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La casbah si SGRETOLA
Prima la guerra di liberazione, poi il terremoto del 2003, e comunque le ingiurie del tempo. La casbah è ammalata, sta male. Edificata tra il X e il XVII secolo, di circa 1700 abitazioni di terra e pietra ne rimane oggi un migliaio. E queste si trovano, secondo la Fondazione Casbah che dal 1991 cerca di frenare il degrado, per il 46 per cento «in condizioni disastrose». E il bello è che, come ha dichiarato all’Ansa il presidente della Fondazione Ali Mebtouche, «Esistono i fondi, ci sono gli esperti (tra cui l’architetto italiano Pietro Laureano) e la manodopera necessari ». Il problema è che «non esiste una reale volontà politica per risolvere il problema». Qualche restauro, a dire il vero, è stato realizzato negli anni Settanta e Ottanta, ma un più importante intervento avviato nel 1998 «si è arenato l’anno seguente». La casbah è abitata da 70mila persone, il doppio di quelle presenti nel 1830, che rischiano l’esproprio «se si disinteressano della manutenzione della loro proprietà». La Fondazione non intende fare dello storico quartiere un museo all’aria aperta, ma vuole che «non sia più un luogo di povertà per qualche turista curioso. Non dovrà diventare un museo perdendo le sue origini ma ritornare ad avere quel ruolo culturale, economico e sociale che ha avuto per secoli».
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Algeri in BATTAGLIA
Un film storico in dvd La capitale algerina è stata il set di quello che rimane il film anticolonialista più importante della storia del cinema, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (il regista è scomparso lo scorso ottobre). Il film vinse il Leone d’oro a Venezia nel 1966: fu quindi girato all’indomani dell’indipendenza (1962) conquistata al termine di una lunga e dura lotta di liberazione, proprio nella casbah e nei luoghi che erano stati teatro degli eventi, con la stessa popolazione. Pontecorvo ebbe «una città a disposizione », nella quale soggiornò per oltre un anno. La distribuzione del film rimase a lungo vietata in Francia. L’opera di Pontecorvo è stata ultimamente studiata da George Bush, dietro suggerimento di Henry Kissinger, per cercare di capire meglio le dinamiche dell’odierna, infinita “battaglia di Baghdad”. Il dvd ora in commercio offre una traccia audio in cui, durante la visione del film, il regista ne racconta la lavorazio.
Da non perdere.
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In lotta per la giustizia Non si arrendono le madri, le mogli e le figlie dei 18 mila desaparecidos algerini. Giustizia e verità. Non chiedono altro le associazioni delle famiglie degli scomparsi e delle vittime del terrorismo di matrice islamica che dal 1992 ad oggi ha fatto in Algeria circa 200mila morti, in gran parte civili, e 30 miliardi di dollari di danni. Djazirouna, Sos Disparus, Anfd, Soumoud, sono solo alcune delle numerose associazioni femminili che si battono da anni per vedere riconosciuti i diritti dei famigliari delle persone scomparse, sequestrate dagli integralisti armati o dalle forze di sicurezza algerine. «Non vogliamo vendicarci delle autorità o dei terroristi oggi in libertà (circa 3000 amnistiati da marzo 2006, ndr), chiediamo solo la verità e la giustizia, necessarie per elaborare il nostro lutto, e rifiutiamo il risarcimento in denaro che ci è stato proposto», spiega Cherifa Kheddar di Djazairouna di Blida (50 chilometri a ovest di Algeri) in quello che negli anni Novanta era tristemente noto come “il triangolo della morte” per le stragi di civili firmate dal Gia, il più sanguinario dei gruppi integralisti armati. E come Cherifa sono tante le donne che non hanno paura e che dopo aver sfidato la cieca violenza degli integralisti disposti a tutto per “purificare” l’Algeria e trasformarla in uno Stato islamico retto dalla sharia, sfidano oggi le autorità e minacciano di ricorrere ai “tribunali internazionali” pur di avere giustizia.
(Laura De Santi)
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Donne
di Algeri
Confessioni
femminili raccolte nei vicoli
della casbah

Durante gli anni Novanta, anni di piombo e di lame, che hanno contrapposto lo Stato all’islamismo armato e preso la popolazione a bersaglio, le donne hanno sfidato il terrorismo e mantenuto viva la speranza della società civile. Oggi, alla vigilia di elezioni cruciali per il Paese, sognano un futuro di libertà
testo
e foto di Andrea Semplici
La casbah di Algeri possiede ancora - malferma e slabbrata com’è - la sua antica democrazia urbanistica. Le case sono appoggiate fra di loro, si
sorreggono a vicenda e nessuna può nascondere
all’altra la bellezza del mare. Le facciate di questo groviglio di edifici nascondono
chiostri e scale, appartamenti affollati, stanze lunghe e strette che si affacciano su terrazze interne. Sediamo in una bella camera, con un gruppo di donne. La televisione è accesa, un bambino di pochi mesi dorme in un letto, il vassoio è pieno di dolci e succhi di frutta.
