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Viaggio
in Congo tra gli ultimi pigmei dell'Ituri

di
Raffale Masto, foto di Piero Pomponi/World Focus
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L'ESPLORAZIONE....
L’armonia della semplicità
Prima che il sonno sopraggiunga, il pensiero corre ai nostri accompagnatori e non si può fare a meno di constatare che il loro modo di vivere è perfettamente intonato all’ambiente, anche l’organizzazione sociale lo conferma. I pigmei infatti vivono in gruppi di 60-80 persone, cioè dieci-quindici famiglie con relative capanne, non di più perché un numero superiore li costringerebbe a sfruttare in modo eccessivo la foresta.
Si tratta di una legge ferrea: le famiglie devono mettere al mondo 7-8 figli per averne vivi in età adulta almeno 4-5, data l’alta mortalità infantile. La loro economia si fonda sulla caccia, che è appannaggio degli uomini ed è praticata con le reti e l’arco, e la raccolta, fatta dalle donne. I gruppi sono privi di una guida ma sono retti dal cacciatore più esperto. Le decisioni vengono prese in modo comunitario, da tutti i membri che si riuniscono intorno al fuoco.
L’arrivo al villaggio
Quando riapro gli occhi i due pigmei hanno già riattizzato il fuoco e stanno consumando i resti della cena serale. In breve siamo di nuovo in cammino. Oggi la marcia è più faticosa di ieri, l’umidità è opprimente e la foresta sembra ancora più fitta. Non riuscire mai a vedere completamente il cielo, l’orizzonte, le nuvole, diventa una sensazione fastidiosa e si è assaliti da una sorta di claustrofobia.
Fortunatamente a metà pomeriggio arriviamo al villaggio quasi contemporaneamente agli altri uomini che hanno fatto una battuta di caccia. Portano le loro prede ancora impigliate nelle reti o infilate nelle frecce scagliate dai loro archi. I pigmei sono abilissimi nella caccia che viene praticata collocando strategicamente le reti agli alberi e poi spingendo la selvaggina con gridi e strepiti verso quel punto dove gli animali si impiglieranno. Le prede più grandi o quelle che riescono a sfuggire vengono cacciate con gli archi, arma con la quale i pigmei sono infallibili.
Il raduno nel villaggio avviene senza particolari cerimonie, anche la presenza degli stranieri non sembra suscitare grande curiosità. I pigmei sono sobri e moderati in tutte le loro manifestazioni, solo i bambini osservano ammutoliti gli stranieri e tutti i loro strani oggetti. Per il resto la comunità è affaccendata nella preparazione del pasto serale e dell’immancabile fuoco al centro del villaggio. La cena è un vero rito comunitario che si protrae anche quando nell’accampamento rimane solo la luce traballante delle fiamme e infine si fonde con i semplici riti di una religione che è essenziale, quasi priva di sovrastrutture e di liturgia.
Figli della foresta
I pigmei credono in un essere superiore chiamato Tore che abita la Luna e spesso viene definito il “cacciatore di lassù”. Tore è anche la forza vitale che anima il mondo e che nella loro lingua viene chiamato Megbe, si tratta di una forza impersonale e incorporea che si manifesta solo attraverso i suoi effetti e che può essere concentrata nei cacciatori più abili. Non ci sono sciamani, sacerdoti o stregoni che mediano il rapporto dell’individuo con Dio. Man mano che il fuoco si esaurisce, la notte avvolge il gruppo e i rumori e le voci si fanno più attutiti.
Faccio ormai fatica a distinguere i contorni degli uomini e delle donne e la foresta comincia a far sentire le sue voci di animali lontani e vicini mentre avvolge, addirittura sembra inglobare questo piccolo gruppo di pigmei che, ancora di più, danno l’idea di essere parte integrante della foresta.
E quando il silenzio è ormai quasi totale, da un punto imprecisato dell’accampamento arriva il suono melodioso e acuto di una specie di flauto. È il pikipiki, uno strumento a fiato ricurvo dal quale i pigmei non si separano mai e che portano appeso al collo o alla cintola. Mi chiedo che significato avrà quel suono, se è un motivo improvvisato, composto sul momento dall’individuo che lo esegue o se è conosciuto dagli altri membri del gruppo e viene ripetuto dopo ogni fruttuosa battuta di caccia. Rinuncio a farmi troppe domande e mi lascio avvolgere dal sonno cullato dalle note del pikipiki che, nel buio totale, sembrano provenire dallo spazio siderale.
Terra senza pace
Quando ritorniamo a Beni l’esperienza coi pigmei sembra un sogno, ma la realtà continua a riportarmi tra loro con il pensiero. La guerra che colpisce questa regione, ricchissima di minerali preziosi, ha finito per rendere insicuro il loro habitat naturale e molte tribù sono state distrutte. Si tratta di un conflitto esploso nel 1998 per il controllo delle enormi risorse minerarie e da allora, secondo stime delle Nazioni Unite, ha già fatto milioni di morti e vede coinvolte diverse potenze regionali.
La posta in gioco, oltre agli altri minerali, è soprattutto il coltan, una lega rarissima usata dall’industria dell’hi-tech per la realizzazione di computer e cellulari. Di fronte a questi enormi interessi i piccoli uomini della foresta sono impotenti e indifesi. Molti di loro ormai vivono emarginati, alcolizzati e spesso in condizioni di schiavitù nei villaggi bantu o nelle città della regione.
Il loro mondo rischia di sparire per sempre.
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