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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 12/07/2011 Egitto: Corteo al Cairo chiede fine regime militare |
Un migliaio di manifestanti è sfilato per le strade del centro del Cairo per recarsi alla sede del Consiglio dei ministri egiziano per chiedere le dimissioni del capo del Consiglio supremo delle forze armate Hussein Tantawi. I manifestanti, che stanno ritornando alla vicina piazza Tahrir, scandiscono slogan come "il popolo vuole la caduta del maresciallo", "il popolo vuole la fine del regime militare", "Tantawi figlio di Mubarak, la prigione di Tora ti aspetta", riferendosi al carcere dove sono detenuti molti esponenti dell'ex regime, fra i quali i due figli dell'ex rais, Gamal e Alaa. - Swissinfo |
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| 12/07/2011 Egitto: Militari, non rinunceremo a nostro ruolo gestione |
Il Consiglio supremo delle forze armate "non rinuncerà al suo ruolo nella gestione dell'Egitto". È quanto si legge in un comunicato dell'organismo che dirige il paese dalla caduta di Hosni Mubarak, nel quale si mette in guardia dai "pericoli che mettono a rischio l'interesse dello Stato", rappresentati in particolare da "manifestazioni che si allontanano dalla linea pacifica". Il comunicato ribadisce l'impegno delle forze armate a seguire le tappe della transizione e cioè elezioni legislative, elaborazione di una Costituzione, presidenziali e "consegna del paese nelle mani di un potere civile legittimo". I militari confermano il loro sostegno al premier Essam Sharaf e al dialogo con i giovani della rivoluzione. Da cinque giorni centinaia di manifestanti presidiano piazza Tahrir chiedendo maggiori riforme e processi rapidi degli esponenti del vecchio regime. - Swissinfo |
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| 12/07/2011 Libia: Primo ministro, pronti a negoziati senza condizioni |
"Siamo pronti a negoziare senza condizioni": lo afferma in un'intervista pubblicata questa mattina sul quotidiano "Le Figaro" il primo ministro libico, Baghdadi al-Mahmoudi, aggiungendo: "Vogliamo semplicemente che cessino i bombardamenti e che si possa discutere in un clima sereno". E ancora: "Non possiamo parlare sotto alle bombe". Il premier sottolinea quindi che "non abbiamo alcuna difficoltà a parlare con degli esponenti del CNT (i ribelli del Consiglio Nazionale di Transizione, ndr). Ci conosciamo bene, alcuni erano anche al governo non tanto tempo fa". "In Libia - aggiunge - i legami restano molto tribali, possiamo risolvere molto rapidamente le controversie tra di noi. Se i bombardamenti cessano, possiamo molto rapidamente arrivare a un compromesso, ne sono certo". Al-Mahmoudi ha anche lasciato intendere che eventuali negoziati fra il potere e i ribelli, con la partecipazione dei paesi della NATO coinvolti, potrebbero svolgersi senza la partecipazione di Muammar Gheddafi. Il colonnello, ha detto il primo ministro nell'intervista al giornale francese, "non interverrà in queste discussioni. Tutto dev'essere libero". - Swissinfo |
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| 12/07/2011 Nigeria: Dopo attentati e minacce, chiude università di Maiduguri |
Non potendo più garantire l’incolumità dei suoi 35.000 studenti, l’Università pubblica di Maiduguri, capitale dello Stato federale di Borno (nord-est), chiude le porte del suo campus per un periodo indeterminato. Lo ha annunciato il portavoce dell’ateneo, Ahmed Mohammed, riferendo di due lettere attribuite alla setta religiosa estremista ‘Boko haram’, che da settimane sferra attacchi contro la città settentrionale, nella quale il gruppo paventa la minaccia di due attentati contro l’università. Già da stamani centinaia di studenti hanno lasciato la facoltà per raggiungere la propria famiglia mentre il quotidiano ‘Vanguard’ riferisce dell’esplosione