In casa nessuno indossa il velo. Nemmeno di fronte al visitatore straniero. Sorrisi e silenzi. Poche parole, incerte e imbarazzate. Fatima ha 24 anni. Lei non è nata nella casbah. Viene dal quartiere popolare di Belcourt. «L’amore verrà con il tempo - dice con una malinconia leggera -. Il mio matrimonio è stato combinato dalle famiglie. Ho conosciuto mio marito alla vigilia delle nozze. Gli ho chiesto solo che non avesse altre donne… Non accetterò che mio marito abbia un’altra moglie». Fatima parla con libertà. Indossa un abito estivo svolazzante e generoso. Non può lavorare. «Mio marito non vuole». E quando esce, sempre accompagnata, si copre la testa con il velo.
Arte e libertà
I quadri appesi alle pareti della camera sono di una bellezza sfolgorante: lampi di colore, giochi astratti di artisti algerini. Ouaibah
(nella foto) ha poco più di cinquant’anni. L’età giusta per cambiare vita. Ex funzionaria di una grande azienda, tre anni fa ha aperto una galleria d’arte. A Kouba, un quartiere a rischio negli anni della guerra civile. L’ha chiamata Arts en liberté. «Non volevo rimanere nel centro della città, non volevo un luogo riservato solo ai diplomatici stranieri o a chi può permettersi di comprare quadri - racconta Ouaibah -. Volevo un luogo vero. Dove anche gli abitanti di un quartiere popolare potessero entrare e dare un’occhiata».
Ouaibah indossa un’ampia gonna, il cellulare è infilato nella cintura. «Algeri è sempre stata una città vitale. La mia generazione è cresciuta amando l’arte, il cinema, il teatro. Poi tutto è andato in frantumi: per sette anni abbiamo vissuto un dramma. Ne siamo usciti, ma, qui attorno, c’è ancora dolore, c’è un popolo ferito, traumatizzato. Io volevo aprire qualcosa che mostrasse la bellezza, volevo dare un segnale che qui, come dovunque, abbiamo voglia di vivere con serenità». Dalla galleria passano i bambini delle scuole, qualche volta una donna con la borsa della spesa trova il coraggio di entrare. E al mattino presto anche gli spazzini si fermano a guardare i quadri. «L’Algeria ha straordinari artisti contemporanei» racconta Ouaibah. «Molti vivono all’estero, ma alcuni sono ancora qua. Ed è davvero possibile mostrare la bellezza. Di questi quadri e della nostra città».
Un fidanzato spagnolo
Fatiha ha trent’anni. È una bella ragazza. Jeans e maglietta attillata. Capelli neri, occhi bruni, un grande sorriso. È felice. Perché è innamorata. Di un ragazzo spagnolo. Lingua che lei parla alla perfezione. Ha chiesto alla famiglia il permesso di andare a studiare nuovamente in Spagna. La sua famiglia è “moderna”, sicuramente non integralista. Sanno di potersi “fidare” di Fatiha.
Ma per decidere sulla sua richiesta, si è riunito un “consiglio di famiglia” e la risposta è stata negativa. Senza alcuna discussione: gli uomini di casa, all’oscuro del suo “fidanzamento”, erano contrari al viaggio. Il padre ha approvato il parere del nonno, il più anziano della famiglia. Non ha difeso la libertà della figlia trentenne. Fatiha romperà i rapporti con la famiglia e se ne andrà ugualmente. Di nascosto da tutti. Senza avvertire nessuno. Ha messo al sicuro il suo passaporto. Sa che, difficilmente, potrà tornare in Algeria.
La fotomodella e la fotografa
Amina vuole sorprendere. «Sono una disoccupata di lusso»: si presenta a questa maniera al fotografo. Allegra, spavalda, bella. Fa la fotomodella, ma, a quanto si capisce, non lavora poi molto. Ha 27 anni. Dieci anni fa, 1997, anni ancora bui dell’Algeria, Amina varcò la porta di un’agenzia fotografica e cominciò la sua carriera. Ora Amina posa per noi in una vecchia sala di un’associazione cinematografica. Parla a raffica ridendo: «Il velo lo metti sulla testa. Non dentro la testa». Gli sguardi avidi dei ragazzi la seguono mentre cammina per la strada che attraversa il centro di Algeri.
