Graziati per il Ramadan  

Più di 800 detenuti sono stati liberati lo scorso inverno da 24 carceri del Malawi per la grazia concessa dal presidente presidente Bingu Wa Mutharika Bingu Wa Mutharika (nella foto) in occasione dell’Eid al- Fitr, la festa che celebra la fine del mese del Ramadan per i musulmani. Per questa ricorrenza, ha spiegato il ministro degli Interni, le autorità hanno voluto compiere un gesto di «distensione, perdono e riconciliazione». Analoghe iniziative sono state adottate in altri Paesi, tra cui il Marocco e l’Algeria. (Misna)

 

 

 

  Un Paese senza diritti  

Torture, sparizioni, brutali esecuzioni sommarie. È l’agghiacciante destino a cui sono condannati gli attivisti politici malvisti dalle autorità del Togo. Secondo la Lega togolese per i diritti dell’uomo il regime di Lomé sarebbe impegnato in una vera e propria caccia ai presunti sostenitori dell’opposizione. Un’indagine dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha indicato in 500 morti e migliaia di feriti il bilancio degli scontri che hanno preceduto e seguito le presidenziali dell’anno Faure  Gnassingbé scorso, vinte da Faure Gnassingbé (foto a fianco), figlio dell’ex-dittatore Gnassingbé Eyadéma, morto nel febbraio 2005 dopo 38 anni al potere.

«Ho visto l’inferno»

Una volontaria italiana è entrata nel carcere di Lomé. Ecco il suo racconto

carcerato

In Togo migliaia di persone vengono incarcerate senza un processo né una vera accusa. Basta partecipare ad una manifestazione pacifica per ritrovarsi dentro un girone infernale da cui si può uscire solo morti

di Sabrina Colombo

Ricordo molto bene la prima volta che varcai il cancello del carcere: era una bella e calda domenica mattina, la prima di quella che sarebbe stata una lunga serie di domeniche trascorse in quel luogo a pochi passi dall’oceano, splendido, con le sue sfumature verdi e azzurre che si tuffavano nel cielo. 

Al di là del cancello arrugginito i colori sembravano essere scappati o forse ero io che non ero più capace di vederli: un senso di soffocamento mi invadeva il cuore. Ero entrata nel carcere di Lomé, capitale del Togo. Al posto di blocco, i militari non mi controllarono nemmeno i documenti. Ero solo una ragazza bianca venuta a portare un po’ di conforto e di aiuto ai detenuti: non destavo preoccupazione, semmai un po’ di curiosità. 

L’impatto visivo fu agghiacciante. Gli uomini erano ammassati tra loro. Non c’era spazio per camminare senza inciampare in qualcuno. Sembrava non ci fosse spazio nemmeno per respirare. I detenuti avevano pochissimi abiti addosso perché il caldo era insopportabile e perché, comunque, non sembravano disporne. Cominciai a camminare tra loro...

Morire di fame 

La sezione maschile del carcere di Lomé conta circa 1.600 detenuti. La prigione è realizzata a ferro di cavallo. Al centro c’è una sorta di cortile circondato dalle celle. In locali bui di circa 30 metri quadri nei quali sono stipati settanta uomini e dove la notte è impossibile che tutti dispongano dello spazio sufficiente per sdraiarsi, quindi, a turno, devono rimanere in piedi. 

Le porte di questi loculi rimangono aperte, ma durante i periodi ritenuti critici dal governo (come durante gli scontri post-elezioni dell’aprile 2005) vengono chiuse, con conseguenti morti per soffocamento. Non ci sono finestre, letti, sedie. Ammucchiati negli angoli, solo i pochi oggetti personali: ciotole, luridi abiti, fornelletti a carbone. 

fiamme La prigione passa solo una volta al giorno una piccola porzione di pâte, una sorta di polenta insapore. Quindi, se il detenuto non ha alcun parente o conoscente che gli porti del cibo, muore di fame. E non è un modo di dire. Muore di fame, davvero. O comunque si ammala: l’assenza d’igiene è totale e nel carcere dilagano colera, malaria, dissenteria, funghi della pelle. I malati di Aids (un carcerato su quattro è contagiato dal virus Hiv) muoiono con una facilità estrema. Il bagno è solo un miraggio, al suo posto ci sono latrine nauseabonde. E non c’è spazio per l’igiene personale: gli uomini sono costretti a lavarsi all’aperto, mostrando le proprie nudità a tutti gli altri.

L’ospedale che non c’è 

Un’ala distaccata del carcere è il padiglione dell’ospedale: un’unica stanza con quindici letti, chiusa da un grosso catenaccio. Nella maggior parte dei casi i detenuti vengono trasferiti qui già moribondi. L’odore che si respira in questo locale è terribile. Tutti i medicinali e le prestazioni sanitarie sono a pagamento, quindi i detenuti vengono semplicemente buttati su un letto, in attesa che muoiano. Molte delle persone incarcerate si trovano dentro la prigione senza aver commesso alcun reato. 

In Togo non c’è una legge che tuteli i diritti civili. La polizia può venire a casa a prenderti e portarti in una cella senza spiegartene il motivo. E non c’è un processo. Puoi passare anni dietro le sbarre senza un’accusa formale. Oppure puoi finire in prigione perché hai commesso un furto di 10mila Cfa (15 euro) e finché qualcuno non rimborsa il derubato tu rimani dentro. 

Moltissimi sono i detenuti per “reati politici”: si sono opposti al regime. O meglio vengono accusati di essersi opposti all’autorità. Alcuni giovani si trovano dentro solo perché hanno partecipato ad una manifestazione pacifica con cui chiedevano al governo di finanziare le scuole pubbliche. Semplici studenti, altro che pericolosi sovversivi. A volte, mentre camminavo nel cortile del carcere, qualcuno mi metteva in mano di nascosto una lettera: mi chiedeva di contattare un familiare che non era a conoscenza della sua carcerazione. Erano disperate richieste d’aiuto di uomini dai volti segnati e dagli occhi spenti. Uomini in gabbia.