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19/10/2012 R. D. Congo: Nord-Kivu, un appello a “evitare false soluzioni”

 

“Assenza di dialogo politico”, “mancata riforma dell’esercito”, “deficit di buon governo nell’amministrazione” e “rivalità improntate alla cattiva fede”: sarebbero queste, secondo il gruppo di esperti di ‘International Crisis Group’ (Icg), le cause scatenanti delle tensioni riaccesesi sette mesi fa nella provincia del Nord-Kivu (Est) tra Kinshasa e la ribellione del Movimento del 23 marzo (M23). Il gruppo di lavoro conferma che effettivamente “parte degli accordi di pace firmati nel 2009 (tra il governo congolese e l’allora ribellione del Congresso nazionale per la difesa del popolo del latitante Bosco Ntaganda, ndr) non è stata rispettata attuata”. A dare vita al M23 sono stati proprio ex ribelli del Cndp integrati nell’esercito regolare (Fardc) e ammutinati a partire dalla scorsa primavera proprio con questa motivazione. Se gli accordi in questione sono stati attuati sul piano militare, invece “su quello amministrativo gli ex ribelli non hanno mai ottenuto le poltrone promesse, anche quelle all’interno del governo” evidenzia il rapporto stilato dall’Icg. Nello stesso documento gli esperti internazionali avvertono che “bisogna evitare false soluzioni come l’invio di una nuova forza di 4000 uomini che dovrebbe fare quello che finora non hanno fatto i 18.000 caschi blu e i 30.000 soldati congolesi”. Da alcuni mesi i paesi dei Grandi Laghi stanno lavorando al dispiegamento di una forza militare neutrale da dispiegare lungo il confine tra i due paesi rivali, Repubblica democratica del Congo e Rwanda. Oltre alla lotta all’impunità nei confronti dei responsabili di crimini di guerra, Icg suggerisce a Kinshasa di “attuare riforme governative e militari attese da tempo”, di “aprire la scena politica a attori legittimi” e soprattutto di “sanzionare le ingerenze esterne, cominciando con la frattura con Kigali”. Diversi rapporti dell’Onu e di organizzazioni non governative accusano il Rwanda e l’Uganda di sostegno militare e politico alla ribellione del M23. Intanto al parlamento di Kinshasa con 202 voti a favore e 164 contrari i deputati hanno confermato nel suo incarico il ministro della Difesa, nonché vice primo ministro, Alexandre Luba Ntambo. La mozione di sfiducia nei suoi confronti era stata presentata lo scorso luglio dal deputato Albert Fabrice Puela (opposizione) che lo accusa di “incompetenza notoria” nella gestione della crisi dell’Est. - Misna

 
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19/10/2012 R. D. Congo: Oltre 30 gruppi armati nell’est del Paese

 

Sono oltre 30 i gruppi armati che operano nelle province orientali della Repubblica Democratica del Congo e in particolare nel Nord Kivu. Lo afferma un rapporto della Missione ONU di Stabilizzazione del Congo (MONUSCO). La maggior parte di questi gruppi sono formati da poche centinaia di combattenti, mentre il gruppo più numeroso sembra essere quello delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) che ha circa 3.000 uomini. Questi gruppi, a loro volta, creano alleanze mutevoli con l’esercito regolare congolese e il suo attuale avversario, l’M23, il movimento formato da militari disertori che un recente rapporto dell’ONU afferma essere appoggiato dai governi di Rwanda e Uganda. “L’attenzione della comunità internazionale all’M23 nasconde la realtà più complessa del Nord Kivu” dicono all’Agenzia Fides fonti locali, che fanno risalire l’attuale instabilità addirittura al “20 marzo 1993, quando a Ndoto, nel territorio di Walikale, i Nyanga e gli Hunde si sono uniti per reagire alle provocazioni dei Tutsi e degli Hutu: contestazione del potere dei capi tradizionali, innalzamento della bandiera rwandese in territorio congolese, ecc. Questa guerra si è propagata come un incendio nella foresta e ha visto il suo epicentro spostarsi nel territorio di Masisi”.
“La situazione che dobbiamo affrontare oggi nel Nord Kivu, in particolare a Rutshuru e Masisi, è un’emanazione di questa guerra e dei conflitti successivi” proseguono le nostre fonti. “Con il tempo e il cambiamento delle circostanze, lo scontro tra Hutu-Tutsi da una parte, e Hunde-Nyanga dall’altra, ha lasciato il posto ad altre rivendicazioni e visto che il buon governo non è mai stata la caratteristica del potere nel nostro Stato, la regione orientale della RDC rimane il ventre molle di tutto il Paese e il ventre molle di tutta la regione dei Grandi Laghi in Africa”. La mancanza di uno Stato autorevole, in grado di garantire la sicurezza di tutti e di avviare lo sviluppo economico della regione, sommato all’interferenza di interessi stranieri, ha dunque favorito il moltiplicarsi di gruppi armati che si disputano il controllo delle miniere dell’area. “Non si tratta di guerre tribali. Tutti i segmenti della società si stanno rendendo conto, e lo affermano ad alta voce, che non c’è alcuna autorità in Congo. In altre parole, il potere è sulla strada e quando ciò accade, chi è più forte se lo prende” concludono le nostre fonti. (L.M.) - Ag. Fides

