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18/11/2012 Kenya: Nuovo forte appello dei vescovi per le elezioni generali del 4 marzo 2013

Impegnarsi per uno scrutinio corretto, pacifico e trasparente e scegliere candidati degni di assumere l’incarico di governare. E’ il nuovo appello rivolto ai cittadini keniani dai vescovi del Paese in vista delle prossime elezioni politiche, fissate per il 4 marzo 2013. In una dichiarazione diffusa al termine della loro recente assemblea plenaria a Kabula, i presuli esprimono preoccupazione per la situazione del Paese nell’approssimarsi dell’importante appuntamento elettorale, il primo dopo il varo della nuova Costituzione. Per cominciare, i vescovi chiedono il rispetto delle scadenze per garantire a tutti i cittadini la possibilità di iscriversi nel nuovo registro elettorale e quindi di partecipare al voto. Ma a preoccupare l’episcopato è soprattutto la scelta dei candidati: “Non possiamo aspettarci nessuna buona leadership da persone la cui integrità morale è compromessa”, ammoniscono. Per i vescovi i candidati indegni di assumere un incarico pubblico sono: persone che non hanno alcun rispetto per Dio; che non rispettano la legge; condannate per corruzione e altri reati connessi; persone che predicano la violenza e l’odio; coinvolte nel traffico di stupefacenti e in altre attività illecite o che inducono altre a commettere reati e persone che cambiano continuamente posizione su importanti questioni di interesse nazionale. La nota denuncia poi il crescente clima di insicurezza e violenza, alimentata anche dall’eccessiva circolazione di armi, che in questi ultimi tempi colpisce in modo particolare la comunità cristiana, vittima di ripetuti attacchi terroristici contro chiese e persone. I presuli si rivolgono quindi alle forze dell’ordine affinché combattano in modo più energico le violenze e la criminalità e si appellano alla correttezza della magistratura. Quanto ai partiti, i vescovi keniani si dicono preoccupati dalle alleanze elettorali che si stanno profilando che rispondono solo a “logiche tribali” ed esortano quindi i leader politici “a non costituire gruppi che isolano alcune comunità dal resto del Paese”. Un’esortazione speciale viene poi rivolta ai giovani affinché non si facciano “manipolare da individui mossi solo da interessi egoistici contro i loro concittadini”. Infine, l’appello “a tutti i keniani e alle persone di buona volontà affinché contribuiscano a un voto pacifico. Facciamo in modoconcludono - che la nostra fede in Dio si manifesti nelle nostre decisioni, in particolare in queste elezioni generali perché possa esserci una transizione serena e un Kenya prospero e timoroso di Dio”. La Conferenza episcopale del Kenya ha rivolto ripetuti appelli affinché il Paese non riviva più la drammatica esperienza delle elezioni del 2008 finite nel sangue. L’ultimo risale a una lettera pastorale pubblicata lo scorso mese di aprile. (L.Z.) - Radio Vaticana

 

 
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18/11/2012 Mali: Governo apre al dialogo con i ribelli. La voce di un missionario

