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| News - Fino al
01/09 le news saranno aggiornate in modo saltuario |
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| 27/11/2012 Mali: Crisi nel nord ed estremismo, la voce dei capi religiosi |
“I leader denunciano l’estremismo sotto tutte le sue forme, poiché contrario allo spirito dell’islam praticato nel nostro paese. Da tempo abbiamo attirato l’attenzione delle autorità sulla crescente influenza degli islamici al Nord. I capi religiosi sono già insorti contro l’affermarsi di nuove ideologie diventate fonte di tensione”: è questo l’appello lanciato da Adama Kané, coordinatore del Forum dei leader spirituali musulmani del Mali in conclusione del primo incontro nazionale tenuto a Bamako. All’evento hanno preso parte 3000 fedeli oltre agli imam delle otto regioni del Mali, le grandi famiglie di marabutti, le principali associazioni musulmane ma anche esponenti delle massime istituzioni; tra questi il presidente ad interim del parlamento, Younoussi Touré, e il presidente del Comitato per le riforme militari, il capitano Amadou Haya Sanogo, autore del colpo di stato che lo scorso marzo ha destituito l’ex capo di Stato Amadou Toumani Touré. “Insieme per un islam autentico in un paese pacifico e unificato” è stato il tema della riunione. Il Forum dei leader spirituali musulmani del Mali è stato istituito nel novembre 2011 con l’obiettivo dichiarato di “tutelare le pratiche musulmane nel nostro paese vecchie di 1300 anni” ha sottolineato Kané al quotidiano locale ‘L’Essor’. La crisi in atto nelle regioni settentrionali, passate sette mesi fa sotto il controllo di gruppi armati islamici e tuareg è stata al centro del dibattito. “Nessuno verrà da fuori per imporci qualunque precetto. Questa parte del paese va liberata senza che alcun colpo d’arma da fuoco venga sparato” ha dichiarato l’imam Mahamoud Dicko, presidente dell’Alto consiglio islamico del Mali. Dal canto suo Shérif Ousmane Madani Haïdara, responsabile internazionale di Ansar Al Din, ha insistito sull’importanza dell’impegno dei leader religiosi per la “riappacificazione socio-politica dopo il colpo di stato di marzo”, invitando le autorità maliane ad adoperarsi per “porre fine alle sofferenze della popolazione”. L’ex capo della giunta militare Sanogo ha invece promesso che “l’esercito ristabilirà l’integrità territoriale del Mali a qualunque costo”. I due terzi del Mali sono diventati territorio degli islamici di Ansar Al Din, dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) ma anche di gruppi stranieri che fanno capo a Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Da mesi la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) è impegnata in un tentativo di risoluzione della crisi che contempla un intervento militare regionale nel Nord del Mali. Nei prossimi giorni il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrà pronunciarsi su una richiesta di via libera all’operazione presentata formalmente dall’Unione Africana (UA). “E’ una situazione estremamente complessa. C’è stato un golpe, l’integrità territoriale del paese è minacciata, bisogna organizzare elezioni per legittimare il governo e ci sono problemi umanitari” ha detto la sudafricana Dlamini-Zuma, dal 15 ottobre a capo della Commissione UA, sottolineando che “non è mai troppo tardi quando si tratta di evitare una guerra (…) quindi bisogna negoziare fino all’ultimo”. La comunità africana ed internazionale sta portando avanti una strategia di risposta che viaggia su binari paralleli: da una parte l’opzione militare e dall’altra il dialogo con alcuni gruppi armati, tra cui Ansar Al Din e l’Mnla. - Misna |
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| 27/11/2012 Mali: Niente dialogo nazionale, ribelli trattano con Parigi |
