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03/11/2012 Nigeria: Bbc:Decine di ragazzi massacrati da esercito a Maiduguri

 

Decine di ragazzi sono stati uccisi dalle forze armate nigeriane nella città di Maiduguri, nel nord-est del Paese, ritenuta la roccaforte del gruppo islamico Boko haram. E' quanto hanno denunciato alcuni abitanti alla Bbc. Un portavoce militare di Maiduguri ha dichiarato di non essere al corrente della vicenda, assicurando l'avvio di un'indagine. Un imam ha riferito di circa 11 ragazzi della sua strada uccisi dai militari, tra cui quattro dei suoi figli. Stando al racconto di Malam Aji Mustapha, i soldati avrebbero fatto irruzione dopo la preghiera della mattina di ieri, portando lui e i suoi figli in un campo dove erano già state radunate diverse persone. I militari hanno ordinato di stendersi a terra, hanno avviato un processo di identificazione, portando poi via alcune delle persone interpellate. Quindi si sono uditi colpi di arma da fuoco. - TMNews

 
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03/11/2012 Nigeria: Strage a Maiduguri. Amnesty contro l'esercito: gravi violazioni dei diritti umani

 

In Nigeria la stampa torna a parlare di una possibile trattativa per una tregua tra il governo federale e la setta islamista Boko Haram. Sul terreno, tuttavia, i fatti sono altri: le truppe governative hanno condotto negli ultimi giorni rastrellamenti a Maiduguri, capitale dello Stato federato di Borno, nella Nigeria nord-orientale, dove si ritiene che il movimento Boko Haram abbia il proprio quartier generale. Secondo alcune testimonianze, i soldati hanno intimato agli abitanti di uscire in strada, hanno separato i giovani dagli anziani e hanno ordinato a questi ultimi di rientrare nelle case, per poi fucilare sul posto gli altri: i morti sarebbero almeno 48. Amnesty International nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto in cui denuncia le gravi violazioni dei diritti umani commesse dai militari. - Radio Vaticana

 
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03/11/2012 R. D. Congo: Per una via di pace, lettera aperta all’Unione europea

 

Un cambiamento radicale di linea politica nei confronti di Kigali con una condanna formale e un embargo: a chiederlo sono quattro organizzazioni della società civile congolese e della diaspora in Belgio e in Italia che hanno indirizzato una lettera aperta a Catherine Ashton, Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. La missiva è a firma del Collettivo delle donne congolesi per la pace e la giustizia, Rete pace per il Congo, Dinamica della diaspora congolese in Emilia Romagna e del Gruppo Epifania. Dopo aver evidenziato le responsabilità della classe dirigente congolese e di alcuni operatori economici locali nel riaccendersi della guerra nell’Est del Congo, i firmatari deplorano che “finora i segnali dissuasivi lanciati dalla comunità internazionale nei confronti del regime ruandese siano stati timidi ed incerti”. Un atteggiamento che “non scoraggia minimamente la politica di aggressione attuata dal 1996” da Kigali ai danni della provincia del Nord-Kivu. “Direttamente o indirettamente, tramite gruppi ribelli interposti, il regime ruandese commette atti di guerra d’aggressione contro il Congo, che hanno già causato almeno sei milioni di vittime, violenze e violazioni indicibili” sottolineano le quattro organizzazioni.
Protagonista dell’ultima ondata di violenza, cominciata sette mesi fa, è la ribellione del Movimento del 23 marzo (M23) – la cui ala militare è stata recentemente ribattezzata Esercito rivoluzionario del Congo (Arc) – essenzialmente costituita da ex miliziani del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp, tutsi) del capo latitante Bosco Ntaganda che erano stati integrati nell’esercito regolare dopo gli accordi di pace del 2009. Primi stralci del rapporto definitivo di esperti delle Nazioni Unite, che sarà pubblicato entro la fine del mese, hanno confermato il coinvolgimento politico, militare e logistico del Rwanda e dell’Uganda nella ribellione del M23. Per i firmatari della lettera “è arrivato il momento che l’UE, con una sola voce, prenda decisioni che possano davvero aprire una strada di pace e di giustizia nell’Est della Repubblica democratica del Congo”; suggeriscono anche di “precisare e rafforzare la locale missione Onu (Monusco) invece di organizzare una nuova operazione militare”. Da mesi i paesi dei Grandi Laghi contemplano la possibilità di dispiegare una forza neutrale lungo il confine tra Congo e Rwanda, ma la proposta è lungi dall’essere attuata. Dalla Monusco, la più numerosa e costosa missione Onu al mondo, gli autori della missiva si aspettano “protezione della popolazione civile, salvaguardia dell’integrità territoriale congolese” per “riuscire a imporre la pace”. Consapevoli che “grandi potenze occidentali tirano le fila della guerra in Congo utilizzando territori limitrofi” i sostenitori della causa congolese auspicano un’ “accurata sorveglianza sulla natura dei rapporti economici tra paesi europei, Kinshasa e nazioni vicine”. Un primo provvedimento concreto da parte di Bruxelles potrebbe essere un embargo ai danni di Kigali “sull’importazione di armi”, sulla “cooperazione militare”, sull’esportazione di “minerali derubati in Congo etichettati come ruandesi”, ma anche sugli aiuti bilaterali poiché che il bilancio del paese delle mille colline dipende al 52% dagli aiuti esterni. - Misna

