Author: Claudio Zuccala (page 1 of 5)

Padre Aldo Giannasi. La missione continua.

Rientrato dopo vari anni in Algeria, padre Aldo ci parla di questo nuovo capitolo della sua vita. ma anche dei 150 anni di fondazione della Società missionaria a cui appartiene e dei martiri di Algeria.

Dall’ottobre scorso, sono a Castelfranco Veneto in provincia di Treviso, in una comunità di sette missionari, tutti reduci dall’Africa e tutti vicini o al di là degli 80 anni. Il sottoscritto si avvicina agli 83! E’ una casa di riposo che però vive ancora la missione, anche se in modo differente dall’Africa. Appoggiamo i parroci che ci chiamano spesso per le confessioni, la predicazione, le messe, portiamo avanti l’animazione missionaria nella diocesi di Treviso e di Padova e, attraverso un gruppo missionario di adulti che ha sede in casa nostra, cerchiamo l’incontro con gli immigrati e in particolare con i musulmani. Il tutto però, senza correre, lasciando alla lettura e alla preghiera più tempo che nel passato. I contatti con le missioni nelle quali abbiamo lavorato sono ovviamente frequenti e regolari ed è sempre un po’ una festa quando passa di qui un confratello che viene dall’Africa.  Quest’anno poi viviamo intensamente due avvenimenti che ci toccano da vicino.

A centocinquanta anni dalla fondazione

La chiesa di Notre Dame d’Afrique ad Algeri

L’anno 2018 è il centocinquantesimo anniversario della fondazione dei Padri Bianchi da parte del Cardinale Charles Lavigerie. Siamo nati in Algeria nel 1868. Per me questo anniversario è particolarmente significativo perché nei tre anni che ho trascorso nel Santuario di Nostra Signora d’Africa in Algeri, ho avuto agio di vedere ogni giorno la cappella di San Giuseppe a 20 metri dalla Basilica. È  lì che un piccolo gruppo di giovani hanno fatto la prima vestizione (adottando l’abito bianco degli imam) e soprattutto hanno pronunciato. qualche anno dopo, il primo giuramento missionario di consacrarsi per la vita all’annuncio del Vangelo in Africa, Nel 2015 con la comunità di Nostra Signora abbiamo deciso il restauro della cappella, piuttosto fatiscente. Grazie all’aiuto di amici francesi e italiani che vivevano in Algeria prima dell’indipendenza, abbiamo potuto rinnovare la cappella, riportandola alla sua semplicità e bellezza primitiva. Aggiungo che attualmente i Padri Bianchi sono 1.200, i giovani in formazione sono circa 400, in maggioranza africani. Accanto a loro si contano centinaia di sacerdoti diocesani africani di cui i Padri Bianchi sono stati i formatori e circa 6.000 suore, fondate in Africa da Vescovi del nostro istituto e accompagnate dalle Suore Bianche nei loro inizi. Alcune di queste suore sono presenti anche Italia in attività pastorali.

I 19 martiri dell’Algeria

Il secondo avvenimento è la beatificazione di 19 sacerdoti e suore, uccisi durante la guerra civile tra Governo e islamisti negli anni 1991-2001, “il decennio nero”, come è chiamato dagli Algerini. Il partito islamico, sviluppatosi a partire dagli anni ’70, mirava a istallare nel paese la “Sharia”, la legge islamica, a imitazione di altri paesi, quali l’Iran di Khomeini e il Sudan. Il loro successo era dovuto anche alle difficoltà economiche che attraversava l’Algeria. Gli islamisti ripetevano a sazietà che con il ritorno all’islam puro e duro, tutti i problemi sarebbero stati risolti e la prosperità sarebbe arrivata. Il Governo ha sentito che ormai la loro vittoria elettorale era vicina ed è intervenuto pesantemente con un colpo di stato che escludeva gli islamisti dalla politica. Essi sono insorti con le armi e hanno scatenato una guerra civile che ha fatto circa 150.000 morti. Combattevano non solo il Governo, ritenuto troppo vicino all’Occidente, ma anche l’élite intellettuale, le donne presenti nella vita pubblicai, i cristiani.