Dialogo "inevitabile" con i ribelli islamici e i tuareg che occupano in armi il nord del Mali. Così il premier del Paese africano, Modibo, ha definito la necessità del confronto con le forze musulmane di ansar Dine e quelle del Movimento nazionale di liberazione dell'Azawad (Mnla), che stanno alimentando un sanguinoso scontro con l'esercito regolare. Intanto, si chiude oggi pomeriggio, presso la Chiesa del Gesù a Roma, una mostra fotografica dal titolo “Spezziamo le catene”, realizzata dalla rivista “Africa” dei Padri Bianchi. La mostra nasce nel ricordo della campagna antischiavista promossa 125 anni fa dal fondatore dell’ordine dei Missionari d’Africa, il cardinale Charles Lavigerie e intende sottolineare il perdurare di forme di schiavitù, anche nel XXI secolo, pur se in forme diverse rispetto al passato. Ma come si attua l’azione dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche nei Paesi in cui essi sono presenti? Lucas Duran ha raccolto la testimonianza di padre Alberto Rovelli, per anni missionario a Gao, nel nord del Mali, che racconta come erano i rapporti dei religiosi con la popolazione, in larga parte musulmana, prima che la situazione degenerasse:
R. – Bellissimi, perché c’era davvero la ricerca di approfondimento, in fondo anche da parte loro, della fede. Ricordoeravamo nel 1998 – iniziava già a manifestarsi l'ala intransigente dell’islam e un maliano viene a rammaricarsi con noi, dicendo: “Ma quelli, non ci salutano nemmeno, ci umiliano, ci dicono che noi non siamo nemmeno credentiNoi ce la intendiamo bene con voi Padri, perché ci rispettate”.
D. – Che effetto le fa vedere la situazione odierna, in particolare nel nord del Mali?
R. – Da un lato, mi fa tristezza perché quel dialogo che c’era, quella convivenza e anche la collaborazione per far fronte alle difficoltà della vita, sono ora tutto sospese. Tutto è distrutto... E' distrutto il dispensario, che forniva 5-6 mila consultazioni l’anno. Con la Caritas, poi, avevamo avviato progetti di sviluppo per le oasi nel deserto… Ora tutto è fermo, tutto è bloccato, finito, anzi proprio distrutto, addirittura.
D. – Tra l’altro, voi stessi Padri Bianchi siete dovuti andar via dalle zone nelle quali eravate. Ha avuto modo, anche in questo ultimo periodo, di avere contatti con gli abitanti con cui avevate rapporti di conoscenza?
R. – Via telefono, sì.
D. – Che hanno detto?
R. – Sperano che si possa tornare al più presto. Uno ha detto: “Venite presto, noi vi conosciamo, con voi possiamo vivere perché ci rispettate. Questa gente qui, invece, arriva, ci tratta come se fossimo pagani, gente che non crede a niente… Ci offrono denaro e se non lo prendiamo addirittura ci bastonano!”.
D. – Nell’ipotesi – speriamo effettiva – che la situazione torni migliore nella zona del nord del Mali, è vostra intenzione, dei Padri Bianchi, di tornare?
R. – Sì, io ho parlato con il vescovo di Ségou – era l’ultimo vescovo con il quale ho lavorato – che ha detto: “No, non si può mica abbandonare il nord, anzi!”. Quindi, in loro c’è questa volontà. Speriamo che torni una certa calma. Ciò che mi preoccupa è soprattutto il modo con il quale si pretende di mettere pace lì, al nord. Non credo sia una soluzione militare quella da ricercare, quella da seguire. Non mi sembra che certe idee si possano combattere con le armi, ma con altre idee buone, appunto, che possiamo cambiare soltanto proponendo davvero un’idea ancora migliore, un’idea da un lato più umana ma poi piena di fede. - Radio Vaticana

 

 

 
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18/11/2012 R. D. Congo: Da Goma: qui siamo in guerra!

15 novembre- All’alba, a Kibumba i soldati congolesi respingono un attacco dei ribelli del Movimento 23 (M23). C’è euforia tra i congolesi, si sentono forti!
16 e 17 novembre - I ribelli replicano con l’aiuto di soldati rwandesi che attraversano il confine attraverso posti frontalieri minori.
Domenica 18 novembre - Nuovo attacco a Kibati a 17 km d Goma, le truppe rwandesi e i ribelli hanno il sopravvento e forse stanno già dirigendosi su Goma. Sono le 16 mentre scrivo e sento dgli spari a cento metri da qui.  Al mattino vado a Ngangi per la Messa domenicale. Incrocio una colonna di fuggiaschi dalla guerra: portano le loro masserizie avvolte in sacchi bianchi, i materassi, i bidoni gialli, le pentole e il tegame. È tutto quello che hanno! Tutti portano qualcosa. Arrivo a Ngangi, dai Salesiani, e trovo un gran gruppo di sfollati arrivati a Goma fuggendo da Kibumba, a circa 20 km di distanza. Sono prevalentemente mamme e bambini. Ho letto la paura nei loro occhi, lo sgomento, il panico, il sentimento dello sconforto. Occhi tristi, volti incapaci di esprimere un sorriso ma chi lo potrebbe ridere?. Qualche fanciullo in tenera età accenna a un sorriso, posso avvicinarmi, stringere la mano, dire qualche parola alle loro mamme, una donna è coricata tra due sacchi come guanciali. Molti stanno arrivando e si dirigono a Mugunga, dove già sono presenti 300.000 sfollati. Un’apocalisse!
Rientrando da Ngangi, scorgo tre camion carichi di soldati congolesi che fuggono dal fronte, con loro altre due jeep. Una fiumana di sfollati ha imboccato la stessa strada che devo percorrere, vanno tutti verso Mugunga. Non ho mai avuto l’impatto di un esodo di questo genere: vederlo in televisione o nei giornali non è la stessa cosa che averlo sotto gli occhi e toccarlo dal vivo. Tutti camminano curvati sotto il peso delle masserizie, è l’immagine del Congo curvato sotto le conseguenze disastrose di una guerra senza fine. Qui siamo in guerra! – Africa, nostra corrispondenza da Goma

