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Un ritratto
La sua personalità non era carismatica e magnetica. Non disponeva di sguardi folgoranti, di sorrisi smaglianti, di voce sonora e penetrante.
Gli occhi, velati dalla miopia, osservavano con attenzione discreta, senza insistenza; la bocca, sorridendo, metteva in mostra denti sporgenti e molto distanziati; il tono della voce era basso e costante, e non l’alzava nemmeno in riunioni molto affollate: per sentirlo bisognava fare silenzio e tendere l’orecchio, e sarebbe stato facile sopraffarlo parlando più forte.
Ma qualcosa induceva sempre i suoi interlocutori a concentrarsi per ascoltarlo: dal suo modo di esprimersi piano e scarno, senza vocaboli che non fossero ordinari e quotidiani, emanava una intensità controllata, una densità singolare di generosa convinzione, di acutezza, di giudizio, di coerenza e saggezza.
Joyce Lussu
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Fuoco e ritmo
Sentieri larghi
pieni di gente pieni di gente
pieni di gente
in esodo da ogni parte
sentieri larghi verso gli orizzonti chiusi
ma sentieri
sentieri aperti sopra
l’impossibilità delle braccia
Fuochi
danza
tamtam
ritmo
Ritmo nella luce
ritmo nel colore
ritmo nel suono
ritmo nel movimento
ritmo nelle crepe sanguinanti
dei piedi scalzi
ritmo nelle unghie strappate
Ma ritmo
ritmo
O voci dolorose dell’Africa
Agostinho Neto
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I grandi leader africani
La rivista Africa dedica ai grandi leader del continente questo spazio di approfondimento, per raccontare chi sono stati (nel bene e nel male).
Dopo le puntate su Thomas Sankara,
Patrice Lumumba, Hailè Selassiè, Kwame Nkruman,
Léopold Sédar Senghor, Steve
Biko, Julius K. Nyerere e Mobutu
Sese Seko, Idi Amin Dada, Gamal Abd el - Nasser, Amilcar Cabral e
Joseph Ki-Zerbo, in questo numero ci occupiamo di
Agostinho Neto.
Il prossimo ritratto sarà del leader egiziano Jomo
Kenyatta, padre del Kenya indipendente.
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Il sogno interrotto Agostinho
Neto
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Poeta e politico, come Senghor, il padre dell’Angola indipendente si è scontrato con un groviglio di incredibili e tragiche difficoltà, prima e dopo l’indipendenza. Il bilancio è di luci e ombre. Ma nessuno, al suo posto, avrebbe saputo fare meglio di
Pier Maria Mazzola
foto Serviço Informação Mpla |
E’ sempre stata circondata dai sospetti, quella morte.
Un Capo di Stato africano dell’orbita socialista che spira sotto i ferri a Mosca.
Proprio nelle settimane susseguenti a una svolta: il riavvicinamento allo Zaire di Mobutu - fino a quel momento patrocinatore di un movimento di liberazione rivale - e l’annuncio di un prossimo ritiro dal Paese delle truppe cubane e dei consiglieri militari sovietici.
E poi, ordita in un segreto che non doveva essere tale per il Kgb, l’imminente apertura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
Il Consigliere per la sicurezza nazionale Zibgniew Brzezinski aveva confidato, un mese esatto prima della scomparsa di Agostinho Neto, che «realmente l’Angola e il suo presidente hanno condotto una politica indipendente, e non desideriamo che l’Angola sia la base di un nuovo conflitto tra Est e Ovest».
Se il primo scambio di ambasciatori tra Washington e Luanda avverrà solo nel 1993, è perché il processo diplomatico venne bloccato appunto dalla morte di Neto, il 10 settembre 1979.
È così smentita l’immagine, che molti hanno di lui, di un fantoccio di Mosca. Immagine che persino Enver Hoxha, il padre-padrone dell’Albania comunista, contribuì a formare: «Così come siamo contro Mobutu nello Zaire, siamo contro Agostinho Neto e i suoi accoliti in Angola, poiché l’Unione Sovietica fa con Agostinho Neto in Angola la stessa cosa che fanno gli Stati Uniti con Mobutu in Zaire».