I quattro Padri Bianchi uccisi a Tizi Ouzou nel 1994

Davanti a questa furia omicida, i Vescovi hanno lasciato la libertà ai missionari di abbandonare il paese. Ma i missionari hanno espresso chiaramente la volontà di restare.  “Non possiamo, scrivevano, lasciare il nostro popolo, nel momento  in cui soffre torture e morte.” Hanno quindi continuato a soccorrere tutti, senza distinzione, a predicare la riconciliazione e la fine della violenza. Diciannove di loro sono caduti sotto i colpi degli islamisti. Ricordo in particolare fra i 19, due suore spagnole, colpite mentre andavano alla messa, quattro Padri Bianchi assassinati a Tizi Ouzou in Kabila, sette monaci del monastero dell’Atlante, più conosciuti perché la loro storia è stata portata sugli schermi in un film che ha fatto il giro dell’Europa e al di là.  Il diciannovesimo ed ultimo a cadere è stato Mons. Claverie, vescovo di Orano. Si era impegnato a fondo contro la violenza, rimproverava agli islamisti, sui giornali, i massacri che compivano in nome di Dio. La sua sorte è stata presto segnata, Un giovane musulmano, Mohammed, suo autista muore con lui, quando gli islamisti fanno saltare la macchina con una potente carica di tritolo, Mons. Claverie aveva chiesto al giovane di non viaggiare più con lui perché era troppo rischioso. “Se muori, – è stata la risposta del giovane, – devi avere un amico accanto a te e quell’amico sarò io”. Ed è stato proprio così. La morte di Mohammed non è il solo episodio del coraggio degli Algerini. Novantanove imam sono stati assassinati per essersi dichiarati opposti alla violenza, molte donne insegnanti o professioniste non hanno temuto di affrontare la morte pur di resistere agli islamisti che le volevano recluse in casa, come vuole la “Sharia”; anche semplici operai hanno perso la vita per il rifiuto di schierarsi con loro.  I Vescovi nel domandare al Papa la beatificazione di questi 19 martiri, hanno sottolineato che avevano offerto la loro vita a Dio per non abbandonare i mussulmani nella tormenta. La loro morte ha mostrato un aspetto spesso ignorato della vita missionaria: L’amore e la fedeltà verso il popolo, al quale sono stati inviati, cristiano o no, fino all’estremo. Amore spesso ricambiato. Quando son caduti i 4 Padri Bianchi a Tizi Ouzou, malgrado le minacce dei radicalizzati, gli abitanti hanno osservato un giorno di lutto e sono usciti in massa  ai funerali.

La decisione dei Vescovi non è stata presa per ricordare i massacri, ma per mostrare che i sacerdoti e le suore, seppero resistere, anche a costo della loro vita, accanto a tanti fratelli e sorelle dell’Algeria che per affermare la loro dignità e la loro volontà di pace hanno affrontato la morte.

Sudafrica. I Padri Bianchi festeggiano il 150º a Cedara.

Padre Luigi Morell, impegnato da anni nella preparazione integrale di future generazioni di missionari, ci manda alcune foto della celebrazione del 150º  avvenuta all’Istituto teologico, St Joseph’s di Cedara , frequentato dai candidati dei Missionari d’Africa e da altri istituti).

Nelle sue parole: “Abbiamo chiesto che una delle Messe del martedì pomeriggio (normalmente il martedì celebriamo la messa all’Istituto con tutti gli studenti e professori) fosse animata da noi e dedicata al 150°. Il vescovo Jan De Groef é venuto da Bethlehem (nel Free State!) per presiedere”.