 
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03/11/2012 Somalia: Uganda annuncia ritiro proprie truppe

 

Il governo ugandese ha annunciato il ritiro delle proprie truppe dalla Somalia e dalle altre missioni di pace in Africa per "proteggere i propri confini occidentali da una probabile invasione dell'esercito della Repubblica Democratica del Congo". A riferirlo è stato il premier, Amama Mbabazi, nel corso dell'ultima seduta parlamentare, in risposte alle accuse contenute in un rapporto dell'ONU su un probabile sostegno del governo di Kampala ai ribelli congolesi dell'M23. Mbabazi ha detto che le potenze occidentali non riconoscono il "contributo dell'Uganda per il mantenimento della pace nella regione" e in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, il primo ministro ha risposto duramente alle accuse delle Nazioni Unite: "Perché i figli degli ugandesi dovrebbero continuare a morire? Perché continuare a rischiare ritorsioni da parte degli Shabaab, se in cambio riceviamo solo calunnie da parte del sistema delle Nazioni Unite?", si legge nella nota di protesta. - Swissinfo

 
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03/11/2012 Somalia: 18 giornalisti uccisi da gennaio, dura condanna Onu

 

Dura condanna delle Nazioni Unite per l'ennesimo omicidio di un operatore di media avvenuto martedì scorso in Somalia: si tratta di un giornalista che lavorava per una radio locale. Salgono così a 18 gli operatori dell'informazione assassinati nel Paese da gennaio. "Siamo estremamente allarmati per i continui assalti che operatori media e giornalisti subiscono - ha dichiarato Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu, Navy Pillay - è il più alto bilancio di morti nel settore dopo la Siria". Secondo le Nazioni Unite la Somalia è uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. "Il governo somalo si attivi in maniera urgente per proteggere i giornalisti e gli altri lavoratori del settore media - ha proseguito Colville - in modo che finisca la completa impunità di cui hanno goduto questi killer". Alcuni di questi omicidi vengono attribuiti agli Shabaab, milizia islamica ritenuta il braccio di Al Qaeda nel Corno d'Africa. Altri però vengono inseriti in un contesto di lotte fra fazioni che intendono dividersi il potere nel Paese. - Radio Vaticana

 
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03/11/2012 Sudan: Nuove violenze in Darfur, 13 morti in attacco ribelli

 