 
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19/10/2012 Sierra Leone: Via alla campagna elettorale, si vota tra un mese

 

A un mese dal voto per le presidenziali, le parlamentari e le amministrative è iniziata ieri la campagna elettorale in Sierra Leone. Convocati alle urne il 17 novembre, i circa 2,7 milioni di aventi diritto dovranno scegliere il loro presidente tra nove candidati. Spiccano i nomi di Ernest Bai Koroma, in corsa per un secondo e ultimo mandato con il suo All peoples Congress (Apc), e dell’ex generale Julius Maada Bio, rappresentante del principale partito di opposizione, il Sierra Leone Peoples Party (Slpp). Per le legislative sono in 586 a candidarsi per 112 dei124 seggi in Parlamento. Le elezioni del mese prossimo sanciranno il primo decennio dalla fine della guerra civile che aveva dilaniato il paese dal 1991. Non si sono verificati finora incidenti rilevanti, ma alcuni osservatori percepiscono un clima di tensione crescente. Cinque anni fa gli elettori avevano votato per l’alternanza al termine di un processo ritenuto libero e trasparente. La situazione economica della Sierra Leone resta disastrosa, con il 70% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. Le infrastrutture, annientate durante il conflitto, stanno cominciando a riemergere, mentre il governo di Koroma ha introdotto la gratuità delle cure per le donne incinte e i bambini piccoli. Per i prossimi anni Freetown punta sui proventi del petrolio, scoperto offshore nel 2009, del ferro e dei diamanti, le cui esportazioni sono aumentate di oltre il 4% dall’anno scorso. * Celine Camoin - Atlasweb

 
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19/10/2012 Somalia: Via i militari, torna lo sport nello stadio di Mogadiscio

La missione dell’Unione Africana in Somalia (Amisom) ha accettato di liberare lo stadio di Mogadiscio per consentire la ripresa di attività ginniche ed eventi sportivi all’interno della struttura. Lo riferiscono le emittenti locali secondo cui la decisione giunge sulla base di una richiesta avanzata dalla Federazione di calcio somala alla luce delle migliorate condizioni di sicurezza nella capitale dopo la cacciata degli insorti al Shabaab. “È venuto il momento di lasciare questo stadio ai giovani e alle loro attività” ha detto il colonnello Ali Hamoud, portavoce di Amisom, aggiungendo che a meno di “problemi tecnici” la missione militare, dispiegata in Somalia dal 2007, dovrebbe evacuare la struttura entro dicembre. Il complesso sportivo, costruito dai cinesi nei primi anni ’70, è una sede di importanza strategica per il controllo della parte nord della città. Prima di servire come base militare Al Shabaab l’aveva occupato per diversi mesi, proibendone l’utilizzo da parte della popolazione civile. In precedenza, dall’inizio della guerra civile nel 1991 ad oggi, era passato dalle mani di un gruppo armato all’altro. La Federazione di calcio (Ssf) vorrebbe organizzare per dicembre un torneo a squadre per celebrare la restituzione dello stadio, e simbolicamente della città, agli abitanti. - Misna

 
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18/10/2012 Africa: A sud del Sahara, oltre 56 milioni di ragazzi senza istruzione di base

