moto - ambulanza

Arriva la moto-ambulanza I villaggi del Burkina Faso sono spesso isolati e la percorribilità delle strade diviene ancora più difficile durante la stagione delle piogge. Una persona ammalata affronta molti problemi per essere accompagnata al dispensario medico più vicino che, in genere, dista almeno dieci chilometri dal villaggio. L’associazione Il Sole di Como ha lanciato un progetto di solidarietà volto a fornire alcuni villaggi in savana di originali e pratiche motoambulanze. L’ambulanza a due ruote - un motorino al quale viene collegata una barella coperta -, grazie alla sua agilità sulle strade sconnesse, aiuta ad affrontare le emergenze sanitarie. 

Per contribuire al progetto contattare l’associazione
allo 031.275.065,
www.ilsole.org,
info@ilsole.org

 

 

 

Due ruote prodigiose

Le strane vie delle bici africane

in bicicletta

Sulle strade africane la bicicletta può trasformarsi, all’occorrenza, in taxi, fast-food ambulante, carro-merci. Oppure in un’ambulanza di fortuna. Basta pedalare e… spingere

di Giusy baioni e Andrea Semplici

Si ferma. Allunga le gambe oltre i pedali, trascina i piedi per terra. È la sola maniera per frenare. Il giovane non dice nulla, ma indica, con un ruotare di occhi, il cuscino di plastica, dura e colorata, incollato sul portapacchi posteriore della sua bicicletta nera dagli inesistenti freni a bacchetta. 

in bicicletta L’uomo si rivolge a una donna, appesantita dal suo carico di pannocchie di mais per il mercato. Lei, grande e affaticata, esita solo qualche istante: si toglie il cesto dalla testa e, in qualche modo, se lo sistema sottobraccio. Poi sale su quella specie di minuscolo baldacchino, come se montasse su un cavallo. La bicicletta sembra afflosciarsi su sé stessa. 

L’uomo fa due passi di corsa, il manubrio scantona e il mezzo sembra sfuggirgli di mano, ma con un salto anche lui è in sella. E pedala sbuffando. Come farà a stare in equilibrio? Quanto costa un passaggio in bicicletta? La risposta è più che ovvia per il ciclista-taxista: «Dipende dalla corsa». Cos’altro poteva rispondere questo taxista su due ruote?

Pedali ugandesi 

In Uganda, da Kampala all’estremo nord, dalle strade di terra rossa che ruotano attorno al lago Vittoria alle città del sud, la bicicletta è onnipresente. In taxi-bicicletta si va al merbicicletta e bagagliocato, si viene riaccompagnati a casa dall’ospedale, si va a trovare i parenti, si va al lavoro. E, perfino, si è condotti, in una bicicletta-carro funebre, al cimitero. A Kampala, fare il ciclista-taxista è lavoro durissimo: la capitale ugandese è cresciuta sul dosso di sette alte colline, i saliscendi sono impietosi. 

Le tariffe hanno impennate dovute anche alla fatica. Lungo la strada fra Mbale e Tororo, ai confini con il Kenya, le biciclette sono carri-merci: sono sepolte da immensi caschi di matoke, da cumuli ordinati di banane verdi. La bicicletta è un animale da soma: i matoke poggiano sul manubrio, occupano il sellino posteriore, sono agganciati alla ruota posteriore. I contadini portano le banane al mercato: si azzardano a fare finta di pedalare solo in qualche tratto di discesa. Per il resto, spingono.

Bici tuttofare 

Nemmeno l’uomo che ha montato sul minuscolo portapacchi posteriore qualche centinaio (non è una esagerazione) di cesti intrecciati ha intenzione di usare la bicicletta nel modo tradizionale. Ma questo è un pensiero da bianco: come potrebbe altrimenti trasportare questa montagna di merce. 

E, a Kampala, come pensate che venga trasportata la carne dal macello alle bancarelle del mercato? Uomini ruota vestiti di bianco pedalano di buona lena: sul portapacchi una scatola di legno bianca, frigorifero fasullo, con la scritta meat. Attorno ai pozzi, è un caos di biciclette e di taniche di plastica gialla: è un’opera di ingegneria legare sul portapacchi, rinforzato da un’asse di legno, queste jerrican ingombranti. 