Si riaccende la regione sudanese del Darfur. Un gruppo di ribelli ha attaccato il piccolo villaggio di Sigili, uccidendo 13 persone, secondo quanto ha riferito una fonte locale, che è voluta restare anonima per ragioni di sicurezza. La stessa fonte non ha però precisato l'identità della vittime, ma ha riferito che "le violenze, di carattere tribale, hanno visto contrapporre una milizia locale e gli Zaghawa". Il villaggio si trova a circa 30 km a sud-est di Al-Facher, capitale dello Stato del Nord del Darfur. Gli episodi di violenza sono diminuiti negli ultimi mesi in questa tormentata regione del Sudan, teatro da una decina di anni di sanguinosi scontri tra gruppi di tribù autoctone non arabi e il governo centrale di Khartoum. Tuttavia non mancano gli scontri tra fazioni ribelli e l'esercito sudanese, così come gli episodi di banditismo. Secondo stime dell'ONU, almeno 300'000 persone, (10'000 stando al governo di Bashir), hanno perso la vita, in questa regione, dall'inizio del conflitto in Darfur nel 2003. - Swissinfo

 
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03/11/2012 Tunisia: Arrestato imam che aveva incitato salafiti a jihad

 

È stato arrestato, nel primo pomeriggio, l'imam salafita Nasreddine Aloui, che, due giorni fa, nel corso di un talk show, aveva incitato alla jihad i giovani del movimento integralista. Lo riferisce il sito Business News. Contro il religioso, imam della moschea di Nour, di Douar Hicher, ieri mattina era stata aperta una inchiesta per incitamento all'odio. L'arresto di Aloui è stato disposto a poche ore dall'avvio dell'inchiesta da parte della procura generale del tribunale di Tunisi, reclamata a gran voce dalla società civile dopo che il religioso aveva chiamato i salafiti alla guerra santa ed a preparare il sudario prima di affrontare i "miscredenti". L'imam - rivolgendosi al ministro 'nadahouista' dell'interno Laraayedhm, che partecipava al talk show - aveva anche accusato Ennahdha, partito confessionale che guida la maggioranza di governo, d'essere ormai asservito agli Stati Uniti. Aloui aveva preso il posto, alla guida della moschea di Nour, roccaforte dei salafiti di Douar Hicher, dell'imam Aymen Amdouni, ucciso (insieme ad un altro salafita) nell'attacco compiuto contro una caserma della Guardia Nazionale. Ieri, dopo le polemiche scatenate dalla parole di Aloui, il ministero degli affari religiosi ha precisato di non avere mai autorizzato (per come resta nelle sue prerogative) la sua nomina a imam della moschea, facendo intendere che si è trattato di una decisione maturata in seno al movimento salafita e quindi non avallata dal governo. - Swissinfo

 
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03/11/2012 Tunisia: Proteste e violenze, prorogato stato di emergenza

Una proroga dello stato di emergenza di tre mesi, fino al prossimo febbraio, è stata annunciata dal presidente Moncef Marzouki. In vigore da gennaio 2011, in concomitanza con la caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali, lo stato di emergenza attribuisce maggiori poteri di intervento alle forze dell’ordine e all’esercito. La decisione è giunta nel giorno in cui centinaia di agenti di sicurezza hanno protestato per le vie di Tunisi per chiedere al governo ulteriori mezzi per far fronte alla crescente insicurezza alimentata da gruppi radicali salafiti. Il corteo era cominciato dopo i funerali di un collega degli agenti, rimasto ucciso in scontri verificatisi la scorsa settimana nella periferia povera di Douar Hicher.
L’agenzia di stampa ufficiale ‘Tap’ ha precisato che la proroga dello stato di emergenza per tre mesi, invece di un mese solo come accadeva da luglio, è stata proposta dai comandi delle forze di sicurezza e militari che si sono consultati con il capo del governo provvisorio, Hamadi Jebali, e con il presidente dell’Assemblea costituente, Mustapha Ben Jaafar. Epicentro delle violente contestazioni è la zona di Tunisi, dove gruppi salafiti attaccano presidi delle forze dell’ordine e altri simboli del potere come, lo scorso 14 settembre, l’ambasciata degli Stati Uniti; si tratta di manifestazioni con motivazioni sia politiche che economiche.
Il governo, dominato dagli islamici moderati di Ennahda, ha ribadito la propria determinazione a lottare contro questo tipo di violenze che “minacciano la pace sociale”, facendo ricorso “a tutti gli strumenti autorizzati dalla legge”. C’è chi nella maggioranza minimizza i problemi di insicurezza: “Nonostante le proteste e gli incidenti che possono accadere, la sicurezza è migliorata dopo la fine della rivoluzione (…) e non si può parlare di regressione” ha dichiarato Souad Abderahim, una deputata di Ennahada. Ma forze di opposizione e organizzazioni della società civile accusano le autorità di “lassismo” e perfino di “compiacenza” con i salafiti. La proroga dello stato di emergenza per un periodo di tre mesi “è la prova di un fallimento” secondo Ahmed Brahim, presidente del partito Al Massar. La preghiera del venerdì è spesso considerata giornata ‘a rischio’ poiché spesso accompagnata da proteste indette dai musulmani radicali; oggi, per altro, sarà sepolto un giovane salafita ucciso la scorsa settimana in scontri con le forze di sicurezza. - Misna

