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Ecco dove vivono 

Le popolazioni pigmee sono conosciute fin dall’antichità e vivono distribuite lungo tutta la zona tropico- equatoriale. A seconda della zona i pigmei assumono nomi diversi: 
1 Baka nel Camerun; 
2 Babinga nel Gabon;
3 Bambuti, Bashwa, Baefe, Bapoo, Balese nel Congo;
4 Batwa in Uganda e Ruanda; 
5 Aka nella Repubblica Centrafricana; 
6 Pigmei RD del Congo.

Scienziati della natura

Per molto tempo i pigmei sono stati considerati un popolo di selvaggi e di primitivi. Il loro lungo isolamento nella foresta e la relativa mancanza di contatti con l’esterno hanno dato origine nel passato ad assurde leggende che li dipingevano come animali bruttissimi, pericolosi, con delle lunghe code. Inoltre l’ignoranza e l’arroganza dei primi osservatori bianchi hanno contribuito ad alimentare il pregiudizio circa le loro attitudini intellettuali e spirituali: si pensava stupidamente che la piccola statura delle persone comportasse una cultura altrettanto ridotta. Oggi le cose sono cambiate: nei libri di antropologia i pigmei africani sono descritti come autentici scienziati della natura e il loro straordinario bagaglio di conoscenza sugli ecosistemi forestali non finisce di stupire gli studiosi.

 

 

 

 

piccoli grandi uomini

Viaggio in Congo tra gli ultimi pigmei dell'Ituri

pigmeo

di Raffale Masto, foto di Piero Pomponi/World Focus

CONTINUA L'ESPLORAZIONE....

L’armonia della semplicità 

Prima che il sonno sopraggiunga, il pensiero corre ai nostri accompagnatori e non si può fare a meno di constatare che il loro modo di vivere è perfettamente intonato all’ambiente, anche l’organizzazione sociale lo conferma. I pigmei infatti vivono in gruppi di 60-80 persone, cioè dieci-quindici famiglie con relative capanne, non di più perché un numero superiore li costringerebbe a sfruttare in modo eccessivo la foresta. 

Si tratta di una legge ferrea: le famiglie devono mettere al mondo 7-8 figli per averne vivi in età adulta almeno 4-5, data l’alta mortalità infantile. La loro economia si fonda sulla caccia, che è appannaggio degli uomini ed è praticata con le reti e l’arco, e la raccolta, fatta dalle donne. I gruppi sono privi di una guida ma sono retti dal cacciatore più esperto. Le decisioni vengono prese in modo comunitario, da tutti i membri che si riuniscono intorno al fuoco.

L’arrivo al villaggio 

Piero Pomponi con un'anziana Quando riapro gli occhi i due pigmei hanno già riattizzato il fuoco e stanno consumando i resti della cena serale. In breve siamo di nuovo in cammino. Oggi la marcia è più faticosa di ieri, l’umidità è opprimente e la foresta sembra ancora più fitta. Non riuscire mai a vedere completamente il cielo, l’orizzonte, le nuvole, diventa una sensazione fastidiosa e si è assaliti da una sorta di claustrofobia. 

Fortunatamente a metà pomeriggio arriviamo al villaggio quasi contemporaneamente agli altri uomini che hanno fatto una battuta di caccia. Portano le loro prede ancora impigliate nelle reti o infilate nelle frecce scagliate dai loro archi. I pigmei sono abilissimi nella caccia che viene praticata collocando strategicamente le reti agli alberi e poi spingendo la selvaggina con gridi e strepiti verso quel punto dove gli animali si impiglieranno. Le prede più grandi o quelle che riescono a sfuggire vengono cacciate con gli archi, arma con la quale i pigmei sono infallibili. 

Il raduno nel villaggio avviene senza particolari cerimonie, anche la presenza degli stranieri non sembra suscitare grande curiosità. I pigmei sono sobri e moderati in tutte le loro manifestazioni, solo i bambini osservano ammutoliti gli stranieri e tutti i loro strani oggetti. Per il resto la comunità è affaccendata nella preparazione del pasto serale e dell’immancabile fuoco al centro del villaggio. La cena è un vero rito comunitario che si protrae anche quando nell’accampamento rimane solo la luce traballante delle fiamme e infine si fonde con i semplici riti di una religione che è essenziale, quasi priva di sovrastrutture e di liturgia.

Figli della foresta 

attorno al fuoco

I pigmei credono in un essere superiore chiamato Tore che abita la Luna e spesso viene definito il “cacciatore di lassù”. Tore è anche la forza vitale che anima il mondo e che nella loro lingua viene chiamato Megbe, si tratta di una forza impersonale e incorporea che si manifesta solo attraverso i suoi effetti e che può essere concentrata nei cacciatori più abili. Non ci sono sciamani, sacerdoti o stregoni che mediano il rapporto dell’individuo con Dio. Man mano che il fuoco si esaurisce, la notte avvolge il gruppo e i rumori e le voci si fanno più attutiti.

Faccio ormai fatica a distinguere i contorni degli uomini e delle donne e la foresta comincia a far sentire le sue voci di animali lontani e vicini mentre avvolge, addirittura sembra inglobare questo piccolo gruppo di pigmei che, ancora di più, danno l’idea di essere parte integrante della foresta.

E quando il silenzio è ormai quasi totale, da un punto imprecisato dell’accampamento arriva il suono melodioso e acuto di una specie di flauto. È il pikipiki, uno strumento a fiato ricurvo dal quale i pigmei non si separano mai e che portano appeso al collo o alla cintola. Mi chiedo che significato avrà quel suono, se è un motivo improvvisato, composto sul momento dall’individuo che lo esegue o se è conosciuto dagli altri membri del gruppo e viene ripetuto dopo ogni fruttuosa battuta di caccia. Rinuncio a farmi troppe domande e mi lascio avvolgere dal sonno cullato dalle note del pikipiki che, nel buio totale, sembrano provenire dallo spazio siderale.

Terra senza pace

famigliaQuando ritorniamo a Beni l’esperienza coi pigmei sembra un sogno, ma la realtà continua a riportarmi tra loro con il pensiero. La guerra che colpisce questa regione, ricchissima di minerali preziosi, ha finito per rendere insicuro il loro habitat naturale e molte tribù sono state distrutte. Si tratta di un conflitto esploso nel 1998 per il controllo delle enormi risorse minerarie e da allora, secondo stime delle Nazioni Unite, ha già fatto milioni di morti e vede coinvolte diverse potenze regionali. 

La posta in gioco, oltre agli altri minerali, è soprattutto il coltan, una lega rarissima usata dall’industria dell’hi-tech per la realizzazione di computer e cellulari. Di fronte a questi enormi interessi i piccoli uomini della foresta sono impotenti e indifesi. Molti di loro ormai vivono emarginati, alcolizzati e spesso in condizioni di schiavitù nei villaggi bantu o nelle città della regione. 

Il loro mondo rischia di sparire per sempre.

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