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| 03/02/2012 Costa d'Avorio: Coppa d’africa: ‘elefanti’ ivoriani ai quarti |
“E’ una sfida difficile quella che aspetta domani i nostri Elefanti. La Guinea equatoriale, paese organizzatore, gioca in casa e ha già dimostrato di voler andare avanti. Ma qui siamo tutti dietro la nostra squadra: siamo convinti che possa farcela” dice alla MISNA padre Hyppolite Mel, ex parroco del popoloso quartiere di Yopougon, a Abidjan, alla vigila della partita per i quarti di finale della Coppa d’Africa delle Nazioni (Can) che alle ore 20 a Malabo opporrà la nazionale ivoriana allo ‘Nzalang’ guineano. La prestigiosa competizione calcistica continentale, alla quale gli Elefanti sono considerati come una delle squadre favorite, arriva, secondo l’interlocutore della MISNA, “in un momento davvero opportuno della storia ivoriana”: “Sta offrendo a tutti l’opportunità di sostenere insieme, al di là delle differenze etniche, sociali e politiche, la nostra squadra formata da giocatori nativi di ogni regione”. La Costa d’Avorio è uscita ferita e divisa dalla crisi elettorale dell’anno scorso tra chi ha sostenuto il presidente uscente Laurent Gbagbo e chi si è schierato a favore del rivale Alassane Ouattara. “Dall’inizio della gara è sempre cresciuto il sostegno agli elefanti e la convinzione che il trofeo sia a portata di mano. Chi ieri ancora non si parlava per rancori e diffidenza oggi ha ricominciato a salutarsi e a scambiarsi due parole in attesa della partita decisiva di domani” racconta padre Hyppolite, da ottobre alla direzione del seminario di Yopougon. “Ogni vittoria degli Elefanti rappresenta un piccolo passo avanti nel riavvicinare gli ivoriani. L’eventuale vittoria darebbe un grande calcio di aiuto sulla strada della riconciliazione e consentirebbe di cicatrizzare tante ferite ancora aperte” dice con entusiasmo e convinzione il prete ivoriano. In molti quartieri di Abidjan, come Yopougon, Marcory e Koumassi, sono stati allestiti schermi giganti per consentire alla gente di seguire insieme le partite in un clima festoso. Il tifo non è però l’esclusività delle capitale economica: anche nei principali centri all’interno del paese gli ivoriani si sono mobilitati dietro la nazionale dalla maglia arancione. “Quando si gioca non c’è nessuno per le strade e poi si sentono solo le grida di gioia o di delusione a ogni calcio segnato e occasione mancata. Poi, in caso di vittoria, ci sono cortei di macchine e di giovani che festeggiano a suon di clacson e vuvuzelas” dice alla MISNA padre Dario Dozio, superiore regionale della Società missioni africane (Sma). Ovunque ci sono manifesti della Can, magliette e vari gadget con i colori della nazionale in vendita. “Molti ‘maquis’, i ristoranti all’aria aperta tipici di Abidjan, hanno istallato schermi. Così, all’ora della partita, le gente sorseggia una birra fresca, visto il caldo che fa, mangia tante ‘alloco’, le frittelle di banane, accompagnate da bignè di manioca servite con pollo e pesce arrosto. Il calcio diventa un’occasione di sedersi attorno allo stesso tavolo in un clima disteso, quello che non accadeva da tempo” conclude l’ex parroco di Yopougon. Padre Hyppolite assieme ad altre fonti locali della MISNA fa notare una coincidenza che rappresenta un auspicio, quasi una premonizione: l’ultima volta che gli Elefanti hanno vinta la Coppa d’Africa era 20 anni fa, nel 1992 in Senegal, e all’epoca il primo ministro era… Ouattara. - Misna |
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| 03/02/2012 Egitto: Ancora scontri al Cairo, 2 morti e mille intossicati |
Ancora scontri oggi in Egitto, al Cairo e a Suez. Nella capitale, lo sparo di lacrimogeni ha provocato oltre un migliaio di feriti e la morte di almeno una persona, mentre un'altra è stata uccisa da proiettili. Altri due manifestanti sono stati ammazzati a Suez. Tentato l'assalto al ministero dell'interno al Cairo e alla sede centrale della Sicurezza di Stato ad Alessandria. Sempre oggi, nella irrequieta penisola del Sinai due turiste americane che andavano al monastero sacro di Santa Caterina sono state rapite da beduini, che però le hanno rilasciate dopo poche ore. Sempre nel nord della stessa penisola, alcuni dipendenti italiani di un'azienda sono stati rapinati dell'auto e di una somma di danaro. A pochi giorni all'anniversario dell'11 febbraio, quando il Hosni Mubarak fu costretto ad abbandonare il potere dalle proteste di piazza, l'Egitto è caduto in preda ad una tensione innescata di gravi scontri allo stadio di Port Said che