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Caccia all’indiano
Una delle trovate più memorabili di Amin fu la cacciata degli indiani.
L’impero britannico aveva favorito il travaso dei suoi sudditi dall’India all’Africa.
Gli anni di punta furono quelli, tra il 1891 e il 1901, della costruzione della ferrovia da Mombasa, sull’oceano, a Kampala.
C’era bisogno di manodopera più qualificata di quella locale.
Ma indiani erano anche i corpi scelti per difendere militarmente il protettorato (tale fu l’Uganda dal 1894) e indiani erano i commercianti che, in numero crescente, si spingevano da Zanzibar verso l’interno.
Furono così gli indiani, cresciuti economicamente e nella gerarchia sociale, a «vedersi assegnato dal colonizzatore un ruolo tampone», come ha scritto Gérard Prunier (L’Ouganda et la question indienne).
Per gli africani, perciò, «inchinarsi all’indiano era inclinarsi non davanti al padrone – temuto, odiato e rispettato – ma allo schiavo, promosso dal padrone al rango di sorvegliante, e dunque voleva dire ritrovarsi doppiamente schiavi».
Quando, il 4 agosto 1972, Amin diede d’improvviso l’ordine di espulsione di tutti gli asiatici – 50mila circa –, si potevano dunque ravvisare delle ragioni storiche dietro quella decisione.
Ma, a parte i motivi di ordine etico e umanitario, il gesto fu così avventato che in poche settimane la vita economica del Paese collassò totalmente.
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Al cinema

Un
personaggio come Amin non poteva mancare di fornire “ispirazione” al cinema.
Il nuovo film
L’ultimo Re di Scozia (dall’omonimo romanzo di Giles
Foden) – regia di Kevin Macdonald e Forest Withaker nella parte di “Big Daddy” – è solo l’ultima delle pellicole dedicate al tiranno d’Uganda.
Tra le altre ricordiamo
General Idi Amin Dada, un “documentario narrativo” di Barbet Schroeder (1974), e
Rise and Fall of Idi Amin di Sharad Patel (1980).
Il solo raid di Entebbe del 1976 offrì materia per ben tre film, girati a ridosso degli avvenimenti:
La lunga notte di Entebbe di Marvin J. Chomsky, con Anthony Hopkins e Liz
Taylor;
I leoni della guerra di Irvin Kershner, con Charles
Bronson;
La notte dei falchi di Menahem Golan, con Klaus
Kinski.
Mississippi Masala (1991), con Denzel Washington e Sarita
Choudhury, è invece un film di Mira Nair che dà un seguito alla cacciata degli indiani. |
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Il
crudele despota ugandese
che amava gli scozzesi IDI
AMIN DADA
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Arriva questo mese nelle sale cinematografiche un film dedicato ad una delle figure più sconcertanti della storia contemporanea. Titolo: L’ultimo re di Scozia. Che c’entra con l’Uganda? C’entra, c’entra… di
Pier Maria Mazzola
foto Olycom |
«Non mi piace l'Africa in prima pagina, non mi è mai piaciuto il modo che ha l'Occidente di guardare alla mia gente. Per voi siamo la terra degli estremi, una riserva di caccia del sensazionalismo: guerra, siccità, corruzione, Ruanda, Darfur, Idi Amin». Wole Soyinka ha ragione. Poiché gravita nel mondo anglofono, il premio Nobel ha citato Amin invece
di Mobutu.
Avrebbe potuto ricordare anche Menghistu.
Più di ogni altro despota, però, Amin corrisponde al nostro immaginario di tiranno africano, crudele e grottesco, pittoresco e tellurico. Eppure se riesumiamo Amin non è per inchiodare l’Africa al sensazionalismo. Il problema è che anche degli orchi, o dei pazzi (o ambo le cose) come lui sono entrati nella
storia.