Il tiranno di Tirana le suonava anche alla Cina, che «difende Mobutu e la sua camarilla. Nella sua propaganda, tenta di dare l’impressione di difendere il popolo di quel Paese dall’invasione di mercenari ordita dall’Unione Sovietica, ma in realtà difende il regime reazionario di Mobutu». In effetti Holden Roberto - leader del Fronte nazionale di liberazione dell’Angola (Fnla) e… cognato di Mobutu - aveva le sue basi in Zaire ed era sotto l’ala di Pechino (oltre che di Washington!).
Fu dall’Fnla, acerrimo rivale dell’Mpla di Agostinho Neto, che a un certo punto migrò Jonas Malheiro Savimbi con la sua Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola). Non diremo altro del complesso scacchiere africano degli anni Sessanta e Settanta.
Senza tralasciare, però, un cenno al Sudafrica, che controllava l’Africa del Sud-Ovest e penetrava a piacere in territorio angolano (nel 1975 le forze armate di Pretoria giunsero, con Savimbi, alle porte di Luanda). Oltre che cercare di tener lontano il comunismo dall’Africa Australe, il regime dell’apartheid contrastava in quel modo il movimento di liberazione namibiano, la Swapo di Sam Nujoma.
Assimilado
Ma chi era quel poeta militante per la libertà del suo Paese, che vedeva le preoccupazioni politiche spegnere progressivamente in lui l’afflato lirico?
António Agostinho Neto nacque il 17 settembre 1922 non lontano da Luanda, a Kaxicane (Icolo e Bengo), da una famiglia metodista in cui il padre era pastore e insegnante, e anche la madre insegnava. Entrò così a far parte di quello 0,3% di angolani nativi privilegiati, che avevano ricevuto la grazia dell’alfabetizzazione.
Concluso il liceo e dopo un servizio nella sanità - Agostinho era ormai un assimilado, sorta di grado intermedio tra “indigeno” e colono -, a 25 anni si imbarca per il Portogallo, “madrepatria” coloniale.
Si iscrive a Medicina.
A Lisbona frequenta la Casa degli Studenti dell’Impero, dove conosce Amílcar Cabral, il futuro padre dell’indipendenza di Guinea-Bissau e Capo Verde; Mário Pinto de Andrade, un angolano conticon il quale condivide ideali politici e letterari; i mozambicani Eduardo Mondlane e Marcelino dos Santos.
Con il poeta mozambicano Orlando de Albuquerque e con Lúcio Lara, uno dei fondatori del Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla), Agostinho dà vita a una rivista letteraria, Momento.
Ma la polizia politica del dittatore António de Oliveira Salazar, la famigerata Pide, si rende conto ben presto che scrittura e medicina non sono i soli interessi di quello studente «dall’aspetto timido e mite, ma straordinariamente tenace nelle sue convinzioni e nel suo coraggio», come lo descriverà Maria Eugénia - una ragazza portoghese che Agostinho conosce nel 1949 -, e lo mette agli arresti mentre raccoglie firme sotto l’Appello di Stoccolma, con il quale si chiedeva la messa al bando degli armamenti atomici.
Dentro e fuori di prigione
La galera gli accresce prestigio e, una volta uscitone, Agostinho è ormai un leader studentesco. Nel corso di un comizio viene di nuovo incarcerato.
Questa volta ne uscirà dopo due anni e mezzo. Nel frattempo, un libricino di sue poesie innesca un movimento di solidarietà. In Francia levano la voce in sua difesa Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, André Mauriac e Louis Aragon. Amnesty International lo nomina “prigioniero dell’anno” 1957. Tra tutte queste vicende, Agostinho arriva alla laurea.
È il primo medico angolano. Lo stesso giorno in cui difende la tesi, si sposa: con Maria Eugénia, che gli darà tre figli. Rientra finalmente in Angola, dove esercita la professione e, va da sé, svolge attività politica. Nel 1960 la Pide si ricorda di lui per mandarlo in esilio a Capo Verde. Di là, di nuovo in gattabuia a Lisbona.
Ottiene poi la libertà vigilata, ma non gli basta: vuole riavvicinarsi al suo Paese (soltanto nel 1975, però, potrà rimettervi piede). Con una fuga rocambolesca guadagna Léopoldville, l’odierna Kinshasa, dov’era stabilita la direzione dell’Mpla. Ne diventa presidente a tutti gli effetti. Nei viaggi internazionali che effettua per la causa riscuote molti consensi, ma sono anni lunghi e difficili.