mercoledì sera hanno provocato il più grave degli incidenti in una sede sportiva mai registrato dalle cronache. Non un semplice scontro tra tifoserie, ma incidenti - secondo vari analisti - fomentati da chi ha interesse ad evitare che, nonostante le prime elezioni svoltesi dopo decine d'anni in Egitto, il paese delle Piramidi non trovi la strada della democrazia. Molti accusano i militari di essere dietro gli scontri. L'esercito intende giocare ancora un ruolo nel futuro del paese, di cui si sente garante. Militari che però, proprio da quelle forze islamiche, come i Fratelli Musulmani che hanno conquistato quasi il 50 per cento dei seggi nelle recenti elezioni parlamentari di dicembre e gennaio, sono stati oggi accusati di aver creato "un vuoto nella sicurezza del paese". Nella più pesante contestazione che la confraternita religiosa abbia mai rivolto al potere in Egitto, in una sua dichiarazione la Guida Suprema del movimento, Mohamed Badie, ha sostenuto che "non si può definire solo negligenza" il disinteresse manifestato dalla polizia nello stadio di Port Said ipotizzando che "certi ufficiali abbiano voluto punire il popolo per avere fatto la sua rivoluzione e recuperato la sua libertà e i suoi diritti". Secondo Badie bisogna trattare i quadri del vecchio regime ora in prigione "come tutti gli altri prigionieri" e trasferire il "presidente decaduto all'ospedale della prigione privandolo di mezzi di comunicazione. È imperativo per mantenere la sicurezza del paese." - Swissinfo |
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| 03/02/2012 Mali: Tutti i Tuareg fuggiti da Bamako, paura di discriminazioni |
“Oggi a Bamako sono rimasti soltanto due tuareg, rinchiusi al riparo. Tutti gli altri, quasi 500, sono fuggiti per paura delle rappresaglie cominciate negli ultimi tre giorni sulla base del colore della pelle”: a raccontarlo alla MISNA è Mamatal Ag Dahmane, responsabile dell’Associazione per i rifugiati e le vittime delle repressioni dell’Azawad, che in questi giorni sta raccogliendo informazioni e testimonianze sulla situazione umanitaria venutasi a creare con l’offensiva del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad contro obiettivi di governo in diverse località del nord. Un confronto che ha esacerbato le anime anche nella capitale Bamako dove alcuni esponenti tuareg e arabi sono stati vittime di aggressioni scatenando un fuggi-fuggi generale. “Persino la famiglia ai Agatan ag Alassane, ministro dell’Agricoltura, un tuareg, è scappata. Coloro che avevano risparmi hanno preso un biglietto aereo, gli altri sono partiti a piedi, altri ancora, i più poveri, hanno cercato rifugio in un commissariato della gendarmeria” ha proseguito Mamatal Ag Dahmane. “La situazione umanitaria è grave e rischiamo la crisi: lanciamo un appello a tutte le organizzazioni umanitarie per un intervento a sostegno dei civili in fuga. Oltre alle migliaia di persone scappate in Mauritania, in Niger, in Algeria, Burkina Faso, Marocco, ci sono sfollati nel mezzo del deserto, privi di generi di prima necessità” sottolinea l’esponente dell’Arva. L’Mnla avrebbe garantito l’accesso alle aree per le organizzazioni che vorranno intervenire a protezione dei civili. Il vasto territorio dell’Azawad è abitato da quattro comunità: tuareg, peul, sonrhaïs e arabi, perlopiù nomadi, pastori e commercianti. Tuareg e arabi, in particolare, denunciano da tempo una politica di discriminazione e di divisione voluta dalle autorità di Bamako, che mantiene un controllo totale delle informazioni e tende a farli passare per banditi e criminali. Sarebbe questo genere di messaggi ad aver scatenato episodi di aggressione commessi negli ultimi tre giorni contro i ‘bianchi’ di Bamako. Il presidente Amadou Toumani Touré, dal canto suo, ha invitato la popolazione a non confondere i tuareg e i ribelli, accusando questi ultimi, in particolare l’Mnla, di atti criminali. Ha annunciato una campagna militare massiccia contro la ribellione e ha già mandato numerosi militari al fronte. Il bilancio dei combattimenti delle ultime due settimane è incerto, ogni parte attribuendosi la vittoria. Si sa per certo che ci sono state numerose vittime tra i combattenti. A spingere intere famiglie alla fuga sarebbe la paura dei combattimenti e delle possibili rappresaglie dei militari di Bamako. L’Mnla sostiene di voler preservare le popolazioni civili e finora non sono giunte notizie di attacchi contro la popolazione. Ma le condizioni estreme nelle quali sono spinti i profughi mettono a repentaglio numerose vite umane. - Misna |
