Come difendersi
dalle truffe 

Si moltiplicano in tutto il mondo le truffe ai danni degli utenti di internet. Nella maggior parte dei casi il tentativo di truffa inizia con l’invio di una email che pubblicizza opportunità di affari alla potenziale vittima. In caso di sospetto, occorre salvare l’email e informare immediatamente la Polizia delle Comunicazioni: www.poliziadistato.it

 

 

 

Bidone africano 

La truffa «made in Nigeria» che viaggia su Internet

di Piruz Tabari

La chiamano 419. E’ la nuova frode via mail, ideata da abili truffatori nigeriani, che alimenta un giro d’affari milionario. Ecco come funziona e come evitare di cadere nella trappola.

A volte una banale mail può costare cara. Specie se viene dalla Nigeria e parla della possibilità di guadagnare vagonate di dollari. E se chi la riceve è nato ieri…

D’altronde ognuno di noi, dopo aver aperto la posta elettronica, si sarà ritrovato almeno una di queste mail di un tale che si spaccia per il figlio di un defunto presidente africano cui sono stati congelati tutti i beni. La storiella è sempre la stessa: il tizio in questione cerca qualcuno che lo aiuti a sbloccare i fondi-fantasma, che spesso ammontano a svariati milioni. “Basta che lei apra un conto a suo nome e richieda il trasferimento, inviandomi poche migliaia di dollari per le spese bancarie e, a cose fatte, le trasferirò una percentuale dell’intera somma”. Cioè, quanto basterebbe per entrare nell’ufficio del proprio capo, mandarlo a quel paese e godersi il resto dell’esistenza su uno yacht.

Il problema è che si tratta di una truffa bella e buona e chi ci casca passa il resto della vita a maledire la propria ingenuità. Perché a volte i truffatori riescono a ottenere i tuoi dati bancari, sfilandoti i risparmi di una vita da sotto il naso. A Lagos la chiamano 419 scam, la truffa quattrocentodiciannove, che poi è il numero della legge antifrode del codice penale nigeriano. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni, che ha mietuto vittime nei quattro angoli del pianeta.

 

Tutto comincia negli affollati cyber cafè della  Nigeria, dove ormai anche il più piccolo e insignificante centro abitato ha almeno un computer connesso a internet (anche se di una lentezza estenuante). E dove sempre più esperti raggiratori della rete si inventano mail piene di balle colossali: c’è chi dichiara di essere fratello di Jean-Bertrand Aristide, ex presidente di Haiti in esilio in Africa. O chi dice di chiamarsi Michael Abacha e di essere figlio del defunto generale Sani Abacha che guidò la Nigeria fino alla fine degli anni ’90.

Basterebbe una veloce ricerca su internet, per scoprire che il sanguinario Sani Abacha è stato fulminato da un infarto tra le braccia di una prostituta senza lasciare figli che si chiamavano Michael. Ma non tutti lofanno. E i truffatori se la svignano, spesso senza lasciare tracce.

«È un vero problema, che oltretutto danneggia l’immagine del nostro Paese e di noi nigeriani», si lamenta Edward Omeire, sociologo di Lagos. «Questi truffatori operano spesso impunemente e le autorità spesso non possono far nulla». Non possono, o spesso non vogliono. In Nigeria, che una recente indagine dell’organizzazione internazionale Transparency International ha classificato come il sesto Paese più corrotto del mondo, è facile per chiunque venga colto a truffare cavarsela con una cosiddetta dash, o mazzetta, all’ufficiale di turno. Ma se le autorità si sono rivelate inefficaci, tra la società civile nigeriana e non sono nati diversi siti anti-truffa che smascherano i 419ers fingendosi interessati alle loro offerte e pubblicando la corrispondenza e spesso le foto dei truffatori.

Il sito www.419eater.com offre una serie di storie assolutamente esilaranti. Anche quelli della Efcc, la commissione anti-frode nigeriana con sede ad Abuja, hanno capito di aver bisogno di aiuti esterni e, nell’ottobre del 2005 hanno siglato un accordo con la Microsoft, nella speranza che la multinazionale offra i mezzi per stanare i 419ers. Servirà? Forse, ma sarà difficile. Gli espedienti utilizzati dai truffatori, che a volte riescono a spillare milioni di dollari solo con un paio di mail, si evolvono e si adattano alle misure restrittive.

«E poi, operando da computer anonimi, è praticamente impossibile tracciarli», scrolla le spalle Mark E., studente di informatica che si mantiene lavorando in uno dei mille internet cafè che oggi punteggiano ogni quartiere della metropoli nigeriana. «Lo hanno fatto anche da qui - dice indicando un computer su uno scaffale - e ovviamente nei guai ci siamo andati noi. Anche perché spesso è dagli stessi proprietari degli internet cafè che parte l’idea.

Molti restano aperti tutta la notte per permettere agli internauti più accaniti di navigare quando vogliono. Nessuno però si chiede come mai uno dovrebbe uscire di casa alle 4 di mattina per navigare su internet». Ma è solo l’odore dei soldi a spingere i 419ers a ingannare privati cittadini, soprattutto occidentali, spillando loro migliaia di dollari? Secondo Omeire spesso c’è anche dell’altro. «Molti si giustificano dicendo che, così facendo, si riprendono quello che il colonialismo ieri e il neocolonialismo oggi hanno tolto alla loro gente», dice il sociologo. «In questo modo si vendicano dello sfruttamento che ha reso la Nigeria un Paese poverissimo e con un altissimo tasso di disoccupazione. Ma non è che una scusa per intascarsi migliaia di dollari impunemente».

Bisogna anche aggiungere che se da una parte dello schermo, in Nigeria o in altri Paesi dell’Africa, ci sono ingegnosi criminali della rete, dall’altra - negli Stati Uniti, in Europa e in Asia - ci sono altrettanti ingenui cui basta la mail di uno sconosciuto e una cifra a nove zeri per non capire più nulla e farsi beffare facilmente. E dire che le truffe della rete made in Nigeria sono cominciate già alcuni anni fa. Se ne è scritto e parlato molto. Ma forse basterebbe solo un minimo di buonsenso. 

Quello che è invece mancato a Juliana Ching, una cinese di 86 anni capace di farsi fregare la bellezza di 4 milioni di dollari da un’equipe i esperti 419ers, i quali gliene avevano promessi molti di più se avesse fornito i dati del suo conto. Alla Ching è andata bene: dopotutto 4 milioni di dollari non sono briciole e non passano inosservati. I truffatori sono stati stanati nel giro di qualche mese e la nonnina è apparsa sorridente sui giornali locali e internazionali mentre quelli della commissione anti-frode nigeriana le firmavano un assegno restituendole l’intera somma perduta. Certo, se non fosse stato per la nobile e veneranda età, uno scappellotto potevano anche darglielo.