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01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 26/11/2012 Egitto: Un paese diviso in due, Morsi cerca una via d’uscita |
I Fratelli musulmani hanno deciso di spostare una manifestazione a sostegno del presidente egiziano Mohamed Morsi dal centro del Cairo alla più tranquilla cornice dell’Università con lo scopo di evitare scontri con i manifestanti dell’opposizione che da giorni stanno occupando piazza Tahrir e che hanno convocato per martedì una grande manifestazione di protesta. La notizia è stata data sul sito internet dei Fratelli musulmani e testimonia la grande tensione seguita alle dichiarazioni con valore costituzionale fatte la settimana scorsa da Morsi che in un colpo solo ha destituito il procuratore generale e si è auto-assegnato ampi poteri che lo pongono al di fuori di qualunque controllo. Morsi ha sostenuto che si tratta di una misura temporanea in attesa della nuova Costituzione, ma i suoi detrattori sottolineano come l’ultima mossa consegni sostanzialmente il paese nelle mani dei Fratelli musulmani. Già centro delle rivolte contro Hosni Mubarak e quindi contro il Supremo consiglio delle forze armate, piazza Tahrir si è ora trasformata nella cassa di risonanza di quella parte del fronte rivoluzionario che non si rivede nel tracciato islamista, rappresentato dai Fratelli musulmani e dai salafiti. Domani, queste due anime del paese si confronteranno a distanza e il rischio è che il confronto trascini ancora una volta l’Egitto in una fase di incertezza che potrà avere ripercussioni anche sul piano economico. D’altra parte, come dimostrano i dati di ieri, per il secondo mese consecutivo la bilancia commerciale ha mostrato il segno negativo e la situazione non sembra destinata a migliorare. Morsi intanto sta tenendo riunioni con i vertici del movimento per esaminare le ricadute e possibili conseguenze delle sue dichiarazioni mentre nel paese infuria un dibattito che ha visto levarsi contro di lui anche voci del suo partito. - Atlasweb |
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| 26/11/2012 Ghana: Elezioni, cresce l’attesa e la voglia di votare |
“Tutti vogliono votare” dice alla MISNA padre Giuseppe Rabiosi, un missionario comboniano che vive in Ghana da anni. La campagna elettorale per le consultazioni presidenziali e legislative del 7 dicembre è segnata dalla partecipazione e da un confronto a 360° al quale stanno contribuendo anche le radio. “Il Ghana è benedetto – sottolinea padre Rabiosi – perché c’è un clima di grande libertà e tutti i partiti trovano spazio per esprimere e far conoscere le loro posizioni”. Il missionario vive nella regione occidentale del Volta, dove il Congresso nazionale democratico del presidente John Mahama è tradizionalmente prima forza politica. Questa circostanza non impedisce ai sostenitori del Nuovo partito patriottico, all’opposizione a livello sia locale che nazionale, di organizzare comizi nelle città e nei villaggi. Secondo padre Rabiosi, un contributo importante è offerto dalle radio locali e nazionali che mandano in diretta le telefonate degli ascoltatori informando i cittadini e alimentando il dibattito sulle scelte politiche, si tratti di lotta alla corruzione o di progetti di sviluppi finanziati dalle esportazioni di petrolio avviate nel 2010. Le elezioni e il valore del confronto democratico sono il tema di una lettera aperta di un ghanese noto in tutto il mondo, l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan. Nel testo, pubblicato oggi dai quotidiani di Accra, si sottolinea come a partire dal 1992 “cinque elezioni e due trasferimenti pacifici del potere” abbiano reso il Ghana “sinonimo di elezioni corrette e stabilità politica in Africa”. Mahama, l’attuale presidente, è diventato capo dello Stato dopo la scomparsa del suo predecessore John Atta Mills nel luglio scorso. Il 7 dicembre dovrà vedersela anzitutto con Nana Akufo-Addo, candidato del Nuovo partito patriottico sconfitto nel 2008 per poche migliaia di voti. - Misna |