 

La vergogna libica

È di oggi l’articolo di Claudio Monici sul quotidiano Avvenire sullo scandalo di ciò che sta avvenendo in Libia. https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/occhi-chiusi-sui-migranti-in-libia-il-vero-scandalo  Malgrado l’evidenza di molteplici “pistole fumanti” segnalate più volte e la pubblicazione dei nomi dei “pistoleros”, poco, troppo poco, è stato fatto. Padre Pino Locati, completando la serie di articoli sul lungo e pericoloso viaggio compiuto dai migranti subsahariani per raggiungere le coste libiche, offre un visione d’insieme su questa situazione scandalosa

Libia, l’inferno dei migranti

di Pino Locati

Proseguendo il viaggio da Dirkou e venendo dal Niger, dopo aver superato il fortino di Madama, si prosegue la strada verso Sebha in Libia (Dirkou – Sebha, 1.141 km) che richiede alcuni giorni di percorso prima di essere raggiunta. Si attraversa la frontiera, si continua per Tajarthi e Taraghin (oasi nel deserto) e infine si giunge a Sebha da dove poi si riprenderà il viaggio verso Tripoli e la costa libica, a meno di essere incappati in bande di miliziani e guardie libiche. Le soste per dormire e mangiare da Dirkou a Sebha non sono frequenti. A Sebha (100.000 abitanti) sono disponibili delle case di transito. Questa è un’importante città della Libia centro-meridionale, capoluogo dell’omonimo distretto. Era la capitale della storica regione del Fezzan dove è nato Gheddafi. Data la sua posizione al centro del deserto libico, Sebha è stata fino al secolo scorso un importante centro di sosta e smistamento delle carovane che attraversavano il Sahara. Dagli anni Novanta è invece punto di transito per decine di migliaia di migranti sub-sahariani dell’Africa occidentale che attraversano clandestinamente il deserto del Sahara. Nel deserto sahariano dal Niger alla Libia non ci sono autostrade asfaltate, autogrill, alberghi: solo sabbia, polvere negli occhi, caldo rovente, arsura e fame. Questo è ciò che i migranti sub-sahariani devono affrontare pur di fuggire dalla miseria. Le ragazze, arrivate in Libia, cominciano a rendersi conto dei motivi per i quali sono state richieste.

Un paese nel caos

La Libia oggi è solo un paese apparentemente stabile. Il governo sostenuto dalle Nazioni Unite guidato da Fayez al-Serraj non regge l’urto del caos nazionale e di conseguenza non esistono istituzioni credibili, a livello nazionale come a livello locale, con cui dialogare. Unione Europea e Italia inondano la Libia di fondi per la cooperazione internazionale coprendo il vuoto politico e diplomatico che c’è nel paese, nella speranza che i soldi accelerino la fine della crisi ma il piano di cooperazione Italia-Libia procede con difficoltà e l’effetto potrebbe essere l’esatto contrario. La possibilità di indire elezioni a Tripoli passa da Khalifa Haftar, il generale ribelle che governa Bengasi a est della Libia, e dall’esecutivo appoggiato dalle Nazioni Unite guidato da Fayez al-Serraj che sono i due governi reali del paese. Se in Cirenaica, la Libia orientale, comanda Haftar, in Tripolitania, a ovest non ci sono padroni. Qui gli aiuti economici hanno accentuato situazioni di crisi e innescato conflitti a non finire. La caduta di Gheddafi ha aperto un vuoto di potere  incolmabile. L’effetto di richiamo che ha spinto negli ultimi due anni quasi 400 mila persone a prendere un barcone per raggiungere l’Italia è proprio l’anarchia che regna in Libia.

A Tripoli non è possibile siglare un accordo fra lo Stato e l’Unione europea sul modello di quello che Bruxelles ha firmato con la Turchia per chiudere la rotta balcanica. A Tripoli lo Stato non esiste. Però l’Europa in Libia ha già messo oltre 300 milioni di euro. Eunavfor Med, nota come Operazione Sophia, è la missione militare che l’Alto commissario agli Affari esteri della Commissione europea Federica Mogherini ha lanciato per fermare i trafficanti di esseri umani che dalla Libia portano i migranti sulle coste italiane. Nata nel 2015, la missione è stata prorogata fino alla fine del 2018. In questi tre anni, però, non è riuscita a interrompere la filiera che alimenta la tratta.

