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Pasqua in una culla

La morte vista dai Dogon come nascita a nuova vita

Di Alberto Rovelli

È una domenica pomeriggio e fa caldo nella cappella in terra battuta di Bugujunjuru. 

Aspettiamo gli ultimi ritardatari per iniziare la santa messa ma nessuno si mostra impaziente: può capitare a tutti di essere in ritardo, no? Kizito, l’animatore della comunità, mi si avvicina e mi avvisa che alla fine della messa dovrò benedire la nuova barella per i funerali. Più che una barella a me sembra una culla, come quelle di una volta, tutta di legno, con i bordi un po’più bassi e un po’ più grande, capace di accogliere non solo i bambini, ma anche gli adulti. 

Mi piace questa associazione di idee tra la culla e una cassa da morto aperta e penso: “Forse i miei amici africani mi stanno ricordando che l’ultima nascita alla vita è appunto ciò che chiamiamo morte”. I Dogon, nella loro ricca simbologia, quando parlano della morte, parlano soprattutto di semina. Quando le donne dogon gettano le sementi di miglio, non pensano tanto a ciò che marcisce ma a quello che nascerà e che darà vita a tutta la famiglia. Mi vengono in mente le parole dette da Gesù: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. 

È un programma di vita che Gesù ci propone, non di morte. Un invito a non sbagliare le nostre scelte: la vita fisica, materiale, è solo l’immagine di quella vera, futura; un sogno fugace, un correre di anni e di affanni. Se vogliamo conservarla gelosamente e egoisticamente ci sfuggirà e marcirà nelle nostre mani. 

Questo pensavo mentre aspettavo i ritardatari in quella cappella accaldata. Le immagini dei Dogon mi facevano sentire in modo concreto le parole di Gesù e mi dicevo di avere ancora tantissimo da donare e mi sembrava non aver ancora donato nulla fin tanto che non avrò donato tutto. E guardando la culla-barella sentivo dentro di me un po’ di timore e mi chiedevo se ce l’avrei mai fatta. La risposta a quella domanda mi è arrivata alla fine della messa. 

«Oggi - ha spiegato Kizito ai suoi - il padre chiede al Signore di benedire questa barella che ci servirà per il nostro ultimo viaggio, quando da casa nostra saremo portati qui per l’ultima preghiera e tutta la comunità cristiana ci affiderà alla misericordia e alla bontà di Dio. Non devono dimorare in noi paure o dubbi del tipo: chissà se il Signore ci vuole veramente bene? Un giorno Gesù ha perdonato e guarito un paralitico portato da quattro amici. La fede e l’amore di coloro che portavano l’ammalato l’hanno salvato. Quando saremo stesi là - e Kizito mostrava la barella - saremo come paralizzati, è vero, ma chi ci porterà, unito a tutta la Chiesa, avrà fede e pregherà per noi. Gesù ci perdonerà e ci farà entrare nella sua casa dove la vita non finisce». 

Questo è il significato profondo della Pasqua che celebriamo ogni domenica: dono gratuito del Signore Gesù morto e risorto e frutto della fede e dell’amore di chi ci seppellirà.