunare oltre 200mila persone, e poi, appunto nei pressi del palazzo presidenziale. Qio, le violenze sono esplose quando i dimostranti hanno divelto una barriera sormontata da filo spinato a qualche centinaio di metri dalle mure del palazzo. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e quindi è arretrata. Dopo aver passato la barriera, i manifestanti si sono avvicinati sempre più alle mura del palazzo. La folla ha anche preso un mezzo della polizia, salendo in cima al veicolo per sventolare la bandiera nazionale. Migliaia di persone si sono radunate anche nei pressi della residenza di Morsi, in un quartiere esclusivo della capitale. Le proteste, ribattezzate 'L'ultimo avvertimento', si sono registrate anche ad Alessandria, dove diecimila persone sono scese in piazza, cantando slogan contro il presidente e il gruppo dei Fratelli musulmani. Sempre oggi, inoltre, almeno otto giornali indipendenti egiziani hanno sospeso la pubblicazione per protestare contro le restrizioni alla libertà di espressione incluse a loro parere nella bozza della nuova Costituzione adottata la settimana scorsa dall'Assemblea costituente. Domani è prevista inoltre una protesta delle reti televisive private, che oscureranno gli schermi per tutto il giorno.   - LaPresse/AP

 
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