Lei ne è ben consapevole. Anissa ha il doppio dell’età di Amina. Vent’anni fa girava per la casbah con una macchina fotografica. Scatti in bianco e nero. «Volevo raccontare la storia della mia città - ricorda -. Ma poi non è stato più possibile per una donna aggirarsi per la casbah a fare fotografie. Ho dovuto smettere. Mi sono chiusa in casa e ho fotografato fiori, bottiglie, oggetti. Ma oggi è tempo di uscire nuovamente per le strade». Le fotografie di Anissa sono chiaroscuri. Ombre che sembrano fuggire per i vicoli della casbah. «Un tempo - continua Anissa - qui vivevano arabi, berberi, ebrei. Fianco e fianco. Si andava alle feste di ogni comunità. Ma già vent’anni fa c’erano solo le ombre di quel passato».
La musica degli Usignoli
Ci spostiamo a Cheraga, periferia di Algeri, 30 chilometri dal centro. Un paese più che un sobborgo. Qua cominciano le campagne dell’altopiano algerino. Qui si ritrova a
suonare un gruppo di ragazzi e ragazze nemmeno ventenni. Pagano due euro al mese per imparare la musica arabo-andalusa, ritmi tradizionali del Nord Africa, approdati in queste terre con gli esuli musulmani ed ebrei cacciati alla fine del 1400 dai re cattolici della Spagna. Rokia lavora come contabile in un ministero. Sfiora le corde del suo strumento con dolcezza: «La mia famiglia ha sempre amato la musica. La mia vita è felice grazie a questi canti».
È stato un uomo, il violinista Youcef Ouznadji, l’unico uomo in questo articolo popolato di donne, a fondare, negli anni Novanta, questa orchestra. Pensate: un uomo della casbah, territorio di rifugio degli islamisti in quegli anni terribili, un musicista, vittima predestinata dell’orrore di quella guerra civile, non fugge, ma apre una scuola di musica. «È stata la mia reazione: dovevamo pur resistere a quanto stava accadendo nel Paese», dice Youcef. Ci vuole coraggio: quante notti il maestro ha dormito nella sala prove perché il rischio di tornare a casa era eccessivo? Ma oggi Les Rossignols d’Alger, gli Usignoli di Algeri, sono una giovane e già celebre orchestra. I maestri più importanti dei ritmi andalusi vengono a vedere Rokia, Sabrina, Kaissa suonare. Giovani donne di Algeri che, all’occasione, sanno ancora far vibrare lingua e gola in yous-yous vertiginosi, urlati per gioia e per orgoglio.
Una nuova primavera
È davvero rinata Algeri dopo gli orrori della guerra civile degli anni Novanta? Cosa allaccia Fatima a Ouaibah, Amina a Fatiha? Quasi trent’anni fa, Assia Djebar, grande scrittrice algerina, guardava le «nuove donne di Algeri» uscire finalmente oltre i muri che circondavano le loro case. Per un istante si accecavano «di sole al momento di varcare la soglia». Assia Djebar, allora, si chiedeva: «Parlano davvero, danzando, o pensano di dovere sempre sussurrare a causa dell’occhio che le spia?». Sono passati trent’anni e la paura, negli anni della guerra, ha cercato di murare le donne dentro un velo che doveva nascondere tutto il corpo.
Oggi Algeri si scuote. Vive ancora il timore di equilibri fragili, incerta fra l’invadenza visibile di un nuovo e più sottile fondamentalismo religioso (dilagano i predicatori televisivi, sono rientrati nel Paese, dopo un esilio dorato, ambigui capi islamisti) e la libertà ritrovata e riconquistata a prezzo di una resistenza disperata. Algeri e i suoi giovani cercano, con voracità, di riprendersi gli anni perduti. Le donne che abbiamo incontrato ad Algeri si sfiorano di continuo fra i vicoli della casbah, ai mercati popolari di Bab el-Oued, lungo i bei marciapiedi della Didouche Mourad. Un esile filo rosso le unisce. Poi, a sera, alcune di loro si siedono ai tavoli di un ristorante elegante o sostano nelle terrazze dei bar dei quartieri più ricchi. Le altre, la maggior parte, rientrano nella penombra delle loro case. Dove parlano, ridono, sognano in piena libertà.
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