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| 26/11/2012 Madagascar: Detenuti: condannati anche alla malnutrizione cronica |
Dopo il colpo di stato del 2009 l’economia del paese è precipitata ed anche il sistema carcerario si sta rapidamente deteriorando. Nel 2008 l’Unione Europea ha stanziato 2,5 milioni di dollari alle ong impegnate a migliorare le condizioni dei centri di detenzione, ma questi fondi andranno esauriti entro la fine di quest’anno e non si sa se il Ministero della Giustizia, il cui bilancio è stato ridotto del 40% nel 2011, avrà denaro per il 2013. Tra i problemi più urgenti da fronteggiare emerge la malnutrizione cronica, alla quale sembrano “condannati” i detenuti malgasci oltre che alla pena giudiziaria. La relazione per il 2011 sui diritti umani in Madagascar, curata dal Dipartimento di Stato americano, ha evidenziato che questa piaga colpisce fino a due terzi dei detenuti di alcune carceri ed è per loro la causa di morte più comune. Nel 2008 il Ministero della Giustizia aveva pianificato un incremento delle razioni giornaliere nelle prigioni, ma i benefattori hanno congelato gli aiuti in conseguenza del colpo di Stato, e i bilanci di tutti i ministeri sono stati ridotti. Nel mese di luglio 2012, Medicins du Monde, una delle 5 ong attive in 24 prigioni nel nord del Madagascar finanziate dall’Unione Europea, ha distribuito razioni extra di Koba - arachidi schiacciate - e manioca ai prigionieri malnutriti. Anche se i fondi per le carceri sono diminuiti, continua ad aumentare il numero dei detenuti. Le 83 prigioni del paese erano state preventivate per accogliere 10.319 carcerati, ma in realtà ne ospitano 19.870. Il sovrappopolamento è spesso del 100%. Si possono trovare 150 persone in una cella prevista per 40. Oltre al cibo sono molto precarie le condizioni igieniche, mancano acqua e sapone per tutti i carcerati e la sfida contro i topi è costante. Secondo l’ Handicap International (HI), nel 2012 l’80% dei detenuti sono stati abbandonati dalle rispettive famiglie, spesso perché quelle più povere non sono in grado di assisterli economicamente. Oltre 3/4 della popolazione del paese vive con meno di 1 dollaro al giorno. L’HI ha anche sottolineato il fatto che metà dei detenuti malgasci soffre di diverse forme di disturbi mentali. Inoltre solo il 47% sono condannati, mentre tanti trascorrono anni in attesa del giudizio. - Ag. Fides |
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| 26/11/2012 Nigeria: Da Kaduna ad Abuja, con gli attentati cresce la sfiducia |
“C’è un sentimento di impotenza sempre più forte” dice alla MISNA monsignor Matthew Ndagoso, l’arcivescovo di Kaduna. Parla all’indomani di un attentato contro una chiesa situata all’interno di una base militare, mentre le agenzie di stampa riferiscono di un assalto a una caserma della polizia ad Abuja. “Un attentato all’interno di una base dell’esercito – sottolinea monsignor Ndagoso – non può che far crescere la sfiducia tra le stesse Forze armate, che avrebbero il compito di difendere la popolazione dai terroristi”. Nei pressi della chiesa protestante di una base nei pressi della città di Jaji, nello Stato settentrionale di Kaduna, l’esplosione di un pullman e di un’automobile carichi di tritolo ha causato ieri almeno 11 vittime e una trentina di feriti. La deflagrazioni sono avvenute a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, mentre si stava concludendo la messa. A provocare le vittime è stata la seconda deflagrazione, avvenuta mentre sul luogo dove era esploso il pullman si era radunata una piccola folla. L’assalto di Abuja è avvenuto nella notte tra ieri e oggi, nel cuore della città. Secondo l’edizione online del