 
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01/11/2012 Ciad: Gli studenti cattolici chiedono di riconsiderare l?espulsione di Mons. Russo

L’associazione degli studenti cattolici del Ciad (Jeunesse étudiante catholique - JEC) ha chiesto al governo di N’Djamena di riconsiderare l’espulsione dal Paese di Sua Ecc. Mons. Michele Russo, Vescovi di Doba, a causa di una sua predica, trasmessa via radio, nella quale si criticava la gestione delle entrate petrolifere del Paese. Il relatore generale della JEC, Grégoire Djimsangar, in un’intervista a Radio France International (RFI) ha invitato i leader religiosi di ogni confessione e la comunità nazionale e internazionale a sostenere il Vescovo. “Tutto quello che Mons. Russo ha detto è vero - ha affermato l’esponente della JEC -. Se voi fate un giro nel sud del Ciad, constaterete l’impatto negativo, soprattutto dal punto di vista ambientale, provocato dallo sfruttamento del petrolio. La popolazione è estremamente povera. Si sono costruite alcune scuole, ma per il resto non c’è nulla”. Il Ciad esporta 120.000 barili di petrolio al giorno tramite un oleodotto che è stato costruito con i fondi concessi da alcuni organismi internazionali sulla base dell’impegno da parte delle autorità locali di investire il 70% delle entrate petrolifere in progetti per ridurre la povertà. Un impegno che è stato in gran parte disatteso, secondo le inchieste condotte da diversi organismi internazionali, che dimostrano come con i fondi del petrolio si siano comprate armi al posto di avviare progetti di sviluppo - Ag. Fides

 
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01/11/2012 Guinea Bissau: Espulso corrispondente radiotelevisione portoghese

Il governo ha ordinato l’espulsione del capo dell’ufficio di corrispondenza della Radio-televisione portoghese (Rtp) in Guinea Bissau, accusandolo di aver dato un’immagine negativa dei cambiamenti politici seguiti al golpe militare di aprile: lo dicono fonti della MISNA, che preferiscono restare anonime. Fernando Gomes, questo il nome del giornalista, dovrà lasciare il paese entro sette giorni. Secondo funzionari del ministero per le Comunicazioni, all’origine del provvedimento ci sarebbero reportage “ostili” nei confronti del governo entrato in carica dopo il golpe che ha rovesciato il primo ministro Carlos Gomes Junior. Le fonti della MISNA sottolineano che la decisione di espellere il corrispondente della Rtp potrebbe essere collegata al sostegno garantito dal Portogallo a Carlos Junior, da alcuni mesi in esilio a Lisbona. Il Portogallo, del resto, è stato accusato di aver appoggiato un presunto tentativo di colpo di Stato il 21 ottobre. La Guinea Bissau è uno dei paesi africani dove i golpe militari sono stati più frequenti. L’ultimo ha portato alla nascita di un esecutivo di transizione riconosciuto dalla Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao) ma non dalla comunità internazionale nel suo complesso. - Misna

 
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