Sono più di 56 milioni i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni in Africa sub-sahariana che non hanno completato le scuole primarie e mancano di competenze di base fondamentali per il loro futuro impiego. Lo rivela uno studio diffuso simbolicamente ieri nella township di Soweto, celebre sobborgo della città sudafricana di Johannesburg, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la scienza e la cultura (Unesco). Secondo il rapporto, circa 30 milioni di ragazzi nei paesi dell’Africa sub-sahariana non hanno finito i loro studi nella scuola primaria, mentre almeni 22 milioni sarebbero coloro che hanno abbandonato le scuole superiori prima di completare il ciclo di studio. L’Unesco evidenzia come tra questi le persone più colpite dall’abbandono scolastico siano le ragazze, specificando che in otto paesi siano addirittura nove le giovani donne su dieci nelle zone rurali che sono state costrette a lasciare gli studi. Nelle loro conclusioni, gli esperti che hanno compilato lo studio per conto dell’Unesco aggiungono che sono necessari circa 12 miliardi di euro per raggiungere l’obiettivo di garantire l’accesso universale all’istruzione di base, dei quali almeno 6 miliardi di euro dovrebbero giungere da una più efficiente allocazione degli aiuti allo sviluppo. * Michele Vollaro  - Atlasweb

 
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18/10/2012 Angola: Anche Luanda crea un Fondo sovrano per i ricavi del petrolio

Dopo la Nigeria, anche l’Angola si è dotata di un proprio fondo sovrano per gestire il surplus fiscale derivante dai profitti petroliferi ed investirli in programmi di lungo termine, diventando in questo modo il secondo paese dell’Africa ad istituire un simile veicolo di investimento pubblico. A darne notizia è l’ufficio di presidenza dell’Angola, che in un comunicato inviato per e-mail ai media internazionali specifica come il Fundo Soberano de Angola (Fsdea) avrà a propria disposizione cinque miliardi di dollari (pari a circa 3,82 miliardi di euro) “per promuovere lo sviluppo economico e sociale dell’Angola e creare ricchezza per le future generazioni del paese”. Secondo produttore di petrolio del continente dopo la Nigeria, l’Angola avrebbe deciso di istituire il fondo sovrano per evitare che la volatilità dei prezzi delle merci sui mercati internazionali abbia un impatto negativo sull’economia nazionale. Il fondo sovrano, si legge nel comunicato, sarà responsabile per le proprie azioni al suo azionista, il governo angolano, attraverso un mandato legislativo che prevede un rapporto annuale sugli investimenti e sui loro rendimenti, che sarà pubblicato sui media nazionali per essere reso disponibile all’intera popolazione. A gestire il fondo sarà un comitato composto da tre membri e guidato sa Armando Manuel, consigliere per le questioni economiche del presidente José Eduardo dos Santos. Gli investimenti previsti includeranno titoli finanziari e partecipazioni in progetti infrastrutturali, turistici e in altre industrie ritenute strategiche per la crescita economica in Africa sub-sahariana. * Michele Vollaro  - Atlasweb

 
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18/10/2012 Ciad: Bambini emigrati finalmente riuniti alle rispettive famiglie

La maggior parte degli studenti di Corano del Ciad che si trovavano in Nigeria per motivi di studio, e che nel marzo scorso erano stati costretti a fuggire per tornare nel loro paese a causa delle violenze in corso nel nord della Nigeria, si sono ora riuniti ai loro genitori. Circa 575 dei 1.000 giovani fuggiti dalla Nigeria erano bambini, l’80% dei quali soli, in viaggio con il loro marabuttosantone musulmano – o insegnante di Corano. Per mesi sono rimasti nei villaggi di N'Gouboua, nella regione di Lac nel Ciad occidentale, dove famiglie locali, autorità del posto e agenzie umanitarie hanno fornito loro cibo, riparo e materiale scolastico. Da marzo l’Unicef, la Croce Rossa del Ciad e il Ministero degli Affari Sociali, avevano raggruppato 340 bambini con le rispettive famiglie in 48 villaggi. Secondo un rapporto dell’organizzazione Human Rights Watch, migliaia di famiglie dell’Africa occidentale mandano i propri figli ad imparare il Corano fuori dal proprio paese, sotto la guida di un insegnante religioso o di un imam. Alcuni non incontrano difficoltà, ma i minori che viaggiano da soli spesso trascorrono la maggior parte della giornata a chiedere l’elemosina invece di andare a scuola, hanno una scarsa assistenza sanitaria e a volte nessuna, cibo inadeguato, e subiscono abusi. Agli studenti di Corano è impedita una educazione formale con qualifiche riconosciute, e adesso si aggiunge anche il rischio che nella loro formazione si possano insinuare ideologie ispirate a Boko Haram. Le agenzie e il Ministero tengono sotto controllo ogni progresso fatto dai piccoli studenti quando vengono riuniti con le rispettive famiglie. E’ un processo molto difficile dato che molti bambini inizialmente sono allontanati perchè le famiglie non possono permettersi di mantenerli. (AP) - Ag. Fides