quotidiano Daily Trust, un gruppo di uomini armati ha assaltato un centro di detenzione della Squadra speciale anti-rapine liberando un numero imprecisato di prigionieri. Nell’edificio sono spesso reclusi presunti militanti del gruppo armato Boko Haram, trasferiti nella capitale da altre regioni della Nigeria. Per ora, non sono stati rivendicati né l’assalto di Abuja né l’attentato di Jaji. Sui giornali si fa il nome di Boko Haram, un gruppo di matrice islamica che trae forza dalla disoccupazione e dalla povertà diffuse soprattutto nel nord della Nigeria. “Alcuni mesi fa – ricorda l’arcivescovo di Kaduna – era stato lo stesso presidente Goodluck Jonathan a dire che Boko Haram è in grado grado di infiltrare istituzioni e apparati di sicurezza”. - Misna |
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| 26/11/2012 Nigeria: Ancora un attentato contro una chiesa, all’interno di una struttura militare |
Sono almeno 10, secondo fonti giornalistiche nigeriane, le persone morte nel doppio attentato che ieri ha scosso la chiesa protestante militare che sorge all’interno del Comando e della scuola delle forze armate nella città di Jaji, non lontano da Kaduna, capoluogo dell’omonimo stato centro-settentrionale nigeriano. Secondo la ricostruzione fornita dal portavoce dell’esercito nigeriano, generale Bola Koleosho, l’esplosione è avvenuta intorno alle 12:30 di ieri orario nigeriano, quando due macchine imbottite di esplosivo si sono lanciate contro la chiesa a distanza di pochi secondi. Secondo molti media locali, il bilancio, che conta anche un numero non specificato ma elevato di feriti, è destinato a salire ulteriormente. Non è neanche chiaro se all’interno della chiesa si trovassero anche dei civili, o vi fosse qualche militare di alto grado. Fonti della sicurezza a Kaduna hanno fatto sapere che fino a ieri sera nessuno aveva ancora rivendicato l’attacco, ma le modalità ricordano quelle molto simili avvenute negli ultimi mesi e successivamente rivendicate dal gruppo noto col nome di Boko Haram. - Atlasweb |
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| 26/11/2012 R. D. Congo: Chiesa denuncia l'indifferenza di media e comunità internazionale sul conflitto in Kivu |
«Le rare informazioni lasciano intendere che si tratti di eventi di poca rilevanza. Ma non è così. La ferita è profonda ed è il cuore della nazione ad essere stato colpito». In una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, mons. Bernard Kasanda, vescovo di Mbuji-Mayi, condanna fermamente l’attuale situazione nella Repubblica Democratica del Congo e l’incapacità della comunità internazionale di contrastare l’invasione del Nord Kivu. Il presule confida alla Fondazione pontificia che non si aspettava una così rapida escalation del conflitto, con la presa di Goma da parte dei ribelli. «Ciò non toglie che quanto accaduto negli ultimi anni, la complicità della comunità internazionale e la scelta del Ruanda come membro del Consiglio di sicurezza nonostante le accuse di violazione dell’integrità territoriale congolese, lasciassero chiaramente intuire un tale sviluppo, ossia l’invasione della parte orientale del Paese». Le immense ricchezze minerarie e i giacimenti di petrolio sono tra le principali cause d’instabilità. E il presule ritiene che «se non si deciderà di agire per fermare la loro avanzata una volta per tutte», i ribelli potrebbero arrivare fino a Bukavu, capoluogo della provincia del Kivu Sud. Secondo mons. Kasanda, le speranze di un intervento sono fiaccate tuttavia dai quattordici anni di presenza Onu, trascorsi senza alcun tipo di risultato. «Le autorità politiche e i Caschi blu hanno continuato a ripetere “state calmi, non abbiate paura e non vi succederà nulla” e ora che i ribelli hanno conquistato l’Est del Paese, non reagiscono. È incomprensibile». Visibilmente turbato dagli eventi, il vescovo rivolge un appello ai media: «La totale indifferenza nei confronti di ciò che stiamo vivendo è in parte dovuta alla cattiva informazione. Le notizie vengono filtrate e ritoccate per perseguire obiettivi precisi. Nessuno comprende la gravità di quanto sta accadendo: la dignità umana è regolarmente calpestata e i congolesi sono ripetutamente e vergognosamente umiliati». (R.P.) - Radio Vaticana |
