FIORI
(e spine) D'ETIOPIA
Inchiesta sul nuovo business delle rose africane

L’industria dei fiori sta spostando le sue immense serre sugli altopiani etiopici. Per sfruttare la favorevole situazione ambientale e politica ma soprattutto l’abbondanza di manodopera a bassissimo costo. Vi raccontiamo cosa abbiamo scoperto sulla fabbrica dei petali africani
di
Marco Trovato
La processione inizia alle prime luci dell’alba. Puntuale come ogni mattina, un lungo serpentone colorato di uomini e donne dall’aria assonnata si riversa sul “viale dei fiori”. Così viene chiamato lo stradone in terra battuta che costeggia per oltre un chilometro la più grande piantagione di rose d’Etiopia. Gli operai lo percorrono con passo deciso per non tardare al lavoro. Qualcuno arriva in bicicletta. Altri giungono con affollati carretti trainati dai muli. Per tutti l’appuntamento è all’ingresso della Sher Ethiopia Plc, l’immensa città dei fiori sorta appena due anni fa nei pressi di Ziway, 160 chilometri a sud di Addis Abeba. È la nuova capitale della floricoltura etiopica, il luogo simbolo di un mercato in piena espansione che già oggi produce 25 milioni di dollari annui. Un mercato che nei prossimi dodici mesi - promettono le autorità - creerà almeno 100 mila nuovi posti di lavoro in un Paese dove i disoccupati sono il 40%della popolazione.
Un nuovo miraggio
A
Ziway la speranza di un impiego sboccia ogni giorno con le rose della Sher Ethiopia. I lavoratori si infilano veloci in un portone presidiato da guardiani dall’aria severa, coi fucili a tracolla, incaricati di controllare i documenti e perquisire chiunque. Solo i più fortunati, quelli che stringono tra le mani un cartel lino consunto, il documento di riconoscimento dei dipendenti, possono entrare. Gli altri restano fuori, costretti a fermarsi sullo spiazzo di fronte.
Sono centinaia di giovani senza lavoro, giunti anche da molto lontano in cerca di un salario sicuro. Ma ci sono anche i “braccianti a giornata”, gente che vive in campagna e che dispone, tra una semina e un raccolto, di un po’di tempo da impiegare per arrotondare i miseri guadagni. Attendono per ore, accovacciati per terra, chiacchierando tra loro per ingannare il tempo, nella speranza di essere chiamati da qualche responsabile di reparto. «È il terzo giorno che vengo qui senza riuscire a lavorare», si lamenta una ragazza con la testa piena di treccine e lo sguardo pieno di stanchezza. «All’ingresso fanno passare solo gli amici e i conoscenti, e per noi che arriviamo dai villaggi diventa tutto più difficile… Non abbiamo alternativa che aspettare e sperare».
Il sole comincia a farsi sentire e gli aspiranti lavoratori si rifugiano in uno stato di apparente torpore. Restano immobili, silenziosi, con gli occhi socchiusi puntati verso il grande cancello di ferro. «È una prigione all’incontrario », sospira, con tono rassegnato, un uomo sorpreso a sbirciare tra le inferriate. «Per una volta mi fanno invidia le persone che si trovano dietro le sbarre. Farei di tutto per finire lì dentro anch’io».
Meglio non lamentarsi
Dall’altra parte della cancellata si apre un mondo ordinato, dinamico, all’apparenza operoso ed efficiente. Gli addetti alle piantagioni spariscono nelle serre che si estendono per oltre cinquecento ettari di terra. Lì dentro passeranno almeno sette ore della giornata, a una temperatura media di 35 gradi. «È faticoso ma ci si abitua», spiega un ragazzo che incrociamo mentre spinge una carriola di foglie secche fuori da una serra. «Io sono fortunato perché ogni tanto posso uscire dai vivai e prendere una boccata d’aria fresca». Il salario giornaliero è di 7 birr, circa 60 centesimi di euro, qualcosa in più se tocca il turno serale, il doppio quando si lavora la domenica.
La direzione parla di «stipendi adeguati», in realtà è il minimo di legge. «Certo potrebbero pagarci meglio, ma non mi lamento », dice il giovane mentre volge lo sguardo oltre la recinzione. «Là fuori c’è molta gente che vorrebbe trovarsi al mio posto… Meglio lavorare sodo e non protestare: i capi trovebbero presto un sostituto».
Già. Il capo dei capi qui si chiama Peter G.D. Van Heukelom, ma tutti lo conoscono come “Peter l’olandese”. È un cinquantenne cordiale e sorridente, coi capelli ricci e gli occhialini tondi che ricordano Harry Potter. Assieme ad un paio di colleghi fiamminghi dirige la Ziway Roses, una delle più importanti compagnie di fiori operanti in Etiopia.