Drammatica indipendenza
È l’Fnla, in un primo momento, ad essere riconosciuto dalla neonata Organizzazione dell’Unità Africana (Oua) come legittimo rappresentante del popolo angolano, anche se il primo atto ufficiale della guerra di liberazione, il 4 febbraio 1961 a Luanda, è attribuito all’Mpla.
Quest’ultimo, sorto in ambienti di assimilados, meticci e letterati, non aveva però quel contatto con il popolo che l’Fnla poteva vantare con i Bakongo, etnia con la quale il Fronte si identificava. A complicare il quadro si era fatto avanti Jonas Savimbi, uomo del sud dell’Angola.
I primi anni Settanta sono decisivi. L’Mpla si è ormai radicato nel Paese, mentre il “mostro lusitano” è sempre più logorato dalla guerra coloniale. La Rivoluzione dei Capitani del 25 aprile 1974 mette fine alla dittatura in Portogallo e prelude all’indipendenza delle colonie. L’Angola isserà la sua bandiera l’11 novembre 1975. Ma prima e dopo questa data i drammi si moltiplicano a dismisura.
Quando la poesia tace
Neto è già Capo dello Stato ma Fnla e Unita, foraggiati dalla Cia e sostenuti dal Sudafrica, non demordono. Esigono il riconoscimento internazionale della “loro” Repubblica Democratica.
L’Oua tentenna ancora. E in Angola è vera e propria guerra civile. Il presidente impone con forza la sua autorità, e confida nelle armi sovietiche e nelle truppe cubane intervenute a liberare Cabinda, l’enclave seduta sui tre quarti delle riserve petrolifere nazionali.
Ma il suo decisionismo non piace ad amici della prima ora come i fratelli Mário e Joaquim Pinto de Andrade, un sacerdote, che volevano una democratizzazione del regime e che si vedono invece costretti all’esilio.
Nel 1977, il tentato golpe di un membro del Comitato centrale dell’Mpla, Nito Alves, lascia dietro di sé migliaia di morti. Il putschista è fucilato.
«È stata un’insurrezione anti-meticci e antibianchi », spiega il presidente. «Il nostro popolo capirà le ragioni per cui reagiremo con una certa durezza. Non perderemo tempo con dei processi». Accusa i golpisti di essere «agenti dell’imperialismo internazionale e della reazione interna, lacchè dell’Fnla!». Davvero la poesia taceva.
“Conversione”
Si racconta - riporta l’autrice di Angola. 20 ans de guerre civile (L’Harmattan 1995), Dia Kassembe - che un giorno la mamma di Agostinho gli abbia detto: «Ma allora, questa indipendenza che fa così soffrire la gente, sei proprio sicuro che sia una cosa buona? Come mai quelli che sono sempre vissuti male adesso stanno peggio?». E che la frase l’abbia fatto pensare.
Neto si mette allora in viaggio per incontrare Mobutu, apre la frontiera con lo Zaire, concede l’amnistia ai «lacchè dell’imperialismo», invita gli esiliati a ritornare. Ma da Mosca Breznev convoca il «compagno presidente ». Al Cremlino, riunione poco allegra con il Kgb. L’indomani Neto si sente male. Lo ricoverano, senza consultarsi con il suo medico personale che lo accompagnava. È operato d’urgenza. A Luanda ritornerà un cadavere imbalsamato. Nessuno, nemmeno la vedova, chiederà l’autopsia.
Fine di un sogno
Ad alta velocità il potere passa a Eduardo José dos Santos. Cioè al capo della Commissione d’epurazione del caso Nito Alves.
Roberto esce praticamente di scena. Savimbi, invece, inizialmente imboccato dalla Cina nonché alleato del Sudafrica e poi anche pedina di Ronald Reagan, continua la guerra. Che si concluderà con la sua morte in battaglia, nel 2002. E con un saldo di un milione di morti e mutilati innumerevoli (in tutti questi anni sono state sparse in Angola tante mine quanti gli abitanti).
Dos Santos, appesantito dai chili e dai petrodollari, è sempre sul trono. Ma il suo Paese è sempre al 161° posto (su 177) in fondo alla graduatoria Onu dell’Indice di Sviluppo Umano. Il poeta-presidente non sarà stato ucciso, quel lunedì a Mosca, ma di sicuro si spense con lui la speranza di un futuro migliore per il suo Paese

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