In Libia si continua a morire: soprattutto nei centri di detenzione e nel deserto. La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra del 1951 e quindi ogni migrante che entra in Libia è considerato un clandestino e messo in un centro di detenzione o in prigione, secondo il denaro che può pagare per uscirne. Chi ne approfitta davvero sono i padroni dei traffici della Libia.  Alcuni Centri di detenzione in libia: Gharyan, Sabratha, Zwara, Khoms, Garabulli, Tarek al Sika, Tarek al Matar e Tajoura, a Tripoli. Non tutte le ONG presenti in Libia partecipano ai bandi di concorso proposti dall’Italia per visitare e aiutare questi centri. I fondi italiani e europei concessi alla Libia sono molto criticati perché privilegiano progetti incentrati sulla sicurezza o sulla repressione, piuttosto che sullo sviluppo. A beneficiare del denaro europeo è soprattutto la Guardia costiera libica, la stessa che non è in grado di gestire la zona Sar (sorveglianza del mare) e che Amnesty International accusa di collusione con i trafficanti di uomini.

Vedi anche l’articolo pubblicato dal giornale Avvenire il 20 marzo scorso: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/torture-e-stupri-in-libia-lultima-accusa-dellonu

I signori del traffico di esseri umani

L’Italia sta investendo centinaia di milioni di euro senza riuscire nemmeno a scalfire la “cupola” dei trafficanti.  Colpire questa rete solo in mare è inutile, visto che parte dal Sud della Libia, il vero centro nevralgico del traffico. Da quelli che erano semplici gruppi isolati, ora le “cellule a conduzione familiare” del traffico di esseri umani si sono organizzate in assetti e strutture gerarchiche come le organizzazioni criminali. Ecco qualche nome:

  1. Esmail Aburazak, eritreo, è il trafficante più longevo. Da più di un decennio ha una rete di collaboratori tra Libia e Sudan. Ha agganci in tutto l’apparato di sicurezza libico. È “il re” dei trafficanti.
  2. Sabratha, città famosa come porto di partenza di molti migranti e a 74 km a ovest di Tripoli, è gestita dal clan dei Dabbashi che hanno ricevuto denaro dall’Italia per fermare i flussi migratori. Un altro pezzo grosso del traffico di esseri umani è Ahmed al Dabbashi. Sabratha è cosa sua. Secondo il Consiglio di sicurezza dell’Onu, fino al 2016 la sua brigata ha combattuto a fianco dell’Isis, ma ora è rivale dello Stato Islamico. In questa fase di anarchia, la famiglia Dabbashi è tra le più in vista del paese.
  3. Altro personaggio del gotha dei trafficanti è Mussab Abu Ghrein. Si tratta di un ricco uomo d’affari libico che si è dato al traffico di esseri umani, in particolare di chi viene dal Sudan, mentre la rotta dal Niger è appannaggio del suo “collega” al Dabbashi. Tutti questi personaggi sono liberi di lasciare il paese per viaggiare soprattutto nei paesi del Golfo (in particolare Dubai), dove depositano il loro denaro.
  4. Il capo della Guardia Costiera di Zawyia è Abd al-Rahman Milad, un trafficante di uomini. Altri Corpi di guardia costiera si trovano a Sabratha e Tripoli. Nessuna ha una “giurisdizione nazionale” e soprattutto ognuna di queste è legata a una preesistente milizia. È ufficialmente riconosciuto come capo della Guardia costiera cittadina, e per questo “degno” della formazione Ue. Eppure, lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo indica come trafficante di esseri umani.

Liberate dai riti vudù ma ancora vittime dei clienti italiani

Segnaliamo l’interessante articolo di Suor Eugenia Bonetti apparso sul Avvenire e ripreso dal sito Amicidilazzaro dove è presente dell’abbondante materiale sullo scandalo della tratta degli esseri umani, in particolare delle donne/ragazze provenienti dall’Africa subsahariana che finiscono sulle nostre strade.

Liberate dai riti voodoo ma ancora vittime dei clienti (italiani)

 

La tratta degli esseri umani dall’Africa. Le prime tre tappe

Il passaggio della  frontiera tra Nigeria e Niger

Sono le stesse ragazze nigeriane a raccontare il viaggio nelle sue tappe attraverso la Nigeria e poi il Niger e più tardi il loro soggiorno in Libia. Le testimonianze sono raccolte dagli attivisti delle ONG antitratta. Qui ne faccio liberamente il riassunto e allargo gli orizzonti geografici  e culturali.