La carriera militare
Nato verso il 1925 (ma «solo Dio
conosce la mia età») nella contea di Koboro, nell’estremo nordovest del paese, Idi Amin Dada accumulò pochi anni di scolarità ed entrò nell’esercito britannico, dove si guadagnò i gradi di sergente maggiore. Fin da quando si preparava l’indipendenza nazionale, dichiarata poi il 9 ottobre 1962, Amin si era rivelato efficace uomo d’azione agli occhi di Milton Obote, il futuro presidente.
Questi gli affidò il compito, che svolse con zelo anche eccessivo, di reprimere le razzie di bestiame tra Karamojong e Turkana, e di sostenere discretamente i Simba, i ribelli del vicino Congo – mansione che gli permise di riempirsi le tasche grazie al traffico di oro e avorio (quello di andarsene in giro con le tasche letteralmente colme di banconote sarà uno dei suoi originali tic da presidente). Di promozione in promozione, Amin volò al supremo comando delle forze armate.
Ma tra Amin e Obote non c’era amicizia né fiducia, tutt’al più complicità. Meglio ancora: strumentalizzazione reciproca. Fino al giorno in cui, prima di essere a suo turno fatto fuori, Amin prese l’iniziativa. Mentre il presidente si trovava all’estero, prese il potere: era il 25 gennaio 1971. Amin aveva forse fiutato che, a motivo dell’opzione socialista di Obote, Londra stava prendendo le distanze da quest’ultimo?
Certo è che dopo nemmeno dieci giorni dal putsch, la Gran Bretagna del conservatore Edward Heath riconobbe il nuovo regime, e sei mesi dopo Amin andò sul Tamigi a banchettare con la regina, alla quale promise che il suo governo militare sarebbe durato «meno di cinque anni». Il neo-presidente non fece grosse rivoluzioni ma attivò da subito una profonda opera di ristrutturazione dell’esercito. Questo era composto in gran parte di Acholi e Lango, etnie schierate con Obote. Non rimase che massacrarli, sostituendoli con altri più fedeli.
La legge del sangue
Dei ribelli vicini a Obote tentarono nel settembre 1972 di ripristinare, invano, il vecchio presidente. Il gruppo era partito dalla Tanzania e il fatto provocò la prima crisi diplomatica tra i due Paesi (la seconda, che sarà anche militare, determinerà la fine politica di Amin). L’episodio fornì il pretesto all’uomo forte di Kampala per più numerose e sistematiche eliminazioni degli oppositori, veri o presunti.
Fece assassinare nella stessa giornata sia il fratello di Henry Kyemba, uno dei suoi uomini di fiducia, sia Benedicto Kiwanuka, presidente della Corte suprema, cattolico “dalla schiena dritta”, di cui Amin aveva detto: «lo amo come fosse mio fratello». Quanto a Kyemba, suo ex ministro della Sanità, si rifugiò a Londra dove pubblicò Uno Stato di sangue, il libro che propagò la nomea di cannibale di Amin, peraltro alimentata dalle sue fanfaronesche dichiarazioni («Mi nutro del sangue dei miei nemici per diventare più forte»).
«Aveva ragione Hitler»
Ma a parte il suo volto horror, il dittatore amava adottare misure spiazzanti anche dal punto di vista politico. Benché ex allievo di una scuola di paracadutismo in Israele, nonostante gli israeliani gli fossero stati palesemente vicini nei giorni del golpe, fu proprio l’Uganda il primo Stato africano a rompere le relazioni diplomatiche con Tel Aviv. Agli ebrei venne ingiunto – fine marzo del 1972 – di lasciare il paese in tre giorni. Il tutto, assortito con frasi del tipo: «Gli israeliani volevano avvelenare le acque del Nilo in Uganda per indebolire il Sudan», e: «Hitler aveva ragione». Dell’ancor più drammatico pogrom contro gli asiatici, si parla nel riquadro a fianco.