Si terranno il 10 e l’11 dicembre le “concertazioni nazionali” tra le varie componenti politiche e della società civile del Mali nell’ambito della transizione in atto a Bamako, dopo il golpe del 22 marzo scorso. Inizialmente programmate per ieri, le consultazioni sono state rinviate dal presidente ad interim Dioncounda Traoré, a testimonanzia delle divisioni prodotte dagli eventi seguiti al colpo di Stato e alla perdita delle regioni settentrionali, da aprile in mano a diversi gruppi ribelli. Impegnato in una trattativa per un’uscita negoziata dalla crisi, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla), il primo movimento indipendentista ad essersi sollevato in armi nel nord lo scorso gennaio, è stato ricevuto nei giorni scorsi dai vertici francesi. La delegazione dell’Mnla guidata da Bilal Ag Acherif ha ribadito la sua contrarietà a un’offensiva militare internazionale alla riconquista del nord del paese, ma si è detto pronto a combattere con ogni mezzo il “terrorismo” nel nord del Mali, un riferimento implicito ai movimenti di matrice islamista radicale che si sono impossessati di alcune aree. Secondo alcuni osservatori nella stampa francese, Parigi è interessata dall’appoggio diplomatico ma anche militare dei combattenti dell’Mnla in un’eventuale offensiva, che la Francia raccomanda con insistenza. * Celine Camoin - Atlasweb |
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| 27/11/2012 Nigeria: Industria petrolifera nella bufera, dopo rapporto governativo |
Sta suscitando da oltre una settimana un acceso dibattito sui media nigeriani il rapporto commissionato dal presidente Goodluck Jonathan sulle attività in Nigeria dell’industria petrolifera. Il documento di 136 pagine, che è stato redatto da una commisione guidata dall’ex capo dell’Autorità nazionale per i crimini finanziari, Nuhu Ribadu, non è stato ancora diffuso ufficlamente, ma sarebbeo diverse le copie giunte già ai mezzi d’informazione. I dati, secondo quanto anticipano oggi anche i media internazionali, dimostrerebbero che la Nigeria avrebbe perso decine di miliardi di dollari solo negli ultimi sette anni a causa delle pratiche di scarsa trasparenza che affliggono l’industria petrolifera nazionale. Numerose critiche sono già giunte da funzionari del governo e rappresentanti delle società coinvolte, che contestano la veridicità delle conclusioni a cui è giunto il comitato guidato da Ribadu. Secondo l’agenzia di stampa France Press, che ha ottenuto una copia del rapporto, tra il 2005 e il 2011 la Nigeria avrebbe perso 29 miliardi di dollari per vendite di gas sottocosto alla società Nlng, di proprietà tra l’altro di multinazionali petrolifere come la Shell, la Total e l’Eni. Altri sei miliardi di dollari sarebbero andati in fumo per il furto di petrolio, da cui trarrebbero beneficio soprattutto membri delle forze di sicurezza nigeriane, mentre ulteriori 4,6 miliardi di dollari sono stati persi per discrepanze tra il prezzo effettivo del petrolio e le vendite effettuate sul mercato domestico. Inoltre, l’ammontare delle tasse non pagate ammonterebbe ad almeno 3,6 miliardi di dollari. Il presidente Jonathan, nel corso di un discorso trasmesso in diretta televisiva nel fine-settimana, ha assicurato di voler affrontare al più presto il tema, promettendo misure volte a contrastare la corruzione nel settore. * Michele Vollaro - Atlasweb |
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| 27/11/2012 Repubblica Centrafricana: Scontri tra militari e ribelli nel nord |
Scontri tra militari e combattenti ribelli si sono verificati oggi a una quindicina di chilometri da Kabo, nel nord del Centrafrica. Lo riferiscono fonti di stampa internazionale, secondo cui il bilancio è di almeno dieci vittime. Secondo le prime ricostruzioni, i ribelli avrebbero attaccato la base militare di Kabo impadronendosi di alcuni mezzi e dandosi quindi alla fuga; i militari li avrebbero quindi intercettati impegnandoli in un conflitto a fuoco. L’episodio rientra nel clima di generale insicurezza che regna in diverse zone del Centrafrica dove operano gruppi armati di varia estrazione e origine. In questo caso, gli autori dell’attacco dovrebbero appartenere al Fronte democratico del popolo centrafricano di Abdoulaye Miskine. Il gruppo è stato di recente rafforzato da uomini dell’ex capo ribelle ciadiano Abdel Kadder Baba Laddé, arresosi lo scorso settembre e ora sotto custodia ciadiana. Il Centrafrica non è attualmente in grado di controllare i suoi confini né di esercitare piena autorità sul territorio nazionale. Un fatto che ha favorito anche l’ingresso di gruppi armati stranieri come l’Esercito di resistenza del Signore, attivo nelle regioni del sud-est. - Misna |