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| 26/11/2012 R. D. Congo: Ua, pronti a dispiegare forza internazionale neutrale |
L'Unione africana si è dichiarata pronta a dispiegare nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo una "forza internazionale neutrale" per arginare l'offensiva dei ribelli del M23, che la scorsa settimana hanno conquistato la città di Goma, la capitale della provincia del Nord Kivu. L'annuncio è stato data alla stampa dal commissario per la pace e la sicurezza dell'Ua, Ramtane Lamamra, al termine di un vertice straordinario tra i paesi membri che si è tenuto oggi a Addis Abeba, in Etiopia. - Swissinfo |
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| 26/11/2012 R. D. Congo: Scuole deserte a Goma, si attendono le mosse dei ribelli |
“In città regna la calma ma c’è anche un clima d’attesa per l’esito dell’ultimatum dato dai paesi della regione al Movimento del 23 marzo (M23); benché riaperte oggi, le scuole sono rimaste pressoché deserte, la maggior parte degli esercizi commerciali ha invece ripreso a funzionare comprese diverse banche”: raggiunta a Goma, una fonte missionaria della MISNA fa un resoconto della situazione nel capoluogo del Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, dalla scorsa settimana sotto controllo dei ribelli dell’M23. Un vertice dei paesi dei Grandi Laghi tenutosi a Kampala, in Uganda, la scorsa settimana si è concluso con l’approvazione di un piano in diversi punti. Esso, si legge nel documento finale diffuso dalla Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (Cirgl), chiede che “il governo congolese ascolti, valuti e risolva le legittime rivendicazioni dell’M23”; chiede a quest’ultimo di bloccare le sue operazioni militari e di ritirarsi entro lunedì a una distanza di almeno 20 chilometri da Goma. Nel loro documento i capi di Stato della Regione stabiliscono inoltre un controllo misto dell’aeroporto della città (con la presenza di ribelli, militari e truppe internazionali) e affidano la supervisione dell’intero processo ai capi di Stato maggiore di Congo e Rwanda, i quali dovranno a loro volta fare riferimento al capo di Stato maggiore dell’Uganda. “A Goma – riferiscono le fonti missionarie della MISNA – l’M23 appare al momento padrone della situazione e riesce a controllare la città con un numero relativamente esiguo di uomini. I ribelli stanno portando avanti la campagna di reclutamento e indottrinamento cominciata nei giorni scorsi e che sta interessando soprattutto poliziotti ed ex soldati; hanno inoltre liberato un migliaio di prigionieri detenuti nel carcere locale e ora a piede libero, tra cui molti criminali comuni”. Meno chiari sono invece gli sviluppi sul campo di battaglia: dopo aver rinsaldato il controllo di Sake, i ribelli si sarebbero avvicinati a Minova – in direzione di Bukavu – ma la città secondo le stesse fonti risulta ancora sotto controllo delle Forze armate del Congo (Fardc) e non ci sarebbero combattimenti in corso. Sul piano umanitario, le preoccupazioni maggiori riguardano la fornitura di acqua potabile, resa ancora difficile per l’assenza di corrente elettrica e l’impossibilità quindi di utilizzare i sistemi di pompaggio: “La gente prende l’acqua direttamente dal lago – concludono le fonti della MISNA – il personale sanitario sta distribuendo delle pasticche di cloro per cercare di limitare i possibili rischi sotto il profilo sanitario”. - Misna |
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