Un infermiere dell’ospedale di Kitgum, nel nord del paese, si è inventato perfino una bicicletta-ambulanza. Risolto, brillantemente, il complesso problema meccanico dello snodo metallico fra ruota posteriore e telaio della barella mobile, il prototipo si è rivelato un’idea geniale.

Business indiano 

I commercianti asiatici di Kampala sorridono. Sono oramai lontanissimi i tempi delle violenze di Amin. Sono loro a vendere le biciclette in Uganda. Hanno in mano il commercio delle due ruote: arrivano dall’India e dalla Cina, hanno telai capaci di resistere a qualunque sobbalzo e copertoni da fuoristrada. Le biciclette in Uganda sembrano sculture di pietra.

Frotte di meccanici assiepano le strade dei villaggi e delle città. Capita che questi ex-fabbri riciclati a un nuovo mestiere siano i più ricchi della comunità: a loro il lavoro non manca. Come al taxista di Kampala. La donna con le sue borse ricolme di pannocchie da vendere è arrivata al mercato. Il ciclista prende fiato, appoggia il suo mezzo sul cavalletto e si mette a sedere. I clienti arriveranno in fretta.

I kumba-kumba 

Anche nel cuore della foresta equatoriale lain bicicletta bicicletta è il mezzo di trasporto principe, grazie ai cosiddetti kumba-kumba. Sono loro i veri campioni africani delle due ruote. Percorrono centinaia di chilometri a piedi, spingendo le loro biciclette stracariche di merci. Pacchi di oltre cento chili, ben legati e fissati con funi. Si muovono nelle zone orientali della Repubblica Democratica del Congo, tra le regioni del Nord Kivu, dell’Ituri e e gli scambi sono necessari, anche e soprattutto per la gente del posto. E allora ci si arrangia. 

Così, un po’ovunque, si incontrano loro, i kumba-kumba. Sono pagati una miseria: un trasporto da Beni a Mambasa, 140 chilometri in due settimane, frutta un dollaro per ogni chilo trasportato. E per tanti di loro nemmeno la bicicletta è di proprietà: devono pure pagarne l’affitto. Viaggiano in gruppetti di due o tre persone: le salite non si riesce ad affrontarle da soli, troppo peso nel fango, e allora si spinge insieme prima una bici, poi l’altra. 

strada Certi tratti di foresta, poi, del Congo Orientale; impiegano settimane attraversando piste impossibili, sfidando le piogge stagionali: il fango, trappola mortale per qualunque tipo di veicolo, non li ferma. A piedi nudi, con i calzoni rabboccati, proseguono sprofondando nell’argilla scivolosa. Le strade in Congo sono pochissime. E per buona parte ormai impercorribili, ridotte ad acquitrini fangosi durante la stagione delle piogge, totalmente prive di manutenzione e invase dalla foresta. 

L’insicurezza dovuta prima alla guerra e ora alle milizie fuori controllo e ai reduci sbandati peggiora le cose. Così, nella parte nord-orientale dell’ex Zaire, esistono città e grossi villaggi completamente isolati. Gli unici tratti di strada in buono stato sono quelli da cui le grandi compagnie straniere traggono prodotti da esportazione, come il legname pregiato: dove serve, pagano personale locale per la manutenzione delle piste affinché i loro grossi camion possano circolare.

Una vita dura 

Le piste tracciate dai colonizzatori belgi sono ormai spesso solo segni sulla carta geografica. Eppure, le merci devono circolare, i trasporti sono pericolosi, infestati da gruppi armati. E i kumba-kumba purtroppo ne incontrano spesso: militari o miliziani, la sventura non cambia. I malcapitati vengono fermati, rapinati, picchiati. Quando va bene. In queste condizioni, qualche kumbakumba ogni tanto non ce la fa. Vittima di sbandati, ma piùin bicicletta spesso degli stenti. Si ferma esausto a dormire e non si rialza più. Per gli altri, il tempo di riprendere le forze, mangiare qualcosa - un piatto di riso e fagioli, o la polenta di manioca - e si riparte. Con le mani sempre salde sul manubrio