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| 27/11/2012 R. D. Congo: La quiete dopo la tempesta. Forse. |
Dopo giorni di febbrili (e a tratti poco chiare) trattative, oggi arriva la notizia: i ribelli dell’M23 hanno accettato di lasciare Goma e lo faranno entro giovedì o venerdì. Ad annunciarlo, in tarda mattinata, è stato il capo di Stato maggiore dell’esercito ugandese, Aronda Nyakairima, che in una conferenza stampa a Kampala ha dichiarato che l’M23 è pronto a ritirarsi senza condizioni entro 48 ore, pur mantenendo una presenza di cento uomini all’aereoporto di Goma, che in base agli accordi siglati sabato scorso dai Paesi dei Grandi Laghi runiti in Uganda per risolvere la crisi congolese. Dopo poco, è arrivata anche la conferma diretta del comandante dei ribelli, Sultani Makenga, intervistato dalla France Press, nonostante in mattinata in un’altra conferenza stampa tenutasi a Goma, il capo politico dell’M23, Jean-Marie Runiga, avesse affermato che il loro ritiro era sottoposto ad alcune condizioni. Nonostante queste discrepanze, pare dunque certo che la città di Goma tornerà libera e che i ribelli arretreranno di una ventina di km. Venerdì, poi, è prevista una riunione dei capi di stato maggiore dei Paesi dei Grandi Laghi, che si riuniranno proprio a Goma, “per accertarsi del rispetto degli accordi di smilitarizzazione della città”. A distanza di pochi giorni, un notevole cambiamento, dato che l’M23 fino a poco fa minacciava di avanzare fino a Bukavu e poi di puntare su Kisangani e Kinshasa. Miracoli della diplomazia. O delle trattative sottobanco. A volte basta una parola a far capire come stanno davvero le cose. E questa parola è “legittime”. Al termine del vertice che sabato ha riunito a Kampala la Cirgl, la Conferenza Internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (mancava il presidente ruandese Kagame, che intanto si incontrava a Kigali con il suo omologo del Congo Brazzaville), hanno diffuso un documento in cui si chiede, appunto, ai ribelli di arretrare a 20 km da Goma, si stabilisce che lo strategico aeroporto di Goma sia sotto controllo misto di ribelli, governativi e forze internazionali, ma si domanda anche che “il governo congolese ascolti, valuti e risolva le legittime rivendicazioni dell’M23”. Legittime, appunto. E con questa parolina si dà il via, in silenzio, a trattative i cui frutti si vedranno più avanti. * Giusy Baioni - Africa |
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| 27/11/2012 R. D. Congo: Ribelli M23 accettano di ritirarsi da Goma |
I ribelli del Movimento 23 marzo accettano di ritirarsi da Goma, nell’est della Repubblica democratica del Congo. In cambio, Kinshasa si impegna a proseguire le trattative con un impegno diretto del Presidente Joseph Kabila. Sabato scorso, i leader africani della regione avevano chiesto agli occupanti del nord di lasciare la città entro 48 ore, minacciando un intervento armato. Il movimento 23 marzo aveva conquistato il capoluogo della provincia del Kivu Settentrionale e la vicina località strategica di Sake. Un’avanzata che ha innescato un’emergenza umanitaria nell’est del Paese: dopo otto mesi di violenze, oltre 100mila persone vivono accampate nei pressi di Goma, la loro sopravvivenza dipende dagli aiuti del Programma alimentare mondiale. Circa 1 milione e mezzo gli sfollati, stando alle stime dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari. - Euronews |
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| 27/11/2012 R. D. Congo: Goma: scaduto ultimatum a ribelli, notizie contrastanti |