di due ordigni lungo la Baga Road, al centro di Maiduguri. Boko Haram, setta estremista localizzata nel nord-est dello stato di Borno, ha negli ultimi mesi scatenato una violenta azione dinamitarda con attentati mirati ai danni di dirigenti locali, forze di polizia e rappresentanti religiosi. Lo scorso mese ha assunto la responsabilità dell’attacco contro il quartier generale della polizia nella capitale Abuja che ha provocato la morte di dieci poliziotti e ingenti danni alle strutture. Il governo federale di Abuja ha fatto scattare una massiccia operazione congiunta di polizia ed esercito nel nord della Nigeria che ha portato alla cattura di un centinaio di presunti appartenenti al gruppo. La scorsa settimana le autorità locali avevano vietato la circolazione delle motociclette per le strade di Maiduguri per prevenire attentati sferrati dalla setta che ha spesso ricorso a questo mezzo guidato dai loro affiliati che poi si fanno esplodere contro il loro bersaglio. - Misna |
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| 12/07/2011 Somalia: Terrorismo: base Cia con aeroporto e prigione |
In Somalia la Cia disporrebbe di proprie strutture segrete, utilizzate nella lotta contro il terrorismo: lo scrive il settimanale progressista americano 'The Nation', citando proprie fonti riservate, secondo cui perno della presenza della Central Intelligence Agency nel Paese del Corno d'Africa sarebbe una 'vasta struttura fortificata' costituita da oltre una decina di edifici protetti da alti muraglioni, dotata di un proprio aeroporto e sorvegliata da soldati somali, ma con ogni eventuale accesso controllato esclusivamente da personale Usa; sarebbe situata in un punto imprecisato lungo la costa affacciata sull'Oceano Indiano. A Mogadiscio la Cia si servirebbe inoltre di una prigione ricavata nei sotterranei del quartier generale dell'Agenzia somala per la Sicurezza Nazionale, che formalmente ne e' la titolare, ma i cui agenti sarebbero pagati dall'intelligence statunitense, che sarebbe inoltre l'unica responsabile degli interrogatori dei detenuti . – la Repubblica |
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| 12/07/2011 Sud Sudan: Mons. Kussala: serve un grande aiuto per creare un buon governo |
È stata definita “miracolosa” l’indipendenza del Sud Sudan da mons. Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo nella diocesi di Tombura-Yambio. “Finalmente s’intravede una nuova speranza per una nazione che ha vissuto 20 lunghi anni di guerra civile”, spiega il presule, esortando ora a “perseguire la via della libertà e del rispetto”. “Dobbiamo cogliere - ha detto - la straordinaria opportunità di una pace durevole con i nostri vicini e con il mondo intero”. Il vescovo è, altresì, cosciente delle prove che il Paese dovrà affrontare per fronteggiare l’estrema povertà e i numerosi scontri che continuano a verificarsi. Solo tra il distretto di Abyei ed il Kodofan, 170mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, come riporta l’agenzia Sir. Fondamentale è quindi il ruolo delle associazioni umanitarie internazionali, tra le quali Acs (Aiuto alla Chiesa che soffre). Il nuovo Stato è ancora molto fragile e privo d’istituzioni affidabili e trasparenti”, osserva ancora il vescovo Kussala. Per questo c’è “bisogno di tutto l’aiuto possibile per creare un buon governo”. (G.I.) - Radio Vaticana |
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| 12/07/2011 Sud Sudan: DA KHARTOUM ALLE MULTINAZIONALI, I NODI DEL PETROLIO |