 
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18/11/2012 R. D. Congo: Ribelli alle porte di Goma

I combattimenti nella Repubblica democratica del Congo stanno portando a sviluppi insolitamente rapidi. I ribelli del Movimento del 23 marzo, che da giovedì si scontrano con le truppe governative dopo tre mesi di relativa calma, sarebbero ormai alle porte di Goma. Migliaia di civili sono in fuga. Molti militari e rappresentanti delle autorità sono già scappati dalla città, capitale regionale della provincia del Nord Kivu, verso Bukavu, distante un’ottantina di chilometri. Anche i Caschi blu sarebbero stati costretti alla ritirata. In precedenza gli insorti avevano minacciato ritorsioni contro la missione delle Nazioni Unite, se avesse continuato ad appoggiare l’esercito. Venerdì il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunito in seduta d’emergenza, aveva chiesto alle parti di sospendere gli scontri. - Euronews

 
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18/11/2012 Somalia: Da non-Stato a paese corteggiato, ministri degli Esteri in fila

In due visite distinte, il ministro degli Esteri della Turchia Ahmet Davutoglu e il suo omologo dell’Iran Ali Akbar Salehi si sono recati nella capitale somala, in modo da segnalare il lento ma progressivo ritorno alla normalità nel paese del Corno d’Africa. Le visite dei capi della diplomazia turca ed iraniana seguono quelle nelle settimane scorse effettuate dall’italiano Giulio Terzi e dal sottosegretario britannico Mark Simmonds. L’iraniano Salehi ha incontrato il presidente Hassan Sheikh Mohammud e annunciato nel corso della successiva conferenza stampa svoltasi nell’aeroporto di Mogadiscio che il governo di Teheran riaprirà nelle prossime settimane la propria rappresentanza diplomatica di Mogadiscio, chiusa più di vent’anni fa per motivi di sicurezza. Davutoglu ha invece annunciato che la Turchia, che è stata uno dei primi paesi a riaprire la propria ambasciata a Mogadiscio dopo il collasso del governo nazionale nel 1991 insieme a Gibuti, Etiopia, Sudan e Yemen, si impegnerà per ricostruire la sede del parlamento ed altre infrastrutture in Somalia. La Turchia è tra i paesi che sta investendo maggiormente a Mogadiscio, dopo aver concesso fondi per la ricostruzione di strade ed edifici, mentre la compagnia aerea di bandiera Turkish Airlines ha ricominciato ad operare voli diretti tra la capitale somala ed Istanbul da marzo.* Michele Vollaro - Atlasweb

 

 
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17/11/2012 Africa: Una lega degli ulema per la pace nel Sahel

 

“Sensibilizzare le popolazioni contro i discorsi estremisti” predicati da alcuni movimenti radicali: è l’obiettivo della “Lega degli ulema dei paesi del Sahel” la cui nascita è stata annunciata ieri ad Algeri. La neonata organizzazione raggruppa teologi e imam dell’Algeria, del Mali, del Niger, della Nigeria e della Mauritania, mossi dall’intento di coordinare gli sforzi per contribuire al ripristino della pace nella regione, teatro di forti tensioni. “L’idea di creare la Lega degli ulema è maturata durante diversi incontri avuti nei luoghi sacri, mentre discutevamo di giurisprudenza nel rito malikita e del hadj. Si è parlato dei problemi di sicurezza, dell’instabilità, dei sequestri di persona e dei traffici di ogni genere” ha detto, nella presentazione alla stampa algerina, El-Hadj Mohamed Hossein, ulema del Niger. I dotti della fede musulmana, di ritorno dalla Mecca, hanno sottolineato che tali problemi sono dettati “dall’estremismo, dal nazionalismo fanatico, dalla cattiva interpretazione dei testi della religione islamica, basata sulla tolleranza e sulla commutazione tra tutte le società” ha precisato Hossein. Crimini commessi nel nome dell’Islam sono stati condannati con estrema fermezza dai fondatori della Lega degli ulema del Sahel, che auspicano una soluzione al dramma del Mali, e del resto della regione, attraverso il dialogo piuttosto che con la forza. * Celine Camoin  - Atlasweb

 
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17/11/2012 Mali: Crisi nel nord: scontri nella regione di Gao