“Per ora i ribelli sembrano rifiutarsi di applicare le decisioni politiche raggiunte a Kampala. Anzi stanno organizzando una marcia di resistenza, forzando la popolazione a parteciparvi. Chiedono un confronto con il presidente Joseph Kabila e risposte precise alle proprie rivendicazioni”: lo dice alla MISNA il parlamentare di opposizione Jason Luneno, originario di Goma, il capoluogo della provincia del Nord Kivu, mentre alla mezzanotte è scaduto l’ultimatum dei capi di Stato dei Grandi Laghi alla ribellione del Movimento del 23 marzo (M23) che prevede un suo ritiro dalla città occupata dalla scorsa settimana. “E’ ancora presto per pronunciarsi. Stamani in città nulla è cambiato, ma aspettiamo e speriamo. Le prossime ore potrebbero essere decisive” afferma alla MISNA monsignor Louis De Gonzague Nzabanita, vicario generale della diocesi di Goma. Fonti dell’emittente locale ‘Radio Okapi’ hanno invece rilanciato l’avvertimento ai miliziani da parte del generale François Olenga. “Se i ribelli non rispettano la scadenza stabilita dal vertice di Kampala per un loro ritiro da Goma, porteremo avanti il nostro lavoro e ristabiliremo l’autorità dello Stato. I congolesi sono stanchi delle guerre di aggressione” ha dichiarato il nuovo responsabile delle truppe di terra congolesi (Fardc). Intanto dal fronte dei ribelli giungono notizie contrastanti. Il pastore Jean-Marie Runiga, coordinatore dell’M23, ha ribadito che “siamo soddisfatti per l’avvio di negoziati con il presidente congolese, tuttavia non lasceremo mai Goma”. Dichiarazioni rilanciate da agenzie di stampa internazionali, attribuite a un non meglio identificato responsabile della ribellione e ad un colonnello ugandese Antoine Manzi, sostengono invece che “l’M23 ha accettato di ritirarsi”, senza fornire altri dettagli. “Inizialmente non volevamo prendere Goma. Siamo qui perché il governo ci ha provocati. Se lasciare la città può portare la pace in Congo, potremo accettare di farlo” ha sottolineato il capo militare della milizia, Sultani Makenga, in un’intervista a ‘Jeune Afrique’. D’altra parte l’emittente ‘Radio Okapi’ ha riferito che dall’ingresso dei ribelli a Goma sono aumentati i casi di furti e saccheggi ai danni di edifici pubblici, di abitazioni private di ministri e responsabili militari locali. “Tre banditi armati che parlavano kinyarwanda sono entrati nella nostra casa, della parrocchia dello Spirito Santo, al centro di Goma. Ci hanno aggredito e minacciato, puntandomi una pistola alla tempia. Hanno rubato cellulari, computer, un orologio e i pochi soldi che hanno trovato ma per fortuna io e padre Daniel siamo salvi” ha raccontato alla MISNA monsignor Nzabanita. Dall’altra parte del confine, le autorità di Kigali hanno segnalato pesanti combattimenti tra le truppe ruandesi e i ribelli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), in provenienza dall’Est del Congo dove hanno le proprie basi dal 1994. Gli scontri si sarebbero verificati nel dipartimento nord-occidentale di Gisenyi, zona di confine con il Nord Kivu. Il riaccendersi del conflitto nell’Est della Repubblica democratica del Congo è stato al centro di una riunione straordinaria dell’Unione Africana (UA) tenutasi ieri ad Addis Abeba. L’organismo continentale sarebbe pronto a dispiegare nel Kivu una “forza neutrale internazionale”. Lo ha annunciato il commissario per la pace e la sicurezza, Ramtane Lamamra, aggiungendo che la Tanzania ha proposto di contribuire con 800 soldati. Emissari di Washington, Parigi e Londra hanno avviato inoltre consultazioni con diversi capi di Stato dei paesi dei Grandi Laghi. Intanto a Kinshasa un gruppo di 145 deputati di opposizione e di maggioranza ha convocato in parlamento il primo ministro Matata Ponyo per “interrogarlo su quanto sta accadendo nel Nord Kivu e su come il governo sta rispondendo alla crisi” ha detto alla MISNA il deputato Luneno, annunciando che entro pochi giorni le due camere dovrebbero riunirsi in Congresso per ascoltare anche il presidente Kabila. - Misna |
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| 27/11/2012 Sierra Leone: Elezioni, maggioranza al partito di governo |
Il partito del capo di Stato Ernest Bai Koroma, l’All People’s congress (Apc), ha ottenuto circa il 60% dei seggi del parlamento: lo ha annunciato oggi la Commissione elettorale della Sierra Leone, diffondendo i dati delle legislative che si sono tenute il 17 novembre contestualmente alle presidenziali. L’Apc ha conquistato 67 dei 112 seggi. Il principale partito di opposizione, il Sierra Leone People’s Party (Slpp), potrà invece contare su 42 deputati. Il suo candidato alla presidenza, Julius Maada Bio, è stato sconfitto da Koroma con uno scarto di circa 21 punti percentuali. Le elezioni sono state le terze della fine della guerra civile combattuta in Sierra Leone tra il 1991 e il 2002. Secondo i dati ufficiali, l’affluenza ha superato l’87%. Fonti della MISNA hanno riferito di una campagna elettorale vivace, durante la quale a tutti i partiti è stato consentito di esprimere le proprie posizioni. - Misna |
