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Le attività di estrazione del rame in Zambia hanno ripreso vigore grazie alla crescita del prezzo del minerale, passato da 1 euro per chilo a 2,50 centesimi. Per il 2006 le autorità di Lusaka contano di produrre 100mila tonnellate di rame in più dello scorso anno. Ma il sindacato dei minatori chiede aumenti salariali e minaccia nuove proteste
Nel corso di quest’anno in Zambia dovrebbero essere aperte due nuove grandi miniere di rame, una a Kananshi e l’altra a Lumwana. Si calcola che l’incremento dei prezzi del minerale abbia contribuito alla crescita del 5% del Pil registrata nel 2004 e del 5,6% nel 2005
Il rame è stato il primo metallo utilizzato per costruire armi e attrezzi rudimentali, conosciuto fin dalla preistoria. In passato, il rame veniva usato per fabbricare monete, contenitori e utensili da cucina; oggi soprattutto per realizzare conduttori elettrici. I giacimenti più vasti si trovano nella catena montuosa delle Ande, in Cile
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Scioperi all’orizzonte
L’estate scorsa migliaia di lavoratori della prima azienda di produzione di rame del Paese, la Konkola copper mines (Kcm), sono scesi in sciopero per settimane: chiedevano il raddoppio dello stipendio. Gli scioperanti si sono scontrati con le forze dell’ordine e sette dirigenti sindacali sono stati arrestati per incitamento alla
violenza.
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I
diritti? Sotto terra
L’amaro destino dei
minatori dello Zambia
Testo
di Enrico Casale - Foto Olycom
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Il valore del rame continua a crescere nei mercati internazionali. Eppure i lavoratori delle miniere lavorano sempre in condizioni durissime. A fare gli affari sono gli speculatori finanziari, nelle borse europee |
Il prezzo del rame corre. Corre velocemente. Proprio come quello del petrolio. I processi di industrializzazione della Russia e della Cina richiedono sempre più materie prime, tra le quali appunto il rame. Servono fili elettrici, componenti per le produzioni elettroniche, contatti, ecc. E le miniere di tutto il mondo, dal Cile agli Stati Uniti, stanno inseguendo la corsa.
Anche in Zambia ci sono grandi miniere che lavorano a pieno ritmo. Ma la vita degli operai, quella non è cambiata. Nelle viscere della terra, tra caldo, polvere, aria irrespirabile, non c’è molto spazio per i sogni e le speranze. Ed è difficile, ora che in gran parte le miniere sono privatizzate, che tornino i tempi d’oro in cui il settore minerario era il motore che trainava lo sviluppo economico, ma soprattutto la crescita sociale di questo Paese.
Sviluppo e miseria
Sono gli anni Sessanta, tempi di grande fermento per l’Africa. In Zambia, Kenneth Kaunda, alla guida del Partito nazionale unito per l’indipendenza, riesce a mettere fine al decennale dominio britannico su quella che fino ad allora si era chiamata Rhodesia del Nord.
Lo Zambia è una nazione fortunata: l’acqua non manca, l’agricoltura produce molto. Ma, soprattutto, nel sottosuolo c’è un minerale prezioso: il rame. Lo avevano scoperto i colonizzatori britannici nelle zone centrosettentrionale del Paese: un’area strategica che ribattezzarono col nome di Copperbelt, il distretto del rame.
La manodopera locale costava poco e, soprattutto, non dava eccessivi “problemi sindacali”. Gli africani da parte loro non avevano alternative che lavorare nelle miniere. Avevano bisogno di denaro per pagare la “tassa sulle capanne” che era stata imposta loro dai coloni europei che nel frattempo avevano anche espropriato le terre alle popolazioni autoctone.
Kaunda sa che il rame può rappresentare, per lui e per il suo Paese, la chiave per un futuro di sviluppo. D’altra parte, in quegli anni, il prezzo del rame è elevatissimo. Le miniere, nazionalizzate, oltre a dare lavoro permettono di avere le entrate necessarie per costruire ospedali, strade, scuole. La popolazione non è ricca, ma vive una povertà dignitosa. Il «sogno socialista» di Kaunda però dura poco. Alla fine degli anni Settanta il prezzo del rame crolla, e per lo Zambia cominciano i guai.
La privatizzazione
La combinazione della crisi mineraria, della siccità e di un’agricoltura poco sviluppata portano presto al crollo dell’economia. L’unica soluzione è buttarsi nelle braccia delle istituzioni finanziarie internazionali: Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.
Parte una campagna di dismissioni e di privatizzazioni. Le miniere di rame non fanno eccezione. Vengono vendute ai privati nel momento in cui il prezzo del rame è ai minimi storici, con gravi perdite per lo Stato.
Oggi i prezzi del minerale hanno ripreso a crescere. Quest’anno la produzione di rame dovrebbe assestarsi intorno alle 575mila tonnellate: un record assoluto. Eppure le condizioni di vita dei diecimila minatori dello Zambia non accennano a migliorare. I lavoratori impegnati nelle cave di rame ricevono un salario che oscilla tra i 250 e i 350 dollari mensili.
La cifra può sembrare alta per l’Africa sub-sahariana, ma con quei soldi le famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
L’estate scorsa i sindacati hanno organizzato molti scioperi e manifestazioni per chiedere il raddoppio degli stipendi. Per molti giorni migliaia di minatori hanno inneggiato slogan di protesta tra canti e urla. Alla fine della mobilitazione, gli aumenti in busta paga sono stati modesti. Ancora oggi le aziende non vogliono impegnarsi a far crescere i salari, con la scusa di non avere certezze nel futuro. Il prezzo dei minerali dipende infatti molto dall’andamento della domanda e dell’offerta, ma anche dalle speculazioni che avvengono in borsa.
È il gioco perverso del mercato. Un gioco che si fa al London metal exchange, una sezione della borsa britannica: i destini dello Zambia dipendono ancora da Londra, come ai tempi della colonizzazione. Oggi come ieri, il business del rame fugge lontano dalla miniere africane.

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