 

Scontri tra combattenti di gruppi armati opposti che si contendono il controllo del nord del Mali sono in corso in queste ore nella regione di Gao. A scontrasi sono stati nuovamente il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), di matrice tuareg, e il Movimento per l’unità del Jihad in Africa occidentale (Mujao), di ispirazione islamica. Riferiti da fonti diverse e concordanti, gli scontri sono avvenuti nella zona di Ansongo, ma sulla dinamica dei fatti le ricostruzioni divergono. Secondo una prima versione, l’Mnla ha avviato un’offensiva per rientrare a Gao, città da cui era stata respinta lo scorso giugno proprio dal Mujao dopo un primo periodo di convivenza. Questa versione è quella riferita da un esponente dei vertici dell’Mnla, Moussa ag Assarid. Secondo dichiarazioni fatte invece da un portavoce del Mujao, Oumar Ould Hamah, sarebbero stati gli islamisti ad attaccare una postazione dell’Mnla ad Ansongo, località che si trova a metà strada tra Gao e la roccaforte tuareg di Menaka. Gli scontri sopraggiungono in un momento in cui l’Mnla (e Ansar al Din, altro gruppo ribelle del nord) ha aperto alla possibilità di trattative con il governo di Bamako e alla luce di movimenti internazionali per l’invio di una missione militare interafricana. - Misna

 
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17/11/2012 Mali: Aqmi arresta decine di donne non velate a Timbuctù

Decine di donne non velate sono state arrestate nelle loro case, nelle ultime ore, a Timbuctù, nel nord est del Mali, dagli islamisti membri di al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) che occupano la città. Lo ha appreso l'Afp da testimoni. "Decine di donne sono state arrestate fra ieri e oggi dall'Aqmi per non aver indossato il velo. Gli islamisti sono entrati nelle case per arrestare le donne non velate", ha dichiarato un consigliere di Timbuctù. Un altro abitante della città ha confermato la notizia affermando che gli arresti proseguivano. (con fonte Afp) - TMNews

 
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17/11/2012 Niger: Mali e uranio, le ‘conquiste’ francesi del presidente

“C’è una perfetta identità di vedute con il presidente François Hollande. Ci sono tutti gli elementi per andare a liberare il Nord del Mali, ristabilire l’integrità territoriale e creare le condizioni di un ritorno alla democrazia”: lo ha detto il presidente nigerino Mahamadou Issoufou al termine di un colloquio all’Eliseo con il suo omologo francese. La crisi in atto dall’inizio dell’anno nel confinante Mali è stata al centro dell’incontro tra i due capi di stato, i cui paesi saranno coinvolti nell’intervento militare deciso dalla Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas).  “Abbiamo maturato una lunga riflessione sull’operazione armata. Il piano è stato ben definito (…) Ora ci auguriamo che venga approvato quanto prima dal Consiglio di sicurezza dell’Onu” ha aggiunto il presidente del Niger, che contribuirà all’intervento con 500 soldati. Da canto suo la presidenza francese ha confermato il sostegno “di una missione europea all’esercito maliano per la formazione e l’equipaggiamento delle truppe di Bamako affinché possano essere protagoniste in prima fila nella liberazione del loro paese”. Sia Issoufou che Hollande hanno insistito sulla “necessità” di un dialogo diretto tra il governo di transizione maliano e tutti quei rappresentanti delle popolazioni del Nord “che rinunceranno all’applicazione della sharia e rispetteranno l’integrità territoriale della nazione”. Da dieci giorni colloqui sono in corso a Ouagadougou tra i mediatori burkinabè della Cedeao, gli islamici maliani di Ansar Al Din e i tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla).
L’altro argomento sensibile che ha dominato l’incontro tenutosi ieri all’Eliseo è stato il partenariato economico tra Niamey e Parigi, in particolare lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte della multinazionale francese Areva. Una risorsa che, finora, secondo le autorità di Niamey ha soltanto contribuito al 5% delle entrate fiscali dello Stato mentre il paese è uno dei principali produttori mondiali del minerale. Presente in Niger da oltre 40 anni, Areva ha già sfruttato le miniere di Arlit e Akokan (nord) e prevede di dare il via entro la fine del 2013 alle attività di Imouraren, la più importante miniera a cielo aperto in Africa occidentale e seconda al mondo. Ciononostante la stragrande maggioranza della popolazione sopravvive in condizioni di estrema povertà e deve fare i conti con servizi pubblici e infrastrutture carenti. “Le due parti sono determinate a proseguire il partenariato strategico in una prospettiva equilibrata. Siamo venuti qui per stabilire un partenariato tra pari” ha assicurato il presidente Issoufou, in carica da aprile 2011 ma che di recente ha dovuto far fronte a crescenti proteste sociali. Da Parigi le autorità nigerine sono ripartite con un contributo finanziario decisivo dei donatori per l’attuazione dell’ambizioso progetto nazionale di sviluppo economico e sociale, dal costo stimato in 12 miliardi di dollari per il triennio 2012-2015. Il mese scorso il ministro delle Miniere Omar Tchiana ha fatto notare che “negli ultimi decenni abbiamo già perso miliardi di franchi Cfa che sarebbero potuti andare allo sviluppo del nostro paese. Areva è un partner strategico ma il nostro è un partenariato squilibrato”. Il ministro ha anche annunciato che le autorità nigerine “rivedranno i contratti di sfruttamento anche nei settori del petrolio e dell’oro”. Dallo scorso novembre il paese del Sahel è anche diventato produttore di petrolio e ha aperto la sua prima raffineria a Zinder (centro-est). Il contratto di produzione e di trasformazione del greggio attribuisce il 40% al Niger e il 60% alla China National Petroleum Corp (Cnpc), una società pubblica cinese. - Misna