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| 27/11/2012 Sudan: Complotto a Khartoum, la censura alimenta i dubbi |
Le autorità di Khartoum hanno sospeso la pubblicazione di tre quotidiani che hanno riportato la notizia dell’arresto dell’ex capo dei servizi segreti Salah Abdallah Gosh, accusato di coinvolgimento in un presunto ‘complotto’ volto a rovesciare il governo del presidente Omar Hassan al Bashir. La vicenda risale alla scorsa settimana e quello di Gosh è solo uno dei nomi “eccellenti” contenuti in una lista di 13 persone arrestate tra cui figurano uomini di spicco dell’establishment sudanese. Oltre all’ex capo dell’intelligence, oggetto di una popolarità crescente presso l’opinione pubblica costatagli lo scorso anno l’improvvisa rimozione dal suo ruolo, spuntano i nomi del generale Adil al Tayedb e di Mohammed ‘Wad’ Ibrahim. “Quest’ultimo in particolare – sottolineano fonti della MISNA – già per quattro anni attaché militare in Kenya, era considerato fino allo scorso anno tra i possibili candidati per il ruolo di ministro degli Interni. Tutti, chi più e chi meno, erano vicini a Bashir”. La teoria del complotto, concorda l’interlocutore, altro non sarebbe se non “un tentativo di creare una tempesta in un bicchiere d’acqua, per distogliere l’attenzione dai problemi veri, come la crisi che sta erodendo la capacità d’acquisto dei cittadini alle prese con i contraccolpi economici dell’indipendenza del Sud”, ma anche e soprattutto “le divisioni interne del Partito del Congresso nazionale (Ncp) al governo, spaccato tra una corrente riformatrice e una vecchia guardia priva di una qualsiasi prospettiva politica”. Il malcontento, secondo diversi analisti internazionali, coinvolgerebbe inoltre il mondo militare con ampi reparti dell’esercito insoddisfatti della gestione delle ribellioni armate in Darfur e sui Monti Nuba. Un clima di frustrazione acuito dal senso di impotenza seguito agli accordi di pace del 2005 che dopo lunghi anni di guerra hanno portato lo scorso anno alla secessione delle regioni meridionali ricche di petrolio. Per anni, il governo di Khartoum “ha vissuto nella fobia di un complotto ordito dall’esterno, con il sostegno dell’opposizione. Adesso il rischio che la cospirazione possa germogliare all’interno dello stesso sistema di potere ha convinto i vertici a ordire questa messinscena” sostengono fonti diplomatiche occidentali riportate dal settimanale americano ‘Time’. L’ultima speranza di convincere il governo a intraprendere un percorso di riforme istituzionali e lotta alla corruzione dilagante, rese ancor più urgenti dagli sconvolgimenti prodottisi all’interno e all’esterno del Sudan negli ultimi due anni, sarebbe stata spazzata via durante la recente conferenza del Movimento islamico, svoltasi a Khartoum il 15 e 16 novembre. Nel corso del convegno dell’organizzazione, che costituisce la base ideologica del Partito del Congresso nazionale, si erano levate voci critiche sulla gestione politica del governo. Ma al momento del voto, l’entourage presidenziale sarebbe riuscito a far approvare l’elezione del suo candidato, Hassan al Zubeir, come nuovo segretario generale. - Misna |
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| 26/11/2012 Egitto: Magistratura esaminerà 4 dicembre validità decreto Morsi |
Il tribunale amministrativo dell'Egitto esaminerà la prossima settimana i ricorsi che chiedono la cancellazione del decreto emesso da Mohamed Morsi, che garantisce al presidente in carica poteri allargati. Abdel Meguid al Moqannen, vice responsabile del Consiglio di stato, ha dichiarato che sono state promosse dodici azioni legali e che il caso sarà esaminato il 4 dicembre, ha riferito l'agenzia di stampa Mena. Morsi, con una dichiarazione costituzionale lanciata giovedì scorso, ha stabilito che nessun tribunale può contrapporsi alle sue decisioni o leggi, sottraendosi di fatto al potere di controllo della magistratura. - TMNews l |
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