 
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18/10/2012 Egitto: Insegnante taglia capelli a studentesse senza velo

Una insegnante egiziana che indossa il niqab (velo integrale) ha tagliato i capelli a due sue studentesse per punirle del fatto che non portassero il velo islamico. E' quanto riporta oggi il quotidiano indipendente Al Shuruq. "Fra gli abitanti di Luxor sta montando la rabbia dopo che una insegnante in niqab ha tagliato i capelli a due alunne per obbligarle a indossare il velo", affermava oggi il quotidiano. "Non immaginavo che tagliare due centimetri di capelli fosse un grande crimine. Stavo scherzando con loro poi un alunno ha tirato fuori un paio di forbici e mi ha chiesto di passare dalle parole ai fatti. E io l'ho fatto per mantenere la mia autorità", ha tentato di spiegare l'insegnante citata da un altro giornale indipendente, al Masri al Yom, aggiungendo di portare il niqab da cinque anni. Il ministero dell'Educazione ha deciso di punirla privandola di un mese di stipendio, secondo i due giornali. Il padre di una delle alunne ha denunciato il caso alle autorità amministrative che dovranno esaminare l'incartamento. La grande maggioranza delle egiziane musulmane indossa il velo ma il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi, sta guadagnando terreno da qualche anno. L'arrivo al potere a giugno del presidente islamista, Mohamed Morsi, fa temere ad una parte della popolazione egiziana maggiori pressioni da parte dei fautori di un islam integralista. (con fonte Afp) - TMNews

 
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18/10/2012 Etiopia : Scende l’inflazione, crescita nel 2013 stimata all’11%

L’economia dell’Etiopia è prevista in crescita dell’11% nel 2013, secondo le stime annunciate dal neo primo ministro Hailemariam Desalegn nel corso di un discorso al Parlamento di Addis Abeba. La stima della crescita del prodotto interno lordo si basa sulla previsione di una netta diminuzione del tasso d’inflazione, che nell’ultimo mese è stato pari al 19% in netta diminuzione rispetto al 40% registrato lo scorso anno. Secondo una previsione del Fondo monetario internazionale diffusa a giugno, l’economia etiope sarebbe cresciuta del 7% se non si fosse agito in modo da diminuire l’inflazione. Il primo ministro ha inoltre illustrato i risultati raggiunti nel regolare la circolazione della moneta, nel rilanciare la produttività agricola e nel modernizzare il sitema commerciale nazionale, specificando come siano stati proprio queste misure ad avere un impatto decisivo sulla riduzione dell’inflazione. * Michele Vollaro - Atlasweb

 
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18/10/2012 Libia: Human Rights Watch: “Gheddafi giustiziato e non morto in battaglia”

L’ex leader libico Mohammar Gheddafi, giustiziato a freddo insieme al figlio Mutassim e ad almeno una sessantina di suoi fedelissimi. E’ la scomoda verità che sembra emergere dal più recente rapporto di Human Rights Watch. A due giorni dal primo anniversario della morte dell’ex dittatore, l’ONG riferimento a una serie di video di cui sostiene di essere entrata in possesso e parla di “più ampia esecuzione” mai documentata, durante la rivolta dello scorso anno. “Il governo libico non può permettersi che simili crimini restino impuniti – dice Heba Mohayef, ricercatrice di Human Rights Watch per l’Africa settentrionale e orientale -. Sarebbe molto pericoloso anche per l’avvenire, perché in qualche modo avallerebbe l’impunità di forze di sicurezza, cittadini o chi per loro, coinvolti in simili violenze contro gli ex – o gli attualisostenitori di Gheddafi. Un avallo che a sua volta darebbe il via libera a quelle esecuzioni mirate a cui abbiamo per esempio assistito nell’est della Libia”. Rimettendo in discussione la versione della morte di Gheddafi durante uno scontro a fuoco del 20 ottobre scorso, Human Rights Watch sostiene inoltre di aver rinvenuto i corpi di una sessantina di suoi sostenitori in un albergo di Misurata, dove sarebbero stati oggetto di umiliazioni e violenze, prima di essere giustiziati. - Euronews

 
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