 
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17/11/2012 R. D. Congo: Afflusso di sfollati verso Goma, l’allarme delle donne

 

Sarebbero fermi sulle proprie posizioni i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) e le forze armate regolari congolesi dopo gli intensi scontri che si sono verificati ieri a Kibumba, 30 chilometri a nord di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu (est). “Per fortuna da stamattina la situazione è calma, ma ieri abbiamo vissuto ore di angoscia. Gli scontri sono durati diverse ore e qui in città la gente si è rifugiata nella propria abitazione temendo il peggio. Oggi la popolazione è tornata a lavorare, i bambini sono a scuola e la circolazione è regolare. Tutto sembra normale ma in realtà non è così. La tensione è palpabile” dice alla MISNA dal capoluogo provinciale Maman Gogo, presidente del Collettivo delle associazioni femminili per lo sviluppo (Cafed). Alle porte di Goma nelle ultime ore sono arrivati centinaia di sfollati in fuga da Kibumba mentre altre centinaia di civili sarebbero rimasti bloccati nella zona degli scontri. “Sono arrivate molte donne con bambini ma anche bambini da soli. Erano a scuola durante i combattimenti e sono scappati via. Molti di loro vestono l’uniforme blu e bianco degli alunni” ha raccontato Jean-Claude Bambanze, presidente della società civile di Rutshuru in visita al campo di Kanyarucinya, che già ospita 57.000 sfollati arrivati in ondate successive a partire dallo scorso luglio. La registrazione degli ultimi arrivati, che hanno portato con capi di bestiame, è in corso ma fonti umanitarie sul posto hanno avvertito che scarseggia l’acqua.  “Se finora Goma non è stata colpita direttamente dai combattimenti, sta già pagando un prezzo elevato per il riaccendersi delle violenze. La sua popolazione, che vive già in condizioni di miseria, deve sostenere l’emergenza umanitaria che si è creata. Centinaia di famiglie stanno ospitando parenti e amici in fuga dai teatri di guerra con le quali condividono cibo e altre risorse di prima necessità sempre più rare e costose” prosegue l’interlocutrice della MISNA. La chiusura dei posti di confine con il Rwanda e l’Uganda, in particolare quello di Bunagana, sta complicando il transito delle merci. “Per Kitumba transita una strada, l’unica percorribile dai camion che trasportano viveri verso Goma. Se gli scontri dovessero riprendere la circolazione sarà bloccata e questo vuol dire che qui non arriverà più nulla mentre siamo sempre più numerosi” teme Maman Gogo.
A nome di tutte le donne di Goma, l’attivista chiede alle autorità di Kinshasa di assumersi le proprie responsabilità per “adempiere al proprio dovere di protezione dei civili e di tutte le popolazioni costrette a scappare”, augurandosi un “potenziamento delle truppe regolari”. Guardando oltre i confini della Repubblica democratica del Congo, la presidente del Cafed lancia un appello alla comunità internazionale “che deve mobilitarsi con decisione e coraggio per trovare una soluzione definitiva a una guerre che dura fin troppo e rischia di far implodere l’intera regione dei Grandi Laghi”. - Misna

 
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