Nel segno dell’Islam
La prima Biennale di arte islamica in Italia

Per la prima volta in Italia il mondo dell’arte ha acceso i suoi riflettori sulle bellezze dell’islam. Decine di opere di pittori, ceramisti e scultori musulmani, tra i migliori del panorama contemporaneo, sono state esposte a Torino.
Un evento artistico e di pace
di
Angela Lano
L’arte come via di unità e comprensione tra i popoli. Musulmani, cattolici e ebrei torinesi hanno aderito al progetto della prima Biennale di arte islamica internazionale. Nei mesi di maggio e giugno, la città di Torino ha dato vita a un evento unico nel suo genere in Europa: Assalamaleikum (il tradizionale saluto musulmano: “la pace sia su di voi”), una mostra di arte islamica accolta in sinagoga, in moschea e in un centro di volontariato cattolico. Tre grandi religioni monoteistiche, figlie del patriarca Abramo, e cugine dall’antichità, hanno messo da parte diffidenze, timori e rancori reciproci per ospitare nelle sale dei propri luoghi di preghiera un’affascinante esposizione di opere di artisti musulmani provenienti da Africa, Vicino, Medio ed Estremo Oriente, ed Europa.
Oltre i pregiudizi
L’arte islamica - dalla pittura alla scultura, dall’architettura al mosaico - ha lasciato grandi e visibili tracce in tutt’Italia, specialmente nel Sud, influenzando tanti ambiti della nostra cultura. Tuttavia, pochi ne sono consapevoli, percependo del mondo arabo e islamico ormai solo i difetti o le problematiche esaltate da uno “scontro di civiltà” costruito a tavolino dalle multinazionali del petrolio e della guerra e dai potenti della Terra. Il merito di questa mostra, dunque, è molteplice: far conoscere la ricchezza e la varietà dell’arte islamica, sfatare pregiudizi, avvicinare tradizioni e religioni, levare via il “velo dell’ignoranza”, causa ed effetto dell’epoca attuale, dominata dal potere abbrutente del “tubo catodico”. Infatti, “l’arte è bellezza. E Dio ama la bellezza”, ci ricordano i musulmani. «La nostra idea - spiega Elvio Arancio, presidente del Centro Studi Europeo Ibn Sina, protagonista e ispiratore di questa iniziativa - è stata quella di raccogliere in una mostra collettiva i migliori tra gli artisti italiani e stranieri di fede islamica. Specie quelli che hanno espresso con la loro arte la capacità di veicolare i valori della convivenza pacifica e della fratellanza».
La bellezza della pace
«L’alba del terzo millennio si è inaugurata all’insegna della violenza - prosegue a raccontare Elvio Arancio -; il clima generale di paura che minaccia la vita e la serenità d’ogni uomo, a qualunque cultura o fede religiosa appartenga, parrebbe dare ragione ai teorici dello scontro di civiltà, ma dobbiamo e vogliamo rifiutare questa logica: le civiltà, se autentiche non si scontrano, dialogano in nome del progresso e della pace. La cultura e le arti sono il piano più fertile per far germogliare questi semi, perché attraverso di essi i popoli trovino un terreno comune in cui progredire. La bellezza è sentimento che unisce. E l’arte, che della bellezza è il principale vessillo, si attesta come il mezzo più adatto a comunicare con immediatezza i valori più alti dello spirito».

Kunta,
opera
dell'artista Patrizia Guarresi Maimouna
Come una preghiera
Tra gli artisti che hanno esposto alla Biennale c’era il ceramista Gabriele Mandel, che tra l’altro è anche guida spirituale di una confraternita sufi. Ecco una sua riflessione sul rapporto tra religione e arte nel mondo musulmano. «Per l’islam, la cosa più importante è raggiungere Dio, e l’arte può essere di grande aiuto. La musica ne è l’espressione più raffinata. Essa ci avvicina a comprendere la voce di Dio. L’arte, in generale, eleva l’uomo dal suo stato di animalità alla goccia di Dio che è in lui. I più grandi artisti sono stati i mistici dell’islam ». L’arte della scrittura Nadia Valentini, italiana, calligrafa e pittrice convertita all’islam, vive tra l’Italia e il deserto del Sinai, con il marito egiziano, anche lui pittore. «Dipingo a contatto con i beduini, di cui assorbo la cultura trasferendola nell’arte », spiega. «La necessità di comunicare con le persone del posto mi ha incoraggiata a imparare a scrivere in arabo e da lì è nata l’ispirazione per le mie opere calligrafiche. Attraverso la grafia araba, bellissima, ho iniziato un percorso di riflessione sulla cultura e sulla religione islamica. La scrittura araba è già arte in sé e io non ho fatto altro che inserirvi le mie tendenze artistiche. È il mio jihad, il mio sforzo sulla via di Dio: attraverso la pittura avvicino le persone, viaggio e faccio da’wa, cioè porto avanti la mia missione».
Corpi mistici e sacri
Patrizia
Guerresi, in arte Maimouna, nome di richiamo della Biennale di arte islamica internazionale, è anche autrice di molte opere pubblicate in queste pagine: «Dedico il mio lavoro fotografico e scultoreo alla ricerca del Corpo Mistico. Rappresento un corpo, ma solo il volto, le mani e i piedi sono scoperti. Un segno bianco accompagna spesso i corpi di queste persone: un segno che ricorda il colore bianco del latte, elemento nutritivo e simbolico utilizzato spesso nelle culture tradizionali religiose, specie nelle occasioni dei battesimi o nei matrimoni e soprattutto nei sacrifici di purificazione. Elaboro vestiti e oggetti comuni che perdono il loro significato iniziale nel momento in cui sono indossati, diventando mistici, sacri»