Economia e politica Primo Piano Gli ufficiali di Khartoum cacciarono i pastori e firmarono i contratti. Distretto di Paluich, riva orientale del Nilo Bianco. Venti anni dopo la guerra è finita, ma restano migliaia di sfollati e accordi tutti da capire. Il Sud Sudan indipendente ricomincia da qui. “Il petrolio può esser davvero un grosso guaio” sospira il professor Leben Moro, un esperto di questioni energetiche che insegna al Centro per la pace e lo sviluppo dell’Università di Juba. La decisione di allontanare i pastori delle comunità dinka fu presa alla metà degli anni ’90, quando l’esercito di Khartoum controllava gran parte dei territori dove nel 1978 la statunitense Chevron aveva scoperto l’“oro nero”. Per le mucche dalle lunghe corna e per i mandriani neri come l’ebano non ci fu nulla da fare: bisognava far spazio all’aeroporto della Petronas e della China National Petroleum Corporation (Cnpc), i petrolieri arrivati dall’Asia proprietari dell’81% del consorzio che sfrutta i pozzi. Ora che i militari di Khartoum se ne sono andati e che la festa di sabato per l’indipendenza ha concluso il periodo di transizione previsto dagli accordi di pace del 2005, quel petrolio è affare del Sud Sudan. Almeno, avverte il professor Moro, così dovrebbe essere d’ora in avanti. Sulla base delle intese di sei anni fa i proventi delle esportazioni del greggio avrebbero dovuto essere divisi a metà tra Nord e Sud. Khartoum, però, non ha mai fatto vedere i contratti e grazie al monopolio delle raffinerie e degli oleodotti che puntano al Mar Rosso ha imposto le sue quote. Secondo l’organizzazione non governativa inglese Global Witness, i patti non sono mai stati rispettati: tra le cifre di Khartoum e quelle della Cnpc ci sarebbe una voragine che inghiotte tra il 9 e il 26% del valore delle vendite. “Per prima cosa bisognerà acquisire i contratti – sottolinea Moro – e soltanto dopo si potranno valutare revisioni”. In gioco c’è il futuro del Sud Sudan, un paese dove nove persone su dieci vivono con meno di un dollaro al giorno e dove il greggio vale il 98% del bilancio dello Stato. Ma la partita interessa anche Khartoum, fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio, e grandi potenze come Cina e Stati Uniti. Oggi la produzione del Sudan supera i 500.000 barili al giorno, nel 60% dei casi acquistati dai cinesi. Secondo il ministero delle Finanze di Khartoum, il 73% delle riserve si trova al Sud, il 26% al Nord e l’1% in aree contese. Oltre alla Cnpc e alla Petronas, a pompare dai pozzi sono la Sudapet di Khartoum e la francese Total, titolare dal 1980 di una concessione su una fetta di territorio sterminata, coincidente più o meno con i confini della regione di Jonglei. Proprio al contratto della Total ha fatto riferimento la settimana scorsa il ministro sud-sudanese per l’Energia, Garang Diing Akuong, quando ha detto che il suo governo è pronto a rivedere o addirittura revocare alcune delle concessioni accordate da Khartoum prima o durante il conflitto. I francesi, questa la tesi del ministro, non hanno ripreso la produzione nonostante la guerra sia finita da un pezzo e le condizioni di sicurezza a Jonglei siano migliorate. L’obiettivo del governo sarebbe garantire non solo i margini di profitto degli investitori stranieri ma anche le esigenze dello sviluppo economico e sociale. “I proventi delle esportazioni potrebbero finanziare la realizzazione di infrastrutture essenziali” dice alla MISNA Ernst Hogendoorn, responsabile per l’Africa orientale del centro studi International Crisis Group. A rafforzare il potere negoziale del Sud Sudan potrebbe essere un ritorno delle società americane andate via negli anni ’90, quando i bombardamenti e le stragi di civili avevano reso impopolare fare affari in questo pezzo d’Africa. “La Cina continuerà a essere il principale partner commerciale – sostiene Hogendoorn – ma anche gli Stati Uniti avranno un ruolo importante”. Stando a un cablo diplomatico pubblicato alcuni mesi fa dal sito investigativo “Wikileaks”, l’amministrazione americana finanzia l’esercito e gli organi di sicurezza del Sud Sudan con 100 milioni di dollari l’anno. *Vincenzo Giardina - Misna |
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