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| 03/02/2012 R. D. Congo: Nord-Kivu: quattro vittime per l’arresto di un deputato |
È di quattro morti il bilancio di un’operazione dei militari per arrestare nella sua casa di Goma il deputato uscente Dieudonne Bakungu. Lo riferisce alla MISNA una fonte dell’Unione per la nazionale congolese (Unc), il partito di opposizione nel quale è entrato a far parte Bakungu, fuoriuscito dal Pprd, il partito presidenziale. Candidato per il territorio del Masisi, nela regione nord-orientale del Nord-Kivu, Bakungu è accusato dalle autorità di formare una milizia. Un’accusa respinta dall’Unc, il partito del candidato arrivato terzo alle presidenziali Vital Kamerhe, che vede nell’arresto un motivo soltanto politico. Bakungu è un politico molto noto e popolare nella regione, eletto da quando aveva soltanto 20 anni. Dopo aver lavorato per il Pprd ha cambiato alleanza e ha deciso di seguire Kamerhe, anch’esso ex alleato del presidente Joseph Kabila, appena rieletto. Le elezioni legislative nel Masisi sono state annullate dalla Commissione elettorale nazionale indipendente e dovranno essere ripetute. L’operazione dei militari presso l’abitazione del deputato, ora agli arresti, è stata condotta all’alba di giovedì. Negli scontri seguiti all’irruzione dei militari sono rimasti uccidi due soldati e due guardie di Bakungu. - Misna |
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| 02/02/2012 R. D. Congo: Kananga, una religiosa uccisa a coltellate |
Una religiosa è stata uccisa a coltellate da un individuo non identificato a Kananga, il capoluogo del Kasai occidentale, nel centro-sud della Repubblica democratica del Congo. Lo riferisce la Commissione giustizia e pace di Kananga, dando solo il nome della vittima, suor Liliane, della Congregazione della Carità e di Maria. La religiosa lavorava in un liceo. L’arcivescovo di Kananga, monsignor Marcel Madila Basanguka, non è al momento raggiungibile per un commento sull’accaduto, ma nelle scorse settimane, a ridosso con le elezioni generali del 28 novembre, il prelato aveva denunciato aggressioni e insulti contro religiose, in seguito ad accuse infondate di presunto coinvolgimento di una suora, direttrice di una scuola, in un tentativo di brogli elettorali. - Misna |
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| 02/02/2012 Africa: Terre ancestrali e multinazionali, diritti a rischio |
Le comunità rurali africane sono sempre più esposte agli appetiti insaziabili delle grandi multinazionali alimentari. Questo, unitamente all’inadeguatezza dei sistemi fondiari e all’assenza di riforme agricole nei paesi del continente, mette a rischio circa 428 milioni di persone, per lo più contadini il cui sostentamento dipende dalla terra: a denunciarlo è uno studio condotto dalla coalizione di ong ‘Rights and Resources Initiative (Rri) per cui negli ultimi anni “la confisca di terreni arabili da parte di enti statali in almeno 35 paesi africani è aumentata in modo esponenziale”. Presentato ieri a Londra, lo studio evidenzia che “i terreni delle comunità rurali africane sono una preda facile per investitori stranieri e aziende i cui profitti – grazie alla crisi – conoscono una crescita esponenziale”. In Africa, “le comunità controllano circa un miliardo e 400.000 ettari di terre – per lo più foreste o terreni agricoli – ma le legislazioni in vigore nei vari paesi non riconoscono se non in modo molto marginale diritti di proprietà e alienabilità di queste ampie superfici” sottolineano gli esperti, aggiungendo che “è lo Stato, nella maggior parte dei casi, che si appropria di questi terreni e foreste e che distribuisce i diritti di sfruttamento alle grandi multinazionali”. L’Rri fornisce numerosi esempi a sostegno della sua analisi sul fenomeno del Land grabbing, un’espressione traducibile in italiano come accaparramento di terre. In Repubblica democratica del Congo sono 33,5 milioni gli ettari di foreste date in “concessione” a privati per lo sfruttamento di legame, miniere di diamanti o di altri materiali. Nessuna di queste concessioni è controllata dalle comunità che tradizionalmente vivono su queste terre. Tra gli altri casi citati, oltre a quelli più noti di Etiopia e Sud Sudan, la Liberia della presidente Ellen Johnson Sirleaf che – è la denuncia delle ong – a pochi anni dalla fine della guerra civile, nel dicembre 2011, “vede la maggior parte delle sue terre allocate ad investitori privati per lo sfruttamento agricolo e minerario”. - Misna |
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