Pino Locati

 

  1. Kano: da Benin-City a Kano (si va dal sud al nord della Nigeria), vi sono 851 km, due giorni di viaggio o più secondo le condizioni della strada statale A2. Kano è la prima destinazione delle ragazze che sono state reclutate ed è la capitale amministrativa dell’omonimo stato e la maggiore città della Nigeria settentrionale, con una popolazione di 4 milioni di abitanti. La città si compone di diversi quartieri nuovi mentre la città vecchia è completamente cintata con edifici in creta. Le ragazze si fermano per brevi periodi, ospiti in case affittate dai loro adescatori. Può succedere che già a Kano il trolley (colui che accompagna le ragazze – anni addietro fino in aeroporto; talvolta può essere lo sponsor, colui che le ha adescate per primo) le ceda a un altro trolley che condurrà le ragazze alla destinazione seguente o fino in Libia.

 

In questa prima fase del viaggio le ragazze non sono ancora state costrette alla prostituzione e molte non sono consapevoli di quello che sarà il loro destino. L’accompagnatore (un criminale mafioso) è chiamato ingenuamente dalle ragazze con il nome di brother (fratello) conservando quel tipico linguaggio culturale africano che include nella propria famiglia di sangue anche gli sconosciuti. Le madame sono spesso chiamate con il nome di maman, sempre con quella colorazione familiare che in realtà nella vita reale non avrà alcun significato affettivo ma servirà solo a definire chi siano i nuovi padroni di quelle ragazze.

 

  1. Sokoto: da Kano (est) a Sokoto (ovest) sono 529 km sulla strada A126, almeno una giornata di viaggio (o più). Sokoto è una città molto più a nord in Nigeria, capoluogo dell’omonimo stato nigeriano, e quasi frontaliera con il Niger. La città, con più di 580.000 abitanti, è posizionata sul fiume Sokoto ed è un importante mercato agricolo e zootecnico. Oltre ad industrie alimentari vi sono rilevanti industrie conciarie e del cemento. È la seconda tappa del viaggio. Come mai questa lunga deviazione? Ci sono due possibili risposte:

La prima che mi sembra aleatoria è questa: nel tragitto sulla strada che va direttamente da Kano a Zinder in Niger ci sono appena 247 km sulla N11 (quindi circa un quarto dell’intero percorso per andare fino a Sokoto e poi da lì proseguire per Zinder). Probabilmente ci sono più controlli e potrebbe essere difficile e rischioso corrompere le guardie di frontiera. Può succedere anche il contrario: che i trafficanti passino direttamente da Kano a Zinder per fare più in fretta! Il tempo del viaggio non è lunghissimo e alla frontiera sono i trafficanti stessi a pagare denaro contante in dollari per poter passare illegalmente senza passaporti né visti.

Il 20 gennaio del 2012 Boko Haram (la denominazione significa «l’istruzione occidentale è proibita» e indica un’organizzazione terroristica jihadista sunnita, diffusa nel nord della Nigeria) ha fatto degli attentati a Kano. È probabile che il territorio dei dintorni non presenti abbastanza garanzie di sicurezza e quindi i trafficanti di esseri umani, compresi i trolley, preferiscano spostarsi di più verso ovest per viaggiare su strade più sicure.

 

  1. Zinder (Niger): da Sokoto (Nigeria) a Zinder (Niger), altri 580 km passando prima sulla A1 e in territorio nigerino sulla N1. È la seconda città del Niger, facente parte del dipartimento di Mirriah e capoluogo della regione omonima. È situata a circa 650 chilometri ad est della capitale Niamey. A Zinder spesso i trafficanti devono attendere per qualche giorno l’arrivo dei camion che li condurranno poi alla volta della Libia. In questa fase il trafficking (traffico di esseri umani) si incrocia con il circuito dello smuggling (contrabbando). È il trafficante che ha i contatti con gli autisti contrabbandieri e paga il trasporto per le ragazze nigeriane. Questa parte del viaggio fino a Duruku o Dirkou (Niger settentrionale) può durare circa cinque giorni attraverso il deserto in cui spesso vengono fatte più soste per mangiare e dormire. Durante le varie soste solitamente si è soliti cambiare il mezzo di trasporto.
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