L’improvviso voltafaccia di Amin nei confronti di Israele – ispirato, pare, dall’incontro con un tal Gheddafi, allora giovane e irruente – e il suo nuovo e deciso sostegno alla causa palestinese (Arafat gli sarà testimone di nozze al suo quinto matrimonio) fece pronunciare al leader ugandese quella che oggi appare come una sorta di sinistra profezia: «Ho sei piani di guerra contro Israele, fra cui quello di una brigata di suicidi».
Feroce contro la Chiesa
Musulmano, Amin mantenne nei riguardi delle Chiese atteggiamenti altalenanti tra un apparente laissez-faire e atti persecutori quando non assassini. Volle render visita a Paolo VI per due volte, ma espulse sedici missionari cattolici (1975). Ai quali aggiunse, nell’intento di smantellare i quadri ecclesiastici, i trecento circa che si videro negato il rinnovo del visto. Per non parlare poi delle centinaia di laici altamente qualificati, cattolici e protestanti, eliminati fisicamente.
Tra il clero locale va ricordato almeno Clement Kiggundu, fatto strangolare (1973) per le sue denunce dalle colonne del giornale che dirigeva. Una fine simile (1977) toccò all’arcivescovo anglicano di Kampala, Janani Luwum, accusato di «tradimento». Gli inglesi in quanto tali non caddero sotto la mannaia delle espulsioni, ma in molti preferirono battersela, soprattutto con l’aria di nazionalizzazione delle imprese che tirava. Sugli inglesi, poi, Amin aveva le idee chiare: «Sono un caso disperato». Tant’è vero che durante la catastrofe economica attraversata dall’Inghilterra nel 1973 ebbe premura di soccorrerli… spedendo a Londra un carico di banane.
Sapeva però ben distinguere tra le diverse tribù che compongono il Regno Unito: «Io amo gli scozzesi, perché sono i migliori combattenti di Gran Bretagna e non praticano la discriminazione. Mi domando perché non dichiarino la loro indipendenza e lascino gli inglesi nei pasticci». A dirla tutta, gli scozzesi «mi hanno nominato loro capo rivoluzionario». L’ultimo re di Scozia.
L’esilio dorato
Ma nemmeno il suo narcisismo misto a crudeltà e tracotanza (si proclamò anche «il miglior politico del mondo») servì a farne un presidente a vita. Nell’autunno 1978, le sue truppe sconfinarono in Tanzania inseguendo alcuni reparti che si erano ammutinati. Amin voleva forse dar corpo al sogno di aprirsi uno sbocco al mare, che cullava fin dai primi giorni della sua presidenza? Fu una mossa sbagliata.
Il presidente Nyerere
(«un sifilitico che infetta il suo popolo», sempre secondo Amin), che stava già aiutando Obote e l’opposizione ugandese all’estero a organizzarsi, non si fece scappare l’occasione e contrattaccò. Dopo alcuni mesi di guerra, i tanzaniani entrarono a Kampala e Amin fuggì precipitosamente, l’11 aprile 1979, a Tripoli. L’Uganda, falciata di 300mila vite umane – tante furono quelle soffocate dalla dittatura –, faticò non poco a ritrovare una vita normale. Assai meno duro fu il destino di Idi Amin.
Gheddafi lo scaricò a Saddam Hussein e questi lo spedì in Arabia Saudita. A Gedda un giornalista italiano riuscì a scovarlo, qualche anno prima della sua morte (agosto 2003), gioviale e bon vivant, tra palestre, piscine e tivù satellitari. Riccardo Orizio racconta di avergli domandato (Parola del Diavolo, Laterza) se dalla sua prigione dorata nutrisse dei rimpianti. «No. Ho nostalgie», rispose candidamente. «Di quando ero sottufficiale che combatteva contro i Mau-Mau in Kenya. Ero un bravo soldato dell’esercito britannico. Ero il terrore dei Mau-Mau. I miei ufficiali, tutti scozzesi, mi amavano».

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