Chi ci
guadagna?
«In soli due anni abbiamo quintuplicato il nostro fatturato », spiega. «Ora produciamo fino a 200 boccioli di rosa per metro quadro. È un ottimo risultato, ottenuto grazie alle favorevoli condizioni climatiche, all’altitudine ideale e alla fertilità della terra, perennemente irrigata con l’acqua del vicino lago di Ziway».
Oltretutto il business floreale è favorito dal governo di Addis Abeba, che sta incentivando gli investimenti stranieri nel Paese. «Per i primi cinque anni di attività non paghiamo alcuna tassa», chiarisce Peter. «Inoltre l’importazione dei macchinari e delle infrastrutture avviene senza spese doganali ». Non solo. L’affitto mensile della terra costa poco, appena 200 dollari l’ettaro, e i prestiti bancari sono concessi a condizioni vantaggiose. A completare il quadro ci sono gli aiuti della Banca Mondiale e le agevolazioni commerciali che l’Unione Europea garantisce ai prodotti provenienti dall’Etiopia, per i quali non si applica alcun dazio.
«Infine c’è l’abbondanza di manodopera a bassissimo costo», puntualizza giustamente Peter. «La nostra non è affatto una nuova forma di colonialismo o di sfruttamento economico. È la globalizzazione, un’opportunità per tutti: per noi imprenditori e per quelle migliaia di etiopi che oggi possono contare su uno stipendio sicuro e un buon lavoro. Grazie ai nostri fiori».
La salute dei… fiori
Nelle serre sono impiegate soprattutto donne. Dai diciassette anni in su. Le vediamo scorrere lentamente le lunghe file di boccioli colorati, districandosi con abilità nel groviglio dei rami spinosi, mimetizzate tra decine di migliaia di rose appena fiorite. Alcune operaie si occupano di eliminare le foglie malate, altre potano le piante affinché crescano sane e robuste.
Nessuna indossa guanti o grembiuli da lavoro. Nemmeno l’ombra di mascherine per difendersi dai pesticidi. «Non sono necessarie - sostiene Peter -: le sostanze chimiche vengono spruzzate la sera, quando le operaie hanno finito di lavorare. Se ne occupano tecnici specializzati equipaggiati di tute protettive. Ci teniamo alla salute dei nostri lavoratori».
Di certo l’attenzione alla salute dei fiori non manca. Ogni rosa viene ispezionata con cura prima di essere raccolta: l’eventuale diffusione di malattie o di parassiti manderebbe in fumo decine di migliaia di euro. Superati i controlli di qualità, gli steli passano al reparto imballaggio per essere tagliati manualmente a lunghezze precise. E ripuliti, uno ad uno, dalle spine. «La gentilezza è il segno distintivo delle nostre rose», dice orgoglioso Peter. «Mai nessuna donna europea potrà pungersi quando le riceverà in dono».
In compenso, le mani di molte lavoratrici etiopiche hanno le unghie rotte e sono piene di piccole ferite. «È inevitabile che qualcuna si faccia male, accade in tutti i vivai», taglia corto Peter. «Per questo esiste l’infermeria aziendale». Il tempo che ci poteva concedere per la visita è quasi terminato.
Il lungo viaggio
Le rose ora vengono trasferite nelle celle frigorifere, dove i magazzinieri sono imbacuccati come eschimesi, per poi essere caricate su appositi camion diretti all’aeroporto. Durante il viaggio non lasceranno mai la “catena del freddo”, In meno di venti ore dalla raccolta arriveranno in Olanda, il centro mondiale di smistamento dei fiori recisi, dove i grandi distributori acquistano per poi riesportare nel resto del mondo. Sarà compito dei grossisti nazionali far giungere le rose fino ai supermercati e ai fioristi di New York, Delhi, Mosca o Parigi.
Ad Amsterdam si trovano le più grandi aste dell’industria florovivaistica, vere e proprie borse dedicate alla domanda e all’offerta dei fiori, che influenzano pesantemente la formazione dei prezzi. «Il valore di una rosa cambia ogni giorno», chiarisce Peter prima di congedarsi. «In occasione di festività e ricorrenze particolari la domanda mondiale cresce facendo lievitare le cifre». In un negozio occidentale un fiore può essere venduto anche a cinque, sette dollari. Un valore pari a dieci giorni di lavoro per chi l’ha coltivato in Etiopia.
Sospetti e accuse
«È una vergogna», tuona sister Elisa, una suora salesiana, grintosa e combattiva, da anni missionaria a Ziway. «Gli imprenditori europei si stanno arricchendo sulle spalle dei poveri etiopi, che oltretutto sono costretti a lavorare in condizioni durissime, senza alcuna tutela sindacale e sanitaria». La religiosa punta il dito contro un presunto abuso di fertilizzanti e riferisce di un allevatore che di recente ha perso venti vacche «morte dopo aver mangiato le foglie che erano state gettate fuori dalle serre».
Ci racconta inoltre di alcune operaie che avrebbero avuto problemi di fertilità e di vista, dopo aver lavorato nelle serre. Ma nel principale ambulatorio locale, il dottor Nebiat Fikru non conferma. «Sono voci che girano in città, e non posso escludere che siano fondate, ma finora non mi è mai capitato di visitare un paziente che lamentasse qualche problema dovuto al lavoro nelle piantagioni».
Solo pregiudizi allora? «Nient’affatto», protesta suor Elisa. «Le operaie che si ammalano vengono inviate in una clinica privata che si trova a Mojo. Lontane da occhi indiscreti. Gli imprenditori dei fiori tentano di far passare tutto sotto silenzio, con la complicità delle autorità. Ma io conosco personalmente una ragazzina che si è dovuta far ricoverare per disturbi ginecologici iniziati col lavoro nelle serre… Ora i ricchi signori delle rose vogliono aprire un ospedale a Ziway per lavarsi la coscienza. Ipocriti».
Fuga dal Kenya
Il mancato rispetto di norme sanitarie e regole sindacali è un problema non nuovo per l’industria dei fiori. In Kenya nel duemila scoppiò lo scandalo delle società straniere presenti nei pressi del lago di Naivasha. Alcune organizzazioni ambientaliste lanciarono l’allarme per l’uso incontrollato dei pesticidi, la Kenya Human Rights Commission parlò di «trattamenti brutali contro i lavoratori», e la Women Workers Association segnalò casi di abusi sessuali tra le operaie delle serre. Nacque una campagna internazionale di pressione contro i “fiori del male”.
In questi anni alcuni grandi coltivatori europei hanno lasciato le piantagioni keniane per spostarsi nella vicina e più tranquilla Etiopia, e chi è restato sta meditando di dirottare nel Corno d’Africa i nuovi investimenti. Le ragioni dell’esodo sono evidenti. La manodopera locale è ancor più a buon mercato e i costi del trasporto aereo – che rappresentano il 50% dei costi di produzione – sono quasi dimezzati. «Inoltre qui possono contare sull’appoggio incondizionato del governo che svende alle società europee le migliori terre del Paese», conclude amara suor Elisa.
Un futuro “roseo”?
In effetti le autorità etiopiche stanno spingendo molto sul business dei fiori - che già ora rappresenta la terza industria nazionale, per fatturato, dopo l’esportazione del caffè e del pellame - e la televisione statale trasmette in continuazione spot che mostrano terre aride trasformarsi come per magia in distese di piantine multicolori. Ora in Etiopia approdano schiere di businessman olandesi, israeliani, indiani.
Ma chi ha creduto da subito nelle potenzialità della floricoltura locale è stato un imprenditore italiano, Alberto Salek, nato in Eritrea e residente da molti anni ad Addis Abeba. «Sono stato il primo a coltivare rose qui. È bastato chiedere del terreno al governo e lavorare con serietà per ottenere fiori di ottima qualità, migliori di quelli keniani».
Oggi il signor Salek è il maggior azionista della Ethiodream Plc, un’azienda in pieno sviluppo che impiega 180 operai e produce 30mila steli al giorno. «Sono soddisfatto, certo, ma resto coi piedi per terra», puntualizza il manager. «L’industria etiopica dei fiori cresce molto, ma resta il problema della stagione delle piogge, che qui dura circa 6 mesi. E poi c’è la brusca oscillazione dei mercati: durante l’estate la domanda e i prezzi crollano mentre le nostre spese non conoscono sosta. È presto per fare bilanci, ma non parlerei ancora di “boom dei fiori etiopici”».
Chi non lesina toni entusiastici è Abebe Tsegaye, presidente della Ehpea, l’associazione di settore che conta 32 aziende, di cui la metà straniere. «Il futuro dell’Etiopia sarà sempre più “roseo”», assicura l’uomo giocando con le parole. «Attendiamo cento nuovi grandi produttori Entro un anno prevediamo di avere altri cinquecento ettari coltivati. Arriveremo a produrre 300 milioni di dollari di fatturato, ovvero 50mila tonnellate di petali». E una montagna impressionante di spine.